var _gaq = _gaq || []; _gaq.push(['_setAccount', 'UA-26218038-5']); _gaq.push(['_trackPageview']); (function() { var ga = document.createElement('script'); ga.type = 'text/javascript'; ga.async = true; ga.src = ('https:' == document.location.protocol ? 'https://ssl' : 'http://www') + '.google-analytics.com/ga.js'; var s = document.getElementsByTagName('script')[0]; s.parentNode.insertBefore(ga, s); })();
Visualizzazione post con etichetta film italiano. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta film italiano. Mostra tutti i post

lunedì 17 marzo 2014

In “Smetto quando voglio” un'idea su come si vince lo stato di precariato intellettuale

Titolo: Smetto quando voglio
Regia: Sydney Sibilia  
Sceneggiatura: Valerio Attanasio, Andrea Garello, Sydny Sibilia 
Genere: commedia
Produzione: Italia, 2014
Cast: Edoardo Leo, Valeria Solarino, Valerio Aprea, Paolo Calabresi, Libero De Rienzo, Pietro Sermonti, Lorenza Lavia, Neri Marcorè, Stefano Fresi, [...] 


 
Questo film "Smetto quando voglio", il primo lungometraggio del giovane regista salernitano Sydney Sibilia, è una commedia, geniale nella conduzione che appare scorrevole ed essenziale, originale e singolare nella sceneggiatura, esilarante e coinvolgente per lo spettatore. Esso tratta un tema attualissimo, quello dei precari intellettuali esistenti nel nostro paese, a cui è negata ogni possibilità lavorativa. Nessuno li reclama né il mondo della ricerca né il mondo della manovalanza spicciola. Un’amara realtà drammatica che vivono i giovani del nostro tempo quotidianamente. Tant’è! E la storia ivi raccontata lo dimostra.

Pietro Zinni (Edorado Leo), un bravo ricercatore universitario, viene licenziato per mancanza di fondi, venendo a perdere cinquecento euro mensili (!) che gli davano la possibilità di sopravvivere e di sostenere, ma non in modo esaustivo, tutte le spese condominiali della casa dove abita assieme alla sua compagna  Giulia (Valeria Solarino) che fa l’assistente sociale. Nell’impossibilità di trovare lavoro, essendo neurobiologo, all’insaputa di Giulia, inventa un elaborato processo chimico che gli consente di produrre, partendo da una sostanza naturale, l’eugenolo, una nuova droga, che ha il vantaggio di essere “legale”, dato che la molecola prodotta non è contenuta nell’elenco ministeriale delle droghe illegali. Per fare questo e per il conseguente spaccio coinvolge altri suoi colleghi, anche loro ricercatori precari che si arrangiano con dei miseri lavori non confacenti alle loro rispettive professionalità, Mattia (Valerio Aprea), Andrea (Pietro Sermonti), Arturo (Paolo Calabresi),  Bartolomeo (Libero de Rienzo), Alberto (Stefano Fresi), Giorgio (Lorenzo Lavia). Un gruppo di amici, “i magnifici sette” si potrebbe dire, con competenze varie che vanno dalla macroeconomia all’antropologia, dalle lettere classiche alla’archeologia,alla chimica, che si adoperano magnificamente mettendo in campo le rispettive conoscenze e abilità professionali. Entrano tutti, ovviamente, in una spirale dove il successo risulta immediato ma urta con gli interessi del locale boss, un trafficante di droga, violento e brutale, soprannominato Murena (Neri Marcorè), anche lui una volta ricercatore precario.
Quando si entra in questa spirale è possibile smettere quando si vuole? Allo spettatore l’ardua risposta.
“Smetto quando voglio”, oltre ad essere un film divertente, ha un’alta valenza educativa in quanto e, anche se in maniera spiritosa, mostra il dramma attuale vissuto dai giovani intellettuali del nostro paese che si giocano anche ciò che c’è di più sacro in un individuo: la libertà, pur di continuare a “campare”.
Francesco Giuliano

domenica 19 gennaio 2014

Roberto Faenza in “Anita B.” narra la lotta di una giovane donna contro lo strapotere del maschio

Titolo: Anita B.
Regia:  Roberto Faenza
Soggetto: Edith Bruck
Produzione: Italia, USA, Ungheria, 2014

Cast: Eline Powell, Robert Sheehan, Andrea Osvart, Antonio Cupo, Nico Mirallegro,  Clive Riche, Guenda Gloria, Moni Ovadia, Jane Alexander, […]
Il film è tratto dal romanzo "Quanta stella c'è nel cielo" di Edith Bruck e racconta le vicissitudini di Anita (Eline Powell), una ragazza ebrea, di origine ungherese, internata, assieme ai genitori, nel campo di sterminio di Auschwitz durante la seconda guerra mondiale, e per fortuna scampata all’eccidio, a differenza dei genitori. Subito dopo la guerra (1945), Anita viene accolta nella casa della zia Monika (Andrea Osvart), in Cecoslovacchia, dove le è fatto divieto assoluto di parlare del passato e delle inaudite violenze che gli ebrei hanno sofferto nei campi di sterminio nazisti. Vedendo il film emergono conseguentemente due posizioni, a cui lo spettatore è chiamato a rispondere. Sarà preferibile non ricordare il passato, annullarlo come se nulla fosse avvenuto, per non far soffrire ulteriormente chi è sopravvissuto alle atrocità naziste e per non far angosciare i nascituri o i neonati, opinione questa sostenuta dalla zia Monika, oppure il passato non dovrà essere cancellato, anche se il ricordo ripristina nell’animo della gente il dolore sofferto, per evitare che si riverifichi l’orrenda barbarie dei nazisti sofferta dagli scampati, che è la posizione di Anita?
Un’altra domanda che lo spettatore si pone, durante lo scorrere della pellicola, è quella relativa all’attaccamento e alla simpatia che si instaurano tra un uomo e una donna. Dove sta il confine tra il sentimento che si chiama amicizia -  quello che Anita sente per David (Nico Micallegro) -  e quello che si chiama amore, che determina il concepimento di un figlio conseguente al rapporto sessuale tra Anita e Eli (Robert Sheehan), il fratello dello zio Aron (Antonio Cupo), con il quale la ragazza divide la stanza da letto? E un’altra domanda ancora che il film pone allo spettatore: Può una madre abortire contro la sua volontà per soddisfare le pretese del padre? Meno male che a questo mondo non sempre il male predomina sul bene, così come è avvenuto purtroppo durante il triste periodo che ha visto l’Europa insanguinata per colpa della violenza  nazista e dell’ignoranza fascista. Capita talvolta che,  quando si è persa ogni speranza, si incontrano persone positive,  caratterizzate  cioè da profonda umanità e grande sensibilità, come il medico ginecologo (Clive Riche), che danno aiuto e vigore a chi si trova dinanzi a gravi impedimenti.
Anita, pur essendo giovane, dimostra di avere una forza d’animo eccezionale e determinata che cerca, così come Sabina nel film “Prendimi l’anima” (2003) diretto dallo stesso regista, di far emergere la propria identità lottando strenuamente contro i pregiudizi e lo strapotere del maschio.

