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mercoledì 12 febbraio 2014

Sorrentino arriva l' Endosement di Tornatore

Sono molti a credere che Paolo Sorrentino abbia possibilità reali di vincere il premio Oscar per miglior film in lingua straniera, tra in tanti c'è né uno un po` più speciale degli altri:
Giuseppe Tornatore, il regista di tanti capolavori, tra i quali possiamo ricordare "Nuovo Cinema Paradiso" vincitore del Oscar nel 1990.
Il regista siciliano ha dichiarato in una intervista rilasciata nel mese di Gennaio "sono molto contento e credo che Paolo Sorrentino con "La Grande Bellezza" abbia molte possibilità".
Aumenta intanto l' attesa per la notte degli Oscar e presto scopriremo se un italiano tornerà a trionfare negli States.


La Grande Bellezza, Paolo Sorrentino

Giuseppe Tornatore

giovedì 3 gennaio 2013

Nel film “La migliore offerta” Giuseppe Tornatore teorizza la perenne dissertazione umana sulla verità e sulla falsità.



Titolo: La migliore offerta
Titolo originale: The Best Offer
Regia: Giuseppe Tornatore
Soggetto e sceneggiatura: Giuseppe Tornatore
Musica: Ennio Morricone
Produzione: Italia, 2012
Cast: Geoffrey Rush, Jim Sturgess, Donald Sutherland, Sylvia Hoeks, Philip Jackson, Dermot Clowley, Liva Kebede, Maximilian Dirr, Sean Buchanan […]


Bellissimo, coinvolgente e singolare, questo ultimo film “La migliore offerta” del regista siciliano Giuseppe Tornatore, un triller sentimentale che affronta un tema universale, quello che coinvolge le persone nelle loro azioni quotidianamente: l’eterna diatriba tra la realtà e l’apparenza, tra la sincerità e l’inganno, tra la verità e la falsità, dove la verità viene simulata dalla falsità, o la falsità viene imitata dalla verità. Tornatore, che con questo film si stacca dai legami della sua terra natia, la Sicilia, crea magistralmente un’atmosfera da giallo perché riesce a comporre un miscuglio tra queste due astrazioni, eterogenee tra esse, così ben amalgamato che lo spettatore non riesce a distinguere l’una dall’altra. Come avviene in un’opera teatrale, del resto. Il sostantivo “persona”, infatti, che nel linguaggio comune si usa spesso per indicare un individuo, deriva dalla parola che i Latini usavano per indicare la “maschera” di legno che gli attori dell’antica Grecia indossavano durante le rappresentazioni teatrali per interpretare i relativi personaggi.

Il film è interessante anche per i suoi risvolti filosofici in quanto ruota attorno al tema sulla "verità" (etimologicamente deriva dalla parola greca alétheia, disvelamento)  la cui definizione venne data per la prima volta da Platone, anche se poi Aristotele la tematizzò come oggetto di una sua trattazione filosofica. Nel “Il sofista”, Platone distingue il filosofo, che è colui che dice il vero, dal sofista, cioè da colui che, non essendo filosofo, invece afferma il falso simulandolo per vero. Aristotele riprende la concezione del suo maestro e nella “Metafisica” sostiene che "il vero e il falso non sono nelle cose, ma nel pensiero", cioè sono "una qualità del pensiero" che però non dipendono dal pensiero ma dipendono in toto dal suo rapporto con la realtà. E lo stesso Aristotele enuncia il principio di non-contraddizione della logica secondo il quale “è impossibile che lo stesso attributo, nel medesimo tempo, appartenga e non appartenga al medesimo oggetto”, principio che, in certo qual modo viene contraddetto, dallo stesso regista quando dice che “anche in un falso c’è qualcosa di vero” o che il regista fa affermare nel film da una protagonista del film, Claire (Sylvia Hoels): “in ogni falso si nasconde sempre qualcosa di autentico”.

