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martedì 28 gennaio 2014
Il film “Tutta colpa di Freud” è una commedia briosa che fa presa sul pubblico
Titolo: Tutta colpa di
Freud
Regia: Paolo Genovese
Soggetto: Paolo
Genovese, Leonardo Pieraccioni, Paola Mammini
Sceneggiatura: Paolo
Genovese
Produzione: Italia 2014
Giudizio: ◊ ◊ ◊
Cast: Marco Giallini,
Anna Foglietta, Vittoria Puccini, Alessandro Gasman, Laura Adriani, Vinicio
Marconi, Claudia Gerini, Edoardo Leo, Maurizio Mattioli, Paolo Calabresi, Alessia
Barela, Gianmarco Tognazzi, Daniele Liotti,[…]
Tratto dall’omonimo
romanzo di Paolo Genovese (edito da Mondadori), questo film "Tutta colpa di Freud" appartiene a quel
genere di commedia italiana, spiritosa e briosa, molto gradita dal pubblico
italiano. Genovese che ne è anche il regista, con un cast eccellente di attori
che si muovono agilmente e che coprono magnificamente le parti loro assegnate, in modo intelligente e originale affronta, senza mai essere volgare e osceno e senza usare il consueto
linguaggio scurrile di alcuni film nostrani, il problema dell’identità sessuale,
o meglio quello dell’omosessualità, da cui risulta che questa non si può cambiare per decisione
razionale del soggetto; esamina con garbo, anche, l’infatuazione classica di
una spontanea diciottenne nei confronti di un cinquantenne sposato, dei suoi “sogni … immagini
riflesse, … specchio d'acqua
immobile”, che “svaniscono provandoli a toccare”, come recitano alcuni versi della bella canzone “Tutta colpa di
Freud” di Daniele Silvestri, che viene cantata durante alcune scene del film e
durante i titoli di coda.
Il film nel suo
evolversi sostiene con forza che l’instaurarsi dell’innamoramento non può
essere orientato dal settore in cui lavora una donna, perché non si hanno effetti
di riuscita (“L'amore ha
i denti, i denti mordono. Fanno male, lasciano cicatrici. E quelle cicatrici
non svaniscono più...”), ma che esso dipende da tutti quei fattori emotivi
e sentimentali che sorgono spontanei e che non possono essere repressi quando
si incontra la persona “giusta”. Inoltre, il film mette sul primo piano il ruolo
del padre che dovrebbe mantenere questo ruolo sempre, rinunciando a quella tendenza del
momento che lo indirizza a comportarsi da amico nei confronti dei propri figli.
Tutto viene sintetizzato
in alcuni versi della su citata canzone di Silvestri “… Degli incontri imprevisti,/ delle scelte
sbagliate, / dei dolori
pregressi, dei peccati commessi
una sera d'estate, / delle mille
promesse mancate. …”. Nel film, Marco Giallini ricopre
il ruolo magnifico di uno psicologo, Francesco, padre di tre figlie: Marta (Vittoria
Puccini), la figlia romantica, Emma (Laura Adriani), la figlia diciottenne e,
infine, Sara, la figlia lesbica (Anna Foglietta, che recita la sua parte
magnificamente).
Genovese va ricordato soprattutto
per il film “Una famiglia perfetta” (2012) con Sergio Castellitto per l’originalità
del tema affrontato e per il cast di attori splendidi: Claudia Gerini, Marco
Giallini e Carolina Crescentini.
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venerdì 18 ottobre 2013
Con “Una piccola impresa meridionale” Papaleo lancia un messaggio per risollevare le sorti del paese Italia.
Titolo: Una piccola impresa meridionale
Regia: Rocco Papaleo
Sceneggiatura: Walter Lupo, Rocco Papaleo
Musica: Rita Marcotulli
Produzione: Italia, 2012
Cast: Rocco Papaleo, Riccardo Scamarcio, Borbora
Bovulova, Sarah Felberbaum, Claudia Potenza, Giovanni Esposito, Giampiero
Schiano, Mela Esposito, Giuliana Lojodice, Giorgio Colangeli, […]
I temi del film sono molto attuali e il suo
impianto è coerente, esente da contraddizioni e senza sbavature. Il soggetto riguarda
lo status quo del paese Italia, con l’immobilismo imperante, la mancanza di
lavoro, il sostentamento dei figli disoccupati grazie alla pensione dei
genitori, la mancanza di iniziativa e di cooperazione, l’ipocrisia, il
condizionamento sociale, i pregiudizi della gente, l’ottusità della religione
che piuttosto che unire lacera i rapporti sociali, le leggi aride, senza anima, che
non tengono conto dei rapporti affettivi interpersonali, l’abbandono degli
edifici ormai fatiscenti, come quello del faro spento che si erge maestoso su
una costa incantevole e che permette una visione panoramica del mare da favola.
Sono quegli stessi edifici che, sparsi un po’ ovunque lungo tutta la penisola,
portano su di essi i segni indelebili di fatiche e di lotte che gli abitanti hanno
affrontato per la conquista di ciò che oggi gradualmente si sta perdendo, la
libertà dal bisogno. Situazioni e comportamenti attualissimi che oggi si vivono
quotidianamente. Il film, tuttavia, trasmette un messaggio di speranza, o
meglio dà una ricetta, un input in definitiva, di come si possano risollevare
le sorti del paese Italia. La cooperazione e l’impegno di tutti i cittadini
basati sul rispetto reciproco, sull’amore e sull’accettazione di comportamenti
contrari agli stereotipi imperanti e condizionanti, con la istituzione di un’impresa,
una piccola srls (e da qui il titolo
del film), con la quale risollevare le sorti dell’Italia e quindi di tutti.
Impresa che nel film si impegna a restaurare il vecchio faro abbandonato e a
ridargli il suo vecchio splendore che può essere gustato dal mare stando su una
barca.
Le meravigliose musiche di Rita Marcotulli, che
bene si innestano nel film con il susseguirsi dei vari quadri, accompagnano con
diletto lo spettatore per tutta la visione del film, i cui protagonisti
(interpretati da bravi attori come Rocco Papaleo, Riccardo Scamarcio, Borbora
Bovulova, Giuliana Lojodice, Giorgio Colangeli) però non riescono a possedere e
quindi a trasmettere l’”anima”, il pathos che il ruolo datogli esigeva. Per
questo il film, pur valido nei contenuti, nel complesso delude un po’.
venerdì 12 aprile 2013
Con il film “Benvenuto presidente!” il regista Riccardo Milani fa una satira pungente della nostra classe politica
Titolo: Benvenuto presidente!
Regia: Riccardo Milani
Sceneggiatura: Fabio Bonifacci
Produzione: Italia 2013
Cast: Claudio Bisio, Kasia Smutniak, Beppe Fiorello,
Cesare Bocci, Massimo Popolizio, Remo Girone, Omero Antonutti, Piera degli
Esposti, Gianni Cavina, Patrizio Rispo, Franco Ravera, Michele Alhaique, […]
Riccardo Milani è un
regista che ha posto nei suoi film soprattutto l’attenzione su quella parte della classe
medio bassa della società, evidenziandone i
valori solidi e profondi sicuramente di segno contrario a quelli
inesistenti e futili della classe borghese. Egli dimostra con questa concezione
la sua poliedricità a tutto tondo con la quale riesce a descrivere storie di varia
natura. Passa, infatti, da film tristi e tragici come il dramma “Piano solo” (2007), in cui racconta la
biografia del pianista jazz Luca Flores, morto suicida, a film come la commedia “Benvenuto
Presidente!” con il quale affronta in modo ironico e pungente il problema della
situazione politica italiana, inventandosi una storia che la calza molto bene e
che viene molto gradita dal pubblico per la sua comicità. Ci riesce per un uso intelligente
di espressioni e di figure-tipo tratte dall’attualità e per un
fantastico utilizzo di situazioni di sicuro effetto comico che fanno ricordare
la commedia latina di Tito Maccio Plauto. Milani crea, infatti, sapientemente delle
maschere eccessivamente esagerate e istrioniche, per dare subito l’idea esatta
del carattere del personaggio interpretato. Costruisce ogni personaggio nei suddeti termini curandoli nei minimi dettagli: il politico con la barbetta
(Beppe Fiorello), il politico grassoccio (Massimo Popolizio), il politico
belloccio (Cesare Bocci), e ancora il segretario generale (Omero Antonutti), la
madre anarchica (Piera degli Esposti), Piero il figlio del presidente (Michele
Alhaique), il rappresentante dei cosiddetti poteri forti, alias il signor Fausto
(Gianni Cavina), e soprattutto Peppino (Claudio Bisio) che, eletto Presidente della
Repubblica italiana per sbaglio e a sua insaputa, all’atto del suo insediamento afferma per rafforzare
la vis ironica “per cambiare davvero questo paese serve gente preparata…”.
Riccardo Milani, che esordisce come regista con il film “Auguri
professore” (1997), in “Benvenuto Presidente!” riesce a rendere comici grandi attori
di teatro come Omero Antonutti o Piera degli Esposti e a far capire come sia manifesta
nella realtà italiana la comicità espressa dalle azioni di alcuni dei nostri
politici.
