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giovedì 15 novembre 2012

Con il film “Venuto al mondo” questa volta Castellitto mette a confronto l’amore con la violenza.


Titolo: Venuto al mondo
Regia: Sergio Castellitto
Soggetto: Margaret Mazzantini
Sceneggiatura: Margaret Mazzantini, Sergio Castellitto
Musica: Eduardo Cruz
Produzione: Italia, 2012

Cast: Penelope Cruz,  Emile Hirsch, Pietro Castellitto, Adnan Haskovic,  Saadet Aksoy, Luca De Filippo, Brando Djuric, Jane Birkin, Mira Furlan, Isabelle Adriani, Sergio Castellitto, […]

 

Sergio Castellitto, bravo attore,  diventato famoso per “L’uomo delle stelle” (1996) di  Giuseppe Tornatore, che gli valse il premio Nastro d’argento 1996 come migliore attore, ha interpretato film sempre di un certo spessore  tra cui “L’ultimo bacio” (2000) di Gabriele Muccino,  “Concorrenza sleale” (2001) di Ettore Scola, “L’ora di religione” (2002) di Marco Bellocchio che gli comportò  il conferimento di un altro Nastro d’argento 2002 come migliore attore. In un certo momento, forse spinto dalla compagna, la scrittrice Margaret Mazzantini, Castellitto decide di fare il regista, e dirige dei film un po’ deludenti come quello di esordio “Libero Burro” (1999) che si rivelò un fiasco, il discutibile  “Non ti muovere” (2004) con Penelope Cruz e poi, nel 2010 l’insoddisfacente “La bellezza del somaro”, film questi ultimi due il cui soggetto è stato tratto dai libri scritti dalla moglie.
Dall’omonimo romanzo scritto dalla moglie deriva anche quest’ultimo film “Venuto al mondo” che Castellitto, mostrando, a differenza dei precedenti , il raggiungimento di una certa maturità di regista, dirige  in modo complesso ma efficace e suggestivo. Mette  in campo, infatti, degli stratagemmi, cioè dei colpi di scena astuti che coinvolgono emotivamente lo spettatore disorientandolo adeguatamente, ma che non compromettono però la bellezza del film che tratta fondamentalmente la storia di due donne passionali, belle sia nell’animo che esteriormente. L’una, Gemma (Penelope Cruz), una bella donna emancipata che, recatasi in Bosnia, prima del conflitto cruento, conosce un giovane fotografo Diego (Emile Hirsch) gioioso, spigliato, divertente, amante della vita e della bellezza. Ella viene travolta sfrenatamente dalla passione per Diego da cui vuole un figlio, “un lucchetto di carne” che lo leghi a sé per tutta la vita e, in questo turbinio fervido, vivace, intenso, brillante,  scopre di non essere  fertile, cioè che non può avere figli. Un dramma fortemente sconvolgente per un donna! Cosa ci sia di più brutto, di più rovinoso, di più sofferto, di più deleterio per una donna che è stata progettata per dare la vita e per amare, Castellitto riesce egregiamente a metterla in risalto.  L’altra, Aska (Saadet Aksoy), una bella donna, affascinante, sensuale, che ama la musica e cantare, fa infatuare di sé Diego allontanandolo anche se parzialmente da Gemma. Da questo momento in poi si instaura un rapporto a tre, Gemma, Diego e Aska, molto complicato e tormentato da cui deriva la proposta di Gemma a Diego (a cui è stata negata dalla legislazione italiana la richiesta di adozione di un figlio) di fare un figlio accoppiandosi con Aska. L’amplesso avviene con la guerra già in atto, in un contesto di violenza così inaudita e priva di senso e di senno tant’è che il medico (Branko Djiuric) che visita Aska, rimasta incinta, di vergognarsi “di appartenere alla razza umana”. Nascerà Pietro (Pietro Castellitto), un figlio della violenza? La risposta forse è insita nella frase pronunciata da Gemma: “i figli si vedono dai padri” e Pietro per il carattere che mostra da grande non può che assomigliare al padre Diego! Gemma, felice, per avere ottenuto il neonato che porta con sé in Italia, a Roma, lascia nell’infelicità più completa Aska per i motivi che lo spettatore scoprirà nel vedere il film.
Emerge nel film a caratteri cubitali il contrasto sempiterno tra chi vuole generare la vita a tutti i costi (Gemma) sperando anche nel miracolo e coloro (i padroni della guerra, i mostri dell’umanità) che, invece, questa vita la eliminano senza pensarci un attimo in modo cruento, crudele e violento. Ci vorrebbe l’attore Buster Keaton, la cui immagine viene evocata al finire del film, con la sua aria stravolta e malinconica, famoso per i continui rovesciamenti di senso per raccontare la storia di “Venuto al mondo”, in cui l’amore prevale comunque sui mostri dell’umanità!  Un film, quindi, denso, intenso, violento sicuramente, pieno di significati e di metafore che fanno riflettere sul senso della vita, dove pullulano attori molto bravi tra cui Penelope Cruz,  Luca De Filippo che veste i panni di Armando, il padre di Gemma, e Adnan Haskovic che interpreta Gojko, il poeta bosniaco che fa scoprire a Gemma un mondo a lei ignoto, ed emerge Pietro Castellitto, figlio della coppia Castellitto-Mazzantini.