Virgil Oldman (Geoffrey Rush) è un sessantenne battitore di aste molto abile, un esperto d’arte di fama internazionale, amante accanito delle opere d’arte di cui subdolamente fa incetta. Ha un carattere introverso, è misantropo e anche misogino. Un giorno riceve una telefonata da Claire, una giovane donna che ha ereditato una vecchia villa di cui vuole che le vengano valutati tutti gli arredi al fine di venderli. Il fatto strano è che in tutti gli appuntamenti la donna non si presenta mai apportando sempre delle motivazioni plausibili. Dai diversi contatti telefonici, che inizialmente irritano Virgil, si instaura uno di quei legami che esistono per la forza inconscia del cuore che imprime alla mente l'instaurarsi improvviso e ammaliante di un pensiero amoroso, che rimane latente, non consapevole, e che emerge nel momento più propizio. Come se si formasse un filo invisibile tra l’uomo e la donna, conduttore di emozioni vicendevolmente, biunivocamente, inconsapevolmente. Emozioni che si autocatalizzano e che fanno sfociare l’uomo e la donna nel mare delle passioni irrefrenabili, dove l'amore impera, quell’amore che è la colla dei sentimenti di una coppia. Tant’è che Claire afferma “Qualunque cosa ci accada, sappi che io ti amo!", rivolgendosi a Virgil.
Virgil accetta l’incarico e, nel corso dei vari sopralluoghi, rinviene nella cantina della villa dei pezzi di un ingranaggio  che si rivela essere parti di un automa di Jacques de Vaucanson, uno scienziato vissuto nel secolo dei Lumi, autore di diversi meccanismi robotici. A questo punto, nel film è chiara la metafora della creatività umana e di come questa possa essere utilizzata da ogni individuo per proprio tornaconto “giocando” con i sentimenti umani. Manifestazione di ciò si trova sia nelle parole di Billy (Donald Sutherland), l’amico complice di Virgil Oldman, che afferma che "i sentimenti umani sono come le opere, si possono simulare" sia nella costruzione lenta e laboriosa, attraverso i vari ingranaggi che vengono trovati via via nella villa che portano gradualmente alla concretizzazione dell’automa di Vaucanson, grazie alla bravura del giovane tecnico Robert (Jim Sturgess).
Giuseppe Tornatore, che dimostra ancora una volta di essere un grande maestro del cinema non solo italiano ma anche internazionale (chi può dimenticare i suoi film come “Nuovo Cinema Paradiso” del 1988, “La leggenda del pianista sull’oceano” del 1998 o il meno fortunato “Baaria” del 2009) per la profondità e la peculiarità dei temi affrontati, costruisce un film bellissimo, curato nei minimi particolari, dai connotati veramente originali, e dirige un cast di attori bravissimi tra cui spicca Geoffrey Rush (Oscar 1997 come “miglior attore” per il film “Shine” e ottimo interprete del logopedista Lionel Logue nel film "Il discorso del re" del 2011) con la colonna sonora dell’eccelso maestro Ennio Morricone.

giovedì 15 novembre 2012

Con il film “Venuto al mondo” questa volta Castellitto mette a confronto l’amore con la violenza.


Titolo: Venuto al mondo
Regia: Sergio Castellitto
Soggetto: Margaret Mazzantini
Sceneggiatura: Margaret Mazzantini, Sergio Castellitto
Musica: Eduardo Cruz
Produzione: Italia, 2012

Cast: Penelope Cruz,  Emile Hirsch, Pietro Castellitto, Adnan Haskovic,  Saadet Aksoy, Luca De Filippo, Brando Djuric, Jane Birkin, Mira Furlan, Isabelle Adriani, Sergio Castellitto, […]

 