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giovedì 15 novembre 2012
Con il film “Venuto al mondo” questa volta Castellitto mette a confronto l’amore con la violenza.
Titolo: Venuto al mondo
Regia: Sergio CastellittoSoggetto: Margaret Mazzantini
Sceneggiatura: Margaret Mazzantini, Sergio Castellitto
Musica: Eduardo Cruz
Produzione: Italia, 2012
Cast: Penelope Cruz, Emile Hirsch, Pietro Castellitto, Adnan Haskovic,
Saadet Aksoy, Luca De Filippo, Brando
Djuric, Jane Birkin, Mira Furlan, Isabelle Adriani, Sergio Castellitto, […]
Sergio Castellitto, bravo attore, diventato famoso per “L’uomo delle stelle”
(1996) di Giuseppe Tornatore, che gli
valse il premio Nastro d’argento 1996 come migliore attore, ha interpretato
film sempre di un certo spessore tra cui
“L’ultimo bacio” (2000) di Gabriele Muccino,
“Concorrenza sleale” (2001) di Ettore Scola, “L’ora di religione” (2002)
di Marco Bellocchio che gli comportò il
conferimento di un altro Nastro d’argento 2002 come migliore attore. In un
certo momento, forse spinto dalla compagna, la scrittrice Margaret Mazzantini,
Castellitto decide di fare il regista, e dirige dei film un po’ deludenti come quello
di esordio “Libero Burro” (1999) che si rivelò un fiasco, il discutibile “Non ti muovere” (2004) con Penelope Cruz e poi,
nel 2010 l’insoddisfacente “La bellezza del somaro”, film questi ultimi due il
cui soggetto è stato tratto dai libri scritti dalla moglie.
Dall’omonimo romanzo scritto
dalla moglie deriva anche quest’ultimo film “Venuto al mondo” che Castellitto,
mostrando, a differenza dei precedenti , il raggiungimento di una certa maturità
di regista, dirige in modo complesso ma
efficace e suggestivo. Mette in campo,
infatti, degli stratagemmi, cioè dei colpi di scena astuti che coinvolgono
emotivamente lo spettatore disorientandolo adeguatamente, ma che non
compromettono però la bellezza del film che tratta fondamentalmente la storia
di due donne passionali, belle sia nell’animo che esteriormente. L’una, Gemma
(Penelope Cruz), una bella donna emancipata che, recatasi in Bosnia, prima del
conflitto cruento, conosce un giovane fotografo Diego (Emile Hirsch) gioioso,
spigliato, divertente, amante della vita e della bellezza. Ella viene travolta
sfrenatamente dalla passione per Diego da cui vuole un figlio, “un lucchetto di
carne” che lo leghi a sé per tutta la vita e, in questo turbinio fervido,
vivace, intenso, brillante, scopre di
non essere fertile, cioè che non può
avere figli. Un dramma fortemente sconvolgente per un donna! Cosa ci sia di più
brutto, di più rovinoso, di più sofferto, di più deleterio per una donna che è
stata progettata per dare la vita e per amare, Castellitto riesce egregiamente
a metterla in risalto. L’altra, Aska
(Saadet Aksoy), una bella donna, affascinante, sensuale, che ama la musica e
cantare, fa infatuare di sé Diego allontanandolo anche se parzialmente da
Gemma. Da questo momento in poi si instaura un rapporto a tre, Gemma, Diego e
Aska, molto complicato e tormentato da cui deriva la proposta di Gemma a Diego
(a cui è stata negata dalla legislazione italiana la richiesta di adozione di
un figlio) di fare un figlio accoppiandosi con Aska. L’amplesso avviene con la
guerra già in atto, in un contesto di violenza così inaudita e priva di senso e
di senno tant’è che il medico (Branko Djiuric) che visita Aska, rimasta incinta,
di vergognarsi “di appartenere alla razza umana”. Nascerà Pietro (Pietro
Castellitto), un figlio della violenza? La risposta forse è insita nella frase
pronunciata da Gemma: “i figli si vedono dai padri” e Pietro per il carattere
che mostra da grande non può che assomigliare al padre Diego! Gemma, felice,
per avere ottenuto il neonato che porta con sé in Italia, a Roma, lascia
nell’infelicità più completa Aska per i motivi che lo spettatore scoprirà nel
vedere il film.
Emerge nel film a caratteri cubitali il contrasto sempiterno
tra chi vuole generare la vita a tutti i costi (Gemma) sperando anche nel
miracolo e coloro (i padroni della guerra, i mostri dell’umanità) che, invece,
questa vita la eliminano senza pensarci un attimo in modo cruento, crudele e
violento. Ci vorrebbe l’attore Buster Keaton, la cui immagine viene evocata al
finire del film, con la sua aria stravolta e malinconica, famoso per i continui
rovesciamenti di senso per raccontare la storia di “Venuto al mondo”, in cui
l’amore prevale comunque sui mostri dell’umanità! Un film, quindi, denso, intenso, violento sicuramente, pieno di
significati e di metafore che fanno riflettere sul senso della vita, dove
pullulano attori molto bravi tra cui Penelope Cruz, Luca De Filippo che veste i panni di Armando,
il padre di Gemma, e Adnan Haskovic che interpreta Gojko, il poeta bosniaco che
fa scoprire a Gemma un mondo a lei ignoto, ed emerge Pietro Castellitto, figlio della coppia Castellitto-Mazzantini.
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martedì 18 settembre 2012
Nel film di Marco Bellocchio “Bella addormentata” il profilo di “un’Italia cinica e depressa”
Titolo: Bella addormentataRegia: Marco BllocchioSceneggiatura: Marco Bellocchio, Veronica Raimo, Stefano Rulli Produzione: Italia, 2012
Cast: Toni Servillo, Alba Rohrwacher, Michele Riondino, Isabelle Huppert, Maya Sansa, Brenno Placido, Pier Giorgio Bellocchio, Fabrizio Falco, Gianmarco Tognazzi, Roberto Herlitza, Gigio Morra, […]
Il film “Bella addormentata” di Marco Bellocchio affronta il problema dell’eutanasia prendendo spunto dal caso di Eluana Englaro, la ragazza rimasta in coma per diciassette anni che viene fatta trasportare su decisione del padre in un’ospedale di Udine per interrompere il trattamento terapeutico forzato che la teneva in vita. E l’affermazione nel film dello psichiatra (Roberto Herlitza) sancisce ciò "La vita è una condanna a morte, quindi non c'è tempo da perdere". La decisione di interrompere il trattamento sconvolse allora le coscienze degli italiani dividendoli in due fazioni opposte (Guelfi e Ghibellini di storica memoria?): quelli a favore della salvaguardia della vita a tutti i costi e quelli a favore di un diritto civile, quello dell’eutanasia, che come tutti i diritti civili dovrebbe far parte di quel valore molto più ampio che si chiama “libertà individuale”.
La fabula su cui ruota il film è basata sull’asserzione che "L'amore cambia il modo di vedere le cose" detta da Maria (Alba Rohrwacher) la figlia del senatore del PdL, Uliano Beffardi (Toni Servillo) che concentra il messaggio che il regista vuole dare allo spettatore/cittadino con questo bellissimo e magnifico film presentato alla 69^ Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia. E mi piace a riguardo, per rafforzare il concetto, citare l’ultimo verso del XXXIII canto del Paradiso di Dante Alighieri: “…l’amor che move il sole e l’altre stelle”. Ogni nostro gesto è umanamente accettato se dettato dall’amore. A volte per amore siamo costretti, ob torto collo, a prendere decisioni individuali che non sono condivise da altri per coscienza o per presa di posizione di parte.
Il film che si svolge nell’arco di una settimana, agli inizi del mese di febbraio 2009, alcuni giorni prima della morte di Eluana, racconta le vicissitudini del senatore Beffardi che si reca a Roma convocato per votare il decreto che il governo di Berlusconi vuole approvare urgentemente per impedire che il padre di Eluana portasse a termine la sua decisione. Beffardi ha una crisi di coscienza e non vuole votare quella legge che ritiene ingiusta anche perché lui si è trovato in una situazione simile a quella di Englaro, anzi vuole dimettersi dal partito, dove vige il “pensiero unico”, che inibisce la volontà decisionale individuale di ogni parlamentare. Parallelamente a questa storia, nel film si intrecciano altre storie. Quella di un medico, Pallido (Pier Giorgio Bellocchio) che cerca di salvare la tossicodipendente Rossa (Maya Sansa) dal suicidio, e quella di un’attrice, Divina Madre (Isabelle Huppert) che per assistere la figlia in coma, ha perso il senso della vita abbandonando sia il figlio che il marito. Bellocchio in questo film come del resto negli altri suoi film prende posizione facendo emergere che la politica molto spesso non soddisfa i bisogni di umanità del popolo che essa governa, ed esprime anche il suo punto di vista sia nei confronti della Chiesa che difende i suoi dogmi a spada tratta sia nei confronti dei politici che nel legiferare non si comportano secondo coscienza ma secondo i dettami della loro dirigenza partitica.