venerdì 1 novembre 2013

“Sole a catinelle” per trasmettere un po’ di ottimismo e di vigoria all’italica gente

Titolo: Sole a catinelle
Regia: Gennaro Nunziante
Sceneggiatura: Gennaro Nunziante, Checco Zalone
Produzione: Italia, 2013
Cast:  Checco Zalone, Aurore Erguy, Miriam Dalmazio, Robert Dancs, Ruben Aprea, Valeria Cavalli, Orsetta De Rossi, Matilde Caterina, Augusto Zucchi, […]

Un film “Sole a catinelle” ben congegnato, esilarante, piacevole, rilassante, che esprime bellezza e gradevolezza sin dalle sue prime immagini, tant’è che alla fine vien la voglia di rivederlo per le continue risate che genera e per il conseguente effetto terapeutico che ha sullo spettatore, effetto molto importante e necessario soprattutto in questo periodo in cui la cronaca gli propina continuamente sempre le stesse cose e gli stessi personaggi, come se chi ha perso il lavoro e non lo trova, chi è disoccupato o chi non ha i soldi per campare non abbia la stessa importanza se non di più. “Ridere fa bene alla salute” e trovare, oggi, un pretesto che faccia ridere risulta fondamentale. Recentemente, infatti, è stato scoperto che, durante la risata, dal cervello di un individuo vengono prodotte delle sostanze chimiche, classificate come ormoni, chiamate “endorfine”. Queste hanno proprietà antidolorifiche e la loro azione si avvicina a quella della morfina (per questo l’end-orfina ha la stessa desinenza della m-orfina) e dell’oppio, che contiene oltre alla morfina anche la codeina e la tebaina, sostanze appartenenti al gruppo degli alcaloidi anch’esse con proprietà analgesiche. La scoperta empirica degli effetti benefici della risata fatta dai nostri antenati, di cui quel detto proverbiale ne è una prova, circa quattro anni orsono è stata provata sperimentalmente ed è per questo che le endorfine vengono chiamate anche “ormoni della felicità”. Per tutto questo si è sviluppata una branca della psicologia, detta gelotologia (dal greco gelos, riso, e logos, discorso), che studia la risata e tutte le applicazioni terapeutiche di questa che inducono a curare un individuo depresso. La risata, assieme a tutto ciò che permette la produzione di endorfine, quindi contribuisce al mantenimento della salute di un individuo e, in caso di malattia, tende a indurlo ad un rapido miglioramento umorale alleviandone l’effetto depressivo. La risata è, dunque, un’azione nervosa a portata di mano di tutti che può essere generata raccontando barzellette in compagnia di un gruppo di amici briosi o provocata dalla visione di un film comico o dalla lettura di un libro umoristico o di tutto ciò che può farci sentire bene. Ridere, allora, permette di vedere la vita da un altro punto di vista, quello ottimista, che ci fa osservare il bicchiere sempre mezzo pieno e non mezzo vuoto, ci fa prendere gli avvenimenti, buoni o brutti che siano, sempre col giusto umore, ci fa dimenticare le preoccupazioni e affrontare i problemi con più tenacia, ci fa acquisire serenità e rilassatezza e, quindi, raggiungere quel senso di atarassia e aponia di stampo epicureo. In definitiva la locuzione latina “Faber est suae quisque fortunae”, ovvero “Ognuno è artefice della propria sorte”, sta ad indicare in particolare anche questo: la propria condotta di vita dipende appunto da noi stessi!

 “Sole a catinelle” è un film che fa ridere per tutta la sua durata ed è, per quanto detto sopra, che è consigliabile andarlo a vedere. È un film dove, ancora una volta Checco Zalone nella sua comica “rozzezza” brillante ed espressiva ha rifatto centro con il suo ottimistico fascino. È un film intelligente e spiritoso che utilizza la risata, una verace risata vorace, per discutere dei problemi del lavoro e della famiglia. Un film semplice e profondo al tempo stesso per i temi affrontati: la crisi economica che crea disoccupazione, la disoccupazione che disgrega le famiglie, la scuola che è impotente di fronte a certe problematiche e ne affida l’inefficace soluzione a professionalità esterne che non hanno niente a che fare con la formazione dell’individuo, le frodi fiscali commesse da imprenditori disonesti, i ricchi che si arricchiscono con operazioni illegali alle spalle della povera gente che diventa sempre più povera, l’ipocrisia dilagante dei cosiddetti vip, l’azione dei poteri forti attraverso le logge massoniche, la quale  influenza la politica e l’economia a loro vantaggio. Un film però che riversa sul pubblico ottimismo e intraprendenza.
Laureato in giurisprudenza ma dedito allo spettacolo, Zalone ha uno spiccato senso dell’umorismo geniale e una creatività che sono manifestamente e indiscutibilmente insuperabili. Zalone, il regista Gennaro Nunziante e il produttore Pietro Valsecchi hanno costituito un trio vincente che fa divertire e che, al tempo stesso, fa fare anche ottimi incassi. “Non c’è due senza tre”, dice il proverbio e, infatti, dopo “Cado dalle nubi” (2009) e il grande successo  di  “Che bella giornata” (2011), ecco questo nuovo film strabiliante, “Sole a catinelle”, semplice e profondo, dove scorrono volti giovani, freschi e belli, simpatici e attraenti, come quelli di Aurore Erguy (Zoe Marin), di Miriam Dalmazio (Daniela), di Valeria Cavalli (Juliette Marin) e, soprattutto, quello di Robert Dancs (Nicolò), una giovanissima rivelazione che non ha niente da invidiare ai piccoli “geni” dei film americani.

sabato 5 ottobre 2013

“Anni felici” descrive una storia d’amore in un’atmosfera di incipiente trasgressione sociale

Titolo: Anni felici
Regia: Daniele Luchetti
Sceneggiatura: Sandro Petraglia, Stefano Rulli, Daniele Luchetti, Caterina Venturini
Produzione: Italia, Francia, 2013

Cast: Kim Rosi Stuart, Micaela Ramazzotti, Martina Gedeck, Samuel Garofalo, Niccolò Calvagna, Benedetta Bucellato, Pia Engleberth, […]