Sergio Castellitto, bravo attore,  diventato famoso per “L’uomo delle stelle” (1996) di  Giuseppe Tornatore, che gli valse il premio Nastro d’argento 1996 come migliore attore, ha interpretato film sempre di un certo spessore  tra cui “L’ultimo bacio” (2000) di Gabriele Muccino,  “Concorrenza sleale” (2001) di Ettore Scola, “L’ora di religione” (2002) di Marco Bellocchio che gli comportò  il conferimento di un altro Nastro d’argento 2002 come migliore attore. In un certo momento, forse spinto dalla compagna, la scrittrice Margaret Mazzantini, Castellitto decide di fare il regista, e dirige dei film un po’ deludenti come quello di esordio “Libero Burro” (1999) che si rivelò un fiasco, il discutibile  “Non ti muovere” (2004) con Penelope Cruz e poi, nel 2010 l’insoddisfacente “La bellezza del somaro”, film questi ultimi due il cui soggetto è stato tratto dai libri scritti dalla moglie.
Dall’omonimo romanzo scritto dalla moglie deriva anche quest’ultimo film “Venuto al mondo” che Castellitto, mostrando, a differenza dei precedenti , il raggiungimento di una certa maturità di regista, dirige  in modo complesso ma efficace e suggestivo. Mette  in campo, infatti, degli stratagemmi, cioè dei colpi di scena astuti che coinvolgono emotivamente lo spettatore disorientandolo adeguatamente, ma che non compromettono però la bellezza del film che tratta fondamentalmente la storia di due donne passionali, belle sia nell’animo che esteriormente. L’una, Gemma (Penelope Cruz), una bella donna emancipata che, recatasi in Bosnia, prima del conflitto cruento, conosce un giovane fotografo Diego (Emile Hirsch) gioioso, spigliato, divertente, amante della vita e della bellezza. Ella viene travolta sfrenatamente dalla passione per Diego da cui vuole un figlio, “un lucchetto di carne” che lo leghi a sé per tutta la vita e, in questo turbinio fervido, vivace, intenso, brillante,  scopre di non essere  fertile, cioè che non può avere figli. Un dramma fortemente sconvolgente per un donna! Cosa ci sia di più brutto, di più rovinoso, di più sofferto, di più deleterio per una donna che è stata progettata per dare la vita e per amare, Castellitto riesce egregiamente a metterla in risalto.  L’altra, Aska (Saadet Aksoy), una bella donna, affascinante, sensuale, che ama la musica e cantare, fa infatuare di sé Diego allontanandolo anche se parzialmente da Gemma. Da questo momento in poi si instaura un rapporto a tre, Gemma, Diego e Aska, molto complicato e tormentato da cui deriva la proposta di Gemma a Diego (a cui è stata negata dalla legislazione italiana la richiesta di adozione di un figlio) di fare un figlio accoppiandosi con Aska. L’amplesso avviene con la guerra già in atto, in un contesto di violenza così inaudita e priva di senso e di senno tant’è che il medico (Branko Djiuric) che visita Aska, rimasta incinta, di vergognarsi “di appartenere alla razza umana”. Nascerà Pietro (Pietro Castellitto), un figlio della violenza? La risposta forse è insita nella frase pronunciata da Gemma: “i figli si vedono dai padri” e Pietro per il carattere che mostra da grande non può che assomigliare al padre Diego! Gemma, felice, per avere ottenuto il neonato che porta con sé in Italia, a Roma, lascia nell’infelicità più completa Aska per i motivi che lo spettatore scoprirà nel vedere il film.
Emerge nel film a caratteri cubitali il contrasto sempiterno tra chi vuole generare la vita a tutti i costi (Gemma) sperando anche nel miracolo e coloro (i padroni della guerra, i mostri dell’umanità) che, invece, questa vita la eliminano senza pensarci un attimo in modo cruento, crudele e violento. Ci vorrebbe l’attore Buster Keaton, la cui immagine viene evocata al finire del film, con la sua aria stravolta e malinconica, famoso per i continui rovesciamenti di senso per raccontare la storia di “Venuto al mondo”, in cui l’amore prevale comunque sui mostri dell’umanità!  Un film, quindi, denso, intenso, violento sicuramente, pieno di significati e di metafore che fanno riflettere sul senso della vita, dove pullulano attori molto bravi tra cui Penelope Cruz,  Luca De Filippo che veste i panni di Armando, il padre di Gemma, e Adnan Haskovic che interpreta Gojko, il poeta bosniaco che fa scoprire a Gemma un mondo a lei ignoto, ed emerge Pietro Castellitto, figlio della coppia Castellitto-Mazzantini.


domenica 27 novembre 2011

La storia recente dell’Italia nel film BAARÌA di Giuseppe Tornatore





Quanto amore per la sua Sicilia manifesta Giuseppe “Peppuccio” Tornatore nei suoi magnifici film (Non si può dimenticare il suo capolavoro, con cui suggella il suo amore per il cinema, Nuovo Cinema Paradiso del 1988 con un grandissimo Philipp Noiret) e la descrizione dei luoghi meravigliosi che vengono fuori da un paesaggio apparentemente rude, ma attraente, quello siciliano, in cui si svolge la vita degli umili e dei diseredati, con tutta la disperazione che si portano appresso senza possibilità alcuna di potersela togliere d’addosso.