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lunedì 27 agosto 2012
Nel film “Puerto Escondido” il regista Salvatores si lascia trasportare molto dalla fantasia e dalla bizzarria

Titolo: Puerto Escondido
Regia: Gabriele Salvatores
Sceneggiatura: Gabriele Salvatores, Enzo Monteleone, Diego Abatantuono
Produzione: Italia 1992
Cast: Claudio Bisio, Diego Abatantuono, Valeria Golino, Renato Carpentieri, Antonio Catania, Fabrizio Bentivoglio, Elena Callegari, […]
Ho rivisto recentemente “Puerto Escondido” in TV, trasmesso da La7, dopo venti anni dalla sua prima uscita (1992) trovandolo sui generis non tanto per il contenuto ma per la maniera fantasiosa che il regista Gabriele Salvatores ha utilizzato. È un film giallo ma dai connotati fantastici, bizzarri, a volte anche onirici, la cui trama si svolge soprattutto in Messico “una delle pattumiere degli Stati Uniti. Tutti i loro rifiuti, le cose che non gli servono più” vanno a finire là. E va a finire là anche Mario Tozzi (Diego Abatantuono), un milanese impiegato di banca, abbastanza integrato, dove incontra Anita (Valeria Golino) e Alex (Claudio Bisio) a cui confessa“fino a tre mesi fa facevo una vita normale. Stavo inquadrato, in una società che ha delle regole, e rispettavo le regole: ero convinto che rispettando queste regole ci fossero dei tornaconti, ci fosse una regia occulta che mi muovesse, che mi facesse diventar vecchio in un certo modo, con più saggezza, con delle sicurezze”. Per sfuggire ad un’indagine di polizia su un omicidio dove è implicato il commissario di polizia Viola (Renato Carpentieri), Mario finisce, dunque, in Messico, in un porto segreto, dove si abituerà alla stessa vita di stenti e di espedienti, sicuramente priva di stress, condotta da Alex e Anita, tant’è che Alex afferma “Sai, basta ridurre le esigenze. Più consumi, e più devi trovare i soldi, devi lavorare... poi diventi schiavo... Invece così...”
Dopo il meritato successo e l’ottenimento dell’Oscar con il film Mediterraneo (1991), Salvatores con questo film delude un po’ anche se la sceneggiatura gode di un buon substrato e gli attori si mostrano abbastanza bravi. Il film, infatti, ha ricevuto due Nastri d’argento sia per Diego Abatantuono come migliore attore sia per Renato Carpentieri come migliore attore non protagonista.
Dopo il meritato successo e l’ottenimento dell’Oscar con il film Mediterraneo (1991), Salvatores con questo film delude un po’ anche se la sceneggiatura gode di un buon substrato e gli attori si mostrano abbastanza bravi. Il film, infatti, ha ricevuto due Nastri d’argento sia per Diego Abatantuono come migliore attore sia per Renato Carpentieri come migliore attore non protagonista.
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martedì 20 marzo 2012
La famiglia in crisi descritta nel film “Posti in piedi in paradiso” di Carlo Verdone

Titolo: Posti in piedi in paradiso
Regia:Carlo Verdone
Produzione: Italia 2012
Cast: Carlo Verdone, Micaela Ramazzotti, Marco Giallini, Pierfrancesco Favino, Diane Fleri, Nicoletta Romanoff, Maria Luisa De Crescenzo, […]
Carlo Verdone, come regista, dimostra di avere raggiunto quasi la pienezza artistica con questa commedia, a volte esilarante a volte immalinconente, in cui descrive in modo pressoché realistico uno spaccato della famiglia moderna con i suoi problemi più frequenti: liti di coppia con i relativi problemi dei figli e di mantenimento, e separazioni. Vi è il dramma di tre uomini sfigati, squattrinati e senza lavoro, ognuno con problemi connessi con i figli e in lite con le rispettive mogli per motivi futili, irrilevanti, senza significato, inconsistenti che mettono in risalto che oggi le separazioni e i divorzi sono una questione di moda, uno stereotipo da rispettare a tutti i costi. Se la coppia fosse legata da vero amore non si arriverebbe alla separazione definitiva creando tormenti alle future generazioni. Vi è il dramma di tre mariti, Ulisse Diamanti (Carlo Verdone), Fulvio Brignola (Pierfrancesco Favino) e Domenico Segato (Marco Giallini), che per caso si trovano a convivere nello stesso appartamento e che cercano con tanti sotterfugi ed espedienti di tirare a campare senza possibilità alcuna di porsi il problema del domani. In questo miscuglio eterogeneo si inserisce per caso la bravissima Micaela Ramazzotti, come al solito prorompente nella sua magnifica e sprizzante bellezza, che veste la parte di una cardiologa, Gloria, che flirta con Ulisse, anche lei con un fallito matrimonio molto sofferto alle spalle che la resa impulsiva e irrefrenabile.
Il film soffre verso l’ultima parte in cui si nota con evidenza che Carlo Verdone cerca di dilungarsi facendo tira e molla e puntando non sulle storie in sé ma piuttosto sui caratteri dei personaggi. Cerca di dare, alla fine, una soluzione agli attuali problemi che attanagliano buona parte delle famiglie italiane: il ritorno alla famiglia unita tradizionale.
Regia:Carlo Verdone
Produzione: Italia 2012
Cast: Carlo Verdone, Micaela Ramazzotti, Marco Giallini, Pierfrancesco Favino, Diane Fleri, Nicoletta Romanoff, Maria Luisa De Crescenzo, […]
Carlo Verdone, come regista, dimostra di avere raggiunto quasi la pienezza artistica con questa commedia, a volte esilarante a volte immalinconente, in cui descrive in modo pressoché realistico uno spaccato della famiglia moderna con i suoi problemi più frequenti: liti di coppia con i relativi problemi dei figli e di mantenimento, e separazioni. Vi è il dramma di tre uomini sfigati, squattrinati e senza lavoro, ognuno con problemi connessi con i figli e in lite con le rispettive mogli per motivi futili, irrilevanti, senza significato, inconsistenti che mettono in risalto che oggi le separazioni e i divorzi sono una questione di moda, uno stereotipo da rispettare a tutti i costi. Se la coppia fosse legata da vero amore non si arriverebbe alla separazione definitiva creando tormenti alle future generazioni. Vi è il dramma di tre mariti, Ulisse Diamanti (Carlo Verdone), Fulvio Brignola (Pierfrancesco Favino) e Domenico Segato (Marco Giallini), che per caso si trovano a convivere nello stesso appartamento e che cercano con tanti sotterfugi ed espedienti di tirare a campare senza possibilità alcuna di porsi il problema del domani. In questo miscuglio eterogeneo si inserisce per caso la bravissima Micaela Ramazzotti, come al solito prorompente nella sua magnifica e sprizzante bellezza, che veste la parte di una cardiologa, Gloria, che flirta con Ulisse, anche lei con un fallito matrimonio molto sofferto alle spalle che la resa impulsiva e irrefrenabile.
Il film soffre verso l’ultima parte in cui si nota con evidenza che Carlo Verdone cerca di dilungarsi facendo tira e molla e puntando non sulle storie in sé ma piuttosto sui caratteri dei personaggi. Cerca di dare, alla fine, una soluzione agli attuali problemi che attanagliano buona parte delle famiglie italiane: il ritorno alla famiglia unita tradizionale.
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lunedì 12 marzo 2012
Nel film docu-fiction “Cesare deve morire”, i fratelli Taviani dicono come la Cultura può migliorare gli uomini.

Titolo: Cesare deve morireRegia: Paolo e Vittorio TavianiMusica: Giuliano Taviani e Carmelo TraviaProduzione: Italia 2012
Cast: Salvatore Striano, Cosimo Rega, Antonio Frasca, Giovanni Arcuri, Juan Dario Sonetti, Rosario Majorana, Vittorio Parrella, Vincenzo Gallo, Francesco Carusone, Gennaro Solito, […]
Il film di Paolo e Vittorio Taviani “Cesare deve morire”, che è stato premiato con l'Orso d'Oro al Festival di Berlino 2012, è un docu-fiction tratto liberamente dalla tragedia shakesperiana “Giulio Cesare”, girato tra i corridoi, le celle e il cortile del carcere di Rebibbia, e messo in scena nel piccolo teatro interno al carcere. I personaggi del dramma sono stati affidati ad alcuni detenuti, attori all’uopo selezionati, che hanno recitato con i propri dialetti di appartenenza, il romanesco, il napoletano e il siciliano per rendere ancor più sciolta la loro inconsueta prestazione. Detenuti che secondo i due registi sono “persone che portano con sé delle colpe, ma che sono e restano sempre degli uomini”, e che, partecipando alla realizzazione di questo film in prima persona, hanno dato quel vigore, perduto con la privazione della libertà, alla loro sfortunata esistenza. Scelta originale e intelligente questa dei superlativi registi, che è stata utile per far esprimere a ogni detenuto la propria personalità sulla base dell’esperienza personale e farlo avvicinare pian piano alla cultura, senza costringerlo ad usare la lingua italiana che non gli avrebbe fatto sicuramente emergere e sfolgorare l’umanità latente. È come se la recitazione in “Cesare deve morire” per ogni detenuto fosse stata una trasferta verso la riabilitazione, verso il riscatto che la società non è riuscita a concedergli. Salvatore Striano è stato eccezionale nell’interpretare, indossandone le vesti e la maschera, la figura di Bruto, artefice della congiura che nel pugnalare, assieme agli altri congiurati, Cesare (ruolo interpretato da un altro detenuto, Giovanni Arcuri la cui prestanza fisica ben si è adattata al personaggio), mi ha fatto ritornare alla mente i tempi del liceo quando tradussi la frase tutta in vocativo “Quoque te, Brute, fili mi”, “Anche tu, o Bruto, figlio mio”, che Cesare dice morente guardando il suo figlio adottivo Bruto. La potenza interpretativa di Striano è stata talmente straordinaria e vigorosa che ne ha messo in risalto il pathos e l’innata capacità gestuale e recitativa inconsapevolmente posseduti.