Era il 1974, anno in cui ci fu il referendum sul divorzio che sancì, contrariamente alla posizione ecclesiastica intransigente e bigotta, il superamento dell’ipocrisia coniugale dando ai coniugi la facoltà di sciogliere definitivamente il matrimonio, dando un colpo netto al “divorzio all’italiana”. Quell’anno, dunque, segnò il primo passo verso la trasgressione sessuale manifesta, verso la dichiarazione aperta di omosessualità, verso il femminismo e verso la liberazione dal conformismo, quando ancora l’Italia si trovava nel mezzo di un contesto sociale molto difficile e triste a causa del terrorismo dilagante, iniziato qualche anno prima con la strage di Piazza Fontana, alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, a Milano. Il regista Daniele Luchetti dirige questa pellicola “Anni felici”, che non risente affatto di quell’atmosfera terrificante, raccontando una storia dai tratti autobiografici, una storia d’amore difficile ambientata proprio nell’anno dal quale la società si avvia alla conquista dell’autenticità espressiva e della libertà che fino ad allora era stata repressa, quella dell’amore. Il fulcro di questo film appare la trasgressione nei suoi diversi connotati, quello artistico mostrato da Guido (Kim Rossi Stuart), artista d’avanguardia oltre che docente all’Accademia delle Belle Arti che cerca di sfondare nel campo dell’arte, quella extraconiugale della moglie Serena (Micaela Ramazzotti) che, inizialmente aggrappata all’amore coniugale, scopre gradualmente e per caso sia il femminismo che l’omosessualità vivendola come un fatto naturale.
Luchetti, che è stato autore di film importanti e di grande successo come “Il portaborse” con Silvio Orlando (1991), “La scuola” (1995) ancora con Silvio Orlando, “Mio fratello è figlio unico” con Riccardo Scamarcio e Elio Germano (2007) dal romanzo di Pennacchi “Il fascio comunista” ambientato a Latina, “La nostra vita” (2010) con Elio Germano, e che ha sempre saputo attrarre il pubblico con le sue storie ordinarie e realistiche, con questo film non riesce ad essere convincente perché non costruisce quel pathos caratteristico che fa immedesimare lo spettatore alle sue storie, né tanto meno lo sono gli attori principali Kim Rossi Sturt e Micaela Ramazzotti.

mercoledì 31 luglio 2013

“L’amico di famiglia” di Paolo Sorrentino è una descrizione acerba di una società traviata

Titolo: L’amico di famiglia
Regia: Paolo Sorrentino
Produzione: Italia, 2005

Cast: Giacomo Rizzo, Fabrizio Bentivoglio, Laura Chiatti, Gigi Angelillo, Clara Bindi, Marco Giallini, Valentina Lodovini, Giorgio Colangeli, […]
“L’amico di famiglia”, un film ormai datato (la sua uscita nelle sale risale al mese di novembre 2006), trasmesso l’altro giorno in prima serata in un canale televisivo, di cui è bene scrivere di nuovo perché risulta tuttora attualissimo, in quanto descrive una società traviata nei valori e nelle consuetudini, in cui nessun personaggio, per le corrispettive vicissitudini caratterizzate da avido squallore e da miseria d’animo, si salva dal punto di vista morale. Paolo Sorrentino, da grande narratore qual è, non fa il moralista, ma si limita a descrivere soltanto i fatti nudi e crudi delle sue maschere senz'anima e da questa descrizione emerge una società malata, forse ridotta in tale stato da un ventennio di politica cieca e assurda che ha fatto di tutto per far scambiare quei valori nobili, che l’uomo si è conquistato in millenni di storia, con “valori” negativi, come il ricatto, la violenza psicologica oltre che fisica, l’opportunismo, la prostituzione, il cinismo esasperato, e così via.  Ogni personaggio del film manifesta i suoi difetti, i quali invece appaiono come normalità, come se fossero pregi, comportandosi senza pudore, senza pentimento e spesso, anzi sempre, a discapito della dignità. Personaggi deformi e mostruosi come lo strozzino truffaldino, ladro e arruffone, malato di sesso, Geremia (un grande Giacomo Rizzo), succube della propria madre inferma (Clara Bindi) che nella sua immobilità, quasi metafora di una società refrattaria, sostiene che “tutti rubano … e tutti sono infelici”, oppure come la nonna di un bambino che per giocare a Bingo chiede un prestito inventandosi una malattia incurabile (Barbara Valmorin), o, ancora, come l’amico di Geremia, il country Gino (Fabrizio Bentivoglio), abile truffaldino così come lo sono Attanasio (Marco Giallini) e l’avvocato (Giorgio Colangeli). Tra questi personaggi spicca soprattutto la novella sposa dall’aspetto immacolato di una madonna (la bella Laura Chiatti) che il padre (Gigi Angelillo) indebitato fa prostituire a Geremia per sostenere le spese del suo stesso matrimonio, in un ambiente che rappresenta l’Italietta mediocre e fraudolenta fatta di faccendieri e traffichini, dove si pensa che la democrazia abbia peggiorato la società avendo eliminato la schiavitù (Non ci sono piu' servi. Purtroppo la democrazia ha fatto piazza pulita delle buone abitudini), dove tutto è precario (Qui tutto è in affitto, il mondo vi è stato prestato. Io vi porto il mondo quando ve lo perdete), dove l’unico sentimento che emerge è la bruttezza e la cattiveria (Potevamo fare solo i cattivi. I posti da buoni erano già tutti occupati), dove l’amicizia non si sa cosa sia (Devo dire che è un'eventualità alla quale non avevo mai pensato), dove la mostruosità esprime il carattere dell’uomo (Sono l'uomo meno affascinante sulla faccia della terra…. Non ho fiducia in Dio, perchè lui non l'ha avuta in me, altrimenti mi avrebbe fatto un poco più aggraziato!), dove l’egoismo, l’avarizia, la truffa e l’inganno sono i comandamenti da osservare.
Il film fu presentato al cinquantanovesimo Festival di Cannes dove riscosse un grande successo di pubblico ma non di critica forse per l’effetto alone determinato dal precedente film di Sorrentino “Le conseguenze dell’amore “ con Toni Servillo.

mercoledì 29 maggio 2013

Sorrentino con il film “La grande bellezza” racconta con sferzante ironia la Roma dell’”alta” società ricca di vacuità e povera di valori


Titolo: La grande bellezza

Regia. Paolo Sorrentino

Soggetto: Paolo Sorrentino

Sceneggiatura: Paolo Sorrentino, Umberto Contarello

Produzione: Italia, Francia, 2013

Cast: Toni Servillo, Carlo Verdone, Carlo Buccirosso, Sabrina Ferilli, Pamela Villoresi, Iaia Forte, Isabella Ferrari, Galatea Ranzi, Anna Della Rosa, Roberto Herltizka, Giovanna Vignola, Massimo Popolizio, Franco Graziosi, Sonia Gessner, Luca Marinelli, Massimo De Francovich, Dario Cantarelli, Anita Kravos, Ivan Franek, Luciano Virgilio, Lillo Petrolo, Serena Grandi, Vernon Dobtcheff,[…]