Ebbene, Tornatore nel suo ultimo film, Baarìa - di cui si è detto già tanto e di cui io dirò soltanto adesso dopo aver visto il film - parla della sua terra natìa, Bagheria nell’entroterra palermitano, a partire dal tetro e oscuro periodo fascista attraverso la seconda guerra mondiale fino ai giorni nostri, e ne descrive la miseria, la fame, la desolazione amara, lo sconforto e la proverbiale disperazione. Lo fa con delle immagini crude, naturali, selvagge, a volte sgradevoli, spietate così come fa il suo conterraneo Renato Guttuso, grande pittore, che sostiene, a proposito del suo quadro l’Occupazione delle terre incolte: i contadini siciliani che hanno nel mio cuore il primo posto, perché io sono dei loro, i cui volti mi vengono continuamente davanti agli occhi qualunque cosa io faccia, contadini siciliani che sono tanta parte della storia d'Italia…, (presentato alla Biennale di Venezia del 1950). O come fa il saggista Pasquale Villari che descrive la Sicilia, un luogo dove si trovano i feudi e i contadini più poveri o proletari. I borghesi arricchiti, i proprietari negozianti pigliano a gabella gli ex feudi, che subaffittano ai contadini, dividendo le vaste tenute in porzioni, delle quali serbano per se stessi la migliore e fanno contratti di subaffitto, diversi, ma sempre onerosissimi per i contadini. Oppure, come afferma Francesco Giuliano nel suo romanzo Come fumo nell’aria (ed. Prospettiva editrice): la differenza la fanno le leggi scritte e non scritte da quelli che hanno in mano il potere, e nel passato questo è stato esercitato dai baroni. È per questo che se i poveri rubano vanno a finire in galera, mentre se rubano i ricchi o i furbi non gli succede niente, anche se di fronte a Dio non hanno nessuna giustificazione delle loro malefatte. Ogni domenica, infatti, rispetto agli altri giorni, hai notato che in chiesa dinanzi al confessionale c’è una lunga fila di queste persone che vogliono confessarsi per farsi perdonare i peccati che hanno commesso? Capisci dunque che buona parte delle norme legislative è stata scritta a loro favore. Poi c’è il potere dei prepotenti e su quello le leggi non hanno alcun controllo. Se i nostri desideri, le nostre necessità, i bisogni fondamentali della nostra esistenza, le nostre speranze dipendono da un altro, è evidente che questo ha potere su di noi.


A livello emotivo, tante sono le impressioni donatemi da questo film. L’identificazione, fin dai primissimi fotogrammi, con la mia realtà di origine: l’atmosfera rurale, la nostalgia per quei luoghi di sofferenza, la voglia di emancipazione dalle proprie radici, l’accento sui comportamenti diffusi e a volte stonati del gregge, e le sensazioni raccontate magistralmente dal regista, che ha saputo trattare argomenti a volte personali in modo talmente dettagliato e lirico da rendere inevitabile l’identificazione dello spettatore che abbia vissuto esperienze anche lontanamente simili nell’altro capo dell’Italia. Favorendo così il passaggio dal particolare all’universale.


Tornatore in Baarìa coglie, dunque, il pretesto per parlare della sua Sicilia una terra fertile, bella e arcigna, fascinosa e attraente, misteriosa e arcana, emozionante, incantevole, fruttifera, rigogliosa così come la aggettiva parallelamente ne I sassi di Kasmenai (ed. Il foglio letterario), lo stesso Francesco Giuliano, anch’esso siciliano, dal cui romanzo emerge una fioritura di sapori e profumi, una mescolanza di emozioni vissute in quella terra, dove le storie personali sono troppo spesso ridotte a dettagli inconsistenti, in favore di una prospettiva storica più ampia: la storia omogeneizza i comportamenti di tutti gli uomini, annullando così quella dei singoli. Dove il particolare pian piano assume valore universale.


