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sabato 11 gennaio 2014

Mediocrità e squallore sono i caratteri dell’italica gente descritti dal film “Il capitale umano” di Paolo Virzì

Titolo: Il capitale umano
Regia: Paolo Virzì
Soggetto: Amidon Stephen
Sceneggiatura: Francesco Bruni, Francesco Piccolo, Paolo Virzì
Produzione: Italia, Francia, 2014

Cast: Fabrizio Bentivoglio, Valeria Bruni Tedeschi, Fabrizio Gifuni, Valeria Golino, Matilde Gioli, Luigi Lo Cascio, Giovanni Anzaldo, Guglielmo Pinelli, Gigio Alberti, Bebo Storti, Vincent Nemeth, Pia Engleberth, Nicola Cnetonze, […]
Andando a vedere questo film, e non avendo ancora letto il libro “Human capital”, dello scrittore americano Stephen Amidon, da cui è tratto, ho essenzialmente scoperto che ogni individuo, quando è in vita possiede in sé un “capitale umano” che non è lo stesso per tutti ma è variabile, dipende cioè dallo stato sociale di appartenenza, dall’età, dal “merito”, dalla sua speranza di vita. Anzi, esso si differenzia e dipende da alcune peculiarità individuali che variano da individuo a individuo, in quanto per la sua determinazione si tiene conto del lavoro che egli svolge, della qualità e della quantità di ciò che produce, del ceto sociale, del ruolo che occupa nella società, etc. etc.. Per cui un pensionato o cameriere, ad esempio, possiedono un bassissimo capitale umano pressoché nullo, soprattutto se appartengono ad un ceto sociale molto basso. Da ciò risulta che, anche se in uno stato come il nostro vige l’assioma che tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge, viene contraddetto uno dei fondamentali principi su cui si basa uno stato così detto “democratico”.
“Il capitale umano” è l’undicesimo film di PaoloVirzì, dopo una costellazione di successi a partire da “La bella vita” (1994), e a seguire da “Ferie d’agosto” (1996), “Ovosodo” (1997), “Baci e abbracci” (1999), "My name is Tonino" (2002) “Caterina va in città” (2003), "N (Io e Napoleone)" (2006), "Tutta la vita davanti" (2008), "La prima cosa bella" (2010), per finire con “Tutti santi giorni” (2012). A differenza dei precedenti film, in cui Virzì descrive ed elabora, con perspicacia, bravura e ardire, i ritratti comici e meno comici particolari del variopinto carattere della gente italica, ne “Il capitale umano” (il migliore in assoluto tra i suoi ottimi film) sottolinea, con una professionalità tale che lo porta ai massimi livelli tra i registi italiani attuali, i tratti distintivi molto diffusi, i quali in circa un ventennio si sono consolidati nella maggior parte della gente, e cioè un’ima mediocrità da far paura, un’avidità sfrenata, un arrivismo incontrollabile per  raggiungere un prestigio sociale squallido e insensato, privo di valori, di punti di riferimento certi e indiscutibili e anche di umanità. Soprattutto, emerge la perdita dei legami culturali con il passato (non è un caso che in un gruppo di lavoro viene messa in discussione anche l’importanza di uno scrittore come Luigi Pirandello, premio Nobel 1934 per la Letteratura, mentre viene dato risalto ad un coro canoro) di “… un popolo che distrugge i resti del proprio passato … soffoca la propria anima, annienta la propria identità, si svuota di significato, non può acquisire i valori umani a fatica conquistati nel tempo dai suoi progenitori, rimane privo di sentimenti (dal racconto “IV – Hydra” de “I sassi di Kasmenai” ed. Il foglio, 2008).  E per evidenziare questi caratteri salienti contrassegnati di elevata negatività, il regista crea, con grande maestria e oculatezza, personaggi come quello dell’immobiliarista Dino Ossola (Fabrizio Bentivoglio), figura molto caricata sino all’inverosimile, o come quello dell’imprenditore Giovanni Bernaschi (Fabrizio Gifuni), o ancora come quella del professore intellettualoide Donato Russomanno (Luigi Lo Cascio), facendoli muovere in uno spettacolare teatrino del non senso, dove la donna matura, tra cui Carla Bernaschi (Valeria Bruni Tedeschi) o la psicologa Roberta Morelli (Valeria Golino), appare molto debole, poco determinante, e succube dell’uomo. Diciamo, però, che una speranza di cambiamento di rotta da questo disumano status quo, dove a soccombere sono sempre i meno furbi e i più deboli e dove il ricco o il furbo diventano sempre più ricchi, Virzì lo ripone nei giovani che cercano di ribellarsi ad esso, come cerca di fare Serena Ossola (Matilde Gioli).
“Il capitale umano” è film dai connotati particolari con una sceneggiatura originale, dove la stessa storia viene vista da tre visuali diverse (quella di Dino, quella di Carla e quella di Serena), che si inquadra egregiamente tra il genere noir e la commedia italiana.

mercoledì 8 gennaio 2014

“Col fiato sospeso” è un film denuncia sulla sicurezza di alcuni laboratori di ricerca universitari

Titolo: Col fiato sospeso
Regia: Costanza Quatriglio
Sceneggiatura: Costanza Quatriglio
Produzione: Italia 2013

Cast: Alba Rohrwacher, Anna Balestrieri, Michele Riondino, Gaetano Aronica
Un film “Col fiato sospeso”, trasmesso su RaiTre in seconda serata, ieri, è condotto dalla brava regista palermitana Costanza Quatriglio con lo stile del documentario, anche se non è un documentario nel senso stretto della parola, dove molte immagini sostituiscono con sagacia ed efficacia le parole. Il cast è costituito da pochissimi attori, tra cui spicca in primissimo piano la bravissima Alba Rohrwacher, che interpreta la parte di Stella, una studentessa universitaria, laureanda in farmacia che per la sua tesi viene inserita in un laboratorio sperimentale per svolgere il relativo lavoro di ricerca sovvenzionato da un’industria farmaceutica. Stella viene subito attratta dallo studio della chimica, una materia affascinante e coinvolgente, che incanta e che al tempo stesso intimidisce, che come in una tela del ragno l’afferra e non la molla più, e che per certi aspetti è misteriosa. Questa materia, che affonda le sue radici nell’antica alchimia, a Stella forse, come a Primo Levi, nel suo racconto “Idrogeno” tratto da “Il sistema periodico”, “… rappresentava una nuvola indefinita di potenze future, che avvolgeva il mio avvenire in nere volute lacerate da bagliori di fuoco. Come Mosè, da quella nuvola attendevo la mia legge, l’ordine in me, attorno a me e nel mondo. … per dragare il ventre del mistero”. La studentessa lavora in quel laboratorio, attratta dalle continue scoperte che fa, dalla mattina alla sera ininterrottamente, andando incontro inconsapevolmente a dei rischi seri, in generale, ma, in particolare, a dei rischi latenti per la salute, così come racconta ancora Primo Levi “… Ci fu un’esplosione, piccola ma secca e rabbiosa. … a me tremavano un po’ le gambe; provavo paura retrospettiva, e insieme una certa sciocca fierezza, per aver confermato un’ipotesi, e per aver scatenato una forza della natura. Era proprio idrogeno…” . Poco alla volta, però, Stella si rende conto che il laboratorio di chimica è insalubre e tutto il tempo ivi trascorso le può essere nocivo, tant’è che qualche volta è presa da svenimenti. L’evento, però, viene sottovalutato come tante altre volte, perché “il concetto di veleno è connesso con la quantità” gli dice il suo professore. Trascurando il fatto che composti, come il benzene o l’amianto o come qualunque altra sostanza incognita ivi prodotta, altamente cancerogeni o potenzialmente tali, dovrebbero essere usati con le dovute precauzioni e con le adeguate attrezzature che un laboratorio di ricerca, degno di questo nome, dovrebbe avere. “Sarà stata una strana coincidenza” le verrà detto, “perché la causa del suo malore non potrà essere addossata al laboratorio, perché in esso ci lavorano anche figli degli stessi docenti universitari”. La sua amica Anna (Anna Balestrieri) cerca invano di convincerla di lasciare quella ricerca e quindi di allontanarsi da quel laboratorio. Tale scelta la porterà ad un amaro epilogo, lo stesso toccato, prima di lei, ad un dottorando di ricerca, Emanuele (voce narrante Michele Riondino), il cui nome si collega ad Emanuele Patané, il giovane morto di tumore ai polmoni nel 2003, che aveva già percorso la sua stessa strada.
Questo è un film-denuncia sulla conduzione di taluni laboratori di ricerca  universitari, in cui non si tiene conto della salubrità ambientale e del rispetto di tutte quelle norme esistenti in Italia da circa un sessantennio e successive integrazioni, secondo cui gli studenti italiani sono equiparati per ciò che riguarda i tempi di lavoro e il rispetto delle norme di sicurezza a tutti gli altri lavoratori.
Il film è stato presentato al Festival del Cinema di Venezia 2013.