giovedì 8 novembre 2012

Con il film “Io e te” il regista Bernardo Bertolucci ancora una volta dimostra la sua indiscussa bravura di interprete dell’animo giovanile

Titolo: Io e te
Regia: Bernardo Bertolucci
Soggetto: Niccolò Ammanniti
Sceneggiatura: Bernardo Bertolucci, Niccolò Ammanniti, Umberto Contarello, Francesca Marciano
Produzione: Italia, 2012
Cast: Jacopo Olmo Antinori, Tea Falco, Sonia Bergamasco, Veronica Lazar, […]

Un ragazzo introverso, il quattordicenne Lorenzo (Jacopo Olmo Antinori), si trova in difficoltà psichiche nel suo stare tra i coetanei, non sopporta il confronto, vuole fuggire dal mondo caotico alla ricerca di se stesso e delle cose che ama, e che soltanto la solitudine gli può fare trovare. Lorenzo vuole scappare anche dalla madre apprensiva e oppressiva, soffre dell’assenza del padre, ma serva in animo suo una grande umanità dimostrata dalla visita che fa alla nonna (Veronica Lazar) degente in ospedale. Lorenzo vive in un mondo reale che non gli appartiene, ma in cuor suo ha un suo mondo ideale e va alla ricerca di questo mondo. Architetta, allora, un piano nei minimi particolari munendosi delle provviste necessarie, del cellulare e dell’abbronzante, e anche di un formicaio, all’insaputa della madre (Sonia Bergamasco) per isolarsi dal mondo. Si rifugia, infatti, nella cantina dell’appartamento in cui vive con i genitori, nello stesso periodo in cui la sua classe va in gita per la settimana bianca. In quella cantina angusta, piena di polvere e di oggetti abbandonati, Lorenzo ascolta la sua musica preferita ad altissimo volume, osserva l’organizzazione sociale perfetta delle formiche, cammina tra due scatoloni zigzagando come un armadillo a formare un otto, che in posizione orizzontale rappresenta l’infinito, mentre fuori la vita scorre veloce. Quando incomincia a godere della tanto sospirata solitudine avviene un evento inaspettato e inizialmente sgradevole per Lorenzo che gli scompiglia l’equilibrio conquistato. Nella cantina irrompe la sorella Olivia (Tea Falco), figlia del padre con la precedente moglie che vive a Catania, in Sicilia, dove gestisce un negozio di scarpe. Olivia diventata tossicodipendente da eroina per fuggire anche lei, a modo suo, e in modo deleterio dal mondo, mostra, durante la sua permanenza nella cantina, una grande sofferenza, una profonda afflizione, dolori ovunque, insonnia, vomito, ed evidenzia palesemente le offese che la droga hanno portato al suo corpo e anche alla sua mente, ma al tempo stesso in questo turbinio di comportamenti mostra di possedere una grande amorevolezza e affettuosità.
La costrizione forzata della convivenza, la condivisione degli spazi angusti, la dichiarazione delle convinzioni personali come quella di Olivia - Se io e te non avessimo punti di vista saremmo liberi di osservare la realtà come realmente è, senza farci influenzare,  oppure  il dialogo sulle conseguenze della droga: O. -  Quando ti fai non ti tocca nulla, non senti più niente, nessuno ti può fare del male quando ti fai, L. - Be', non è una figata?, O. - No, non è una figata ... perchè sei indifferente, e l'indifferenza non è una bella cosa, e poi diventi fredda, cattiva…" , via via fanno nascere, anzi scoprire, in ambedue quell’affetto semplice e genuino che trasferisce nel loro animo felicità e condivisione di sentimenti, e che gli fa scoprire la forza dell’amore, che li porta a vedere il mondo da cui hanno cercato di fuggire da un’altra visuale.
Bravissimi i due attori giovani alle prese con la loro fatica cinematografica, Jacopo Olmo Antinori e la bellissima e affascinante catanese Tea Falco.
Il film è tratto da libro omonimo di Niccolò Ammanniti, biologo mancato, ma scrittore molto prolifico sia per i lettori che per i registi, che è passato alla ribalta sia con il libro “Io non ho paura”(2001) da cui nel 2003 Gabriele Salvatores realizzò il film omonimo, sia perché ha vinto il premio Strega nel 2007 con il romanzo “Come dio comanda” da cui lo stesso Salvatores  realizzò un altro bel film.
Bernardo Bertolucci, che ritorna dopo molto tempo al cinema dopo la sua malattia che lo ha costretto sulla sedia a rotelle, mostra ancora una volta tutta la sua bravura di grande regista nello sviscerare e interpretare magistralmente i sentimenti della gioventù moderna.