Il nostro modo di vivere che si delinea nei suoi aspetti fondamentali sin dalla nascita, equivale a stare dentro una gabbia di vetro. Questa ci permette di guardare tutto ciò che viene al di fuori ma non ha via d’uscita se non quella conseguente all’improbabile rottura del vetro che potrebbe essere accompagnata da momenti di dolore e di grande sofferenza. Ogni uomo lungo tutto il suo percorso vitale medita sul niente perché obbligato dalla società in cui vive e dai vincoli imposti dalle regole sociali del momento storico. È indotto continuamente a  mettersi la maschera, a fingere costantemente, spinto da un senso nullifero che lo affligge senza sosta per tutta la sua esistenza. Vive invece in uno stato di torpore sia fisico che mentale come se fosse nella valle dell’Eden, beato e sereno. Arriva  poi la morte senza che egli abbia trovato una risposta a tutto ciò. Se, tuttavia, durante la vita egli si desta da questo generale intorpidimento mentale e, fortunato, coglie la vera essenza della vita, allora si spoglia di ogni forma di oppressione e diventa un eroe. Ma questo succede raramente o non succede affatto. L’eroe, infatti, è colui che, per caso o per necessità, riesce a liberarsi da tutto il peso dei condizionamenti che frenano il suo ardore, la sua voglia di crescere, il suo desiderio di divenire un uomo libero per cogliere l’umanità che è in lui, e agisce al di fuori di tutti quegli schemi che la società nel suo complesso gli impone. Libertà illusoria che porta alla morte involontaria come avviene per la spogliarellista Ramona (Sabrina Ferilli) o volontaria come succede al giovane depresso (Luca Marinelli). Ogni individuo ama deambulare attraverso la vita senza pensare a quello che fa e, alla fine, volgendosi indietro si accorge quanto miserabili e squallide siano state le proprie azioni. Allora la vita che ha vissuto la sopporta male perché si rende conto di aver perso tanto tempo ed è troppo tardi per poter cambiare il proprio modus vivendi. È quello che succede al protagonista del film, lo scrittore, giornalista e critico teatrale Jep Gambardella (Toni Servillo), un vitellone per intenderci, che ha scritto un solo romanzo in gioventù, dal titolo consono al tema affrontato dal film “L’apparato umano”.
Ma oggi anche la religione si mostra distratta e non disponibile ad accogliere i lamenti e le frustrazioni di chi si accorge dell’illusione provocata da questa società malaticcia, inconcludente e priva di scopo. Prova ne è il comportamento tutt’altro religioso e attento alle problematiche esistenziali del cardinale festaiolo (Roberto Herltizka), grande conoscitore solo di ricette culinarie. Al finir della vita ci si addentra profondamente negli antri oscuri della propria coscienza che grida perdono. Ma chi lo deve dare questo perdono se non si crede ad un essere superiore? Piuttosto che trovare un’entità che lo possa perdonare, dovrebbe essere lui stesso a comportarsi in modo da non avere niente da farsi perdonare. È cosa fatua chiedere a Dio ciò che lui può procurarsi da solo?
Emerge dal film tutto questo. Emerge soprattutto l’aspetto deleterio e nocivo, che pone in sordina la cultura, evidenziato dal fatto che Jep Gambardella non ha scritto altri libri oltre il primo perché distratto dalla vita mondana in cui si è calato  e da “altre faccende affaccendato”, e anche dal fatto che l’attore teatrale (Carlo Verdone), colto da giusto sconforto, abbandona la scena e il teatro e se ne ritorna al suo paese natio per sempre. Nel film “La grande bellezza” sin dalle prime immagini emerge soprattutto il contrasto tra la grandezza monumentale di Roma e la sua secolare bellezza e la Roma-Babele dove si svolge una vita vuota, squallida, e priva di senso e di valori.
Il film, ricchissimo di attori di elevato livello artistico, ricorda “La dolce vita” di Federico Fellini (1960, Palma d’oro al XIII Festival di cannes e Premio Oscar per i costumi) ma se ne differenzia in quanto Paolo Sorrentino descrive magistralmente e con una sferzante punta ironica, come un affresco, la “disumanità” imperante dell’uomo e calca la mano impietosa su tutti i protagonisti senza concedere a niuno scampo o salvezza tranne a chi per impotenza rinuncia a vivere.
La narrazione del film è volutamente disorganica così come scompaginata si svolge la vita dei protagonisti, e per questo appare talora a tratti disorientante, ma travolgente per lo spettatore.

venerdì 3 maggio 2013

“La forza del passato” rivive nel film poetico “Fedele alla linea” di Germano Maccioni


Titolo: Fedele alla linea – Giovanni Lindo Ferretti

Regia: Germano Maccioni

Soggetto e sceneggiatura : Germano Maccioni

Produzione: Articolture in associazione con Apapaja, Italia 2013

Cast: Giovanni Lindo Ferretti

 

“Fedele alla linea” del regista Germano Maccioni, presentato in anteprima, a Roma, alla stampa giovedì 2 maggio, è un film dai connotati sui generis. Un film sicuramente documentario perché basato su documenti ma con uno stampo lontano dal comune modello documentarista, dove le immagini sostituiscono con sagacia le parole e con un cast costituito da un solo attore. “Fedele alla linea” è un film che ritrae, attraverso una sintesi di diversi documenti sia video che fotografici sia musicali, fatta con grande maestria, i caratteri essenziali e l’evoluzione elicoidale del pensiero di un uomo del nostro tempo nel corso della sua vita, un poeta con tutte le sue contraddizioni e la sua profonda umanità: Giovanni Lindo Ferretti. Un film, in definitiva, che ritrae"…un poeta contemporaneo…” che racconta “…la saga umana e artistica di Giovanni Lindo Ferretti per restituire la complessità di un personaggio che ancora oggi scatena sentimenti e opinioni contrastanti".