giovedì 3 gennaio 2013

Nel film “La migliore offerta” Giuseppe Tornatore teorizza la perenne dissertazione umana sulla verità e sulla falsità.



Titolo: La migliore offerta
Titolo originale: The Best Offer
Regia: Giuseppe Tornatore
Soggetto e sceneggiatura: Giuseppe Tornatore
Musica: Ennio Morricone
Produzione: Italia, 2012
Cast: Geoffrey Rush, Jim Sturgess, Donald Sutherland, Sylvia Hoeks, Philip Jackson, Dermot Clowley, Liva Kebede, Maximilian Dirr, Sean Buchanan […]


Bellissimo, coinvolgente e singolare, questo ultimo film “La migliore offerta” del regista siciliano Giuseppe Tornatore, un triller sentimentale che affronta un tema universale, quello che coinvolge le persone nelle loro azioni quotidianamente: l’eterna diatriba tra la realtà e l’apparenza, tra la sincerità e l’inganno, tra la verità e la falsità, dove la verità viene simulata dalla falsità, o la falsità viene imitata dalla verità. Tornatore, che con questo film si stacca dai legami della sua terra natia, la Sicilia, crea magistralmente un’atmosfera da giallo perché riesce a comporre un miscuglio tra queste due astrazioni, eterogenee tra esse, così ben amalgamato che lo spettatore non riesce a distinguere l’una dall’altra. Come avviene in un’opera teatrale, del resto. Il sostantivo “persona”, infatti, che nel linguaggio comune si usa spesso per indicare un individuo, deriva dalla parola che i Latini usavano per indicare la “maschera” di legno che gli attori dell’antica Grecia indossavano durante le rappresentazioni teatrali per interpretare i relativi personaggi.

Il film è interessante anche per i suoi risvolti filosofici in quanto ruota attorno al tema sulla "verità" (etimologicamente deriva dalla parola greca alétheia, disvelamento)  la cui definizione venne data per la prima volta da Platone, anche se poi Aristotele la tematizzò come oggetto di una sua trattazione filosofica. Nel “Il sofista”, Platone distingue il filosofo, che è colui che dice il vero, dal sofista, cioè da colui che, non essendo filosofo, invece afferma il falso simulandolo per vero. Aristotele riprende la concezione del suo maestro e nella “Metafisica” sostiene che "il vero e il falso non sono nelle cose, ma nel pensiero", cioè sono "una qualità del pensiero" che però non dipendono dal pensiero ma dipendono in toto dal suo rapporto con la realtà. E lo stesso Aristotele enuncia il principio di non-contraddizione della logica secondo il quale “è impossibile che lo stesso attributo, nel medesimo tempo, appartenga e non appartenga al medesimo oggetto”, principio che, in certo qual modo viene contraddetto, dallo stesso regista quando dice che “anche in un falso c’è qualcosa di vero” o che il regista fa affermare nel film da una protagonista del film, Claire (Sylvia Hoels): “in ogni falso si nasconde sempre qualcosa di autentico”.

Virgil Oldman (Geoffrey Rush) è un sessantenne battitore di aste molto abile, un esperto d’arte di fama internazionale, amante accanito delle opere d’arte di cui subdolamente fa incetta. Ha un carattere introverso, è misantropo e anche misogino. Un giorno riceve una telefonata da Claire, una giovane donna che ha ereditato una vecchia villa di cui vuole che le vengano valutati tutti gli arredi al fine di venderli. Il fatto strano è che in tutti gli appuntamenti la donna non si presenta mai apportando sempre delle motivazioni plausibili. Dai diversi contatti telefonici, che inizialmente irritano Virgil, si instaura uno di quei legami che esistono per la forza inconscia del cuore che imprime alla mente l'instaurarsi improvviso e ammaliante di un pensiero amoroso, che rimane latente, non consapevole, e che emerge nel momento più propizio. Come se si formasse un filo invisibile tra l’uomo e la donna, conduttore di emozioni vicendevolmente, biunivocamente, inconsapevolmente. Emozioni che si autocatalizzano e che fanno sfociare l’uomo e la donna nel mare delle passioni irrefrenabili, dove l'amore impera, quell’amore che è la colla dei sentimenti di una coppia. Tant’è che Claire afferma “Qualunque cosa ci accada, sappi che io ti amo!", rivolgendosi a Virgil.
Virgil accetta l’incarico e, nel corso dei vari sopralluoghi, rinviene nella cantina della villa dei pezzi di un ingranaggio  che si rivela essere parti di un automa di Jacques de Vaucanson, uno scienziato vissuto nel secolo dei Lumi, autore di diversi meccanismi robotici. A questo punto, nel film è chiara la metafora della creatività umana e di come questa possa essere utilizzata da ogni individuo per proprio tornaconto “giocando” con i sentimenti umani. Manifestazione di ciò si trova sia nelle parole di Billy (Donald Sutherland), l’amico complice di Virgil Oldman, che afferma che "i sentimenti umani sono come le opere, si possono simulare" sia nella costruzione lenta e laboriosa, attraverso i vari ingranaggi che vengono trovati via via nella villa che portano gradualmente alla concretizzazione dell’automa di Vaucanson, grazie alla bravura del giovane tecnico Robert (Jim Sturgess).
Giuseppe Tornatore, che dimostra ancora una volta di essere un grande maestro del cinema non solo italiano ma anche internazionale (chi può dimenticare i suoi film come “Nuovo Cinema Paradiso” del 1988, “La leggenda del pianista sull’oceano” del 1998 o il meno fortunato “Baaria” del 2009) per la profondità e la peculiarità dei temi affrontati, costruisce un film bellissimo, curato nei minimi particolari, dai connotati veramente originali, e dirige un cast di attori bravissimi tra cui spicca Geoffrey Rush (Oscar 1997 come “miglior attore” per il film “Shine” e ottimo interprete del logopedista Lionel Logue nel film "Il discorso del re" del 2011) con la colonna sonora dell’eccelso maestro Ennio Morricone.