domenica 4 novembre 2012

Il regista Massimiliano Bruno con il film “Viva l’Italia” descrive, in chiave satirica, con amarezza e afflizione il degrado morale e del senso civico del nostro paese.

Titolo: Viva l’Italia
Regia: Massimiliano Bruno
Soggetto e sceneggiatura: Edoardo Falcone, Massimiliano Bruno
Musica: Giuliano Taviani, Carmelo Travia
Produzione: Italia, 2012
Cast: Michele Placido, Raoul Bova, Alessandro Gassman, Ambra Angiolini, Rocco Papaleo, Edoardo Leo, Maurizio Mattioli, Rolando Ravello, Elena Cucci, […]

La descrizione sociale e politica, anche se in chiave magistralmente satirica, avulsa da sterile moralismo, che il regista Massimiliano Bruno fa del paese Italia con questo film “Viva l’Italia” è rigorosamente attinente alla realtà attuale. Il regista, per far questo, illustra i connotati di una presumibile famiglia di un capo indiscusso di partito politico al potere, il grottesco Michele Spagnolo (Michele Placido), i cui tre figli, Riccardo (Raoul Bova) medico, Valerio (Alessandro Gassman) amministratore di una società che fornisce il cibo per gli ammalati dell’ospedale, e Susanna (Ambra Angiolini) attrice, sono stati tutti e tre raccomandati (il medico a sua insaputa) per il posto che occupano.
L’ipocrisia dilagante, il cinismo, l’uso della menzogna, l’arroganza, l’assenza di etica e di morale dei politici, il malcostume, lo sperpero del denaro pubblico, l’uso sfrenato delle raccomandazioni, il favoritismo sistematico, il privilegio del demerito a svantaggio del merito, l’ignoranza, la Cultura che viene maltrattata perché incomoda al potere politico, l’opportunismo e il trasformismo di chi vuol fare carriera, l’inciucio, il compromesso, il danneggiamento della sanità pubblica per salvaguardare quella privata, la precarietà del lavoro, la disgregazione della famiglia, il populismo e la demagogia, e chi più ne più ne metta, sono le considerevoli peculiarità salienti che affiorano dalla descrizione satirica delle vicende interne ed esterne che ruotano attorno alla famiglia Spagnolo, in questa stravolgente commedia. Vicende che fanno ridere amaramente gli spettatori della cui esistenza però sono consapevoli visti i corrispettivi fatti di cronaca di questi ultimi tempi.
Il regista costruisce magistralmente, tuttavia, tutte le storie attorno al tema della verità, e lo dimostra quando Michele Spagnolo, colpito da ictus cerebrale, pirandellianamente parlando incomincia a dire tutta la verità come quando, in ospedale, afferma "… io sono ricco, passo davanti, lei è povera e s'attacca al cazzo!".

