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giovedì 6 febbraio 2014
I parenti serpenti riemergono da “I segreti di Osage County”
Titolo: I segreti di Osage County
Titolo originale: August: Osage County
Regia: John
Wells
Sceneggiatura:
Tracy Letts
Produzione: USA 2013
Cast: Meryl Streep, Julia Roberts, Ewan McGregor, Chris
Cooper, Juliette Lewis, Abigail Breslin, Benedict Cumberbatch, Margo Martindale, Dermot Mulroney, Sma Shepard, Misty
Upham, Will Coffey, […]
Le prime
immagini del film “I segreti di Osage County” (2013) ritraggono un paesaggio
dell’Oklahoma, immenso, secco, caldissimo, asfissiante, spoglio di alberi, che
ben si adatta alla citazione del drammaturgo T.S. Eliot, premio Nobel per la
Letteratura (1948), fatta dal vecchio poeta Beverly Weston (Sam Shepard)
che abita, in una casa di quel territorio desolato, assieme alla moglie Violet
Weston (Meryl Streep). Non è un caso che sia stato citato il grande poeta
americano che ha scritto diversi poemi, tra cui “Gli uomini vuoti” da cui, parafrasando
alcuni versi “gli occhi non sono
qui/ qui
non vi sono occhi/ in questa valle di
stelle morenti/ in questa valle vuota/
questa mascella spezzata dei nostri regni
perduti/ in quest'ultimo dei luoghi
d'incontro/ noi brancoliamo insieme/
evitiamo di parlare/ ammassati su questa riva del tumido fiume/ privati della vista, a meno che/ gli occhi non ricompaiano/ come la stella perpetua/ rosa di molte foglie/ del regno di tramonto della morte/ la
speranza soltanto/ degli uomini vuoti.”,
si evince la premessa del dramma che si svolgerà nel film. Un’anticipazione
questa che lascia presagire i momenti funesti e ricchi di travaglio interiore
che gravitano attorno a Violet, malata di tumore alla bocca, che fuma in modo
insensato e si rifornisce continuamente di psicofarmaci come se fossero
caramelle. Continui sproloqui e pesanti scenate con il marito Beverly
evidenziano il suo precario stato di salute mentale e la sua scarsa sensibilità,
o meglio la sua aridità d’animo come l’ambiente in cui vive. A dirla con le
parole di Ian McWan, tratte dal romanzo “Bambini nel tempo” tra moglie e marito “Ormai non esisteva più alcun conforto reciproco,
alcun contatto, non un gesto d’amore. L’antica intimità, il consolidato assioma
in base al quale loro due stavano dalla stessa parte, non valeva più.
Rimanevano avvinghiati al loro smarrimento e taciti rancori incominciarono a
crescere”,
tant’è che Beverly per la sua spiccata
sensibilità e per la perdita della capacità di sopportare la moglie scompare. Ovviamente, Violet avvisa
le tre figlie Barbara (Julia Roberts), Karen (Juliette Lewis) e Ivy (Julianne
Nicholson) della scomparsa del marito, il cui corpo sarà ritrovato subito dopo esanime nel lago dove si recava spesso a
pescare. Un evento funesto che determina il ricongiungimento di tutti i
componenti della famiglia, compresa la sorella Mattie Fae
Aiken (Margo
Martindale) con il
marito Charlie Aiken (Chris Cooper), una specie di ritorno al passato,
da cui deriva una miscellanea di fatti tra presente e passato dove “Il tempo presente e il tempo passato sono forse
presenti entrambi nel tempo futuro. E il tempo futuro è contenuto nel tempo
passato”
proferendo sempre le parole del citato T.S. Eliot nei “Quattro quartetti”.
Dagli incontri e
dagli scontri che si susseguono, si viene a creare tra i vari parenti, quei “parenti
serpenti” che descrive magnificamente e
con grande accuratezza nell’omonimo film (1992) Mario Monicelli, un’emulsione
di sentimenti opposti, anche di amore e di odio, inibiti e repressi da cui
emergono dei “segreti” terribili che, aggiunti ad un comportamento
esageratamente opprimente di Violet, determinano una tale diaspora che Violet perderà
anche Ivy l’unica figlia che fino ad allora era rimasta con lei, e rimarrà
sola, accompagnata dalla badante indiana, cheyenne, Johanna Monevata (Misty Upham), l’unica
donna, tra tutte, che mostrerà di possedere e salvaguardare tutti quei valori
umani ancestrali che sono stati persi per sempre dalla società moderna.
Il film,
magistralmente diretto da John Wells e
tratto dall’opera teatrale “August: Osage County”, che ha vinto il Premio
Pulitzer (edita da BUR – Rizzoli), ha visto due magnifiche attrici, Meryl Steep
e Julia Roberts, che ancora una volta hanno mostrato tutta la loro bravura
tant’è che la prima ha ottenuto la nomination come migliore attrice
protagonista sia al Premio Oscar 2014 che al Golden Globes 2014, mentre la
seconda ha avuto, oltre ai premi citati prima, anche la nomination come
migliore attrice non protagonista al BAFTA (British Academy of Film and Television Art) 2014.
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Monicelli
domenica 5 gennaio 2014
Il film “American Hustle” basato su fatti realmente accaduti è stato concepito in chiave pirandelliana
Titolo: American Hustle – L’apparenza inganna
Titolo originale : American Hustle
Regia: David O. Russell
Sceneggiatura: David O. Russell, Eric Warren Singer
Produzione: USA 2013
Cast: Christian
Bale, Amy Adams, Bradley Cooper, Robert De Niro,Jeremy Renner, Jennifer
Lawrence, Jack Huston, Louis C.K., Michael Peña, Alessandro Nivola, Adrian
Martinez, Elisabeth Rohm, […]
Come sosteneva il
grande Luigi Pirandello, premio Nobel per la Letteratura (1934) “non ci
fermiamo alle apparenze, ciò che inizialmente ci faceva ridere adesso ci farà
tutt'al più sorridere”, questo film “American Hustle (trad. Caos americano) –
L’apparenza inganna” gioca continuamente con “il sentimento del contrario”, che
è congruo in modo parossistico con l’umorismo quale strumento che mette a nudo
la fragilità umana in tutti i sensi. Il film, prendendo lo spunto da fatti realmente accaduti negli Stati
Uniti a partire dal 1978, tratta di un indagine poliziesca (FBI) che portò, con
l’aiuto di una coppia di abilissimi truffatori all’arresto di alcuni membri
(deputati e senatori) del Congresso, e fa vedere cosa avviene dietro le quinte
del teatrino politico per acquisire mazzette e cose del genere. Per cui sarebbe
auspicabile che la visione di “America Hustle – L’apparenza inganna” fosse prescritta
a tutti quei politici di casa nostra, corrotti, dotati di una sfrontata e
insuperabile arroganza e carenti di un bruscolo di dignità, il cui insano
comportamento va oltre ogni umana decenza e suscita intolleranza e disgusto
nell’elettore. La coppia di intrallazzatori, che nel film è interpretata
egregiamente da Christian Bale, nella parte di Irving Rosenfeld, e da Amy Adams,
che interpreta Sydney Prosser, viene costretta dal poliziotto FBI, Richie
DiMaso (Bradley Cooper), a collaborare, pena la detenzione per i crimini
commessi in flagranza di reato. Lo scopo è quello di incastrare politici
corrotti come il sindaco Carmine Polito (Jeremy Renner) e mafiosi tra cui il
temutissimo e pericoloso Victor Tellegio (Robert De Niro). Tuttavia, l’uso degli
imbroglioni e dei malfattori per scopi legittimi a volte, anzi sempre, funziona
come un boomerang che manda all’aria la dignità e la reputazione personali di
chi si impegna per sconfiggere il malaffare.