Giovanni Lindo Ferretti è il cantante che assieme al chitarrista Massimo Zamponi fondò, nel 1982, a Berlino, il gruppo musicale punk rock italiano “CCCP Fedeli alla linea”, scioltosi nel 1990, da cui il regista ha ricavato il titolo di questo gioiello cinematografico. “Fedele alla linea” è un film basato, come già detto, su immagini stupende e monologhi di Ferretti dove le une e gli altri si adattano perfettamente alle sue idee e che si srotolano in un contesto scenografico montano rurale, epico, povero di mezzi ma continuamente arricchito da quel rapporto quotidiano uomo-natura essenziale per acquisire un senso alla vita, dove appunto il concetto di “povertà” comunemente intesa è “sinonimo di libertà”. Libertà che viene richiamata e rappresentata più volte nel film dalla figura epica del cavallo che contrasta con quella vita che si svolge in una città dove la povertà è “sinonimo di schiavitù”. Un film agile, ben costruito, che, come dice lo stesso regista, non è biografico né musicale e che affronta i temi fondamentali che riguardano ogni essere umano, tra cui quello della contestazione giovanile, quello della morte, quello della malattia che si ripete differenziandosi nei modi quasi in modo ciclico, quello del senso della vita, quello del rapporto madre-figlio, quello della religiosità che è insita nel comportamento di una persona. Tutti temi questi che appartengono a ogni essere umano e che, per questo, danno al film il carattere di universalità. Sebbene alcune di queste questioni siano negative per l’esistenza di un uomo, il regista con  una narrazione fluida, stupenda, accattivante, coinvolgente, evidenzia di ognuno di esse l’aspetto positivo colto da Ferretti. E per questo il film appare fresco, genuino, scorrevole, avulso da qualsivoglia denuncia, intriso di quel senso della vita che descrive, dunque, gli aspetti vantaggiosi di ogni azione subita o fatta dall’uomo, anche quella più dolorosa con la rappresentazione di un mondo di cui si sta perdendo la memoria, in cui il valore della morte “si vive” tutti i giorni e a cui ci si abitua a tal punto da non far paura. Di quel mondo che l’instaurarsi della società “moderna” vuol inconsapevolmente distruggere i connotati degli antichi valori che l’essere umano a fatica e stentatamente si è costruito nel corso dei millenni della sua esistenza sulla Terra.  Un film dalle immagini meravigliose, rustiche, primordiali, statiche, fisse nel tempo, che descrivono un piccolo paese abbandonato dell’appennino emiliano dove, come dice Ferretti, si è vissuto un medio-evo fino a circa mezzo secolo fa, finché non vi fu tracciata una strada, la quale, per ironia della sorte, fu interrotta da una frana come per significare che quel mondo non doveva essere contaminato.

La visione di questo film, che genera forti emozioni, evidenzia, dunque, una domanda dal significato esistenziale e da cui emerge una continua ricerca di autenticità di vita tant’è che la stessa malattia, come sostiene ancora Ferretti, è vissuta  come “la parte più vitale della mia vita”. Per questo il regista racconta questo mondo, lontano e vicino al tempo stesso da ciascuno di noi, prima che se ne perda la memoria, sfruttando appunto il ritorno definitivo alle origini di Ferretti, da cui emerge la “forza del passato”, la sua possanza come recita Dante Alighieri “Quivi è la sapienza, e la possanza, ch'aprì le strade tra 'l cielo, e la terra” (Paradiso, XXIII),  o come si evince dal romanzo “I sassi di Kasmenai” (ed. Il foglio, 2008) o così come ha fatto dire Pasolini nell’episodio “La ricotta” del film "RoGoPaG" (acrostico di Rossellini, Godard, Pasolini e Gregoretti) (1963):

"Io sono una forza del Passato./  Solo nella tradizione è il mio amore./  Vengo dai ruderi, dalle Chiese,/ dalle pale d'altare, dai borghi/ dimenticati sugli Appennini o le Prealpi,/  dove sono vissuti i fratelli./  Giro per la Tuscolana come un pazzo,/ per l'Appia come un cane senza padrone./  O guardo i crepuscoli, le mattine/ 
su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo,/  come i primi atti della Dopostoria,/  cui io sussisto, per privilegio d'anagrafe,/  dall'orlo estremo di qualche età/ sepolta. Mostruoso è chi è nato/  dalle viscere di una donna morta./  E io, feto adulto, mi aggiro/  più moderno d'ogni moderno/  a cercare i fratelli che non sono più".

Il film, distribuito da Cineteca di Bologna in collaborazione con Articulture e Apapaja, uscirà nelle sale a partire da venerdì 10 maggio.

venerdì 12 aprile 2013

Con il film “Benvenuto presidente!” il regista Riccardo Milani fa una satira pungente della nostra classe politica


Titolo: Benvenuto presidente!

Regia: Riccardo Milani

Sceneggiatura: Fabio Bonifacci

Produzione: Italia 2013

Cast: Claudio Bisio, Kasia Smutniak, Beppe Fiorello, Cesare Bocci, Massimo Popolizio, Remo Girone, Omero Antonutti, Piera degli Esposti, Gianni Cavina, Patrizio Rispo, Franco Ravera, Michele Alhaique, […]

 
Riccardo Milani è un regista che ha posto nei suoi film soprattutto  l’attenzione su quella parte della classe medio bassa della società, evidenziandone i  valori solidi e profondi sicuramente di segno contrario a quelli inesistenti e futili della classe borghese. Egli dimostra con questa concezione la sua poliedricità a tutto tondo con la quale riesce a descrivere storie di varia natura. Passa, infatti, da film tristi e tragici come  il dramma “Piano solo” (2007), in cui racconta la biografia del pianista jazz Luca Flores, morto suicida,  a film come la commedia “Benvenuto Presidente!” con il quale affronta in modo ironico e pungente il problema della situazione politica italiana, inventandosi una storia che la calza molto bene e che viene molto gradita dal pubblico per la sua comicità. Ci riesce per un uso intelligente  di espressioni e di  figure-tipo tratte dall’attualità e per un fantastico utilizzo di situazioni di sicuro effetto comico che fanno ricordare la commedia latina di Tito Maccio Plauto. Milani crea, infatti, sapientemente delle maschere eccessivamente esagerate e istrioniche, per dare subito l’idea esatta del carattere del personaggio interpretato. Costruisce ogni personaggio nei suddeti termini curandoli nei minimi dettagli: il politico con la barbetta (Beppe Fiorello), il politico grassoccio (Massimo Popolizio), il politico belloccio (Cesare Bocci), e ancora il segretario generale (Omero Antonutti), la madre anarchica (Piera degli Esposti), Piero il figlio del presidente (Michele Alhaique), il rappresentante dei cosiddetti poteri forti, alias il signor Fausto (Gianni Cavina), e soprattutto Peppino (Claudio Bisio) che, eletto Presidente della Repubblica italiana per sbaglio e a sua insaputa, all’atto del suo insediamento afferma per rafforzare la vis ironica “per cambiare davvero questo paese serve gente preparata…”.
Riccardo Milani, che esordisce come regista con il film “Auguri professore” (1997), in “Benvenuto Presidente!” riesce a rendere comici grandi attori di teatro come Omero Antonutti o Piera degli Esposti e a far capire come sia manifesta nella realtà italiana la comicità espressa dalle azioni di alcuni dei nostri politici.

venerdì 11 gennaio 2013

Oggi ci ha lasciato Mariangela Melato, una grande attrice da non dimenticare.