Il regista, nel corso del film, come voce narrante, dopo aver citato vari articoli della Carta costituzionale sempre disattesi, rinforza ancora il tema della verità sul finire del film quando afferma che bisognerebbe introdurre nella Costituzione italiana un ulteriore articolo, il centoquarantesimo, che dovrebbe sancire che "Tutti i cittadini hanno il diritto di conoscere la verità", in modo che ogni cittadino dopo aver votato consapevolmente possa rendersi conto a posteriori di avere sbagliato oppure no, “aggiustando il tiro” la volta successiva.
Massimiliano Bruno, autore teatrale e televisivo che, con il suo primo film “Nessuno mi può giudicare” con la brava Paola Cortellesi e Raoul Bova, si fa conoscere per la bravura dimostrata dal grande pubblico cinefilo, in “Viva l’Italia” fa uso di un linguaggio satirico che si avvicina a quello del compianto Mario Monicelli perché, come questo regista, non rispetta la retorica, è aggressivo, mette in evidenza il cinismo, il menefreghismo, l’indifferenza, il trasformismo dei politici italiani, smaschera la sacralità e mette in luce anche la fragilità dei suoi personaggi, dei quali evidenzia i caratteri miseri e meschini fino al punto di ridicolizzarli.
Il film è popolato da un gran numero di attori noti e meno noti, che reggono molto bene la loro parte, tra i quali spiccano per la bravura istrionesca Michele Placido e Rocco Papaleo (Tony).

giovedì 25 ottobre 2012

Silvio Soldini con il film “Il comandante e la cicogna” manifesta tutta la sua anima poetica e romantica in un Italia che l’ha persa.

Titolo: Il comandante e la cicogna
Regia: Silvio Soldini
Sceneggiatura: Silvio Soldini,  Marco Pettenello, Doriana Leondeff
Musica: Banda Osiris; la canzone “La cicogna” è cantata da Vinicio Capossela
Produzione, Italia, Svizzera, 2012
Cast: Valerio Mastandrea, Claudia Gerini, Alba Rohrwacher, Giuseppe Battiston, Luca Zingaretti, Luca Dirodi, Serena Pinto, Shi Yang, Michele Maganza, Giselda Volodi, Giuseppe Cederna, Fausto Russo Alesi, […]

Silvio Soldini descrive nel film “Il comandante e la cicogna” una città apparentemente e volutamente anonima perché potrebbe essere una qualsiasi città italiana (in effetti è Torino) rappresentativa del paese Italia, in cui pullula un mondo melmoso e corrotto dove vivono individui, uomini e donne, anche in età adolescenziale, disorientati, senza valori in cui credere e a cui aggrapparsi, che si lasciano trasportare dagli eventi senza possibilità alcuna di riuscire a dominarli. C’è l’idraulico Leo (Valerio Mastandrea), rimasto vedovo, che trova sollievo nel ricordo antropomorfizzato della moglie Teresa (Claudia Gerini), morta in un incidente, perchè non riesce a gestire e controllare i suoi due figli Elia (Luca Dirodi) e Maddalena (Serena Pinto). Il primo molto riflessivo e dalle evidenti capacità creative è molto preso dal comportamento di una cicogna con cui ha instaurato una inconsueta amicizia, e l’altra molto presa da relazioni para-affettive che sfociano immancabilmente in deleteri rapporti sessuali, molto imprudenti e nocivi. Poi c’è Diana (Alba Rohrwacher) che cerca stentatamente di realizzare il suo sogno di pittrice. Ci sono, anche se dai modi di pensare e dai comportamenti antitetici, da una parte il grosso simpatico omone Amanzio (Giuseppe Battiston), non lavoratore di professione e amante del bel vivere, che sbarca il lunario con i proventi che gli arrivano con il contagocce dall’affitto della sua casa, e dall’altra l’avvocato Malaffano (Luca Zingaretti) un professionista lazzarone e truffaldino i cui clienti adepti al malaffare sono o malfattori o in carcere. C’è anche il segugio Emiliano (Michele Maganza) che sfrutta senza ritegno e senza pudicizia i sentimenti pur di raggiungere l’obiettivo per il quale è stato pagato.
Un paese Italia, dunque, in cui l’immoralità e la superficialità imperversano e dove si è perso il senso della storia. Soldini, infatti, fa parlare la statua di Giuseppe Garibaldi che ha lottato e che ha visto tanto sangue versato perché l’Italia risorgesse e diventasse unita, e quella di Leonardo da Vinci,  uno dei più grandi ingegni della storia, e ancora quella di Giacomo Leopardi, grande poeta romantico. Rappresentanti rispettivamente degli ideali, dell’ingegno e della poesia che sono andati via via persi e sostituiti dall’ignoranza, dall’arroganza e dal malaffare. Rappresentanti che se vivessero nei giorni nostri sicuramente si vergognerebbero e si pentirebbero di aver creduto in certi ideali o di aver fatto ciò che hanno fatto per  dare prestigio all’Italia.  Non è un caso che nel film venga recisa la testa del cavaliere Cazzaniga, metafora di chi ha portato in questo stato rovinoso l’Italia. E non è neppure un caso che quella testa diventi il simulacro da custodire e venerare presso lo studio dell’avvocato Malaffano, suo degno sostenitore.
Soldini, tuttavia, dà un messaggio di positività in questo disastroso sfacelo e lo fa attraverso il busto di Leopardi che si gira di notte verso una finestra illuminata dove Leo e Diana hanno fatto l’amore o attraverso al ripresa del volo di una cicogna, simbolo di risveglio e di rinascita. Oserei dire, parafrasando De André “Dal letame nascono i fiori”, che è questo il messaggio che Soldini vuole darci.  Un film ben diretto, in cui tutti gli attori hanno mostrato la loro ormai famosa bravura, compresi i giovanissimi Luca Dirodi e Serena Pinto, e dove hanno trovato vitalità anche le voci di Pierfrancesco Favino, quella di Neri Marcorè e anche quella di Giugno Alberti. Un film che Soldini definisce “surreale, fantasioso e divertente ma decisamente deflagrante”, e che mantiene lo stesso spirito di “Pani e tulipani” (2000) con Licia Maglietta, Bruno Ganz e Giuseppe Battiston, ma che per questa sua specificità fantastica, surreale e grottesca si allontana dai toni realistici di “Giorni e nuvole” (2007) con Margherita Buy, Antonio Albanese e Giuseppe Battiston  o di “Cosa voglio di più”(2010) con Pierfrancesco Favino, Alba Rohrwacher e Giuseppe Battiston (attore preferito da Soldini).