Ogni azione del film ed ogni frase sono state ben dosate. Soprattutto quella frase detta alla fine dal detenuto che ha interpretato Cassio "Da quando ho conosciuto l'Arte, questa cella è diventata una prigione" è considerevole ed eloquente, in quanto l’Arte riesce a far comprendere ai detenuti, che hanno recitato in questo film, cosa sia la libertà perché ha contribuito a far emergere tutta quell’umanità che è dentro ognuno di loro e li ha resi capaci di saper “leggere” la realtà, in cui vivono o in cui sono vissuti, senza veli. Quella frase, secondo il mio punto di vista, è anche una metafora riferita a chiunque, anche a chi vive normalmente in libertà, perché soltanto la Cultura permette ad ogni uomo di interiorizzare l’Arte che gli consente di “liberarsi” dai condizionamenti esterni e dall’omologazione sociale che, tra l’altro, creano in lui, tramite i media, false concezioni ed errati comportamenti che lo ingabbiano irreversibilmente in un contesto da cui è difficile uscire.
Cast: Salvatore Striano, Cosimo Rega, Antonio Frasca, Giovanni Arcuri, Juan Dario Sonetti, Rosario Majorana, Vittorio Parrella, Vincenzo Gallo, Francesco Carusone, Gennaro Solito, […]
Il film di Paolo e Vittorio Taviani “Cesare deve morire”, che è stato premiato con l'Orso d'Oro al Festival di Berlino 2012, è un docu-fiction tratto liberamente dalla tragedia shakesperiana “Giulio Cesare”, girato tra i corridoi, le celle e il cortile del carcere di Rebibbia, e messo in scena nel piccolo teatro interno al carcere. I personaggi del dramma sono stati affidati ad alcuni detenuti, attori all’uopo selezionati, che hanno recitato con i propri dialetti di appartenenza, il romanesco, il napoletano e il siciliano per rendere ancor più sciolta la loro inconsueta prestazione. Detenuti che secondo i due registi sono “persone che portano con sé delle colpe, ma che sono e restano sempre degli uomini”, e che, partecipando alla realizzazione di questo film in prima persona, hanno dato quel vigore, perduto con la privazione della libertà, alla loro sfortunata esistenza. Scelta originale e intelligente questa dei superlativi registi, che è stata utile per far esprimere a ogni detenuto la propria personalità sulla base dell’esperienza personale e farlo avvicinare pian piano alla cultura, senza costringerlo ad usare la lingua italiana che non gli avrebbe fatto sicuramente emergere e sfolgorare l’umanità latente. È come se la recitazione in “Cesare deve morire” per ogni detenuto fosse stata una trasferta verso la riabilitazione, verso il riscatto che la società non è riuscita a concedergli. Salvatore Striano è stato eccezionale nell’interpretare, indossandone le vesti e la maschera, la figura di Bruto, artefice della congiura che nel pugnalare, assieme agli altri congiurati, Cesare (ruolo interpretato da un altro detenuto, Giovanni Arcuri la cui prestanza fisica ben si è adattata al personaggio), mi ha fatto ritornare alla mente i tempi del liceo quando tradussi la frase tutta in vocativo “Quoque te, Brute, fili mi”, “Anche tu, o Bruto, figlio mio”, che Cesare dice morente guardando il suo figlio adottivo Bruto. La potenza interpretativa di Striano è stata talmente straordinaria e vigorosa che ne ha messo in risalto il pathos e l’innata capacità gestuale e recitativa inconsapevolmente posseduti.
Ogni azione del film ed ogni frase sono state ben dosate. Soprattutto quella frase detta alla fine dal detenuto che ha interpretato Cassio "Da quando ho conosciuto l'Arte, questa cella è diventata una prigione" è considerevole ed eloquente, in quanto l’Arte riesce a far comprendere ai detenuti, che hanno recitato in questo film, cosa sia la libertà perché ha contribuito a far emergere tutta quell’umanità che è dentro ognuno di loro e li ha resi capaci di saper “leggere” la realtà, in cui vivono o in cui sono vissuti, senza veli. Quella frase, secondo il mio punto di vista, è anche una metafora riferita a chiunque, anche a chi vive normalmente in libertà, perché soltanto la Cultura permette ad ogni uomo di interiorizzare l’Arte che gli consente di “liberarsi” dai condizionamenti esterni e dall’omologazione sociale che, tra l’altro, creano in lui, tramite i media, false concezioni ed errati comportamenti che lo ingabbiano irreversibilmente in un contesto da cui è difficile uscire.
lunedì 27 febbraio 2012
“Com'è bello far l'amore” di Fausto Brizzi insegna come può salvarsi un matrimonio

Titolo: Com'è bello far l'amore
Regia: Fausto Brizzi
Sceneggiatura: Fausto Brizzi, Marco Martani, Andrea Agnello
Produzione: italia, 2012
Cast: Claudia Gerini, Filippo Timi, Fabio De Luigi, Giorgia Wurth, Virginia Raffaele, Lillo Petrolo, Alessandro Sperduti, Eleonora Bolla, Michele Foresta, Michela Andreozzi, Margherita Buy, […]
Il regista Fausto Brizzi in questo film ha manifestato ormai quel consolidato estro che, con la Notte prima degli esami (2006) e con il successivo la Notte prima degli esami – oggi (2007), gli ha permesso di ricevere nel 2007 l’ambito premio David di Donatello come Migliore Regista Esordiente. Non è adatto per i ben pensanti questa commedia, dal titolo pleonastico Com'è bello far l'amore, che descrive i consueti comportamenti che le persone assumono, siano essi mariti o mogli o figli, nell’attuale realtà familiare quotidiana. La presenza nel cast di un’attrice come Claudia Gerini, fa ricordare per una certa affinità e analogia quel famolo strano del film Grande, grosso e Verdone (2007) di Carlo Verdone, senza però mai cadere nella volgarità, la quale invece viene schernita e ridicolizzata. Pur affrontando un tema particolare, quello del sesso tra coniugi ma anche quello tra giovani, tema che se non fosse trattato oculatamente e con magistralità potrebbe trascendere facilmente nella sconcezza e nella oscenità, il regista ironizza con acutezza e perspicacia su certi comportamenti maschili che potrebbero apparire scandalosi o addirittura suscitare la permalosità di tutte quelle persone che spesso ipocritamente assumono posizioni moraliste o che si scandalizzano di fronte a certe scene che sono poca cosa di fronte a taluni spettacoli televisivi. Si descrive nel film, da una parte, il calo della mascolinità dell’uomo moderno e dei molteplici squallidi espedienti a cui questi può ricorrere per mostrare tutta la sua virilità e, dall’altra parte, il mutato comportamento della donna che ha indebolito la sua femminilità, che dovrebbe essere espressione di dolcezza, tenerezza, grazia, fascino, bellezza, charme. Cause queste che portano nella maggior parte dei casi dei matrimoni i coniugi ad una pausa di riflessione, preludio ineluttabile della relativa rottura. Cause che possono avere origine anche da una acquisita quotidianità abitudinaria, dalla perdita di fantasia nel rapporto, dalla consolidata refrattarietà delle relazioni affettive, dalla non cura di quel sentimento sublime che è l’amore. Per ovviare a tutto questo bisognerebbe affidarsi ad una duratura correlazione creativa tra i coniugi amanti così come è descritto, ad esempio, nel romanzo Il cercatore di tramonti (ed. Il foglio): [...] Il desiderio ardente, che si era manifestato contemporaneamente nei due amanti quella notte, li indusse in modo minuzioso accurato preciso a ricercare ogni minimo particolare dell'azione amorosa. La passione li travolse a tal punto che i due innamorati provarono, senza stancarsi neppure per un attimo, giochi amorosi soliti ma soprattutto insoliti. E più i giochi d’amore erano improvvisati tanto più focosamente e impetuosamente li azzardavano, ne assaporavano il gusto e li ripetevano. Fu una notte fantastica quella notte. Non ci fu niente di premeditato, e per questo essa risultò veramente autentica e originale. Dalla letizia prodotta dal rapporto si era generato l’amore.