Come nei suoi film precedenti “The Figther” (2011), dove troviamo
la brillante coppia Christian Bale/Amy Adams, e “Il lato positivo – Silver
Linings Playbook” (2012), interpretato da Bradley Cooper, Robert
De Niro e l’esplosiva Jennifer Lawrence (che ottenne il premio Oscar 2012, come migliore attrice), così in quest’ultimo
film, il regista David O. Russell, ancora una volta, mostra i suoi protagonisti
come individui che, presentando una, nessuna o centomila maschere - parafrasando
il titolo di un romanzo pirandelliano -, cercano di cambiare la propria
posizione individuale e sociale con un succedersi di
fatti spesso bizzarri, ma soprattutto imprevedibili e per niente scontati.
Riesce
difficile catalogare questo film perché le sue peculiarità e i suoi tratti
distintivi sono molteplici e, per taluni aspetti, indefinibili così come le
maschere pirandelliane. Essi vanno dal comico all’umoristico, dall’ironico al
drammatico, dal sentimentale al divertente, dall’emozionante al grottesco, dal
realistico al paradossale. È un film ben recitato e gli attori, tutti
bravissimi, interpretano ciascuno la loro parte in modo magistralmente
credibile ed eccellente. I dialoghi, inquadrati in brani musicali
dell’epoca scelti oculatamente, risultano travolgenti, prorompenti e
interessanti creando un incessante turbinio continuo che costringe lo
spettatore a seguire dettagliatamente ogni parola, ogni sguardo, ogni azione
per evitare di perdere il filo del discorso.
Il film ha ottenuto già 7 nomination Golden Globe, 8 nomination
Satellite Awards ed è in odore di nomination Oscar 2014.
venerdì 3 gennaio 2014
Un film "I sogni segreti di Walter Mitty" che insegna che bisogna affrontare la vita con coraggio andando anche contro all’ignoto
Titolo: I sogni segreti di Walter Mitty
Titolo
originale: The secret life of Walter Mitty
Regia: Ben
Stiller
Soggetto: Jay
Kogen, James Thurber
Sceneggiatura:
Peter Morgan
Produzione: USA
2013
Cast: Ben
Stiller, Kristen Wiig, Shirley MacLaine, Adam Scott, Kathryn Hahn, Sean Penn,
Terence Bernie Hines, […]
Walter Mitty (Ben Stiller)
è il responsabile della custodia e della catalogazione degli innumerevoli
negativi della rivista “Life” che sono stati
conservati nel tempo nell’archivio
da lui diretto. Ora che la rivista deve chiudere, per lasciare il passo alla rivista “Life on line”,
bisogna procedere all’elaborazione della copertina dell’ultimo numero cartaceo di
“Life”. Ovviamente, nell’archivio deve essere ricercato il negativo “numero 25”,
indicato in una lettera da Sean O’Connell (Sean Penn), il bravo fotografo che
una volta lavorava per la rivista stessa e che ora si trova in qualche parte
del mondo. Walter non trovando il
negativo “numero 25”, e pressato dal suo
superiore antipatico, arrogante e prepotente Ted Hendricks
(Adam Scott) va alla ricerca di Sean O’Connell e, con questo pretesto, è
costretto a visitare luoghi poco frequentati dall’uomo, come la Groenlandia, l’Islanda,
l’Afganistan, andando incontro ad una serie di avventure che mettono in
evidenza il suo coraggio e il suo carattere audace. Il film “I sogni segreti dl
Waler Mitty” diretto dallo stesso protagonista, Ben Stiller, remake del film “Sogni proibiti” (1947) interpretato
dal grande Danny Kaye e diretto da Norman Z. McLeod, è una commedia accattivante
e implicante, che nella sua semplicità conserva anche una vena che riporta l’individuo
nella propria originale dimensione umana, ormai perduta a causa dell’imperante e
sovrastante tecnologia e superficialità che caratterizza l’uomo moderno, e che
vuole dare un messaggio importante che è quello che si va a cercare in capo al
mondo ciò che si ha a portata di mano: come se altrove fosse diverso dal qui.
Walter Mitty si muove tra l’immaginario – i suoi
continui incanti lo dimostrano – e il reale, dove procede con incertezza ma
con determinazione per riconquistare
una dimensione umana dei rapporti autentici e genuini, non mediati da nessuna
tecnologia e saldamente ancorati ad esperienze vere. A Walter Mitty, in
effetti, piace giocare a ping pong passando, con i suoi continui
incanti, dal reale all’immaginario, dove le sue azioni non hanno niente da
invidiare a Superman o all’Uomo ragno, e tutto ciò avviene in modo così
frenetico che ci si confonde nel distinguerli quando si manifesta l’uno o l’altro.
E in questa piacevole altalena si evidenzia, a ogni piè sospinto, la bellezza
in tutte le sue sfaccettature, come l’attrazione che ha nei confronti della dolce
collega Cheryl (Kristen Wiig) di cui si è invaghito, o come la stima che ha nei
confronti del tanto ricercato fotografo Sean, o come la lotta allo strapotere dei superiori gerarchici. O ancora perché la bellezza va gustata proprio nell’attimo
in cui si presenta, attimo che non va perso neppure per scattare una fotografia.
L’attimo che si utilizza per fotografare, infatti, fa perdere l’attimo in cui
si coglie la bellezza. Nella parte della madre di Mitty compare l’attrice Shirley
MacLaine, come cameo di questo divertente film da non sottovalutare.
lunedì 15 aprile 2013
“Come un tuono” racconta l’aspetto violento del susseguirsi ciclico delle azioni umane
Titolo: Come un tuono
Titolo
originale: The Place Beyond the Pines
Regia: Derek Cianfrance
Sceneggiatura: Derek Cianfrance, Ben Coccio, Darius
Marder
Produzione: USA 2012
Cast: Bradley Cooper, Ryan Gosling, Eva Mendes,
Emory Cohen, Dane DeHaan, Ray Liotta, Rose Byrne, Ben Mendelhson, Mahershalalhashbaz
Ali, […]
Il giovane Luke (Ryan Gosling), spericolato campione di moto nel “globo della morte”
con il corpo pieno di tatuaggi, viene a conoscenza dell’esistenza di avere un figlio
dopo circa un anno dalla nascita, in seguito ad un rapporto casuale con una
donna (Eva Mendes) che lo ha amato e lo ama ancora. Questo fatto lo induce,
dato che lui non ha conosciuto suo padre, ad acquisire una doverosa e debita responsabilità
paterna dimostrata dalla peculiare affermazione rivolta alla madre dell’infante
"Voglio fargli fare qualcosa che non ha mai fatto
ancora, così potrà avermi nei suoi occhi…" sempre. L’acquisita
responsabilità paterna lo induce, però, per mancanza di un lavoro redditizio, a
rapinare banche per dare un valido sostegno al figlio. Avery
(Bradley
Cooper), un poliziotto alle prime armi, lo insegue
e risponde alle resistenze di Luke, dopo un inseguimento rocambolesco, violento
e tragico, conseguente ad una rapina sventata. Dopo quindici anni da questo
evento, i rispettivi figli Jason (Dane DeHaan), figlio di Luke, e AJ (Emory Cohen), figlio di Avery, si incontreranno in quanto studenti della stessa
scuola, e dalla loro amicizia e a causa della differenza di classe sociale scaturirà quella
violenza vissuta e sofferta dai propri genitori.