martedì 23 ottobre 2012

Con il film “Lo spazio bianco” Francesca Comencini descrive le vicissitudini di una donna matura in procinto di diventare madre.

Titolo: Lo spazio bianco
Regia: Francesca Comencini
Soggetto: Valeria Parrella
Sceneggiatura: Francesca Comencini, Federica Pontremoli
Produzione: Italia, 2009
Cast: Margherita Buy, Gaetano Bruno, Giovanni Ludeno, Salvatore Cantalupo, Antonia Truppo, Guido Caprino, Maria Paiato, […]

Una gravidanza inattesa crea in Maria (Margherita Buy), insegnante di italiano in una scuola serale, un tale scombussolamento che le sconvolge quell’equilibrio vitale che aveva raggiunto fino a quel momento. Maria, che vive da sola e che data l’età avanzata aveva abbandonato definitivamente il sogno di diventare madre o di farsi un compagno o un marito, quando meno se l’aspetta, in seguito ad un rapporto sessuale, casuale, transitorio, rimane prima incinta e poi sola a gestire la gravidanza perché abbandonata da Pietro (Guido Caprino), l’uomo con cui aveva avuto la relazione “galeotta”. Maria conduce magnificamente la gravidanza ma partorisce prematuramente Irene, una bimba di sei mesi. Il tempo in cui la neonata rimane nell’incubatrice, sospesa tra vita e la morte, fino a quando questa forse acquisirà le capacità fisiologiche che le consentiranno di vivere autonomamente, costituisce “lo spazio bianco”, cioè l’interstizio che c’è tra l’essere e il non essere, il vuoto che ognuno di noi prova in quei particolari momenti della vita caratterizzati da una grande insicurezza, e che fomenta quelle incertezze quotidiane che ognuno tende a sopprimere, spinto da una forza sconosciuta, per giungere a quelle ricercate emozioni che danno un senso alla vita. In quello “spazio bianco” Maria, infatti, inserisce ogni cosa a torto o a ragione, dove, casualmente e spontaneamente a seconda del momento e dei fatti che sta vivendo, intercala  i ricordi belli e cattivi che le affiorano alla mente e i fatti che le succedono  quotidianamente con tutte le palpitazioni e il conseguente sconforto che generano le umane ansie miste alle preoccupazioni, alle inquietudini e alle angustie. Queste, per fortuna e forse per un innata tendenza alla conservazione della specie umana, sono intervallate fortunatamente da frammenti momentanei di gioia. La misteriosa Margherita Buy, una delle poche attrici italiane avulsa a ragione dal gossip, interpreta magistralmente un personaggio che sembra costruito apposta per lei. Per questo film la Buy, infatti, ha avuto la nomination come migliore attrice del premio Nastro d’argento 2010 e la nomination come migliore attrice del premio Davide di Donatello 2010. Francesca Comencini mostra, da parte sua, la bravura e la profondità della grande regista ottenendo il premio Nastro d’argento 2010. Il film è stato tratto dal romanzo omonimo della scrittrice Valeria Parrella.