Non si può quindi addossare la colpa ad uno solo dei coniugi se il matrimonio va a rotoli. Perché il rapporto duri ciascuno dei due coniugi deve inventarsi cose nuove, deve essere trasgressivo disinibito spregiudicato, deve rinnovarsi continuamente sia nei comportamenti che nei modi di dire, deve trovare quella vena romantica che, oggi, purtroppo, è stata relegata nei viluppi del conformismo e del pressappochismo, nei dedali della moda e, quindi, nella foggia del pensiero unico o ancora nei meandri dell’omologazione sociale. Se gli altri lo fanno lo posso fare anch’io, anzi lo faccio anch’io! - è questo l’orientamento comunemente diffuso. Perché il matrimonio duri per tutta la vita bisogna smetterla, inoltre, di piangersi addosso e di farsi influenzare dagli altri e dai media. Se le cose vanno male la colpa è di ambedue i coniugi che non hanno la forza di combattere assieme contro tutti i mali e i condizionamenti che provengono dall’esterno.
Abile dunque il regista Fausto Brizzi perché è riuscito a confezionare un bel racconto senza cadere nel cattivo gusto, dove la figura del bravo Filippo Timi (il pornodivo Max) appare prorompente su tutti gli altri attori ma non essenziale. Soddisfacente l’interpretazione di Claudia Gerini (Giulia), mentre quella di Fabio De Luigi (Andrea) appare scarna e tirata.
Regia: Fausto Brizzi
Sceneggiatura: Fausto Brizzi, Marco Martani, Andrea Agnello
Produzione: italia, 2012
Cast: Claudia Gerini, Filippo Timi, Fabio De Luigi, Giorgia Wurth, Virginia Raffaele, Lillo Petrolo, Alessandro Sperduti, Eleonora Bolla, Michele Foresta, Michela Andreozzi, Margherita Buy, […]
Il regista Fausto Brizzi in questo film ha manifestato ormai quel consolidato estro che, con la Notte prima degli esami (2006) e con il successivo la Notte prima degli esami – oggi (2007), gli ha permesso di ricevere nel 2007 l’ambito premio David di Donatello come Migliore Regista Esordiente. Non è adatto per i ben pensanti questa commedia, dal titolo pleonastico Com'è bello far l'amore, che descrive i consueti comportamenti che le persone assumono, siano essi mariti o mogli o figli, nell’attuale realtà familiare quotidiana. La presenza nel cast di un’attrice come Claudia Gerini, fa ricordare per una certa affinità e analogia quel famolo strano del film Grande, grosso e Verdone (2007) di Carlo Verdone, senza però mai cadere nella volgarità, la quale invece viene schernita e ridicolizzata. Pur affrontando un tema particolare, quello del sesso tra coniugi ma anche quello tra giovani, tema che se non fosse trattato oculatamente e con magistralità potrebbe trascendere facilmente nella sconcezza e nella oscenità, il regista ironizza con acutezza e perspicacia su certi comportamenti maschili che potrebbero apparire scandalosi o addirittura suscitare la permalosità di tutte quelle persone che spesso ipocritamente assumono posizioni moraliste o che si scandalizzano di fronte a certe scene che sono poca cosa di fronte a taluni spettacoli televisivi. Si descrive nel film, da una parte, il calo della mascolinità dell’uomo moderno e dei molteplici squallidi espedienti a cui questi può ricorrere per mostrare tutta la sua virilità e, dall’altra parte, il mutato comportamento della donna che ha indebolito la sua femminilità, che dovrebbe essere espressione di dolcezza, tenerezza, grazia, fascino, bellezza, charme. Cause queste che portano nella maggior parte dei casi dei matrimoni i coniugi ad una pausa di riflessione, preludio ineluttabile della relativa rottura. Cause che possono avere origine anche da una acquisita quotidianità abitudinaria, dalla perdita di fantasia nel rapporto, dalla consolidata refrattarietà delle relazioni affettive, dalla non cura di quel sentimento sublime che è l’amore. Per ovviare a tutto questo bisognerebbe affidarsi ad una duratura correlazione creativa tra i coniugi amanti così come è descritto, ad esempio, nel romanzo Il cercatore di tramonti (ed. Il foglio): [...] Il desiderio ardente, che si era manifestato contemporaneamente nei due amanti quella notte, li indusse in modo minuzioso accurato preciso a ricercare ogni minimo particolare dell'azione amorosa. La passione li travolse a tal punto che i due innamorati provarono, senza stancarsi neppure per un attimo, giochi amorosi soliti ma soprattutto insoliti. E più i giochi d’amore erano improvvisati tanto più focosamente e impetuosamente li azzardavano, ne assaporavano il gusto e li ripetevano. Fu una notte fantastica quella notte. Non ci fu niente di premeditato, e per questo essa risultò veramente autentica e originale. Dalla letizia prodotta dal rapporto si era generato l’amore.
Non si può quindi addossare la colpa ad uno solo dei coniugi se il matrimonio va a rotoli. Perché il rapporto duri ciascuno dei due coniugi deve inventarsi cose nuove, deve essere trasgressivo disinibito spregiudicato, deve rinnovarsi continuamente sia nei comportamenti che nei modi di dire, deve trovare quella vena romantica che, oggi, purtroppo, è stata relegata nei viluppi del conformismo e del pressappochismo, nei dedali della moda e, quindi, nella foggia del pensiero unico o ancora nei meandri dell’omologazione sociale. Se gli altri lo fanno lo posso fare anch’io, anzi lo faccio anch’io! - è questo l’orientamento comunemente diffuso. Perché il matrimonio duri per tutta la vita bisogna smetterla, inoltre, di piangersi addosso e di farsi influenzare dagli altri e dai media. Se le cose vanno male la colpa è di ambedue i coniugi che non hanno la forza di combattere assieme contro tutti i mali e i condizionamenti che provengono dall’esterno.
Abile dunque il regista Fausto Brizzi perché è riuscito a confezionare un bel racconto senza cadere nel cattivo gusto, dove la figura del bravo Filippo Timi (il pornodivo Max) appare prorompente su tutti gli altri attori ma non essenziale. Soddisfacente l’interpretazione di Claudia Gerini (Giulia), mentre quella di Fabio De Luigi (Andrea) appare scarna e tirata.
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giovedì 16 febbraio 2012
Niente di nuovo nel film “Benvenuti al Nord” di Luca Miniero

Titolo: Benvenuti al Nord
Regia: Luca Miniero
Produzione: Italia, 2012
Cast: Claudio Bisio, Alessandro Siani, Angela Finocchiaro, Valentina Lodovini, Paolo Rossi, Nunzia Schiano, Nando Paone, Giacomo Rizzo, […]
Dal film francese Giù al Nord di Dany Boon nasce una serie di film comici di Luca Miniero: dopo Benvenuti al sud, è stata la volta di Benvenuti al Nord, e prossimamente di Benvenuti all’Est?
Regia: Luca Miniero
Produzione: Italia, 2012
Cast: Claudio Bisio, Alessandro Siani, Angela Finocchiaro, Valentina Lodovini, Paolo Rossi, Nunzia Schiano, Nando Paone, Giacomo Rizzo, […]
Dal film francese Giù al Nord di Dany Boon nasce una serie di film comici di Luca Miniero: dopo Benvenuti al sud, è stata la volta di Benvenuti al Nord, e prossimamente di Benvenuti all’Est?
Benvenuti al Nord, una commedia a tratti divertente, a tratti, pur avendo la pretesa di divertire, monotona. Così come mi è apparsa quella raccontata nel recentissimo film Bar sport di Massimo Martelli.
Come ho già scritto per Benvenuti al sud, anche questo film presenta connotati adattati alla realtà italiana, dove vengono messi in risalto e alla berlina i luoghi comuni che contrappongono i “polentoni” ai “terroni”, il popolo “padano” a quello meridionale. Non riesce a far ridere spesso perché le idee nuove che il regista mette in campo risultano scontate o ripetitive. Senza dubbio il tema di fondo risulta importante e interessante in quanto, proprio nell’ambito del centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia, rimarca ancora una volta con allegria non solo l’unità nazionale ma anche il carattere che accomuna gli italiani, al di là delle diversità comportamentali e dei diversi modi di pensare e di agire: l’operosità e lo zelo settentrionali che tolgono umanità e indulgenza agli individui contro l’oziosità e la fiacca meridionali che invece ne risaltano la benevolenza e la cordialità. Diversità che alla fin fine cercano di raggiungere lo stesso obiettivo anche se con velocità diverse. Bisio e Siani e anche Angela Finocchiaro, anche se manifestano la solita bravura scontata, appaiono ripetitivi, mentre Paolo Rossi, che indossa le vesti del dirigente delle Poste Italiane che vuole applicare, da nord a sud, il Metodo dell’ad della FIAT Marchionne, è l’unica nota nuova e gradita del film. Azzeccata la canzone Nel blu dipinto di blu cantata dalla incantevole e bravissima Emma. Bellissima come sempre la prosperosa Valentina Lodovini con i suoi occhi sempre sorridenti.