Oggi è morta, dopo una lunga malattia, l’attrice Mariangela Melato. Aveva 71 anni e, il 19 settembre prossimo ne avrebbe compiuti 72. E dispiace quando i migliori vanno via per sempre perché lasciano nel dolore e nella desolazione chi li ha voluti bene. E Mariangela Melato era una delle migliori attrici italiane.

Conobbi per la prima volta Mariangela Melato e le sue spiccate e poliedriche qualità di attrice valente e versatile quando andai a vedere il bellissimo film tragicomico di Lina Wertmuller, “Mimì metallurgico ferito nell’onore” (1972), dove interpretava “Fiore”, l’amante di Carmelo Mardocheo, recitato da un altro grande attore, Giancarlo Giannini. Per questo film le venne assegnato il Nastro d’Argento 1973 come migliore attrice, dopo aver ottenuto l’anno precedente, per la sua recitazione in un altro bel film “La classe operaia va in paradiso” (1972) di Elio Petri, il primo Nastro d’Argento della sua carriera. Mi piace ricordarla con i suoi primi più bei film, ora che ci ha lasciato, quando agli inizi degli anni settanta iniziava la sua brillante carriera di attrice cinematografica, che l’ha portata via via al successo e alla popolarità, facendola diventare un mito dello spettacolo italiano. Due anni più tardi, nel 1974, interpretava una ricca signora borghese di Milano, Raffaella Pavoni Lanzetti, sempre in coppia con Giancarlo Giannini (Gennarino Carundrio, il rozzo marinaio meridionale comunista a cui Raffaella si è assoggettata perdutamente per sesso e per amore) nel film che ritengo un capolavoro di Lina Wertmuller, “Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare d'agosto”. Chi può dimenticarsi di quei dialoghi particolari, che da una parte (Raffaella Pavoni Lanzetti) avevano un linguaggio raffinato, aristocratico e lessicalmente ricco e dall’altra (Gennarino Carundrio) un linguaggio grezzo, rustico, volgare. Dialoghi che hanno divertito e che sono rimasti latenti nella mente dello spettatore, e dei quali riporto una breve parentesi.

<< Raffaella: “Sì ti prego amore, tu sei il mio primo vero uomo…sodomizzami!”
Gennarino: “Senti un po’, brutta fitusa borghese carugnona: ma tu lo fai apposta per farmi sentire ignorante con ‘ste parole difficili! Ma questa cosa che porcheria è, che nun te capisco? ! Che caspita sarebbe?” >>

 

Ovviamente la sua carriera successiva godrà di altri bei film che le permetteranno di ottenere tanti altri premi come migliore attrice:

-         David di Donatello con i seguenti film: “La poliziotta” (1975) di Steno, “Caro Michele” (1977) di Mario Monicelli, “Il gatto” (1978) di Luigi Comencini, e “Aiutami a sognare” (1981) di Pupi Avati.

-         Nastro d’Argento, in aggiunta a quelli già indicati, con i seguenti film: “Caro Michele” e “Aiutami a sognare”, e poi “Dimenticare Venezia” (1979) di Franco Brusati.

Verso la fine degli anni novanta, dopo essere stata brava interprete nel film “Un uomo perbene” (1999) di Maurizio Zaccaro e nel film di Mario Monicelli, “Panni sporchi” (1999), ritornò al teatro, la sua grande passione, dove ha mostrato fino agli ultimi tempi la sua grande versatilità di attrice, ballerina, cantante.

giovedì 10 gennaio 2013

Il film “C’era una volta” è una storia fantastica raccontata con lo stile di Francesco Rosi



Titolo: C’era una volta
Regia: Francesco Rosi
Soggetto e sceneggiatura: Francesco Rosi, Giuseppe Patroni Griffi, Tonino Guerra, Raffaele La Capria
Musica: Piero Piccioni
Produzione: Italia, 1967
Cast: Sophia Loren, Omar Sharif, Dolores Del Rio, Leslie French, Georges Wilson, Carlo Pisacane, Marina Malfatti, […]


Il film italiano C'era una volta liberamente tratto dal libro “Lo cunto de li cunti” di Giambattista Basile (1575-1632) descrive, alla maniera di una fiaba, la storia d’amore di un principe spagnolo Rodrigo Fernandez (Omar Sharif) con una giovane plebea, Isabella Candeloro (Sophia Loren), che interpreta un’ottima cuoca che vive di espedienti. Questa giovane è protetta da un frate beato Giuseppe da Copertino (Leslie French) che essendo in odore di santità svolazza sopra i tetti come fosse un uccello e detta delle condizioni da rispettare a chiunque, al fine di far loro realizzare certi sogni. Tra questi capita casualmente anche il principe Rodrigo. Per il quale una di queste condizioni è quella che egli si deve far cuocere da Isabella sette gnocchi che deve mangiare dal primo sino all’ultimo. La cosa, tuttavia, non va a buon fine. Comunque tutto termina come ci si aspetta, lo spettatore intuisce la fine del film: il principe Rodrigo, dopo tante peripezie e tanti ostacoli superati brillantemente, sposa la popolana Isabella come per dimostrare che l’amore non fa distinzione di ceto. In questo film, anche se ben diretto, Francesco Rosi è lontano dal suo acume e dalla sua maestria dimostrata nei suoi capolavori, tra cui è degno di nota sia il film di successo di pubblico che di critica  Salvatore Giuliano (1962), per il quale ottenne l’Orso di Argento al Festival del Cinema di Berlino 1962 e, nello stesso anno, il Nastro d’Argento come migliore regista, sia Il momento della verità (1965) per il quale ricevette il Davide di Donatello. Scena del film C'era una volta da ricordare che attrae l’attenzione dello spettatore è quella del carosello finale.

giovedì 15 novembre 2012

Con il film “Venuto al mondo” questa volta Castellitto mette a confronto l’amore con la violenza.