A differenza del film “Il lato positivo” di David O.
Russel, interpretato dallo stesso
Bradley Cooper, dove è l’amore che fa da
colla dei rapporti umani, in questo film c’è una visione pessimistica della
realtà, secondo la quale le colpe dei padri ricadono sempre sulle azioni dei
figli. Essa riprende, anche se riferita ad azioni strettamente individuali, la
concezione della ciclicità degli eventi o, meglio, quella relativa alla "teoria
dei corsi e dei ricorsi storici" del filosofo napoletano Giambattista Vico. Come
il ripetersi delle stagioni, o la durata dell’anno solare a cui è associato il
ciclo delle costellazioni, così le azioni degli uomini. Ciclicità che come una
metafora è rappresentata da quel “globo della morte” che si vede all’inizio del
film, in cui Luke corre con insensata sfrenatezza e grande agilità, senza porsi il problema del rischio a cui va incontro. Un film,
di conseguenza, che risulta basato sul determinismo piuttosto che sul caso, cioè a dire che anche se l'uomo volesse cambiare il decorso degli eventi, gli risulterebbe impossibile farlo perché andrebbe contro una legge naturale.
Il
regista
Derek Cianfrance mostra grande capacità narrativa e
abilità nell’uso della macchina da presa e non fa fatica a dirigere attori bravi come Bradley Cooper
o Ryan Gosling.
domenica 27 gennaio 2013
Con il film “Lincoln”, il regista Steven Spielberg fa una lezione sull’uguaglianza e sulla libertà dei popoli e sull’etica della politica.
Titolo:
Lincoln
Regia:
Steven Spielberg
Soggetto: Doris Kearns Goodwin
Sceneggiatura:
Tony Kushner, John Logan, Paul Webb
Musica:
John Williams
Produzione:
USA 2012
Cast:
Daniel Day-Lewis, Sally Field, David Stratairn, Joseph Gordon-Levitt, James
Spader, Hal Holbrook, Tommy Lee Jones, Lee Pace, David Oyelowo, Jackie Earle
Haley, Bruce McGill, Tim Blake Nelson, Joseph Cross, Jared Harris, Peter
McRobbie, Gulliver McGrath, Gloria Reuben, Walton Goggins, […]
Il film “Lincoln” di Steven Spielberg descrive il
susseguirsi di dialoghi stringenti, di compromessi e di intrighi che
investirono il presidente Lincoln e il suo staff durante i fatti che
precedettero, a partire dal 5 gennaio 1865, la discussione del XIII Emendamento
alla Costituzione degli Stati Uniti d’America con il quale venne abolita la
schiavitù dei "negri". La sua definitiva approvazione da parte della Camera con 119
voti favorevoli e 56 contrari si realizzò
il 31 gennaio 1865. Finalmente fu avviato il processo graduale di uguaglianza tra
“negri” (oggi questo termine è in disuso ed è stato sostituito da “neri”) e
bianchi, scaturito paradossalmente da un concetto geometrico che Lincoln aveva acquisito
leggendo addirittura il libro “Elementi” di Euclide, filosofo greco vissuto tra
il 323 a.C.
e il 286 a.C.. Si trattava, in
particolare, dell’assioma che afferma che "Tutte le cose che ad una
medesima cosa sono uquali, fra loro sono uquali". L’assioma è
un’affermazione generale a cui si assegna il significato di verità indiscussa e
invariabile, da cui derivano per argomentazione logica altre affermazioni vere
su cui si fonda un relativo sistema di conoscenze. È nel concetto di
uguaglianza insito il discorso di libertà, cioè se due uomini sono uguali,
l’uno non può essere schiavo dell’altro, perché la schiavitù crea
disuguaglianza. Neri e bianchi in quanto uomini e per questo uguali hanno pari
dignità di fronte alla legge sia in termini di diritti che di doveri. Più volte
Lincoln, infatti, aveva espresso la sua convinzione che dall’uguaglianza deriva
la libertà, tant’è che in una lettera del 1862 egli scrive: “…non ho intenzione di modificare la mia più
volte ribadita volontà personale che tutti gli uomini possano essere liberi.”
Assieme
al discorso politico molto intenso e complesso che investe molti personaggi, e
alla contrapposizione dialettica di idee tra quella radicale dell’intransigente
abolizionista Thaddeus Stevens (Tommy Lee Jones), quella diplomatica ma
inconcludente del segretario di Stato William Steward (David Stratairn) e quella incerta del vecchio leader repubblicano Preston
Blair (Hal Holbrook), il regista mette in evidenza i metodi, in parte
moderati e in parte discutibili ma efficaci, direi di stampo quasi
machiavellico, adottati da Lincoln per raggiungere il suo umano e sacrosanto
obiettivo, quello della liberazione dei negri dalla schiavitù e dalle
nefandezze e dallo sfruttamento che questi avevano subito per più di due secoli
e mezzo. Basta vedere il bel film “Django Uchained” di Quentin Tarantino, dove
la crudeltà e la disumanità con cui venivano trattati i negri vengono toccate
con mano nella loro durezza e crudezza, che crea nello spettatore un sentimento
di ripugnanza e di esecrazione.
Attorno
al discorso politico, dunque, ruota tutto il film dove risaltano anche la
grandezza e la genialità del leader Lincoln miste alla forza ironica, alla vena
umoristica e allo spessore umano dell’uomo Lincoln, assieme al susseguirsi
delle scene tragiche e disumane dovute alla guerra di secessione, dei problemi
familiari con il figlio maggiore Robert (Joseph Gordon-Levitt) e con la moglie Mary Todd (Sally Field) e dei continui dialoghi
che richiedono allo spettatore una continua attenzione. Spielberg arriva,
addirittura, a gestire Lincoln (Daniel Day_Lewis) nella parte finale del film,
a mio parere, come “un deus ex machina”
della tragedia greca antica per raggiungere il suo obiettivo quando gli fa
affermare che "Io sono il presidente degli Stati Uniti d'America investito di un
potere immenso! Voi mi procurerete i voti!" Una scena indimenticabile
che fa comprendere come un leader degno di questo nome, come lo è stato
Lincoln, debba a volte intervenire drasticamente sul suo staff per raggiungere
il proprio fine.
L’attore Daniel Day-Lewis, che
interpreta magnificamente e in modo magistrale Lincoln, in una recente
intervista da lui rilasciata al settimanale “Il venerdì di Repubblica dell’11
gennaio 2013”
e scritta da Antonio Monda, per esprimere un giudizio su Lincoln, il cui
personaggio ha studiato approfonditamente per comprenderne il carattere, il
comportamento e la cultura, cita un pensiero di Lev Tolstoj per dire che la
grandezza dei grandi uomini che hanno fatto la storia dell’uomo “impallidisce rispetto al sole di Lincoln. Il
suo esempio è universale… la grandezza di quello che ha fatto rimarrà” fino
alla fine del mondo.