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giovedì 19 gennaio 2012
Una tragedia nazionale trasposta in una tragedia familiare nel film “L’industriale” di Giuliano Montaldo.

Titolo del film: L’industriale
Sceneggiatura: Giuliano Montaldo e Vera Pescarolo
Musica: Andrea Morricone
Produzione: Italia, 2011
Cast: Pierfrancesco Favino, Carolina Crescentini, Eduard Gabia, Elena Di Cioccio, Elisabetta Piccolomini, Andrea Tidona, Francesco Scianna, Roberto Alpi
Mi ricordo con vivo piacere e simpatia di Giuliano Montaldo a far tempo dal lontano 1971, quando ancora fresco virgulto speranzoso laureato in Chimica andai a vedere quel bellissimo indimenticabile superbo memorabile film di grande spessore artistico e di denuncia sociale contro la pena di morte, che fu ed è Sacco e Vanzetti, con l’interpretazione magistrale del grande attore velletrano Gian Maria Volonté. Questi stessi caratteri artistici e di denuncia furono, dopo due anni, ripresi e ribaditi ancora nel film Giordano Bruno dove Montaldo mise in evidenza l’arroganza del potere religioso contro la libertà di pensiero. Messaggio che per tanti anni mi sono portato dietro con il mio bagaglio culturale e ho trascritto nel mio romanzo I sassi di Kasmenai : … la posizione dogmatica della chiesa ha costituito un ostacolo allo sviluppo del pensiero creativo e ha rappresentato un impedimento alla libertà di pensiero, considerata questa … l’unico vero moto rivoluzionario a favore del progresso dell’umanità, … E ciò poteva portare al rogo. La statua di Giordano Bruno a Campo dei Fiori, a Roma, sta a testimoniare tale assurda atrocità umana. Sosteneva, infatti, questo filosofo che “La verità è quella entità che non è inferiore a cosa alcuna…”. Adesso vedendo L’industriale ho ritrovato dopo tanti anni, senza aver visto il precedente film I demoni di San Pietroburgo (2008), Montaldo sempre bravissimo e ancora vigoroso oltre che per la sceneggiatura, scritta assieme alla moglie Vera Pescarolo, anche per aver saputo, con grande perizia e con la consueta sagacia, affrontare un tema attualissimo molto scottante, angosciante e onnipresente senza suscitare nello spettatore quell’insulso sentimentalismo che deteriora l’aspetto significativo del problema affrontato. Montaldo ha saputo coinvolgere lo spettatore con una bravura eccezionale perché ha trasferito attimo dopo attimo quel messaggio morale che lo ha contraddistinto sempre. Non è un caso che sia stato insignito per questo di una grande onorificenza, quella di Cavaliere di Gran Croce, dal Presidente della Repubblica Ciampi e che, quasi contemporaneamente, gli sia stato conferito per i suoi meriti artistici il David di Donatello nel 2007. Questo film è Montaldo nel senso che egli esprime il suo modo di vedere e di pensare in maniera obiettiva e cronachistica la situazione italiana sia dal punto di vista economico che sociale, senza che si lasci prendere dalla voglia di esprimere giudizi. Il colore della fotografia che tende a tinte sbiadite, cineree e a sfumature quasi monocromatiche esalta e risalta il grigiore di questo nostro triste periodo, ed ha come sfondo la vecchia capitale industriale italiana, Torino. Niente è per caso in questo film neppure quando il protagonista Nicola Ranieri (il bravissimo Pierfrancesco Favino) tocca il nome della sua famiglia scritto a rilievo con caratteri cubitali sul muro della vecchia fabbrica del padre. Quel nome una volta insigne e illustre adesso sta sgretolandosi come si stanno sgretolando le fondamenta di un sistema economico basato sul capitalismo che ormai giunto alla saturazione si sta avviando esanime verso un finale dai connotati bui. Nelle vesti di Nicola, Montaldo riversa tutto l’orgoglio industriale italiano che, per le grosse difficoltà economiche, paventa il fallimento con la prospettante chiusura delle fabbriche e il derivante licenziamento degli operai con conseguenze sociali inimmaginabili. Nicola chiede un prestito che gli viene negato per mancanza delle solite garanzie richieste e, di conseguenza, non vuole cedere né all’arroganza bancaria né al potentato economico. Usa, allora, per salvare per altra via l’azienda degli stratagemmi futili, puerili e furbeschi che non hanno il risultato sperato. In seguito a tutto questo subentrano delle incomprensioni con la moglie Laura (la bella e brava Carolina Crescentini) che conducono ad un finale molto tragico il quale sottolinea, ancora una volta, il fatto che in questi tristi avvenimenti contemporanei a rimetterci sono sempre i più deboli.
Fonti
http://www.ilfoglioletterario.it/pod/catalogo_pod_francesco_giuliano.htm
http://www.mymovies.it/biografia/?r=256
Sceneggiatura: Giuliano Montaldo e Vera Pescarolo
Musica: Andrea Morricone
Produzione: Italia, 2011
Cast: Pierfrancesco Favino, Carolina Crescentini, Eduard Gabia, Elena Di Cioccio, Elisabetta Piccolomini, Andrea Tidona, Francesco Scianna, Roberto Alpi
Mi ricordo con vivo piacere e simpatia di Giuliano Montaldo a far tempo dal lontano 1971, quando ancora fresco virgulto speranzoso laureato in Chimica andai a vedere quel bellissimo indimenticabile superbo memorabile film di grande spessore artistico e di denuncia sociale contro la pena di morte, che fu ed è Sacco e Vanzetti, con l’interpretazione magistrale del grande attore velletrano Gian Maria Volonté. Questi stessi caratteri artistici e di denuncia furono, dopo due anni, ripresi e ribaditi ancora nel film Giordano Bruno dove Montaldo mise in evidenza l’arroganza del potere religioso contro la libertà di pensiero. Messaggio che per tanti anni mi sono portato dietro con il mio bagaglio culturale e ho trascritto nel mio romanzo I sassi di Kasmenai : … la posizione dogmatica della chiesa ha costituito un ostacolo allo sviluppo del pensiero creativo e ha rappresentato un impedimento alla libertà di pensiero, considerata questa … l’unico vero moto rivoluzionario a favore del progresso dell’umanità, … E ciò poteva portare al rogo. La statua di Giordano Bruno a Campo dei Fiori, a Roma, sta a testimoniare tale assurda atrocità umana. Sosteneva, infatti, questo filosofo che “La verità è quella entità che non è inferiore a cosa alcuna…”. Adesso vedendo L’industriale ho ritrovato dopo tanti anni, senza aver visto il precedente film I demoni di San Pietroburgo (2008), Montaldo sempre bravissimo e ancora vigoroso oltre che per la sceneggiatura, scritta assieme alla moglie Vera Pescarolo, anche per aver saputo, con grande perizia e con la consueta sagacia, affrontare un tema attualissimo molto scottante, angosciante e onnipresente senza suscitare nello spettatore quell’insulso sentimentalismo che deteriora l’aspetto significativo del problema affrontato. Montaldo ha saputo coinvolgere lo spettatore con una bravura eccezionale perché ha trasferito attimo dopo attimo quel messaggio morale che lo ha contraddistinto sempre. Non è un caso che sia stato insignito per questo di una grande onorificenza, quella di Cavaliere di Gran Croce, dal Presidente della Repubblica Ciampi e che, quasi contemporaneamente, gli sia stato conferito per i suoi meriti artistici il David di Donatello nel 2007. Questo film è Montaldo nel senso che egli esprime il suo modo di vedere e di pensare in maniera obiettiva e cronachistica la situazione italiana sia dal punto di vista economico che sociale, senza che si lasci prendere dalla voglia di esprimere giudizi. Il colore della fotografia che tende a tinte sbiadite, cineree e a sfumature quasi monocromatiche esalta e risalta il grigiore di questo nostro triste periodo, ed ha come sfondo la vecchia capitale industriale italiana, Torino. Niente è per caso in questo film neppure quando il protagonista Nicola Ranieri (il bravissimo Pierfrancesco Favino) tocca il nome della sua famiglia scritto a rilievo con caratteri cubitali sul muro della vecchia fabbrica del padre. Quel nome una volta insigne e illustre adesso sta sgretolandosi come si stanno sgretolando le fondamenta di un sistema economico basato sul capitalismo che ormai giunto alla saturazione si sta avviando esanime verso un finale dai connotati bui. Nelle vesti di Nicola, Montaldo riversa tutto l’orgoglio industriale italiano che, per le grosse difficoltà economiche, paventa il fallimento con la prospettante chiusura delle fabbriche e il derivante licenziamento degli operai con conseguenze sociali inimmaginabili. Nicola chiede un prestito che gli viene negato per mancanza delle solite garanzie richieste e, di conseguenza, non vuole cedere né all’arroganza bancaria né al potentato economico. Usa, allora, per salvare per altra via l’azienda degli stratagemmi futili, puerili e furbeschi che non hanno il risultato sperato. In seguito a tutto questo subentrano delle incomprensioni con la moglie Laura (la bella e brava Carolina Crescentini) che conducono ad un finale molto tragico il quale sottolinea, ancora una volta, il fatto che in questi tristi avvenimenti contemporanei a rimetterci sono sempre i più deboli.