Titolo: Venuto al mondo
Regia: Sergio Castellitto
Soggetto: Margaret Mazzantini
Sceneggiatura: Margaret Mazzantini, Sergio Castellitto
Musica: Eduardo Cruz
Produzione: Italia, 2012

Cast: Penelope Cruz,  Emile Hirsch, Pietro Castellitto, Adnan Haskovic,  Saadet Aksoy, Luca De Filippo, Brando Djuric, Jane Birkin, Mira Furlan, Isabelle Adriani, Sergio Castellitto, […]

 

Sergio Castellitto, bravo attore,  diventato famoso per “L’uomo delle stelle” (1996) di  Giuseppe Tornatore, che gli valse il premio Nastro d’argento 1996 come migliore attore, ha interpretato film sempre di un certo spessore  tra cui “L’ultimo bacio” (2000) di Gabriele Muccino,  “Concorrenza sleale” (2001) di Ettore Scola, “L’ora di religione” (2002) di Marco Bellocchio che gli comportò  il conferimento di un altro Nastro d’argento 2002 come migliore attore. In un certo momento, forse spinto dalla compagna, la scrittrice Margaret Mazzantini, Castellitto decide di fare il regista, e dirige dei film un po’ deludenti come quello di esordio “Libero Burro” (1999) che si rivelò un fiasco, il discutibile  “Non ti muovere” (2004) con Penelope Cruz e poi, nel 2010 l’insoddisfacente “La bellezza del somaro”, film questi ultimi due il cui soggetto è stato tratto dai libri scritti dalla moglie.
Dall’omonimo romanzo scritto dalla moglie deriva anche quest’ultimo film “Venuto al mondo” che Castellitto, mostrando, a differenza dei precedenti , il raggiungimento di una certa maturità di regista, dirige  in modo complesso ma efficace e suggestivo. Mette  in campo, infatti, degli stratagemmi, cioè dei colpi di scena astuti che coinvolgono emotivamente lo spettatore disorientandolo adeguatamente, ma che non compromettono però la bellezza del film che tratta fondamentalmente la storia di due donne passionali, belle sia nell’animo che esteriormente. L’una, Gemma (Penelope Cruz), una bella donna emancipata che, recatasi in Bosnia, prima del conflitto cruento, conosce un giovane fotografo Diego (Emile Hirsch) gioioso, spigliato, divertente, amante della vita e della bellezza. Ella viene travolta sfrenatamente dalla passione per Diego da cui vuole un figlio, “un lucchetto di carne” che lo leghi a sé per tutta la vita e, in questo turbinio fervido, vivace, intenso, brillante,  scopre di non essere  fertile, cioè che non può avere figli. Un dramma fortemente sconvolgente per un donna! Cosa ci sia di più brutto, di più rovinoso, di più sofferto, di più deleterio per una donna che è stata progettata per dare la vita e per amare, Castellitto riesce egregiamente a metterla in risalto.  L’altra, Aska (Saadet Aksoy), una bella donna, affascinante, sensuale, che ama la musica e cantare, fa infatuare di sé Diego allontanandolo anche se parzialmente da Gemma. Da questo momento in poi si instaura un rapporto a tre, Gemma, Diego e Aska, molto complicato e tormentato da cui deriva la proposta di Gemma a Diego (a cui è stata negata dalla legislazione italiana la richiesta di adozione di un figlio) di fare un figlio accoppiandosi con Aska. L’amplesso avviene con la guerra già in atto, in un contesto di violenza così inaudita e priva di senso e di senno tant’è che il medico (Branko Djiuric) che visita Aska, rimasta incinta, di vergognarsi “di appartenere alla razza umana”. Nascerà Pietro (Pietro Castellitto), un figlio della violenza? La risposta forse è insita nella frase pronunciata da Gemma: “i figli si vedono dai padri” e Pietro per il carattere che mostra da grande non può che assomigliare al padre Diego! Gemma, felice, per avere ottenuto il neonato che porta con sé in Italia, a Roma, lascia nell’infelicità più completa Aska per i motivi che lo spettatore scoprirà nel vedere il film.
Emerge nel film a caratteri cubitali il contrasto sempiterno tra chi vuole generare la vita a tutti i costi (Gemma) sperando anche nel miracolo e coloro (i padroni della guerra, i mostri dell’umanità) che, invece, questa vita la eliminano senza pensarci un attimo in modo cruento, crudele e violento. Ci vorrebbe l’attore Buster Keaton, la cui immagine viene evocata al finire del film, con la sua aria stravolta e malinconica, famoso per i continui rovesciamenti di senso per raccontare la storia di “Venuto al mondo”, in cui l’amore prevale comunque sui mostri dell’umanità!  Un film, quindi, denso, intenso, violento sicuramente, pieno di significati e di metafore che fanno riflettere sul senso della vita, dove pullulano attori molto bravi tra cui Penelope Cruz,  Luca De Filippo che veste i panni di Armando, il padre di Gemma, e Adnan Haskovic che interpreta Gojko, il poeta bosniaco che fa scoprire a Gemma un mondo a lei ignoto, ed emerge Pietro Castellitto, figlio della coppia Castellitto-Mazzantini.


sabato 13 ottobre 2012

Con il film “Tutti i santi giorni” il regista Paolo Virzì abbandona l’impronta sarcastica e ironica e scopre la vena romantica

Titolo: Tutti i santi giorni
Regia: Paolo Virzì
Sceneggiatura: Paolo Virzì, Francesco Bruni, Simone Lenzi
Colonna sonora: Federica Victoria Caiozzo, in arte Thony
Produzione: Italia, 2012
Cast: Luca Marinelli, Federica Victoria Caiozzo in arte Thony, Micol Azzurro, Claudio Pallitto, Stefania Felicioli, Franco Gargia, Giovanni la Parola, […]