giovedì 20 dicembre 2012

Nel film “Tutto tutto niente niente” il regista Giulio Manfredonia descrive la realtà paradossale e volgare dell’Italia dei nostri giorni



Titolo: Tutto tutto niente niente
Regia: Giulio Manfredonia
Soggetto e sceneggiatura: Antonio Albanese, Piero Guerriera
Produzione: Italia 2012
Cast: Antonio Albanese, Lorenza Indovina, Lunetta Savino, Fabrizio Bentivoglio, Paolo Villaggio, Nicola Rignanese, Viviana Strambelli, Davide Giordano, […]


Dopo il grande successo di “Qualunquemente" (2011), il regista Giulio Manfredonia dirige ancora una volta in questo film “Tutto tutto niente niente”, Antonio Albanese, grande attore versatile, che vi interpreta tre personaggi, filibustieri irrazionali, orribili maschere da tragedia greca che sembrano paradossali, che appaiono immaginarie, fantasiose direi, ma che sono purtroppo particolarmente tangibilmente reali. Il più famoso dei tre e il più conosciuto è il calabrese colluso con la mafia Cetto La Qualunque, poi c’è il nordico secessionista/razzista Rodolfo Favaretto e, infine, il mistico Frengo Stoppato. Il primo, il mascolino che respinge solo per "ignoranza" una “escort” pensando che sia diversa dalle sue preferite e consuete “troione” e che cade in depressione per aver provato per la prima volta una "mancanza" sessuale della quale non si capacita, generata da un rapporto inconsapevole con un transessuale di cui tocca il lungo pene. E della cui inconsapevole “toccatina” vuole trovare una giustificazione chiedendo e chiedendosi se esista un clitoride lungo 22 centimetri. Il secondo che, con la sua eccelsa arroganza moralista e disumana, sfrutta gli immigrati, prepara i suoi accoliti alla guerra secessionista aspirando di unire il Nord-Est dell’Italia con l’Austria, e, infine, c’è il terzo personaggio, un balordo che si ritiene un uomo pio e per questo, anche dietro le insistenze convinte della madre (Lunetta Savino), vuole farsi beatificare da vivo (sic!) cercando, per raggiungere questo scopo, di proporre al papa, in seguito ad una sua originale interpretazione del vangelo, la riforma della Chiesa. Attorno a questi personaggi, tuttavia, ne ruotano molti altri, come il buffo vescovo (Teco Celio), o come il dispotico sottosegretario volutamente ingessato nel suo modo di fare e di essere (Fabrizio Bentivoglio) o come il pasciuto Presidente del Consiglio (Paolo Villaggio), che impera silente e domina tutti dal suo alto trono. 
Il film è una satira tragicomica, che va oltre la satira, dei politici italiani corrotti, arroganti, spudorati e anche volgari, soprattutto folli, e che manifesta in modo chiaro e inequivocabile il loro carattere trash. Un film direi che mostra una ricchezza figurativa surreale, colorata, piena di musica che contrasta con il grigio squallore, la povertà intellettuale, l’arroganza populista e la sordidezza decadente di una realtà vissuta che dà anche fastidio. Oserei dire che per queste peculiarità, il film mi fa ritornare con la mente al Satyricon (1969) di Fellini. Un film smitizzante, aspro, mordace, i cui personaggi sono presentati efficacemente come mostri che vanno oltre il ridicolo, oltre il caricaturale, oltre il reale che invece è reale, tanto reale che lo spettatore non riesce a ridere neppure per la battuta più comica che possa esserci nel film. Seguire il film diventa faticoso forse perché lo spettatore conscio della fluidità del precedente “Qualunquemente” si aspetta la stessa scioltezza e un’identica comicità, dato che ci sono lo stesso regista a dirigere e lo stesso attore a plurinterpretare. Comunque un film da vedere non solo per quello che dice ma per la bravura eccelsa dell’istrionesco Albanese e per l'originalità del contenuto.


domenica 4 novembre 2012

Il regista Massimiliano Bruno con il film “Viva l’Italia” descrive, in chiave satirica, con amarezza e afflizione il degrado morale e del senso civico del nostro paese.

Titolo: Viva l’Italia
Regia: Massimiliano Bruno
Soggetto e sceneggiatura: Edoardo Falcone, Massimiliano Bruno
Musica: Giuliano Taviani, Carmelo Travia
Produzione: Italia, 2012
Cast: Michele Placido, Raoul Bova, Alessandro Gassman, Ambra Angiolini, Rocco Papaleo, Edoardo Leo, Maurizio Mattioli, Rolando Ravello, Elena Cucci, […]

La descrizione sociale e politica, anche se in chiave magistralmente satirica, avulsa da sterile moralismo, che il regista Massimiliano Bruno fa del paese Italia con questo film “Viva l’Italia” è rigorosamente attinente alla realtà attuale. Il regista, per far questo, illustra i connotati di una presumibile famiglia di un capo indiscusso di partito politico al potere, il grottesco Michele Spagnolo (Michele Placido), i cui tre figli, Riccardo (Raoul Bova) medico, Valerio (Alessandro Gassman) amministratore di una società che fornisce il cibo per gli ammalati dell’ospedale, e Susanna (Ambra Angiolini) attrice, sono stati tutti e tre raccomandati (il medico a sua insaputa) per il posto che occupano.
L’ipocrisia dilagante, il cinismo, l’uso della menzogna, l’arroganza, l’assenza di etica e di morale dei politici, il malcostume, lo sperpero del denaro pubblico, l’uso sfrenato delle raccomandazioni, il favoritismo sistematico, il privilegio del demerito a svantaggio del merito, l’ignoranza, la Cultura che viene maltrattata perché incomoda al potere politico, l’opportunismo e il trasformismo di chi vuol fare carriera, l’inciucio, il compromesso, il danneggiamento della sanità pubblica per salvaguardare quella privata, la precarietà del lavoro, la disgregazione della famiglia, il populismo e la demagogia, e chi più ne più ne metta, sono le considerevoli peculiarità salienti che affiorano dalla descrizione satirica delle vicende interne ed esterne che ruotano attorno alla famiglia Spagnolo, in questa stravolgente commedia. Vicende che fanno ridere amaramente gli spettatori della cui esistenza però sono consapevoli visti i corrispettivi fatti di cronaca di questi ultimi tempi.
Il regista costruisce magistralmente, tuttavia, tutte le storie attorno al tema della verità, e lo dimostra quando Michele Spagnolo, colpito da ictus cerebrale, pirandellianamente parlando incomincia a dire tutta la verità come quando, in ospedale, afferma "… io sono ricco, passo davanti, lei è povera e s'attacca al cazzo!".