giovedì 18 ottobre 2012

Con il film “Un sapore di ruggine e ossa” il regista Jacques Audiard descrive gli aspetti tragici e violenti di un mondo senza valori.

Titolo: Un sapore di ruggine e ossa
Titolo originale: De rouille et d’os
Regia: Jacques Audiard
Sceneggiatura: Jacques Audiard, Thomas Bidegain
Musica: Alexandre Despalt
Paese: Francia, Belgio 2012
Cast: Marion Cotillard, Matthias Schoenaerts, Armand Verdure, Corinne Masiero, Céline Sallette, […]
Il regista Jacques Audiard in questo film "Un sapore di ruggine e ossa", basato su libro di racconti “Ruggine e ossa” di Craig Davidson, descrive un mondo in cui c’è assenza di valori e di sentimenti, dove ogni individuo vive senza punti di riferimento, dove si fa sesso solo come bisogno fisiologico e solo quando si è “opè”, dove l’apparire conta più dell’essere, e dove prevale non soltanto la tragedia ma anche la violenza fine a se stessa. La prima, cioè la tragedia, si coglie nella solitudine di un bel bambino di cinque anni, Sam (Armand Verdure), che abbandonato dalla madre, pur vivendo con il padre in una cittadina al sud della Francia, praticamente passa le giornate in solitudine e trova grande conforto e soddisfazione dei propri bisogni affettivi soltanto nell’accudire e nel giocare con due cuccioli. L’attaccamento sentimentale nei confronti dei due cagnolini è così grande che prova un grande dolore nel momento in cui essi vengono dati via dalla zia. La tragedia si coglie ancora nell’evento sfortunato che si abbatte sulla bellissima Stephanie (Marion Cotillard), addestratrice di orche marine, che perde ambedue gli arti inferiori. La tragedia si evidenzia ancora quando il piccolo Sam cade nell’acqua di un lago  in seguito alla rottura della lastra ghiacciata superficiale che la ricopriva. La violenza, invece, si coglie nei sanguinosi incontri clandestini di pugilato che Alain (l’attore belga Matthias Schoenarts), il padre di Sam, compie per sbarcare il lunario.  La violenza sorprende, ancora, quando Alain picchia a malo modo il piccolo Sam perché non vuole uscire dalla cuccia canile, oppure quando cerca di lavarlo a modo suo, perché sporco. La violenza afferra lo spettatore anche quando la sorella di Alain, Anna (Corinne Masiero), viene licenziata dal supermercato in cui lavora, perché è stata ripresa da videocamere nascoste mentre ruba dal magazzino vaschette di yogurt scaduto. In questo film, il regista mostra ancora una volta la sua visione pessimistica della realtà dove vige la legge del più forte, anche se in maniera più pacata rispetto al suo ottimo film “Il profeta” (2009), e dove la violenza ha sempre la parte del leone. Non solo violenza fisica ma anche psichica. E fa intuire anche la concezione sallustiana secondo la quale l’uomo “faber est suae quisque fortunae”, cioè l’uomo è anche artefice della propria sorte. Sostiene, però, che solo affidandosi all’amore si possano trasformare le avversità in eventi fausti. Ma lo dice attraverso la trasparenza del vetro!
Il film dai tratti forti è stato presentato al Festival del Cinema di Cannes 2012 ottenendo il plauso della critica e del pubblico. Bravissima l’attrice Marion Cotillard, indimenticabile sia per l’interpretazione di Fanny  Chenal in “Un’ottima annata“(2006) di Ridley Scott sia per quella magnifica e insuperabile interpretazione della cantante Edith Piaf in “La vie en rose” (2008) di Olivier Dahan che le fruttò il premio Oscar 2008 come migliore attrice.