Il film “Tutti i santi giorni” tratto dal romanzo “La generazione” di Simone Lenzi, che è anche uno degli sceneggiatori, tratta della relazione amorosa di una coppia. Il film racconta, infatti, di una strana coppia di due giovani conviventi ultratrentenni, ambedue lavoratori precari. Innamorati però. Siciliana “coatta” lei, molto bella: Antonia (Thony), ignorante, cantautrice, sgradevole nei modi poco ortodossi, impiegata in un autonoleggio, che utilizza un linguaggio scurrile e dozzinale (ad esempio “minchia” sinonimo di pene, dal latino “mencla”, è una parola frequente nel suo lessico), scappata di casa dopo aver litigato con i familiari, in primis con i genitori che le risultano fastidiosi e insopportabili. Di origini toscane invece lui: Guido (Luca Marinelli) lavora come portiere in un albergo, è molto colto - chiamato per questo ironicamente “quidopedia” - e ben educato, lo contraddistingue un animo nobile e genuino, fa uso di un linguaggio spontaneo, elegante e raffinato, dimostra modi gentili e cortesi, ed è molto legato alla sua famiglia. Due giovani che, come cultura, comportamento, origini, modi, usi e costumi, sono agli antipodi. Contemporanea lei. Anacronistico lui. Eppure si amano alla follia, anzi lui ama più lei che viceversa. “Tutti i santi giorni”, di sera, di mattina, di notte, quando capita, fanno sesso appassionante. Un legame basato sulla purezza e sulla genuinità dei sentimenti soprattutto di Guido. Sembrano inseparabili e avulsi dai comportamenti della gioventù moderna, distaccati da quel mondo che ruota attorno a loro, deturpato dal pressappochismo, dall’ignoranza imperante, dal pensiero unico dettato dai talk show televisivi o dalle partite di calcio domenicali, dalla violenza fisica, dalla superficialità, dove le relazioni conviviali sono ridotte all’osso, dove i sentimenti non contano, dove i figli vengono abbandonati dai padri senza alcun problema, dove la precarietà non è solo economica ma anche etica e morale, dove non ci sono punti di riferimento, valori certi a cui aggrapparsi per vivere decentemente. Un mondo ormai lontano da quell’originario concetto di femminilità che è stata deturpata, lesa e vilipesa e da quell’idea di legame affettivo che tiene fortemente unito un uomo ad una donna. E in questo mondo la bella Antonia non si sente all’altezza di Guido, ne soffre sia l’inferiorità culturale che quella comportamentale e con la scusa di non poter avere un figlio, per avere il quale ha lottato tanto, lo lascia e va a vivere con un suo vecchio amico cantante Jimmy (Giovanni La Parola), un giovane senza identità, disorientato, allo sbando. Ma non finisce qui…  Guido e Antonia ripartiranno un’altra volta. Insieme.
“Un film diverso, spiazzante” è “Tutti i santi giorni” come afferma il regista, un inno all’amore contro lo squallore, la superficialità e la rozzezza che caratterizzano il nostro tempo, un film che dimostra come l’amore possa unire due persone culturalmente e socialmente diverse, un film commedia che si distacca nettamente dall’ultimo film di Paolo Virzì “La prima cosa bella” interpretato magnificamente dalla brava Micaela Ramazzotti. Un film dove  Luca Marinelli dimostra di essere un bravo attore così come lo ha evidenziato con la sua precedente interpretazione ne “La solitudine dei numeri primi” e dove Federica Victoria Caiozzo, in arte Thony, che da cantante è stata catapultata ad essere attrice, è stata una vera scoperta.

lunedì 17 settembre 2012

Renato De Maria con il film “La prima linea” descrive lo sconvolgente periodo degli “anni di piombo” in Italia



Titolo: La prima lineaRegia: Renato De Maria
Sceneggiatura: Fidel Signorile, Ivan Cotroneo, Sandro Petraglia
Produzione Paese: Italia, 2009
Cast: Riccardo Scamarcio, Giovanna Mezzogiorno, Fabrizio Rongione, Duccio Camerini, Michele Alhaique,Lino Guanciale, Dario Aita, Piero Cardano, […]

Il film, “La Prima Linea”, tratto dal libro autobiografico “Una vita in Prima Linea” del terrorista Sergio Segio (nel film interpretato da Riccardo Scamarcio) che negli anni settanta aveva fondato appunto l’organizzazione terroristica di sinistra “Prima Linea”, è diretto da Renato De Maria. In questo film, il regista manifesta quello stile freddo, aspro, duro con il quale descrive una realtà sgradevole, crudele, spietata, violenta, che già aveva manifestato con il suo precedente film “Paz!” (2002) la cui sceneggiatura era stata scritta, tra l’altro, da Ivan Cotroneo, passato ultimamente alla cronaca per aver diretto il bel film “La kriptonite nella borsa” (2011). “La prima linea” è un film sul terrorismo manifestatosi in Italia tra gli anni settanta e ottanta, uno dei pochi trasmesso su Rai3, in prima serata venerdì 14 settembre, mostra l’insensatezza di gruppi di giovani idealisti, imprigionati emotivamente in un ideologismo forse di onnipotenza che voleva sovvertire le istituzioni su cui era stata fondata la Repubblica italiana qualche decennio prima, a cui mancava il senso della “bellezza”, che li aveva fatti sprofondare in un baratro senza fondo o meglio gli aveva fatto intraprendere un viaggio senza ritorno. Era ed è un comportamento dei giovani di quell’età che si sentono Dei, dotati quindi del dono dell’immortalità in quanto molto lontani da quella stagione della vita che è chiamata vecchiaia. De Maria si limita, come un giornalista di cronaca, a descrivere i fatti terroristici descritti da Segio senza prendere posizione e senza dare una spiegazione della matrice che ha generato uno dei periodi più bui della storia repubblicana. È una confessione sugli errori fatti e lo dimostrano alcune affermazioni che Segio fa “Abbiamo perso la nostra umanità la prima volta che abbiamo imbracciato un'arma” oppure “Abbiamo scambiato il crepuscolo per alba”. Non dimentichiamo che i cosi detti “Anni di Piombo” hanno inizio con la strage la strage alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, in piazza Fontana a Milano, avvenuta il 12 dicembre 1969, dove ci furono 17 morti e 88 feriti, e la morte di Giuseppe Pinelli prima e quella del commissario Luigi Calabresi poi. Con questa strage inizia la cosiddetta “Strategia della tensione” che ha provocato in Italia centinaia di morti e di feriti quasi come in una guerra civile: il 22 luglio del 1970 una bomba alla stazione di Gioia Tauro, in Calabria, provoca 6 morti e 66 feriti; il 17 maggio 1973 alla Questura di Milano ci furono 4 morti e 46 feriti; il 28 maggio 1974 a Brescia, a piazza della Loggia, durante un comizio, ci furono 8 morti e 102 feriti, e, nello stesso anno, il 4 agosto l’attentato al treno Italicus, a san Benedetto in Val di Sambro (BO) provocò 12 morti e 105 feriti; ancora il 2 agosto 1980 ci fu la strage più sanguinosa del periodo, alla stazione ferroviaria di Bologna, con 85 morti e circa 200 feriti e, per finire, ancora a san Benedetto in Val di Sembro nel 1984, l’attentato al treno 904 procurò la morte a 17 persone mentre 260 rimasero ferite. Una carneficina diluita nel tempo che ha prodotto circa 140 morti e quasi 900 feriti. Il fatto più grave che su queste stragi non si è fatta ancora luce.
Ritornando al film, il regista, con continui flashback sulla storia del gruppo di "Prima Linea” e sul percorso terroristico intrapreso da Segio, inizia il racconto dalla preparazione di assalto da parte del gruppo di militanti di Prima Linea al carcere per liberare Susanna Ronconi (Giovanna Mezzogiorno), ivi detenuta, con la quale Segio ha condiviso sia gli affetti che l’ideologia, fino ad arrivare all’arresto definitivo di ambedue che segnò la fine dei relativi atti terroristici. (Francesco Giuliano)