Il regista, nel corso del film, come voce narrante, dopo aver citato vari articoli della Carta costituzionale sempre disattesi, rinforza ancora il tema della verità sul finire del film quando afferma che bisognerebbe introdurre nella Costituzione italiana un ulteriore articolo, il centoquarantesimo, che dovrebbe sancire che "Tutti i cittadini hanno il diritto di conoscere la verità", in modo che ogni cittadino dopo aver votato consapevolmente possa rendersi conto a posteriori di avere sbagliato oppure no, “aggiustando il tiro” la volta successiva.
Massimiliano Bruno, autore teatrale e televisivo che, con il suo primo film “Nessuno mi può giudicare” con la brava Paola Cortellesi e Raoul Bova, si fa conoscere per la bravura dimostrata dal grande pubblico cinefilo, in “Viva l’Italia” fa uso di un linguaggio satirico che si avvicina a quello del compianto Mario Monicelli perché, come questo regista, non rispetta la retorica, è aggressivo, mette in evidenza il cinismo, il menefreghismo, l’indifferenza, il trasformismo dei politici italiani, smaschera la sacralità e mette in luce anche la fragilità dei suoi personaggi, dei quali evidenzia i caratteri miseri e meschini fino al punto di ridicolizzarli.
Il film è popolato da un gran numero di attori noti e meno noti, che reggono molto bene la loro parte, tra i quali spiccano per la bravura istrionesca Michele Placido e Rocco Papaleo (Tony).

giovedì 25 ottobre 2012

Silvio Soldini con il film “Il comandante e la cicogna” manifesta tutta la sua anima poetica e romantica in un Italia che l’ha persa.

Titolo: Il comandante e la cicogna
Regia: Silvio Soldini
Sceneggiatura: Silvio Soldini,  Marco Pettenello, Doriana Leondeff
Musica: Banda Osiris; la canzone “La cicogna” è cantata da Vinicio Capossela
Produzione, Italia, Svizzera, 2012
Cast: Valerio Mastandrea, Claudia Gerini, Alba Rohrwacher, Giuseppe Battiston, Luca Zingaretti, Luca Dirodi, Serena Pinto, Shi Yang, Michele Maganza, Giselda Volodi, Giuseppe Cederna, Fausto Russo Alesi, […]

Silvio Soldini descrive nel film “Il comandante e la cicogna” una città apparentemente e volutamente anonima perché potrebbe essere una qualsiasi città italiana (in effetti è Torino) rappresentativa del paese Italia, in cui pullula un mondo melmoso e corrotto dove vivono individui, uomini e donne, anche in età adolescenziale, disorientati, senza valori in cui credere e a cui aggrapparsi, che si lasciano trasportare dagli eventi senza possibilità alcuna di riuscire a dominarli. C’è l’idraulico Leo (Valerio Mastandrea), rimasto vedovo, che trova sollievo nel ricordo antropomorfizzato della moglie Teresa (Claudia Gerini), morta in un incidente, perchè non riesce a gestire e controllare i suoi due figli Elia (Luca Dirodi) e Maddalena (Serena Pinto). Il primo molto riflessivo e dalle evidenti capacità creative è molto preso dal comportamento di una cicogna con cui ha instaurato una inconsueta amicizia, e l’altra molto presa da relazioni para-affettive che sfociano immancabilmente in deleteri rapporti sessuali, molto imprudenti e nocivi. Poi c’è Diana (Alba Rohrwacher) che cerca stentatamente di realizzare il suo sogno di pittrice. Ci sono, anche se dai modi di pensare e dai comportamenti antitetici, da una parte il grosso simpatico omone Amanzio (Giuseppe Battiston), non lavoratore di professione e amante del bel vivere, che sbarca il lunario con i proventi che gli arrivano con il contagocce dall’affitto della sua casa, e dall’altra l’avvocato Malaffano (Luca Zingaretti) un professionista lazzarone e truffaldino i cui clienti adepti al malaffare sono o malfattori o in carcere. C’è anche il segugio Emiliano (Michele Maganza) che sfrutta senza ritegno e senza pudicizia i sentimenti pur di raggiungere l’obiettivo per il quale è stato pagato.
Un paese Italia, dunque, in cui l’immoralità e la superficialità imperversano e dove si è perso il senso della storia. Soldini, infatti, fa parlare la statua di Giuseppe Garibaldi che ha lottato e che ha visto tanto sangue versato perché l’Italia risorgesse e diventasse unita, e quella di Leonardo da Vinci,  uno dei più grandi ingegni della storia, e ancora quella di Giacomo Leopardi, grande poeta romantico. Rappresentanti rispettivamente degli ideali, dell’ingegno e della poesia che sono andati via via persi e sostituiti dall’ignoranza, dall’arroganza e dal malaffare. Rappresentanti che se vivessero nei giorni nostri sicuramente si vergognerebbero e si pentirebbero di aver creduto in certi ideali o di aver fatto ciò che hanno fatto per  dare prestigio all’Italia.  Non è un caso che nel film venga recisa la testa del cavaliere Cazzaniga, metafora di chi ha portato in questo stato rovinoso l’Italia. E non è neppure un caso che quella testa diventi il simulacro da custodire e venerare presso lo studio dell’avvocato Malaffano, suo degno sostenitore.
Soldini, tuttavia, dà un messaggio di positività in questo disastroso sfacelo e lo fa attraverso il busto di Leopardi che si gira di notte verso una finestra illuminata dove Leo e Diana hanno fatto l’amore o attraverso al ripresa del volo di una cicogna, simbolo di risveglio e di rinascita. Oserei dire, parafrasando De André “Dal letame nascono i fiori”, che è questo il messaggio che Soldini vuole darci.  Un film ben diretto, in cui tutti gli attori hanno mostrato la loro ormai famosa bravura, compresi i giovanissimi Luca Dirodi e Serena Pinto, e dove hanno trovato vitalità anche le voci di Pierfrancesco Favino, quella di Neri Marcorè e anche quella di Giugno Alberti. Un film che Soldini definisce “surreale, fantasioso e divertente ma decisamente deflagrante”, e che mantiene lo stesso spirito di “Pani e tulipani” (2000) con Licia Maglietta, Bruno Ganz e Giuseppe Battiston, ma che per questa sua specificità fantastica, surreale e grottesca si allontana dai toni realistici di “Giorni e nuvole” (2007) con Margherita Buy, Antonio Albanese e Giuseppe Battiston  o di “Cosa voglio di più”(2010) con Pierfrancesco Favino, Alba Rohrwacher e Giuseppe Battiston (attore preferito da Soldini).

martedì 23 ottobre 2012

Con il film “Lo spazio bianco” Francesca Comencini descrive le vicissitudini di una donna matura in procinto di diventare madre.