Fonti
http://www.ilfoglioletterario.it/pod/catalogo_pod_francesco_giuliano.htm
http://www.mymovies.it/biografia/?r=256
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lunedì 12 dicembre 2011
Il film “Unfacebook” di Stefano Simone, una metafora dei mali del nostro tempo.

Titolo: Unfacebook
Regia e Fotografia: Stefano Simone.
Sceneggiatura: Dargys Ciberio, Antonio Universi, Pia Conoscitore.
Musiche: Luca Auriemma.
Durata: 75 min. Anno di produzione: 2011. Patrocinato dal Comune di Manfredonia.
Cast: Paolo Carati, Giuseppe La Torre, Tonino Pesante, Fabio Valente, Tonino Potito, Filippo Totaro, Pia Conoscitore, Sabrina Caterino, Mimmo Nenna, Ivano Latronica, Grazia Orlando, Tecla Mione, Dino Mione.
In questi giorni mi è capitato di vedere il recentissimo film Unfacebook, un triller-horror diretto dal giovanissimo regista Stefano Simone e prodotto da una piccola casa di produzione indipendente la Jaws Entertainment. Il film è stato tratto da un racconto inedito Il prete di Gordiano Lupi della Casa editrice Il foglio letterario. Un triller, inquadrato nella cornice misteriosa di una cittadina della provincia pugliese, che sin dai primi fotogrammi suscita curiosità interesse e suspense nello spettatore per le immagini molto crude e drammatiche e scene molto violente, fino all’esasperazione più estrema, la cui brutalità schietta viene a fortiori catalizzata da una musica appropriata che fa ricordare i films di Dario Argento.
Guardando il film ho rilevato via via una direzione sciolta agile e straordinaria che non ha niente da invidiare ai mostri sacri del cinema italiano, tant’è che il regista dimostra di saper usare con oculatezza la didascalia avvalendosi di dialoghi molto striminziti ma comunque essenziali.
Stefano Simone dimostra di essere un regista profondo conoscitore del suo tempo e di avere una cultura elevata soprattutto sui temi socio-psicologici recenti e di servirsi della cinepresa in modo originale sfruttando come colori predominanti del film, il bianco e il blu, che sono i colori del social network Facebook. Il titolo del film Unfacebook lascia intendere questo riferimento, anche se quest’uso bicromatico di primo acchito fa pensare ad una scarsa qualità fotografica e dà un po’ di fastidio allo spettatore che, però, a poco a poco vi si abitua e comprende che è stata una scelta voluta, che caratterizza appropriatamente la pellicola. Un colpo di genio, non c’è che dire!
Nel film c’è una disamina sulla crisi odierna della Chiesa che non riesce più a raggiungere il suo scopo: il controllo e la salvezza dei fedeli attraverso la confessione. A tal proposito, Francesco Giuliano nel suo romanzo Come fumo nell’aria sostiene parlando dei fedeli che dopo la confessione molti ritornavano a comportarsi come sempre o forse peggio, tanto c’era l’assoluzione garantita con il palesamento dei peccati. Il prete (Giuseppe La Torre), protagonista del film, infatti, ascolta le confessioni dei suoi parrocchiani, ma questo lo porta ad una crisi interiore e ad uno sconforto personale. Egli medita su Il principe di Niccolò Machiavelli quando dice che gli ipocriti e gli astuti creano l’ira di Dio perché il peccato si rinnova e che il fine che giustifica i mezzi. È il comportamento dei fedeli che il prete non approva e che condanna, rendendosi conto che la confessione non risolve i loro problemi. Il prete tramite la confessione riesce a conoscere chi si comporta da puttana, chi è un pervertito, chi è un bastardo, chi è uno spacciatore di droga, e così via. Egli si convince che non serve a niente dare l’assoluzione dei peccati a questi individui malefici, per loro la soluzione migliore è la punizione divina. Da redentore si trasforma in loro carnefice a tal punto che fa diventare suo complice addirittura un bambino che ha assistito ad un omicidio. Lupi nel suo racconto sottolinea questa metamorfosi del prelato cui fa affermare, con cruda chiarezza che … noi preti siamo chiamati ad assolvere persone simili, e che, non mi sono fatto prete per assistere alla vittoria del male, ma per contrastarlo.
Egli decide di affidarsi a Dio che punisce per sempre.
Ma come fare?
Si aggiorna tramite una rivista specializzata sull’uso di internet e della posta elettronica di cui apprende il grande potere telematico. Si documenta sull’ipnosi e legge un libro sui Templari. Scopre che con l'ipnosi sia possibile entrare nella dimensione inconscia ed emotiva di un altro e per far questo il mezzo più appropriato sono i social networks che creano dipendenza seria ed invalidante, una vera e propria patologia, nota come Social Network addiction. Si rende conto che questa dipendenza ha sugli individui gli stessi effetti causati dall’uso di sostanze stupefacenti e, al tempo stesso, crea fisime e forti impulsi emotivi. Progetta, quindi, un programma sinistro, spietato, violento, sanguinario. Il confessionale diventa un luogo paragonabile a quello del Santo Uffizio, dove far confessare spontaneamente i peccati per i quali il verdetto finale è la morte.
Il prete capisce, in definitiva, come con la telematica si possa non solo governare la gente e la loro opinione, ma anche come con essa si possano strumentalizzare e trasformare per fini reconditi i giovani in automi. Invia, infatti, a qualcuno di questi delle e-mail con il link Vuoi fare parte dei Templari?. Questa domanda suscita curiosità nel giovane che conseguentemente ad un “click” si trova di fronte l’icona Armageddon, la battaglia finale tra il Bene e il Male, per la quale venivano usati come guerrieri i Templari. Il ragazzo in tal modo assume il ruolo di guerriero Templare con le conseguenze cruente che quest’assunzione comporta.
Guardando il film ho rilevato via via una direzione sciolta agile e straordinaria che non ha niente da invidiare ai mostri sacri del cinema italiano, tant’è che il regista dimostra di saper usare con oculatezza la didascalia avvalendosi di dialoghi molto striminziti ma comunque essenziali.
Stefano Simone dimostra di essere un regista profondo conoscitore del suo tempo e di avere una cultura elevata soprattutto sui temi socio-psicologici recenti e di servirsi della cinepresa in modo originale sfruttando come colori predominanti del film, il bianco e il blu, che sono i colori del social network Facebook. Il titolo del film Unfacebook lascia intendere questo riferimento, anche se quest’uso bicromatico di primo acchito fa pensare ad una scarsa qualità fotografica e dà un po’ di fastidio allo spettatore che, però, a poco a poco vi si abitua e comprende che è stata una scelta voluta, che caratterizza appropriatamente la pellicola. Un colpo di genio, non c’è che dire!
Nel film c’è una disamina sulla crisi odierna della Chiesa che non riesce più a raggiungere il suo scopo: il controllo e la salvezza dei fedeli attraverso la confessione. A tal proposito, Francesco Giuliano nel suo romanzo Come fumo nell’aria sostiene parlando dei fedeli che dopo la confessione molti ritornavano a comportarsi come sempre o forse peggio, tanto c’era l’assoluzione garantita con il palesamento dei peccati. Il prete (Giuseppe La Torre), protagonista del film, infatti, ascolta le confessioni dei suoi parrocchiani, ma questo lo porta ad una crisi interiore e ad uno sconforto personale. Egli medita su Il principe di Niccolò Machiavelli quando dice che gli ipocriti e gli astuti creano l’ira di Dio perché il peccato si rinnova e che il fine che giustifica i mezzi. È il comportamento dei fedeli che il prete non approva e che condanna, rendendosi conto che la confessione non risolve i loro problemi. Il prete tramite la confessione riesce a conoscere chi si comporta da puttana, chi è un pervertito, chi è un bastardo, chi è uno spacciatore di droga, e così via. Egli si convince che non serve a niente dare l’assoluzione dei peccati a questi individui malefici, per loro la soluzione migliore è la punizione divina. Da redentore si trasforma in loro carnefice a tal punto che fa diventare suo complice addirittura un bambino che ha assistito ad un omicidio. Lupi nel suo racconto sottolinea questa metamorfosi del prelato cui fa affermare, con cruda chiarezza che … noi preti siamo chiamati ad assolvere persone simili, e che, non mi sono fatto prete per assistere alla vittoria del male, ma per contrastarlo.
Egli decide di affidarsi a Dio che punisce per sempre.
Ma come fare?