Questo film è anche importante
soprattutto per far comprendere allo spettatore la situazione politica italiana
del recente ventennio trascorso, perché Spielberg ha voluto sottolineare cosa
significa fare vera politica, nel senso etimologico della parola, e far
mettergli a confronto il passato remoto con il passato recente e anche con il
presente che sono caratterizzati da una politica degenerata eticamente, da
corruzione dilagante e da un’immoralità palese che non ha termini di paragone.
Il film ha avuto undici
nomination al premio Oscar 2013, tra cui uno come miglior film, uno a Steven
Spielberg per la regia impeccabile, e tre come migliori attori rispettivamente
a Daniel Day-Lewis ( a cui è stato assegnato pure un Golden Globes 2013), a Tommy
Lee Jones e Sally Field. A questi premi si aggiungono dieci nomination al
premio BAFTA 2013 (British Academy of Film and Television Art).
giovedì 17 gennaio 2013
Il regista Paul Thomas Anderson in “The master” indaga sui comportamenti umani determinati dalla solitudine e dalla psicolabilità.
Titolo:
The master
Regia
e sceneggiatura: Paul Thomas Anderson
Produzione:
USA 2012
Cast: Joaquin Phoenix, Philip
Seymour Hoffman, Amy Adams, Laura Dern, Ambyr Childers, Rami Malek, Jesse
Plemons, Lena Endre, […]
Non
c’è che dire se non quello di constatare che questo film "The master" del regista Paul
Thomas Anderson è straordinario e singolare nella originale sceneggiatura
perché mette in evidenza come la ciarlataneria e il conseguente linguaggio insignificante, da una parte, e i postumi della guerra,
dall’altra, possano creare squilibri irreparabili sugli individui, soprattutto
su quelli più deboli sia psichicamente che culturalmente. Il film palesa un’indagine
sulle meschinità, sulla psiche e sui comportamenti umani che non sempre
risultano consoni e adeguati alla normalità del vivere comune. Anderson, infatti, descrive
ancora una volta la solitudine dell’uomo alla rincorsa delle sue ossessioni e delle
sue testardaggini che lo allontanano dal dare un significato consono al vero senso
della vita. Come nel film “Il petroliere” (2008, con Daniel Day-Lewis), dove si
descrive la vita solitaria, l’attitudine arrivista e senza scrupoli di un
mercante di petrolio, così in “The master” il regista evidenzia la solitudine e
il disorientamento di Freddie Quell (Joaquin Phoenix), il protagonista del
film, il quale, reduce dalla guerra che lo rende labile mentalmente e ossesso
sessualmente, va alla ricerca di tutto ciò che possa dare sfogo al suo istinto erotico
represso e bloccato dalla privazione, tra cui le creazioni sulla spiaggia di figure femminili di sabbia
accanto alle quali Freddie si sdraia o le masturbazioni sul mare, e di tutto
quello che possa indirizzare il proprio istinto violento in comportamenti nel
complesso tollerabili. Per questa psicolabilità, Freddie è sottoposto ad
analisi e a cure mediche molto generiche che non danno esito positivo e, una volta congedato,
incomincia a fare un lavoro dopo l’altro, che è costretto, ogni volta, a
lasciare per la sua irritabilità e a fuggire per la sua forte perdita di
controllo. Casualmente una notte scappando, si rifugia su un battello dove incontra
Lancaster Dodd (Philip Seymour Hoffman) che si professa scrittore, medico,
capitano, e tant’altro, ma che in realtà è un mistificatore di successo.
Lancaster è un uomo dotato di grande fascino, che per il suo carisma ha un
effetto attrattivo sulle persone tant’è che riesce a circondarsi di una sfilza di
creduloni, poveri culturalmente, che lo seguono indiscutibilmente. Freddie è uno
di questi. La scena del film che ritrae Lancaster, che si incammina, seguito da
Freddie a passo pesante e concorde, dopo che i due hanno dissepolto una cassetta
contenente un libro di Lancaster ancora non pubblicato, descrive encomiabilmente e con forza
la dipendenza del secondo dal primo. Freddie, tuttavia, sente il bisogno
inconscio di svincolarsi da questa dipendenza e questo è dimostrato da un’altra
bellissima scena del film dove Freddie corre veloce con una moto dileguandosi e
quindi fuggendo da Lancaster.
A mio parere, il film è anche un atto di accusa contro
la guerra e contro le droghe, (in questo caso contro l’alcool) e anche contro
gli impostori che provocano, ognuna per proprio conto, delle deviazioni
psichiche irreversibili che si riflettono sulla società danneggiandola. Il regista
di questo film come già detto è Paul Thomas Anderson, di cui Daniel Day-Lewis,
intervistato da Antonio Monda su “Venerdì” di “la Repubblica” in merito
alla sua ultima interpretazione nel film “Lincoln”, dice che è “un magnifico
regista consapevole del suo talento che non ha paura di rischiare ed esagerare
in maniera iperbolica”. Un giudizio
che condivido pienamente.
Il film è stato presentato alla Mostra Internazionale
di Arte cinematografica 2012 di Venezia dovesono stati assegnati il “Leone d’argento” per
la regia a Paul Thomas Anderson e la “Coppa Volpi” sia Joaquin Phoenix sia a
Philip Seymour Hoffman per la migliore intepretazione maschile. Joaquin Phoenix
è diventato attore famoso dopo la magnifica interpretazione dell’imperatore
romano Comodo nel film “Il gladiatore”(2000) di Ridley Scott. Philip Seymour
Hoffman, invece, è stato recentemente interprete del film “Le idi di marzo” (2011)
acnh'esso presentato alla mostra del cinema di Venezia.
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cinema straniero,
dramma,
Festival di Venezia.
giovedì 18 ottobre 2012
Con il film “Un sapore di ruggine e ossa” il regista Jacques Audiard descrive gli aspetti tragici e violenti di un mondo senza valori.
Titolo: Un sapore di ruggine e ossa
Titolo originale: De rouille et d’os
Regia: Jacques Audiard
Sceneggiatura: Jacques Audiard, Thomas Bidegain
Musica: Alexandre Despalt
Paese: Francia, Belgio 2012
Cast: Marion Cotillard, Matthias Schoenaerts, Armand Verdure, Corinne Masiero, Céline Sallette, […]
Il regista Jacques Audiard in questo film "Un sapore di ruggine e ossa", basato su libro di racconti “Ruggine e ossa” di Craig Davidson, descrive un mondo in cui c’è assenza di valori e di sentimenti, dove ogni individuo vive senza punti di riferimento, dove si fa sesso solo come bisogno fisiologico e solo quando si è “opè”, dove l’apparire conta più dell’essere, e dove prevale non soltanto la tragedia ma anche la violenza fine a se stessa. La prima, cioè la tragedia, si coglie nella solitudine di un bel bambino di cinque anni, Sam (Armand Verdure), che abbandonato dalla madre, pur vivendo con il padre in una cittadina al sud della Francia, praticamente passa le giornate in solitudine e trova grande conforto e soddisfazione dei propri bisogni affettivi soltanto nell’accudire e nel giocare con due cuccioli. L’attaccamento sentimentale nei confronti dei due cagnolini è così grande che prova un grande dolore nel momento in cui essi vengono dati via dalla zia. La tragedia si coglie ancora nell’evento sfortunato che si abbatte sulla bellissima Stephanie (Marion Cotillard), addestratrice di orche marine, che perde ambedue gli arti inferiori. La tragedia si evidenzia ancora quando il piccolo Sam cade nell’acqua di un lago in seguito alla rottura della lastra ghiacciata superficiale che la ricopriva. La violenza, invece, si coglie nei sanguinosi incontri clandestini di pugilato che Alain (l’attore belga Matthias Schoenarts), il padre di Sam, compie per sbarcare il lunario. La violenza sorprende, ancora, quando Alain picchia a malo modo il piccolo Sam perché non vuole uscire dalla cuccia canile, oppure quando cerca di lavarlo a modo suo, perché sporco. La violenza afferra lo spettatore anche quando la sorella di Alain, Anna (Corinne Masiero), viene licenziata dal supermercato in cui lavora, perché è stata ripresa da videocamere nascoste mentre ruba dal magazzino vaschette di yogurt scaduto. In questo film, il regista mostra ancora una volta la sua visione pessimistica della realtà dove vige la legge del più forte, anche se in maniera più pacata rispetto al suo ottimo film “Il profeta” (2009), e dove la violenza ha sempre la parte del leone. Non solo violenza fisica ma anche psichica. E fa intuire anche la concezione sallustiana secondo la quale l’uomo “faber est suae quisque fortunae”, cioè l’uomo è anche artefice della propria sorte. Sostiene, però, che solo affidandosi all’amore si possano trasformare le avversità in eventi fausti. Ma lo dice attraverso la trasparenza del vetro!