Titolo: Lo spazio bianco
Regia: Francesca Comencini
Soggetto: Valeria Parrella
Sceneggiatura: Francesca Comencini, Federica Pontremoli
Produzione: Italia, 2009
Cast: Margherita Buy, Gaetano Bruno, Giovanni Ludeno, Salvatore Cantalupo, Antonia Truppo, Guido Caprino, Maria Paiato, […]

Una gravidanza inattesa crea in Maria (Margherita Buy), insegnante di italiano in una scuola serale, un tale scombussolamento che le sconvolge quell’equilibrio vitale che aveva raggiunto fino a quel momento. Maria, che vive da sola e che data l’età avanzata aveva abbandonato definitivamente il sogno di diventare madre o di farsi un compagno o un marito, quando meno se l’aspetta, in seguito ad un rapporto sessuale, casuale, transitorio, rimane prima incinta e poi sola a gestire la gravidanza perché abbandonata da Pietro (Guido Caprino), l’uomo con cui aveva avuto la relazione “galeotta”. Maria conduce magnificamente la gravidanza ma partorisce prematuramente Irene, una bimba di sei mesi. Il tempo in cui la neonata rimane nell’incubatrice, sospesa tra vita e la morte, fino a quando questa forse acquisirà le capacità fisiologiche che le consentiranno di vivere autonomamente, costituisce “lo spazio bianco”, cioè l’interstizio che c’è tra l’essere e il non essere, il vuoto che ognuno di noi prova in quei particolari momenti della vita caratterizzati da una grande insicurezza, e che fomenta quelle incertezze quotidiane che ognuno tende a sopprimere, spinto da una forza sconosciuta, per giungere a quelle ricercate emozioni che danno un senso alla vita. In quello “spazio bianco” Maria, infatti, inserisce ogni cosa a torto o a ragione, dove, casualmente e spontaneamente a seconda del momento e dei fatti che sta vivendo, intercala  i ricordi belli e cattivi che le affiorano alla mente e i fatti che le succedono  quotidianamente con tutte le palpitazioni e il conseguente sconforto che generano le umane ansie miste alle preoccupazioni, alle inquietudini e alle angustie. Queste, per fortuna e forse per un innata tendenza alla conservazione della specie umana, sono intervallate fortunatamente da frammenti momentanei di gioia. La misteriosa Margherita Buy, una delle poche attrici italiane avulsa a ragione dal gossip, interpreta magistralmente un personaggio che sembra costruito apposta per lei. Per questo film la Buy, infatti, ha avuto la nomination come migliore attrice del premio Nastro d’argento 2010 e la nomination come migliore attrice del premio Davide di Donatello 2010. Francesca Comencini mostra, da parte sua, la bravura e la profondità della grande regista ottenendo il premio Nastro d’argento 2010. Il film è stato tratto dal romanzo omonimo della scrittrice Valeria Parrella.

martedì 18 settembre 2012

Nel film di Marco Bellocchio “Bella addormentata” il profilo di “un’Italia cinica e depressa”

Titolo: Bella addormentataRegia: Marco Bllocchio
Sceneggiatura: Marco Bellocchio, Veronica Raimo, Stefano Rulli Produzione: Italia, 2012
Cast: Toni Servillo, Alba Rohrwacher, Michele Riondino, Isabelle Huppert, Maya Sansa, Brenno Placido, Pier Giorgio Bellocchio, Fabrizio Falco, Gianmarco Tognazzi, Roberto Herlitza, Gigio Morra, […]

Il film “Bella addormentata” di Marco Bellocchio affronta il problema dell’eutanasia prendendo spunto dal caso di Eluana Englaro, la ragazza rimasta in coma per diciassette anni che viene fatta trasportare su decisione del padre in un’ospedale di Udine per interrompere il trattamento terapeutico forzato che la teneva in vita. E l’affermazione nel film dello psichiatra (Roberto Herlitza) sancisce ciò "La vita è una condanna a morte, quindi non c'è tempo da perdere". La decisione di interrompere il trattamento sconvolse allora le coscienze degli italiani dividendoli in due fazioni opposte (Guelfi e Ghibellini di storica memoria?): quelli a favore della salvaguardia della vita a tutti i costi e quelli a favore di un diritto civile, quello dell’eutanasia, che come tutti i diritti civili dovrebbe far parte di quel valore molto più ampio che si chiama “libertà individuale”.

La fabula su cui ruota il film è basata sull’asserzione che "L'amore cambia il modo di vedere le cose" detta da Maria (Alba Rohrwacher) la figlia del senatore del PdL, Uliano Beffardi (Toni Servillo) che concentra il messaggio che il regista vuole dare allo spettatore/cittadino con questo bellissimo e magnifico film presentato alla 69^ Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia. E mi piace a riguardo, per rafforzare il concetto, citare l’ultimo verso del XXXIII canto del Paradiso di Dante Alighieri: “…l’amor che move il sole e l’altre stelle”. Ogni nostro gesto è umanamente accettato se dettato dall’amore. A volte per amore siamo costretti, ob torto collo, a prendere decisioni individuali che non sono condivise da altri per coscienza o per presa di posizione di parte.

Il film che si svolge nell’arco di una settimana, agli inizi del mese di febbraio 2009, alcuni giorni prima della morte di Eluana, racconta le vicissitudini del senatore Beffardi che si reca a Roma convocato per votare il decreto che il governo di Berlusconi vuole approvare urgentemente per impedire che il padre di Eluana portasse a termine la sua decisione. Beffardi ha una crisi di coscienza e non vuole votare quella legge che ritiene ingiusta anche perché lui si è trovato in una situazione simile a quella di Englaro, anzi vuole dimettersi dal partito, dove vige il “pensiero unico”, che inibisce la volontà decisionale individuale di ogni parlamentare. Parallelamente a questa storia, nel film si intrecciano altre storie. Quella di un medico, Pallido (Pier Giorgio Bellocchio) che cerca di salvare la tossicodipendente Rossa (Maya Sansa) dal suicidio, e quella di un’attrice, Divina Madre (Isabelle Huppert) che per assistere la figlia in coma, ha perso il senso della vita abbandonando sia il figlio che il marito. Bellocchio in questo film come del resto negli altri suoi film prende posizione facendo emergere che la politica molto spesso non soddisfa i bisogni di umanità del popolo che essa governa, ed esprime anche il suo punto di vista sia nei confronti della Chiesa che difende i suoi dogmi a spada tratta sia nei confronti dei politici che nel legiferare non si comportano secondo coscienza ma secondo i dettami della loro dirigenza partitica.

giovedì 22 marzo 2012

Nel film “La scomparsa di Patò” la descrizione dell’Italia dei giorni nostri.