sabato 13 ottobre 2012

Con il film “Tutti i santi giorni” il regista Paolo Virzì abbandona l’impronta sarcastica e ironica e scopre la vena romantica

Titolo: Tutti i santi giorni
Regia: Paolo Virzì
Sceneggiatura: Paolo Virzì, Francesco Bruni, Simone Lenzi
Colonna sonora: Federica Victoria Caiozzo, in arte Thony
Produzione: Italia, 2012
Cast: Luca Marinelli, Federica Victoria Caiozzo in arte Thony, Micol Azzurro, Claudio Pallitto, Stefania Felicioli, Franco Gargia, Giovanni la Parola, […]

Il film “Tutti i santi giorni” tratto dal romanzo “La generazione” di Simone Lenzi, che è anche uno degli sceneggiatori, tratta della relazione amorosa di una coppia. Il film racconta, infatti, di una strana coppia di due giovani conviventi ultratrentenni, ambedue lavoratori precari. Innamorati però. Siciliana “coatta” lei, molto bella: Antonia (Thony), ignorante, cantautrice, sgradevole nei modi poco ortodossi, impiegata in un autonoleggio, che utilizza un linguaggio scurrile e dozzinale (ad esempio “minchia” sinonimo di pene, dal latino “mencla”, è una parola frequente nel suo lessico), scappata di casa dopo aver litigato con i familiari, in primis con i genitori che le risultano fastidiosi e insopportabili. Di origini toscane invece lui: Guido (Luca Marinelli) lavora come portiere in un albergo, è molto colto - chiamato per questo ironicamente “quidopedia” - e ben educato, lo contraddistingue un animo nobile e genuino, fa uso di un linguaggio spontaneo, elegante e raffinato, dimostra modi gentili e cortesi, ed è molto legato alla sua famiglia. Due giovani che, come cultura, comportamento, origini, modi, usi e costumi, sono agli antipodi. Contemporanea lei. Anacronistico lui. Eppure si amano alla follia, anzi lui ama più lei che viceversa. “Tutti i santi giorni”, di sera, di mattina, di notte, quando capita, fanno sesso appassionante. Un legame basato sulla purezza e sulla genuinità dei sentimenti soprattutto di Guido. Sembrano inseparabili e avulsi dai comportamenti della gioventù moderna, distaccati da quel mondo che ruota attorno a loro, deturpato dal pressappochismo, dall’ignoranza imperante, dal pensiero unico dettato dai talk show televisivi o dalle partite di calcio domenicali, dalla violenza fisica, dalla superficialità, dove le relazioni conviviali sono ridotte all’osso, dove i sentimenti non contano, dove i figli vengono abbandonati dai padri senza alcun problema, dove la precarietà non è solo economica ma anche etica e morale, dove non ci sono punti di riferimento, valori certi a cui aggrapparsi per vivere decentemente. Un mondo ormai lontano da quell’originario concetto di femminilità che è stata deturpata, lesa e vilipesa e da quell’idea di legame affettivo che tiene fortemente unito un uomo ad una donna. E in questo mondo la bella Antonia non si sente all’altezza di Guido, ne soffre sia l’inferiorità culturale che quella comportamentale e con la scusa di non poter avere un figlio, per avere il quale ha lottato tanto, lo lascia e va a vivere con un suo vecchio amico cantante Jimmy (Giovanni La Parola), un giovane senza identità, disorientato, allo sbando. Ma non finisce qui…  Guido e Antonia ripartiranno un’altra volta. Insieme.
“Un film diverso, spiazzante” è “Tutti i santi giorni” come afferma il regista, un inno all’amore contro lo squallore, la superficialità e la rozzezza che caratterizzano il nostro tempo, un film che dimostra come l’amore possa unire due persone culturalmente e socialmente diverse, un film commedia che si distacca nettamente dall’ultimo film di Paolo Virzì “La prima cosa bella” interpretato magnificamente dalla brava Micaela Ramazzotti. Un film dove  Luca Marinelli dimostra di essere un bravo attore così come lo ha evidenziato con la sua precedente interpretazione ne “La solitudine dei numeri primi” e dove Federica Victoria Caiozzo, in arte Thony, che da cantante è stata catapultata ad essere attrice, è stata una vera scoperta.