In Baarìa, lo spettatore ingenuo e poco acculturato, che non fosse sensibile né interessato ad uno scibile tanto ampio e variegato come quello che distingue il film, si trova comunque di fronte a due alternative: apprendere quanto spiegato nel film cercando di trovare un nesso tra il tema proposto e la realtà o limitarsi a fruire della storia ad un livello più superficiale, ma altrettanto dilettevole. Molti film hanno un doppio livello di significato: uno spettatore semplice può valutare la favola del corvo e della volpe di Esopo, come il semplice resoconto di una disputa di animali, ma risulterebbe molto difficile non avvertire tra i fotogrammi una lezione di carattere universale, e chi proprio non ne fosse capace avrebbe perduto il senso più importante del racconto.


Giuseppe Tornatore coglie, quindi, il pretesto di parlare dell’Italia e delle condizioni della sua gente e alcune frasi fanno afferrare in modo repentino il significato del film. Come quella che pronuncia il protagonista Peppino (Francesco Scianna) quando afferma che Sono uno di quelli che vorrebbe abbracciare il mondo ma ha le braccia corte, oppure, quella ancora più greve Un riformista è uno che sa che sbattendo la testa contro un muro, è la testa che si rompe e non il muro e che vuole cambiare il mondo col buon senso. O ancora quella ancora più disperatamente triste di Nino (Salvatore Ficarra) Voglio morire perché qui non succede niente. Questo modo di pensare e quindi il carattere di essere sfiduciati si può cogliere, anche se riferito ad un contesto culturale diverso, nel racconto “Hydra”, del già citato I Sassi di Kasmenai, Non interessava agli abitanti del paese conoscere ciò che i loro progenitori avevano fatto prima di loro; erano dotati di una grande indifferenza ed apatia gli abitanti del paese. Tale insensibilità, purtroppo, ha determinato gradualmente la distruzione di un patrimonio archeologico vecchio di migliaia di anni, utile per comprendere il passato dei popoli che hanno abitato in quei luoghi prima ancora della dominazione greca. Purtroppo un popolo che distrugge i resti del proprio passato è un popolo che distrugge se stesso, soffoca la propria anima, annienta la propria identità, si svuota di significato, non può acquisire i valori umani a fatica conquistati nel tempo dai suoi progenitori, rimane privo di sentimenti. Definitivamente. Per sempre.



Giuseppe Tornatore per fare afferrare il senso di un realismo pessimistico del film, non solo fa parlare i protagonisti, ma anche presenta parimenti alcune scene, spietate metafore, come quella della corsa sfrenata e inconcludente di Peppino ancora bambino o come quella che descrive la villa Palagonia o villa dei Mostri di Bagheria che per essere raggiunta (il trionfo e il riscatto) bisogna attraversare (vincere) un corridoio costellato di mostri (la mafia e lo strapotere) o come quella in cui Peppino riesce a fare ciò che nessuno era riuscito a fare prima di lui, cioè a colpire con lo stesso lancio di una pietra successivamente le tre cuspidi di una roccia sulla collina che domina Bagheria, ma invece del promesso tesoro affiora un covo di serpi (la mafia).



Bravissimo dunque Giuseppe Tornatore che ha costellato questo film con attori famosi e bravi, tra cui, oltre al citato Francesco Scianna, Margareth Madè, Nicole Grimaudo, Lina Sastri, Angela Molina, Salvatore Ficarra e Valentino Picone, Luigi Lo Cascio, Laura Chiatti, Vincenzo Salemme, Michele Placido, Donatella Finocchiaro e tanti altri ancora.






Fonti:

http://it.wikipedia.org/wiki/Renato_Guttuso

http://www.prospettivaeditrice.it/libri/schedeautori/giuliano/giuliano1.htm

http://edizioniilfoglio.blogspot.com/2008/11/i-sassi-di-kasmenai-su-latina-notizie.html

http://www.mymovies.it/film/2009/baarialaportadelvento/