Titolo: La scomparsa di Patò
Regia: Rocco Mortelliti
Produzione: Italia, 2010, ma nelle sale dal 24 febbraio 2012
Sceneggiatura: Andrea Camilleri, Maurizio Michetti, Rocco Mortelliti
Musiche: Paola Ghigo
Testo della canzone: Rocco Mortelliti
Interpreti della canzone: Neri Marcoré e Danilo Formaggia
Cast: Nino Frassica, Maurizio Casagrande, Neri Marcoré, Flavio Bucci, Alessandra Mortelliti, Gilberto Idonea, Simona Marchini, Danilo Formaggia, Manlio Dovì, Franco Costanzo, Roberto Herlitzka, […]


Èun bellissimo film, girato tra le città di Canicattì e Naro, la Valle deiTempli di Agrigento e la Scala dei turchi sul Canale di Sicilia, che, riproducendo fedelmente l’omonimo romanzo di Andrea Camilleri, appare nella sceneggiatura fantastico, direi surreale, tant’è che la scenografia suggestiva e affascinante mi ha fatto ritornare in mente gli amati luoghi natii, quando fanciullo vagavo con la fantasia tra i mandorli in fiore e i prodighi ulivi e i resti gloriosi di un’antica civiltà scomparsa forse per sempre.
Il film fa la storia di Antonio Patò (Neri Marcoré), ragioniere di banca che, durante la rappresentazione del “Mortorio”, nel giorno del venerdì santo del 1890 a Vigata, in cui indossa la maschera del traditore Giuda, scompare, si dilegua, svanisce, evapora come acqua al sole, e non se ne sa nulla.… Giuda murì, Patò spirì./ Spirì Patò? Cu l’ammazzò?/ Quantu patì? E po: pirchì/ Patò spirò? - così recita, infatti, una cantilena a mo' di tormentone. In questa vicenda sembra che gli abitanti di Vigata siano indifferenti, incuranti, disinteressati, mentre, invece, loro sanno, sono consapevoli, hanno udito, forse hanno anche visto, ma celano la conoscenza della verità. Tant’è che su un muro della piazza del paese il giorno dopo la scomparsa di Patò appare la scrittura Murì Patò o s’ammucciò? (Morì Patò o si nascose?) Una domanda che, come un tazebao a carattere cubitali, con quella congiunzione disgiuntiva vuole far risaltare quella sempiterna natura contrastale esistente nel carattere dei siciliani e non solo dei siciliani, e vuole al tempo stesso incitare le autorità competenti ad investigare. Il Maresciallo dei Carabinieri, il siciliano Paolo Giummarò (Nino Frassica), e il nordico, perché napoletano, Delegato della Pubblica Sicurezza, Ernesto Bellavia (Maurizio Casagrande), indagano, infatti, in seguito alla denuncia della scomparsa presentata dalla moglie di Patò, Elisabetta Mangiafico (Alessandra Mortelliti), dapprima separatamente ma poi, per un provvedimento energico e rigoroso di natura gerarchica, congiuntamente. Cercano i due servitori dello Stato di scoprire la verità ma si arrovellano in maniera pirandelliana nei meandri spigolosi, arguti, sagaci, sottili, labirintici, ipocriti, cinici, ironici direi, che conducono alla verità. La loro scoperta, che viene puntualmente verbalizzata, evidenzia una falsità incontrollabile, impunita, subdola e rimbalza come “una palla su un muro di gomma”. Quale verità? Quella che si vuol far sapere o la verità vera? Attorno a questa alternativa, in chiave ironica e umoristica, si impernia tutto il racconto. Attorno a questa alternativa il film mette in risalto il legame indissolubile tra la società siciliana di più di un secolo fa, descritta nei minimi particolari sia nei costumi che nei comportamenti e nelle efficaci e vigorose forme dialettali, e quella dell’Italia attuale, evidenziando nella descrizione dei fatti che la verità vera molto spesso è scomoda e deve essere celata. Una commedia che, pur tingendosi di giallo, fa sorridere e ridere ma fa anche pensare amaramente che in questo nostro paese, che è stracolmo di tanti Patò, non si vuol cambiare niente in senso gattopardiano. Tutto deve rimanere come è! “Niente niente, niente è successo,/ batto la testa e l’affare è fatto/ per tutti quanti tutti i paesani/ morto sono e riposo in pace./ L’Italia è unita ma il malaffare/ si è radicato tra la terra e il mare,/ i governanti, sì gente per bene,/ alle coscienze vogliono pensare./ Addormentare questa Italia mia/ quella povera quella pia/ quella che spera per la democrazia/ questa è l’Italia l’Italia mia./ […]/ Lascio alle spalle gente impettita/ da storia nera, ma è gente smarrita,/ c’è chi mente e c’è chi spera/ c’è chi è assorto in preghiera/ ma è l’Italia dell’ipocrisia/ questa è l’Italia è la Sicilia mia/ […]. Una commedia ben realizzata in cui ogni personaggio è ben costruito in chiave macchiettistica e per questo molto efficace: oltre i già detti Paolo Giummarò e Ernesto Bellavia, spiccano Arturo Carlo Bosisio, capitano dei Carabinieri (Flavio Bucci), Liborio Bonafede, questore di Montelusa (Gilberto Idonea), la principessa Imelda Sanjust degli Orticelli (Simona Marchini), Gerlando il ciaramittaro (Franco Costanzo), il becchino (Roberto Herlitza), il mafioso Calogero Pirrello (Manlio Dovì), il marchese Simone Curtò di Baucina (Danilo Formaggia).
Auguro, a chi lo deve ancora vedere, buon divertimento!

venerdì 16 dicembre 2011

Ne "La passione" la descrizione dell'attuale situazione politica nazionale

Regia e Sceneggiatyura: Carlo Mazzacurati.


Cast: Sivio Orlando, Cristiana Capotondi, Giuseppe Battiston, Stefania Sandrelli, Corrado Guzzanti, Marco Messeri.


Produzione: Domenicio Procacci


Anno produzione: 2010


Questo film presenta, ovviamente, diverse chiavi di lettura. Quella che mi è più congeniale corrisponde alla descrizione, in chiave mateforica, della situazione socio-politica dell'Italia, dove non c’è creatività, originalità, fantasia e dove la voce degli intellettuali è debole e priva di senso. Dove il grigiore, lo squallore e la sordidezza predominano. Dove sono il ricatto e il compromesso che muovono il motore della nazione. Che amara condizione! Gianni Dubois (Silvio Orlando) rappresenta con il suo aspetto, a volte simpatico, a volte buffo, a volte triste, a volte enigmatico, a volte ingenuo, un intellettuale della disorientata e litigiosa Sinistra italiana, divisa in mille rivoli, smarrita nel teatrino della politica, e incerta nelle scelte da fare, che non sa ascoltare i giovani, che non sa avanzare idee nuove, che è ancorata a trascorsi schematismi superati, lontani nel tempo, senza nessuno ancoraggio ai veri problemi sociali e istituzionali del tempo presente.


La storia raccontata nel film si svolge in un piccolo paese della Toscana, un borgo medievale ancora apparentemente intatto, dove tutto va a rotoli, dove il popolo che una volta rispondeva al richiamo di eventi come la celebrazione della Passione non è più presente, dove le case sono decrepite, dove le pregiate opere artistiche si degradano, dove il potere politico costituito si mostra cinico, ricattatore e arrogante e, tramite la sua sindachessa (Stefania Sandrelli) cerca, con ricatti miserabili e spregevoli, la realizzazione di certi obiettivi che ritiene possano richiamare e coinvolgere i paesani. Ma il pubblico vuole idee nuove, fresche e giovani non ancorate a vecchi e obsoleti schematismi che ripetono sempre la stessa sbobba. Ne è una prova il personaggio Flaminia Sbarbato (Cristiana Capotondi) che va a trovare con tanta gioia e molte aspettative il regista Dubois, ma che rimane delusa, si irrita e va via dopo avere ascoltato da questi una estemporanea storia, trita e ritrita, di un ipotetico film dalla fine incognita, che non ha niente di originale. Dubois risulta dunque un regista del tempo passato, bravo ma ormai dimenticato ed escluso dall’albero genealogico dei registi che, con i suoi ossessivi intercalari fastidiosi, simboleggia con grande bravura la situazione di ciò che oggi avviene nella nostra società. La Passione di Carlo Mazzacurati, dietro la rigenerante ilarità che suscita costantemente nello spettatore, nasconde il dramma dei nostri giorni, ma che con l’urlamento di un ragazzo vuole spronare i giovani di oggi ad alzare la testa per pensare al proprio futuro.