Si aggiorna tramite una rivista specializzata sull’uso di internet e della posta elettronica di cui apprende il grande potere telematico. Si documenta sull’ipnosi e legge un libro sui Templari. Scopre che con l'ipnosi sia possibile entrare nella dimensione inconscia ed emotiva di un altro e per far questo il mezzo più appropriato sono i social networks che creano dipendenza seria ed invalidante, una vera e propria patologia, nota come Social Network addiction. Si rende conto che questa dipendenza ha sugli individui gli stessi effetti causati dall’uso di sostanze stupefacenti e, al tempo stesso, crea fisime e forti impulsi emotivi. Progetta, quindi, un programma sinistro, spietato, violento, sanguinario. Il confessionale diventa un luogo paragonabile a quello del Santo Uffizio, dove far confessare spontaneamente i peccati per i quali il verdetto finale è la morte.
Il prete capisce, in definitiva, come con la telematica si possa non solo governare la gente e la loro opinione, ma anche come con essa si possano strumentalizzare e trasformare per fini reconditi i giovani in automi. Invia, infatti, a qualcuno di questi delle e-mail con il link Vuoi fare parte dei Templari?. Questa domanda suscita curiosità nel giovane che conseguentemente ad un “click” si trova di fronte l’icona Armageddon, la battaglia finale tra il Bene e il Male, per la quale venivano usati come guerrieri i Templari. Il ragazzo in tal modo assume il ruolo di guerriero Templare con le conseguenze cruente che quest’assunzione comporta.
C’è dunque nel film un’analisi attenta e critica sui social network come Facebook, Twitter, MySpace, ecc., a cui si aggiungono le chat e gli sms, tant’è che il regista nel film fa dire alla psicologa (Pia Conoscitore) che il social network è come un luogo virtuale che dà ai giovani, in età compresa tra 12 e 18 anni, stimoli intensi e gratificanti che creano dipendenza e elevato grado di pericolo in quanto essi non riescono a distinguere il reale dal virtuale e ciò li porta ad una scompensazione emotiva dagli effetti devastanti.
Devo dire che ho trovato il film molto interessante e di grande attualità perché affronta il problema sia della decadenza della religione sia dell’uso non appropriato di internet che genera dipendenza. Della dipendenza ne parla il ricercatore Federico Tonioni nel suo saggio Quando internet diventa una droga. Ciò che i genitori devono sapere, mentre il critico culturale americano Lee Siegel nel suo recente libro Homo Interneticus. Restare umani nell’era dell’ossessione, addirittura disapprova l’uso della rete per i suoi effetti deleteri.
Devo dire che ho trovato il film molto interessante e di grande attualità perché affronta il problema sia della decadenza della religione sia dell’uso non appropriato di internet che genera dipendenza. Della dipendenza ne parla il ricercatore Federico Tonioni nel suo saggio Quando internet diventa una droga. Ciò che i genitori devono sapere, mentre il critico culturale americano Lee Siegel nel suo recente libro Homo Interneticus. Restare umani nell’era dell’ossessione, addirittura disapprova l’uso della rete per i suoi effetti deleteri.
Fonti:
http://www.prospettivaeditrice.it/libri/schedeautori/giuliano/giuliano1.htm
http://www.infol.it/lupi/
http://www.prospettivaeditrice.it/libri/schedeautori/giuliano/giuliano1.htm
http://www.infol.it/lupi/
Federico Tonioni, Quando internet diventa una droga. Ciò che i genitori devono sapere, Einaudi
Lee Siegel, Homo Interneticus. Restare umani nell’era dell’ossessione, Piano B edizioni
Stefano Simone è nato a Manfredonia (FG) il 09/02/1986, dove inizia sin da piccolo a scrivere sceneggiature e girare cortometraggi (il primo all'età di 13 anni). Dopo aver frequentato il liceo socio-psico-pedagogico al "Roncalli" di Manfredonia, si trasferisce a Torino per studiare cinema all'istituto "Fellini", conseguendo il diploma di "Operatore della Comunicazione Visiva". I suoi cortometraggi: "Il delitto di classe"(1999); "Fear-paura"(2000); "Madre delle Tenebre"(2001); "Gli occhi del teschio"(2001); "Il gatto nero dalle grinfie di sciabola"(2005); "Istinto omicida"(2006); "Infatuazione" (2006); "L'uomo vestito di nero" (2007); "Lo storpio" (2007); "Contratto per vendetta" (2008); "Kenneth" (2008); "Cappuccetto Rosso" (2009). Lungometraggi: "Una vita nel mistero" (2010); "Unfacebook" (2011). Videoclip musicali:"Su Facebook" (2011).
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mercoledì 9 novembre 2011
"L'Imbalsamatore", Garrone conquista la critica.
L’Imbalsamatore, uscito nelle sale nel 2002, è un film di Matteo Garrone. Il regista dirige una pellicola noir, ispirata a una vicenda di cronaca romana soprannominata Il nano di Termini.
La trama che per l’occasione è ambientata a Villaggio Coppola, nella frazione di Castel Volturno, conosciuta per essere una zona costruita abusivamente descrive Peppino, tassidermista e un cinico omosessuale napoletano (nano) che trascorre in solitudine le sue giornate lavorando con grande talento come imbalzamatore, al punto da essere richiesto anche dalla mafia che lo usa per estrarre la droga dai cadaveri utilizzati come copertura dei suoi traffici. L’incontro con un bellissimo ragazzo di nome Valerio lo fa uscire dalla sua solitudine, e l’attrazione sessuale provata nei confronti del ragazzo, spinge Peppino a farlo diventare suo assistente portando così i due a trascorrere molto tempo insieme anche nei momenti più intimi. L’idillio si rompe quando Deborah entra nella vita di Valerio facendolo innamorare, suscitando così gelosie da parte di Peppino che sentendosi messo in disparte precipita in uno stato di disperazione che lo condurrà ad un tragico finale.
Il film parla d’amicizia e d’amore, ma lo fa in maniera ambigua, i sentimenti trascinano in un mondo oscuro fatto di cinismo ed egoismo e le emozioni sono intense fino all’anormalità. La fotografia diretta da Marco Onorato, delinea un’ atmosfera cupa e soffocante grazie al gioco di luci e ombre, e alle musiche intricanti curate dalla Banda Osiris.
La pellicola è stata presentata al Quinzaine des Realisateurs al 55° Festival di Cannes, riceve i consensi della critica , e fa vincere il David di Donatello ad Ernesto Mahieux (Peppino) come miglior attore non protagonista, e fa conoscere al grande pubblico l’ex modello Valerio Foglia Manzillo e Elisabetta Rocchetti nel ruolo di Deborah.
Matteo Garrone:
http://info-italia-cinema.blogspot.com/2011/11/matteo-garrone-artista-di-cronaca_03.html
Trailer:
http://www.youtube.com/watch?v=E91Ub9ehcIc
Fonti:
http://it.wikipedia.org/wiki/L'imbalsamatore
http://filmup.leonardo.it/sc_limbalsamatore.htm
La trama che per l’occasione è ambientata a Villaggio Coppola, nella frazione di Castel Volturno, conosciuta per essere una zona costruita abusivamente descrive Peppino, tassidermista e un cinico omosessuale napoletano (nano) che trascorre in solitudine le sue giornate lavorando con grande talento come imbalzamatore, al punto da essere richiesto anche dalla mafia che lo usa per estrarre la droga dai cadaveri utilizzati come copertura dei suoi traffici. L’incontro con un bellissimo ragazzo di nome Valerio lo fa uscire dalla sua solitudine, e l’attrazione sessuale provata nei confronti del ragazzo, spinge Peppino a farlo diventare suo assistente portando così i due a trascorrere molto tempo insieme anche nei momenti più intimi. L’idillio si rompe quando Deborah entra nella vita di Valerio facendolo innamorare, suscitando così gelosie da parte di Peppino che sentendosi messo in disparte precipita in uno stato di disperazione che lo condurrà ad un tragico finale.
Il film parla d’amicizia e d’amore, ma lo fa in maniera ambigua, i sentimenti trascinano in un mondo oscuro fatto di cinismo ed egoismo e le emozioni sono intense fino all’anormalità. La fotografia diretta da Marco Onorato, delinea un’ atmosfera cupa e soffocante grazie al gioco di luci e ombre, e alle musiche intricanti curate dalla Banda Osiris.
La pellicola è stata presentata al Quinzaine des Realisateurs al 55° Festival di Cannes, riceve i consensi della critica , e fa vincere il David di Donatello ad Ernesto Mahieux (Peppino) come miglior attore non protagonista, e fa conoscere al grande pubblico l’ex modello Valerio Foglia Manzillo e Elisabetta Rocchetti nel ruolo di Deborah.
Matteo Garrone:
http://info-italia-cinema.blogspot.com/2011/11/matteo-garrone-artista-di-cronaca_03.html
Trailer:
http://www.youtube.com/watch?v=E91Ub9ehcIc
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http://it.wikipedia.org/wiki/L'imbalsamatore
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venerdì 14 ottobre 2011
Il pelo del mondo
"Il pelo del mondo" è un documentario del 1964 diretto in comunione da Antonio Margheriti (Anthony Dawson) e da Mario Vicario. Il documentario è stato prodotto dalla Atlantica Cinematografica.
Anthony Dawson:
http://info-italia-cinema.blogspot.com/2011/10/anthony-m-dawson-un-regista-versatile-e.html
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giovedì 13 ottobre 2011
Attori Italiani
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