Il film dai tratti forti è stato presentato al Festival del Cinema di Cannes 2012 ottenendo il plauso della critica e del pubblico. Bravissima l’attrice Marion Cotillard, indimenticabile sia per l’interpretazione di Fanny Chenal in “Un’ottima annata“(2006) di Ridley Scott sia per quella magnifica e insuperabile interpretazione della cantante Edith Piaf in “La vie en rose” (2008) di Olivier Dahan che le fruttò il premio Oscar 2008 come migliore attrice.
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venerdì 24 febbraio 2012
L’umanità osannata nel film “Paradiso amaro” di Alexander Payne

Titolo: Paradiso amaro
Regia: Alexander Payne
Produzione:USA, 2011
Cast: Gorge Clooney, Shailene Woodley, Robert Forster, Judy Greer, Beau Bridges, Mattew Lillard, Nick Krause, Amara Miller, […]
Ho scritto e pubblicato la recensione di questo film straniero sul questo blog del cinema italiano in quanto l’argomento che affronta e i personaggi che agiscono attorno ad esso sono universali e anche perché, anche se è ambientato nelle isole Hawaii, riguarda noi tutti da vicino. Non solo queste isole ma tutto il mondo, infatti, può risultare per ciascuno dei suoi abitanti con le proprie ansie, con i propri comportamenti, con i propri errori, con le proprie gioie e i propri dolori, un “paradiso amaro”. Questo film diretto da Alexander Payne, grande regista del neorealismo americano, di cui non posso dimenticare il bellissimo A proposito di Schmidt interpretato dal magnifico attore Jack Nicholson, descrive una storia umana tra tante storie umane, quella di una famiglia come molte altre costituita da marito (George Clooney), moglie e due figlie, la stravagante Alexandra (Shailene Woodley) e la disorientata Scottie (Amara Miller). La narrazione degli eventi, che si susseguono nel film e che coinvolgono tutti i componenti di questa famiglia, è fatta con un sottile velo di ironia che strappa sorrisi anche quando si dovrebbe piangere o quanto meno si dovrebbe stare afflitti. Payne origina, infatti, nello spettatore con il susseguirsi di situazioni inaspettate (così come avviene nello scorrere naturale della vita di ognuno di noi) un dispiacere misto ad ilarità perché così è la vita: alcune circostanze tragiche a volte sono così particolari che trascendono nel comico.
Payne realisticamente cerca di dare delle risposte a certe domande prodotte da contesti che possono sembrare assurdi, in cui si potrebbe trovare una persona qualsiasi.
Come si dovrebbe comportare un marito che scopre, mentre la moglie è già in coma irreversibile, che questa lo ha tradito con un altro uomo?
Come si dovrebbe comportare un marito nei confronti dei parenti e degli amici sapendo che la moglie morente, ormai in stato vegetativo, ha fatto un testamento biologico?
Come si dovrebbe comportare un padre nei confronti delle figlie ancora minorenni e dalle condotte non normali, di cui si è sempre disinteressato per aver messo il lavoro al primo posto?
Come si dovrebbe comportare un padre nei confronti delle figlie che usano un linguaggio scurrile e non seguono i canoni di un’educazione corretta per essere state trascurate?
Come di dovrebbe comportare un uomo di affari quando scopre che l’uomo (Mattew Lillard) che ha avuto la relazione amorosa con la moglie è uno che dovrebbe avere lauti guadagni da una transazione di cui egli è il deus ex machina?
Come si dovrebbe comportare un padre, rimasto vedovo, nei confronti delle figlie?
A tutte queste domande Payne cerca di rispondere concretamente, con oculata destrezza e con particolare abilità, mettendo in risalto soprattutto l’aspetto profondamente umano di ogni individuo con tutti i suoi pregi e i suoi difetti.
Il film esprime tanta umanità e affronta questioni un po’ particolari che ci riguardano da vicino, come quello dei figli abbandonati a loro stessi perché i genitori si disinteressano della loro educazione, o come quello del testamento biologico, o come quello di dare un senso alla vita e della vita stessa, o, ancora, come quello del sentimento, fulcro essenziale dei rapporti affettivi.
Gorge Clooney dimostra di essere un grande attore maturo e anche gli altri attori, tra cui Robert Forster, Judy Greer e Beau Bridges, hanno mostrato di saper fare il loro mestiere.
Fonti:
http://www.mymovies.it/film/2011/thedescendants/poster/
Regia: Alexander Payne
Produzione:USA, 2011
Cast: Gorge Clooney, Shailene Woodley, Robert Forster, Judy Greer, Beau Bridges, Mattew Lillard, Nick Krause, Amara Miller, […]
Ho scritto e pubblicato la recensione di questo film straniero sul questo blog del cinema italiano in quanto l’argomento che affronta e i personaggi che agiscono attorno ad esso sono universali e anche perché, anche se è ambientato nelle isole Hawaii, riguarda noi tutti da vicino. Non solo queste isole ma tutto il mondo, infatti, può risultare per ciascuno dei suoi abitanti con le proprie ansie, con i propri comportamenti, con i propri errori, con le proprie gioie e i propri dolori, un “paradiso amaro”. Questo film diretto da Alexander Payne, grande regista del neorealismo americano, di cui non posso dimenticare il bellissimo A proposito di Schmidt interpretato dal magnifico attore Jack Nicholson, descrive una storia umana tra tante storie umane, quella di una famiglia come molte altre costituita da marito (George Clooney), moglie e due figlie, la stravagante Alexandra (Shailene Woodley) e la disorientata Scottie (Amara Miller). La narrazione degli eventi, che si susseguono nel film e che coinvolgono tutti i componenti di questa famiglia, è fatta con un sottile velo di ironia che strappa sorrisi anche quando si dovrebbe piangere o quanto meno si dovrebbe stare afflitti. Payne origina, infatti, nello spettatore con il susseguirsi di situazioni inaspettate (così come avviene nello scorrere naturale della vita di ognuno di noi) un dispiacere misto ad ilarità perché così è la vita: alcune circostanze tragiche a volte sono così particolari che trascendono nel comico.
Payne realisticamente cerca di dare delle risposte a certe domande prodotte da contesti che possono sembrare assurdi, in cui si potrebbe trovare una persona qualsiasi.
Come si dovrebbe comportare un marito che scopre, mentre la moglie è già in coma irreversibile, che questa lo ha tradito con un altro uomo?
Come si dovrebbe comportare un marito nei confronti dei parenti e degli amici sapendo che la moglie morente, ormai in stato vegetativo, ha fatto un testamento biologico?
Come si dovrebbe comportare un padre nei confronti delle figlie ancora minorenni e dalle condotte non normali, di cui si è sempre disinteressato per aver messo il lavoro al primo posto?
Come si dovrebbe comportare un padre nei confronti delle figlie che usano un linguaggio scurrile e non seguono i canoni di un’educazione corretta per essere state trascurate?
Come di dovrebbe comportare un uomo di affari quando scopre che l’uomo (Mattew Lillard) che ha avuto la relazione amorosa con la moglie è uno che dovrebbe avere lauti guadagni da una transazione di cui egli è il deus ex machina?
Come si dovrebbe comportare un padre, rimasto vedovo, nei confronti delle figlie?
A tutte queste domande Payne cerca di rispondere concretamente, con oculata destrezza e con particolare abilità, mettendo in risalto soprattutto l’aspetto profondamente umano di ogni individuo con tutti i suoi pregi e i suoi difetti.
Il film esprime tanta umanità e affronta questioni un po’ particolari che ci riguardano da vicino, come quello dei figli abbandonati a loro stessi perché i genitori si disinteressano della loro educazione, o come quello del testamento biologico, o come quello di dare un senso alla vita e della vita stessa, o, ancora, come quello del sentimento, fulcro essenziale dei rapporti affettivi.
Gorge Clooney dimostra di essere un grande attore maturo e anche gli altri attori, tra cui Robert Forster, Judy Greer e Beau Bridges, hanno mostrato di saper fare il loro mestiere.
Fonti:
http://www.mymovies.it/film/2011/thedescendants/poster/
venerdì 9 dicembre 2011
In "Midnight in Paris" di Woody Allen un ritorno al passato per ritrovare i sentimenti perduti.
Anche se questo è il blog del Cinema Italiano mi permetto di pubblicare la recensione dell'ultimo film (un vero gioiello!) di Woody Allen perché considero questo regista molto vicino al nostro modo di pensare.Non c’è che dire, con questo film Woody Allen, come regista e sceneggiatore, ha superato se stesso perché porta a far fantasticare lo spettatore immergendolo in un mondo dove il surreale, l’immaginario, la bizzarria, il fiabesco diventano tangibili, idealmente materiali, e dove traspare la nostalgia per un mondo perduto antitetico al mondo di oggi in cui si contrappongono il sentimento e l’arido nozionismo, in cui emerge il contrasto tra il cuore e laragione, in cui si respingono l’emozione e l’insensibilità, dove non può esserci condivisione di due mondi diversi, due mondi quello reale, depressivo, squallido, urlato, angosciante, alienante, e quello surreale, esaltante, stimolante, fantastico, seducente, affascinante, appassionante.
Un film intelligente e stracolmo di humour, culturalmente elevato, con il quale Woody Allen ci mostra una teca di incontri suggestivi con artisti universalmente famosi, e ci dice come questa nostra società possa uscire dall’arida pedanteria, dalla gabbia degli stereotipi e dal pressappochismo sterile: basterebbe affidarsi al sentimento e a tutto ciò che crea emozioni.
Un film, con il quale, ancora una volta Woody Allen mette in risalto il “suo odio per la realtà”, arida, angosciante, deprimente, priva di senso, colma di vanità e di genericità e di mero formalismo, che inibisce ogni impulso emotivo di crescita individuale.
Gil, il protagonista (Owen Wilson), è uno sceneggiatore di film sui generis che si trova a Parigi con la sua futura sposa Inez (Rachel McAdams) e con i genitori di lei, che non vedono di buon occhio quel sognatore da strapazzo. Gil afferma di volere amare Inez e per questo di volerla sposare perché con lei condivide “i piatti della cucina indiana, ma non tutti”, e perché gli piace far sesso con lei o almeno è questo che lascia intendere. Gil è attratto, anzi innamorato di Parigi, dai suoi angoli suggestivi, dal fascino dei suoi palazzi, dall’atmosfera che si respira soprattutto quando piove. È la città dove vorrebbe vivere dopo il matrimonio. Inez, al contrario, vuole ritornare nella sua terra d’origine, gli Stati Uniti, e vivere là dove è nata.
Un film intelligente e stracolmo di humour, culturalmente elevato, con il quale Woody Allen ci mostra una teca di incontri suggestivi con artisti universalmente famosi, e ci dice come questa nostra società possa uscire dall’arida pedanteria, dalla gabbia degli stereotipi e dal pressappochismo sterile: basterebbe affidarsi al sentimento e a tutto ciò che crea emozioni.
Un film, con il quale, ancora una volta Woody Allen mette in risalto il “suo odio per la realtà”, arida, angosciante, deprimente, priva di senso, colma di vanità e di genericità e di mero formalismo, che inibisce ogni impulso emotivo di crescita individuale.
Gil, il protagonista (Owen Wilson), è uno sceneggiatore di film sui generis che si trova a Parigi con la sua futura sposa Inez (Rachel McAdams) e con i genitori di lei, che non vedono di buon occhio quel sognatore da strapazzo. Gil afferma di volere amare Inez e per questo di volerla sposare perché con lei condivide “i piatti della cucina indiana, ma non tutti”, e perché gli piace far sesso con lei o almeno è questo che lascia intendere. Gil è attratto, anzi innamorato di Parigi, dai suoi angoli suggestivi, dal fascino dei suoi palazzi, dall’atmosfera che si respira soprattutto quando piove. È la città dove vorrebbe vivere dopo il matrimonio. Inez, al contrario, vuole ritornare nella sua terra d’origine, gli Stati Uniti, e vivere là dove è nata.
Gil vive in due dimensioni, quella reale che non apprezza e quella immaginaria che lo fa trasvolare nel passato, nella Parigi di circa un secolo fa che per lui è un periodo di sogno. Mentre Inez è particolarmente attratta dal suo vecchio amico Paul (Michael Sheen), che segue ovunque vada. Paul è inviso a Gil sia perc hé è simpatico a Inez sia perché è un sapientone presuntuoso che spesso prende delle cantonate madornali.
Gil è un sognatore, che fa un salto nel passato, allo scoccare della mezzanotte mentre cammina per le strade di Parigi, e invitato a salire su un’auto viene trasportato nella Montparnasse bohémien, esattamente negli anni venti del ventesimo secolo - i cosiddetti “Anni folli” -, che egli raffigura come un mondo incantato e magico perché ritiene che "il passato non è affatto morto, anzi non è nemmeno passato."
In questa atmosfera, dove “l’attesa del piacere è essa stessa un piacere”, Gil incontra, come per incanto, i mostri sacri della cultura mondiale di quel periodo, tra cui lo scrittore Francis Scott Fitzgerald (Tom Hiddleston) e la sua futura moglie Zelda Sayre Fitzgerald (Alison Pill), anch’ella scrittrice, Ernest Hemingway (Corey Stoll), e pittori surrealisti e anticonformisti, come Salvador Dalì (Adrien Brody), Pablo Picasso (Marcial Di Fonzo Bo), Henry Matisse (Ives-Antoine Spoto), Man Ray (Tom Cordier), Luis Buñuel (Adrien de Van) – quest’ultimo addirittura mostra, a futura memoria, stupore nei confronti del suo stesso film L’angelo Sterminatore. Incontra pure la poetessa Gertrude Stein (Kathy Bates), Gert per gli amici, alla quale Gil consegna un suo manoscritto per averne un parere disinteressato e, nella cui casa, incontra Adriana (Carillon Cotillard), modella prima di Pablo Picasso e poi di Amedeo Modigliani, con la quale in fase di innamoramento Gil fa un altro salto nel passato, quello della Belle Èpoque, al ristorante Maxim’s dove, innanzi ad un disinibito can-can, incontra Henri de Toulouse-Lautrec (Vincen Menjou Cortes) in compagnia di Degas (Francois Rostain) e Gauguin (Olivier Rabourdin). Gil, in questi frangenti, frequenta e si innamora di Adriana. Interrompe la relazione con Inez facendo finalmente contenti i genitori di lei, ma poi per una discordanza di vedute lascia anche Adriana. Nella solitudine mentre una sera passeggia lungo la Senna incontra la bella Gabrielle (Lea Seydoux), una ragazza che aveva conosciuto al “Mercato delle pulci” e con la quale suggella opinioni e idee condivise in quell’atmosfera che lui aveva sempre sognato: Parigi sotto la pioggia lungo la Senna.
La musica jazz, tanto osannata come sempre nei film di Woody Allen, concorre enfaticamente ed efficacemente alla ricostruzione di quelle atmosfere surreali, stupendamente incantevoli, meravigliosamente stupefacenti, fatate della Parigi di quegli anni, con dei pezzi suonati da uno dei più grandi clarinettisti jazz e bravo anche come sassofonista, Sidney Bechett, e con composizioni di un maestro elegante, sofisticato e arguto come Cole Porter.
Gil è un sognatore, che fa un salto nel passato, allo scoccare della mezzanotte mentre cammina per le strade di Parigi, e invitato a salire su un’auto viene trasportato nella Montparnasse bohémien, esattamente negli anni venti del ventesimo secolo - i cosiddetti “Anni folli” -, che egli raffigura come un mondo incantato e magico perché ritiene che "il passato non è affatto morto, anzi non è nemmeno passato."
In questa atmosfera, dove “l’attesa del piacere è essa stessa un piacere”, Gil incontra, come per incanto, i mostri sacri della cultura mondiale di quel periodo, tra cui lo scrittore Francis Scott Fitzgerald (Tom Hiddleston) e la sua futura moglie Zelda Sayre Fitzgerald (Alison Pill), anch’ella scrittrice, Ernest Hemingway (Corey Stoll), e pittori surrealisti e anticonformisti, come Salvador Dalì (Adrien Brody), Pablo Picasso (Marcial Di Fonzo Bo), Henry Matisse (Ives-Antoine Spoto), Man Ray (Tom Cordier), Luis Buñuel (Adrien de Van) – quest’ultimo addirittura mostra, a futura memoria, stupore nei confronti del suo stesso film L’angelo Sterminatore. Incontra pure la poetessa Gertrude Stein (Kathy Bates), Gert per gli amici, alla quale Gil consegna un suo manoscritto per averne un parere disinteressato e, nella cui casa, incontra Adriana (Carillon Cotillard), modella prima di Pablo Picasso e poi di Amedeo Modigliani, con la quale in fase di innamoramento Gil fa un altro salto nel passato, quello della Belle Èpoque, al ristorante Maxim’s dove, innanzi ad un disinibito can-can, incontra Henri de Toulouse-Lautrec (Vincen Menjou Cortes) in compagnia di Degas (Francois Rostain) e Gauguin (Olivier Rabourdin). Gil, in questi frangenti, frequenta e si innamora di Adriana. Interrompe la relazione con Inez facendo finalmente contenti i genitori di lei, ma poi per una discordanza di vedute lascia anche Adriana. Nella solitudine mentre una sera passeggia lungo la Senna incontra la bella Gabrielle (Lea Seydoux), una ragazza che aveva conosciuto al “Mercato delle pulci” e con la quale suggella opinioni e idee condivise in quell’atmosfera che lui aveva sempre sognato: Parigi sotto la pioggia lungo la Senna.
La musica jazz, tanto osannata come sempre nei film di Woody Allen, concorre enfaticamente ed efficacemente alla ricostruzione di quelle atmosfere surreali, stupendamente incantevoli, meravigliosamente stupefacenti, fatate della Parigi di quegli anni, con dei pezzi suonati da uno dei più grandi clarinettisti jazz e bravo anche come sassofonista, Sidney Bechett, e con composizioni di un maestro elegante, sofisticato e arguto come Cole Porter.
Woody Allen sceglie Parigi perché, negli anni che seguirono la prima guerra mondiale, Parigi diventa una città ricercata e cosmopolita che attrae, come una calamita i pezzetti di ferro, gli artisti più geniali e estroversi che nella loro forsennata analisi caratterizzano que“gli anni folli”, epoca aurea dell’arte e della letteratura di cui il regista dimostra con questo film di essere profondamente conoscitore e emotivamente innamorato. È, dunque, la Parigi della musica jazz, irrequieta e instancabile fabbrica di creatività, da cui emerge un anelito di pace dopo i tragici traumi prodotti dalla sanguinosa guerra, dove si riscopre il sogno, e da cui affiora un caleidoscopio di stili presenti nelle opere dei dadaisti e dei surrealisti che cercano inconsciamente di risvegliare le coscienze con l’ironia e con l’immaginazione che va oltre la realtà.
Il film, il quarantaduesimo di Woody Allen, è stato presentato al sessantaquattresimo Festival del cinema di Cannes 2011 e anche al Torino Film Festival 2011.
Il film, il quarantaduesimo di Woody Allen, è stato presentato al sessantaquattresimo Festival del cinema di Cannes 2011 e anche al Torino Film Festival 2011.
Fonti:
http://www.palazzodiamanti.it/855/la-mostra
http://www.palazzodiamanti.it/859/catalogo
http://www.palazzodiamanti.it/856/opere-in-mostra
http://it.wikipedia.org/wiki/Sidney_Bechet
http://it.wikipedia.org/wiki/Cole_Porter
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mercoledì 26 ottobre 2011
Romanticismo ed epicureismo nell’ultimo film di Gus Van Sant: L’amore che resta.

“L’amore che resta” è l’ultimo film di Gus Van Sant (regista dell’indimenticabile e originale “Scoprendo Forrester” con l’insuperabile Sean Connery)) con due giovani attori, Henry Hopper e Mia Wasikowska, che personificano rispettivamente due giovani ventenni, Enoch e Annabel. In questo film il regista, che mette sempre sul primo piano, in chiave psicologica, la sensibilità, la fragilità e il disorientamento dei giovani nella società moderna, affronta un tema interessante, quello dell’Amore e della Morte, tanto caro a Giacomo Leopardi che, nel canto, Amore e Morte, con un incipit di Menandro “Muor giovane colui ch’al cielo è caro”, così recita “Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte/ Ingenerò la sorte./ Cose quaggiù sì belle/Altre il mondo non ha, non han le stelle./ Nasce dall’uno il bene,/ Nasce il piacer maggiore/ Che per lo mar dell’essere si trova;/ L’altra ogni gran dolore,/ Ogni gran male annulla.” Detta così, e avendo preso come riferimento uno dei più grandi poeti pessimisti del romanticismo italiano, sembrerebbe che il film avesse una piega tristemente malinconica e dai primi fotogrammi dà allo spettatore questa idea. Enoch, infatti, uscito indenne da un brutto incidente dove sono morti i suoi genitori, è un giovane chiuso e infelice che, vestito di nero di tutto punto, partecipa ai funerali di estranei. Forse lo fa per colmare la profonda mancanza generata dal fatto che non ha potuto assistere al funerale dei genitori né vederli per l’ultima volta poiché in quel tempo era in coma, oppure lo fa per poter vedere nel morto i propri genitori. In uno di questi funerali conosce Annabel e, come un lampo a ciel sereno, se ne innamora in un attimo. E allora amare è come morire, come sostenta ancora, nel medesimo canto, Giacomo Leopardi “Quando novellamente/ Nasce nel cor profondo/ Un amoroso affetto,/ Languido e stanco insiem con esso in petto/ Un desiderio di morir si sente:/ Come, non so: ma tale/ D’amor vero e possente è il primo effetto.”
Nel momento in cui, tuttavia, la vita di Enoch sta per avere una svolta ingenerante un cambiamento positivo e, di conseguenza, sta per fargli cogliere una felicità tanto agognata, viene colto da un’angoscia profonda nell’attimo in cui apprende che alla sua amata Annabel, malata terminale per un cancro, rimangono pochi mesi di vita. Alla disgraziata fine dei genitori che aveva relegato Enoch in una depressione paurosa, quasi irreversibile, se ne aggiunge ora un’altra, che gli appare ancora più sconvolgente. È qui che nel suo svolgersi il film acquista un andamento, a parer mio, dai connotati epicurei, perché si svolge essenzialmente attorno al tema del Carpe diem di oraziana memoria, (come postula il poeta latino Orazio nella XI ode dedicata a Leuconoe) “carpe diem, quam minimum credula postero”, in quanto i due giovani cercano di vivere la vita, momento per momento, incuranti della triste certezza del domani funesto. Anche perché, nella disumana situazione di Annabel, il film dà un messaggio di particolarità originale: non serve a niente sperare, in quanto la speranza risulta vana e illusoria, come sostiene il filosofo Luc Ferry secondo cui “... la speranza non solo ci mette in uno stato di tensione negativa, ma ci priva anche del presente: preoccupati di un avvenire migliore, dimentichiamo che l’unica vita che valga la pena di essere vissuta, la sola che,molto semplicemente, esista,è quella che si svolge sotto i nostri occhi,qui e ora”. Per questo hanno fatto bene i due giovani a non sperare che la penosa prospettiva palesata volgesse per il meglio, ma a godere del tempo rimanente ad Annabel facendo esplodere e realizzare i loro sentimenti più genuini. L’epicureismo, in questo bel film, risalta ancora dalla contrapposizione della brevità della vita all’amore che resta dopo la morte o, in senso ottimistico, perché la morte altro non è che la prosecuzione della vita stessa. Allora piuttosto che piangersi addosso – questo penso voglia essere il messaggio del regista -, non è meglio godere dei momenti felici, di quei momenti in cui l’amore sboccia come un fiore delicato, profumato, e sensibile che rende la vita colorata e apprezzabile? Carpe diem, dunque. E un altro messaggio che ho colto come spettatore è che ognuno di noi sa che deve morire ma non sa quando. Ebbene dove sta la differenza visto che la morte accomuna tutti gli esseri viventi? Non essendoci, allora, differenza tra chi sa quando approssimativamente deve morire e chi, invece, non lo sa, a che serve pensare al domani trascurando di captare i momenti felici e viverli intensamente?
Trailer:
http://www.youtube.com/watch?v=ffQM4zDcse0
Fonti
Dal canto XXVII, Amore e Morte (1-10 e 27-33) - I canti (introduzione e commento di Mario Fubini e con la collaborazione di Emilio Bigi) di Giacomo Leopardi –– Loescher, 1964
Luc Ferry (trad. di Simona Martini Vigezzi) – Al posto di Dio – Sguardi Frassinelli
Nel momento in cui, tuttavia, la vita di Enoch sta per avere una svolta ingenerante un cambiamento positivo e, di conseguenza, sta per fargli cogliere una felicità tanto agognata, viene colto da un’angoscia profonda nell’attimo in cui apprende che alla sua amata Annabel, malata terminale per un cancro, rimangono pochi mesi di vita. Alla disgraziata fine dei genitori che aveva relegato Enoch in una depressione paurosa, quasi irreversibile, se ne aggiunge ora un’altra, che gli appare ancora più sconvolgente. È qui che nel suo svolgersi il film acquista un andamento, a parer mio, dai connotati epicurei, perché si svolge essenzialmente attorno al tema del Carpe diem di oraziana memoria, (come postula il poeta latino Orazio nella XI ode dedicata a Leuconoe) “carpe diem, quam minimum credula postero”, in quanto i due giovani cercano di vivere la vita, momento per momento, incuranti della triste certezza del domani funesto. Anche perché, nella disumana situazione di Annabel, il film dà un messaggio di particolarità originale: non serve a niente sperare, in quanto la speranza risulta vana e illusoria, come sostiene il filosofo Luc Ferry secondo cui “... la speranza non solo ci mette in uno stato di tensione negativa, ma ci priva anche del presente: preoccupati di un avvenire migliore, dimentichiamo che l’unica vita che valga la pena di essere vissuta, la sola che,molto semplicemente, esista,è quella che si svolge sotto i nostri occhi,qui e ora”. Per questo hanno fatto bene i due giovani a non sperare che la penosa prospettiva palesata volgesse per il meglio, ma a godere del tempo rimanente ad Annabel facendo esplodere e realizzare i loro sentimenti più genuini. L’epicureismo, in questo bel film, risalta ancora dalla contrapposizione della brevità della vita all’amore che resta dopo la morte o, in senso ottimistico, perché la morte altro non è che la prosecuzione della vita stessa. Allora piuttosto che piangersi addosso – questo penso voglia essere il messaggio del regista -, non è meglio godere dei momenti felici, di quei momenti in cui l’amore sboccia come un fiore delicato, profumato, e sensibile che rende la vita colorata e apprezzabile? Carpe diem, dunque. E un altro messaggio che ho colto come spettatore è che ognuno di noi sa che deve morire ma non sa quando. Ebbene dove sta la differenza visto che la morte accomuna tutti gli esseri viventi? Non essendoci, allora, differenza tra chi sa quando approssimativamente deve morire e chi, invece, non lo sa, a che serve pensare al domani trascurando di captare i momenti felici e viverli intensamente?
Trailer:
http://www.youtube.com/watch?v=ffQM4zDcse0
Fonti
Dal canto XXVII, Amore e Morte (1-10 e 27-33) - I canti (introduzione e commento di Mario Fubini e con la collaborazione di Emilio Bigi) di Giacomo Leopardi –– Loescher, 1964
Luc Ferry (trad. di Simona Martini Vigezzi) – Al posto di Dio – Sguardi Frassinelli
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