Bravi Giuseppe Battiston (Ramiro) e Corrado Guzzanti (Abbruscati), assieme a Marco Messeri (Del Ghianda) e Cristiana Capotondi. Ottima la regia.


Fonti:










lunedì 12 dicembre 2011

Il film “Unfacebook” di Stefano Simone, una metafora dei mali del nostro tempo.






Titolo: Unfacebook




Regia e Fotografia: Stefano Simone.




Sceneggiatura: Dargys Ciberio, Antonio Universi, Pia Conoscitore.




Musiche: Luca Auriemma.




Durata: 75 min. Anno di produzione: 2011. Patrocinato dal Comune di Manfredonia.



Cast: Paolo Carati, Giuseppe La Torre, Tonino Pesante, Fabio Valente, Tonino Potito, Filippo Totaro, Pia Conoscitore, Sabrina Caterino, Mimmo Nenna, Ivano Latronica, Grazia Orlando, Tecla Mione, Dino Mione.




In questi giorni mi è capitato di vedere il recentissimo film Unfacebook, un triller-horror diretto dal giovanissimo regista Stefano Simone e prodotto da una piccola casa di produzione indipendente la Jaws Entertainment. Il film è stato tratto da un racconto inedito Il prete di Gordiano Lupi della Casa editrice Il foglio letterario. Un triller, inquadrato nella cornice misteriosa di una cittadina della provincia pugliese, che sin dai primi fotogrammi suscita curiosità interesse e suspense nello spettatore per le immagini molto crude e drammatiche e scene molto violente, fino all’esasperazione più estrema, la cui brutalità schietta viene a fortiori catalizzata da una musica appropriata che fa ricordare i films di Dario Argento.
Guardando il film ho rilevato via via una direzione sciolta agile e straordinaria che non ha niente da invidiare ai mostri sacri del cinema italiano, tant’è che il regista dimostra di saper usare con oculatezza la didascalia avvalendosi di dialoghi molto striminziti ma comunque essenziali.
Stefano Simone dimostra di essere un regista profondo conoscitore del suo tempo e di avere una cultura elevata soprattutto sui temi socio-psicologici recenti e di servirsi della cinepresa in modo originale sfruttando come colori predominanti del film, il bianco e il blu, che sono i colori del social network Facebook. Il titolo del film Unfacebook lascia intendere questo riferimento, anche se quest’uso bicromatico di primo acchito fa pensare ad una scarsa qualità fotografica e dà un po’ di fastidio allo spettatore che, però, a poco a poco vi si abitua e comprende che è stata una scelta voluta, che caratterizza appropriatamente la pellicola. Un colpo di genio, non c’è che dire!
Nel film c’è una disamina sulla crisi odierna della Chiesa che non riesce più a raggiungere il suo scopo: il controllo e la salvezza dei fedeli attraverso la confessione. A tal proposito, Francesco Giuliano nel suo romanzo Come fumo nell’aria sostiene parlando dei fedeli che dopo la confessione molti ritornavano a comportarsi come sempre o forse peggio, tanto c’era l’assoluzione garantita con il palesamento dei peccati. Il prete (Giuseppe La Torre), protagonista del film, infatti, ascolta le confessioni dei suoi parrocchiani, ma questo lo porta ad una crisi interiore e ad uno sconforto personale. Egli medita su Il principe di Niccolò Machiavelli quando dice che gli ipocriti e gli astuti creano l’ira di Dio perché il peccato si rinnova e che il fine che giustifica i mezzi. È il comportamento dei fedeli che il prete non approva e che condanna, rendendosi conto che la confessione non risolve i loro problemi. Il prete tramite la confessione riesce a conoscere chi si comporta da puttana, chi è un pervertito, chi è un bastardo, chi è uno spacciatore di droga, e così via. Egli si convince che non serve a niente dare l’assoluzione dei peccati a questi individui malefici, per loro la soluzione migliore è la punizione divina. Da redentore si trasforma in loro carnefice a tal punto che fa diventare suo complice addirittura un bambino che ha assistito ad un omicidio. Lupi nel suo racconto sottolinea questa metamorfosi del prelato cui fa affermare, con cruda chiarezza che … noi preti siamo chiamati ad assolvere persone simili, e che, non mi sono fatto prete per assistere alla vittoria del male, ma per contrastarlo.
Egli decide di affidarsi a Dio che punisce per sempre.
Ma come fare?
Si aggiorna tramite una rivista specializzata sull’uso di internet e della posta elettronica di cui apprende il grande potere telematico. Si documenta sull’ipnosi e legge un libro sui Templari. Scopre che con l'ipnosi sia possibile entrare nella dimensione inconscia ed emotiva di un altro e per far questo il mezzo più appropriato sono i social networks che creano dipendenza seria ed invalidante, una vera e propria patologia, nota come Social Network addiction. Si rende conto che questa dipendenza ha sugli individui gli stessi effetti causati dall’uso di sostanze stupefacenti e, al tempo stesso, crea fisime e forti impulsi emotivi. Progetta, quindi, un programma sinistro, spietato, violento, sanguinario. Il confessionale diventa un luogo paragonabile a quello del Santo Uffizio, dove far confessare spontaneamente i peccati per i quali il verdetto finale è la morte.
Il prete capisce, in definitiva, come con la telematica si possa non solo governare la gente e la loro opinione, ma anche come con essa si possano strumentalizzare e trasformare per fini reconditi i giovani in automi. Invia, infatti, a qualcuno di questi delle e-mail con il link Vuoi fare parte dei Templari?. Questa domanda suscita curiosità nel giovane che conseguentemente ad un “click” si trova di fronte l’icona Armageddon, la battaglia finale tra il Bene e il Male, per la quale venivano usati come guerrieri i Templari. Il ragazzo in tal modo assume il ruolo di guerriero Templare con le conseguenze cruente che quest’assunzione comporta.




C’è dunque nel film un’analisi attenta e critica sui social network come Facebook, Twitter, MySpace, ecc., a cui si aggiungono le chat e gli sms, tant’è che il regista nel film fa dire alla psicologa (Pia Conoscitore) che il social network è come un luogo virtuale che dà ai giovani, in età compresa tra 12 e 18 anni, stimoli intensi e gratificanti che creano dipendenza e elevato grado di pericolo in quanto essi non riescono a distinguere il reale dal virtuale e ciò li porta ad una scompensazione emotiva dagli effetti devastanti.

Devo dire che ho trovato il film molto interessante e di grande attualità perché affronta il problema sia della decadenza della religione sia dell’uso non appropriato di internet che genera dipendenza. Della dipendenza ne parla il ricercatore Federico Tonioni nel suo saggio Quando internet diventa una droga. Ciò che i genitori devono sapere, mentre il critico culturale americano Lee Siegel nel suo recente libro Homo Interneticus. Restare umani nell’era dell’ossessione, addirittura disapprova l’uso della rete per i suoi effetti deleteri.










Federico Tonioni, Quando internet diventa una droga. Ciò che i genitori devono sapere, Einaudi




Lee Siegel, Homo Interneticus. Restare umani nell’era dell’ossessione, Piano B edizioni







Stefano Simone è nato a Manfredonia (FG) il 09/02/1986, dove inizia sin da piccolo a scrivere sceneggiature e girare cortometraggi (il primo all'età di 13 anni). Dopo aver frequentato il liceo socio-psico-pedagogico al "Roncalli" di Manfredonia, si trasferisce a Torino per studiare cinema all'istituto "Fellini", conseguendo il diploma di "Operatore della Comunicazione Visiva". I suoi cortometraggi: "Il delitto di classe"(1999); "Fear-paura"(2000); "Madre delle Tenebre"(2001); "Gli occhi del teschio"(2001); "Il gatto nero dalle grinfie di sciabola"(2005); "Istinto omicida"(2006); "Infatuazione" (2006); "L'uomo vestito di nero" (2007); "Lo storpio" (2007); "Contratto per vendetta" (2008); "Kenneth" (2008); "Cappuccetto Rosso" (2009). Lungometraggi: "Una vita nel mistero" (2010); "Unfacebook" (2011). Videoclip musicali:"Su Facebook" (2011).

martedì 29 novembre 2011

Sta ne "La bellezza del somaro" la fuga da questa società urlata.

È un film, quest’ultimo lavoro di Sergio Castellitto, tratto da un racconto della moglie, la scrittrice Margaret Mazzantini. In esso il regista, che è anche attore, fotografa, in modo alquanto ironico, sottilmente beffardo e beffardamente satirico l’attuale società italiana, mostrandone una fisionomia urlata, squilibrata, dissestata, stereotipata, disorientata, scriteriata, alienata, dove le persone normali, che vivono intorno ai quei valori umani che inducono alla serenità, alla meditazione e alla saggezza, appaiono strane e anormali, superate, “vecchie”.

Si corre.

Si urla.

Non si pensa.

In questa società, dove ognuno si arroga il diritto di assalire l’altro, in modo gratuito e violento, solo per un abitudine consolidata e imposta anche da alcuni programmi e personaggi televisivi, si prevarica senza motivo chi vuole dire la sua liberamente e agire al di fuori degli stereotipi comuni.

Basta una parola per fare scattare l’allarme e assalire l'altro!

Gli impulsi nervosi si trasformano in grida forsennate, fastidiose, insopportabili. Nelle famiglie, poi, si permettono situazioni che fanno raccapricciare e inorridire: i genitori “educano” i figli accettando e condividendo tutto ciò che i figli fanno e gli impongono. Non uno schiaffo né un rimprovero sono ammessi. Tutto è lecito! In questo “frastuono” aggrovigliato, da cui è difficile uscire ed estraniarsi, che avviluppa tutti, una ragazzina si innamora di Armando (Enzo Iannacci) non più nel fiore della gioventù, in cui scopre la “bellezza” che fino ad allora non aveva ancora scorto. Sta proprio quì “la bellezza del somaro” che pascola sereno e tranquillo in mezzo alla purezza della natura e che si mostra indifferente in mezzo a tutto quel putiferio. Sta quì l'essenza del film che vuole dimostrare come in questa società non si riesce a cogliere il carpe diem di oraziana memoria. È come stare in un auto o su un treno che percorre la strada in modo così veloce da non far cogliere la bellezza dei paesaggi che attraversa ai passeggeri.

Quell'atto inconsueto e disinibito della ragazzina scandalizza tutti, ovviamente anche il padre Marcello (Sergio Castellitto) che le sferra uno schiaffo che, a sua volta, sconvolge, turba e indigna gli astanti.

Purtroppo lo spettatore esce stressato per una sceneggiatura che, talvolta, appare sconnessa e che non gli fa gustare il film che, però, in alcuni tratti appare piacevole.



Sergio Castellitto oltre ad essere regista è anche attore di questo film assieme a Barbora Bobulova, Laura Morante, Enzo Iannacci e Marco Giallini.




Fonti:





giovedì 27 ottobre 2011

Sull'agape o amore materno, il film di Pupi Avati "Una sconfinata giovinezza".



Un film o meglio una fiaba dei nostri tempi, come è nello stile del regista Pupi Avati, dove la trama poetica suscita nello spettatore forti emozioni e gli fa provare sensazioni che lo coinvolgono completamente. Parla, questo bel film, di due personaggi, “giganti” nella loro semplicità, ormai non più giovani, che si amano, come se vivessero fuori dal proprio tempo, come se fossero nella fase di innamoramento: lui, una persona di elevata staturaculturale, giornalista sportivo di successo, lei brava docente universitaria, coniugi senza figli. Vivono presi dal loro lavoro quotidiano, felici e sereni senza problemi di rilievo finché subentra subdolamente una malattia che coglie all’improvviso il marito, che scombussola il quieto vivere e che spadroneggia tra le mura di quell’incantevole ma raro focolare e che, a poco a poco, non domina solo un corpo, ma intreccia nell’animo della moglie una tetra maglia sottile, invisibile, impercettibile, che, rendendo vana ogni speranza di guarigione, gradualmente, le infonde nel contempo coraggio e animosità.
L’eros che si era manifestato prima come desiderio reciproco, come smania ricambiata, come mutua frenesia, come biunivocità collaborativa, incomincia a cedere il passo, di fronte alla cattiveria e alla spietatezza generate da quella disumana malattia, a un graduale distacco disumano. Non c’è più reciprocità d’amore, non c’è scambio d’affetti, c’è soltanto perdita di quell’umano grande valore amoroso tanto e per tanto tempo riposto nella persona amata. Non c’è più eros ricompensato, c’è allontanamento. L'amore si trasforma in disamore!
La mancanza di figli, tuttavia, per un prodigio suscitato dalla lettura di una lettera, fa diventare per la donna il marito un figlio da accudire e da assistere e con cui giocare appassionatamente. Ed ecco che la mancanza di eros, fa insorgere improvvisamente l’agape, cioè quella concezione d’amore che prescinde dal valore assegnato ad una persona e dalla reciprocità d'affetto, ovvero quell’amore che una madre ripone verso il proprio figlio. Il marito diventa figlio. La moglie diventa madre. Soltanto con l’agape la moglie accetta il rifiuto, la mancanza di riconoscenza, l’ingratitudine. Accetta tutto.

Grandi e da premio Oscar Fabrizio Bentivoglio e Francesca Neri. Bravissimo Avati che ha saputo creare, con continui flashback essenziali per la comprensione del film, atmosfere da sogno, per una storia che sogno non è. Purtroppo!(Francesco Giuliano).



Fonti: