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lunedì 12 marzo 2012

Nel film docu-fiction “Cesare deve morire”, i fratelli Taviani dicono come la Cultura può migliorare gli uomini.



Titolo: Cesare deve morireRegia: Paolo e Vittorio TavianiMusica: Giuliano Taviani e Carmelo TraviaProduzione: Italia 2012
Cast: Salvatore Striano, Cosimo Rega, Antonio Frasca, Giovanni Arcuri, Juan Dario Sonetti, Rosario Majorana, Vittorio Parrella, Vincenzo Gallo, Francesco Carusone, Gennaro Solito, […]

Il film di Paolo e Vittorio TavianiCesare deve morire”, che è stato premiato con l'Orso d'Oro al Festival di Berlino 2012, è un docu-fiction tratto liberamente dalla tragedia shakesperiana “Giulio Cesare”, girato tra i corridoi, le celle e il cortile del carcere di Rebibbia, e messo in scena nel piccolo teatro interno al carcere. I personaggi del dramma sono stati affidati ad alcuni detenuti, attori all’uopo selezionati, che hanno recitato con i propri dialetti di appartenenza, il romanesco, il napoletano e il siciliano per rendere ancor più sciolta la loro inconsueta prestazione. Detenuti che secondo i due registi sono “persone che portano con sé delle colpe, ma che sono e restano sempre degli uomini”, e che, partecipando alla realizzazione di questo film in prima persona, hanno dato quel vigore, perduto con la privazione della libertà, alla loro sfortunata esistenza. Scelta originale e intelligente questa dei superlativi registi, che è stata utile per far esprimere a ogni detenuto la propria personalità sulla base dell’esperienza personale e farlo avvicinare pian piano alla cultura, senza costringerlo ad usare la lingua italiana che non gli avrebbe fatto sicuramente emergere e sfolgorare l’umanità latente. È come se la recitazione in “Cesare deve morire” per ogni detenuto fosse stata una trasferta verso la riabilitazione, verso il riscatto che la società non è riuscita a concedergli. Salvatore Striano è stato eccezionale nell’interpretare, indossandone le vesti e la maschera, la figura di Bruto, artefice della congiura che nel pugnalare, assieme agli altri congiurati, Cesare (ruolo interpretato da un altro detenuto, Giovanni Arcuri la cui prestanza fisica ben si è adattata al personaggio), mi ha fatto ritornare alla mente i tempi del liceo quando tradussi la frase tutta in vocativo “Quoque te, Brute, fili mi”, “Anche tu, o Bruto, figlio mio”, che Cesare dice morente guardando il suo figlio adottivo Bruto. La potenza interpretativa di Striano è stata talmente straordinaria e vigorosa che ne ha messo in risalto il pathos e l’innata capacità gestuale e recitativa inconsapevolmente posseduti.
Ogni azione del film ed ogni frase sono state ben dosate. Soprattutto quella frase detta alla fine dal detenuto che ha interpretato Cassio "Da quando ho conosciuto l'Arte, questa cella è diventata una prigione" è considerevole ed eloquente, in quanto l’Arte riesce a far comprendere ai detenuti, che hanno recitato in questo film, cosa sia la libertà perché ha contribuito a far emergere tutta quell’umanità che è dentro ognuno di loro e li ha resi capaci di saper “leggere” la realtà, in cui vivono o in cui sono vissuti, senza veli. Quella frase, secondo il mio punto di vista, è anche una metafora riferita a chiunque, anche a chi vive normalmente in libertà, perché soltanto la Cultura permette ad ogni uomo di interiorizzare l’Arte che gli consente di “liberarsi” dai condizionamenti esterni e dall’omologazione sociale che, tra l’altro, creano in lui, tramite i media, false concezioni ed errati comportamenti che lo ingabbiano irreversibilmente in un contesto da cui è difficile uscire.

venerdì 2 marzo 2012

Nel film “Un giorno questo dolore ti sarà utile” di Roberto Faenza la storia di un giovane disadattato nell’attuale società postmoderna





Titolo: Un giorno questo dolore ti sarà utileRegia: Roberto FaenzaAutore libro: Peter CameronSceneggiatura: Roberto Faenza, Dahlia HevmanMusica: Andrea Guerra
Produzione: Italia, USA, 2011
Cast: Toby Regbo, Marcia Ray Garden, Peter Callagher, Ellen Burstyn, Lucy Liu, Stephen Lang, Deborah Ann Woll, […]

Vedendo questo film mi sono ricordato dei lontani anni trascorsi quando, ancora virgulto, lessi Il giovane Holden (The Catcher in the Rye) di J.D. Salinger, romanzo che mi scosse profondamente, anche se in modo inconscio, e che secondo me fu un’anticipazione di ciò che sarebbe successo in seguito con i moti sessantottini, anche se scritto più di un ventennio prima (1945). Mi ricordo che lo lessi tutto d’un fiato perché fui attratto dalle prime righe del romanzo “Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com’è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quella baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne.[…] (trad. Adriana Monti, edizione speciale per la Repubblica, 2002). Il film è tratto, però, dal libro omonimo di Peter Cameron (edito da Adelphi, 2007), anche questo un romanzo di grande successo, il cui titolo è la traduzione di un verso della raccolta di elegie amorose, Amores, la prima opera di Publio Ovidio Nasone, poeta latino (43 a.C.-18 d.C.): Multa diuque tuli; vitiis patientia victa est;/cede fatigato pectore, turpis amor!/ scilicet adserui iam me fugique catenas,/ et quae non puduit ferre, tulisse pudet./ vicimus et domitum pedibus calcamus amorem;/ venerunt capiti cornua sera meo./ perfer et obdura! dolor hic tibi proderit olim;/ saepe tulit lassis sucus amarus opem. Il regista Roberto Faenza nel film traccia il carattere del giovane James Sveck (Toby Regbo) che, ancora diciassettenne irrequieto pensa continuamente alla morte, manifesta un anticonformismo innato ed una grande incapacità di adattamento alla società cui appartiene, della quale non condivide pressoché nulla. Non aderisce all’opulenza. Non partecipa al consumismo. Non approva la vita frenetica e l’arrivismo. Dissente dall’omologazione sociale. Non si trova per nulla d'accordo con il comportamento dei suoi coetanei che assumono atteggiamenti non consoni al suo modo di essere. Viene, infatti, in contatto durante una gita con giovani esagitati, reprensibili, biasimevoli, drogati, maleducati, dai quali rifugge senza chiedersi se stesse creando problemi alla sua insegnante accompagnatrice. Si accorge anche, a dirla con Socrate, che in questa società gli individui si preoccupano molto di ciò che possiedono e quasi per niente di ciò che sono. E i suoi genitori ne sono un esempio palesemente eclatante. Vive assieme alla sorella Gillian Sveck (Deborah Ann Woll) che flirta con un docente universitario molto più grande di lei e che segue nel comportamento le orme della madre. Periodicamente pranza con il padre Paul Sveck (Peter Callagher), un ricco avvocato dongiovanni alla ricerca di avventure amorose e che per ringiovanirsi ricorre al lifting. Vive con la madre Marjorie Dunfur (Marcia Ray Garden), un’artista che, con il modo come fa presentare le sue opere sui generis, contraddice il proprio modo di vivere che è al passo con i tempi: divorziata, irrequieta, indifferente, risposata con un uomo, giocatore d’azzardo, Barry Rogers (Stephen Lang), da cui si separa dopo un giorno di matrimonio, e in lite con la madre Nanette (Ellen Burstyn), la quale è l’unica della famiglia che comprende e asseconda suo nipote James e al quale, prima di morire, in un biglietto scrive tra l’altro … “un giorno questo dolore ti sarà utile”… per significare che i suoi insegnamenti saranno gli unici a favorirlo nella vita.
Roberto Faenza con questo film crea in James un eroe del nostro tempo, alla stessa stregua di don Dino Pugliesi (Luca Zingaretti) del film Alla luce del sole (2004) o come il Pereira (Marcello Mastroianni) del film Sostiene Pereira (1995), che lotta contro questa nostra società autoritaria, incoerente, fluida, lontana dal ricercare il vero senso della vita, che risulta insensata, balorda, assurda, mafiosa. Disumana! Ma c’è un auspicio che è l’anima del film. È impossibile cambiare il mondo perché ognuno dovrebbe cambiare il proprio modo di esistere, ma c’è però una possibilità: far tesoro di appropriati insegnamenti anticonformisti e metterli in atto.

lunedì 27 febbraio 2012

“Com'è bello far l'amore” di Fausto Brizzi insegna come può salvarsi un matrimonio



Titolo: Com'è bello far l'amore
Regia: Fausto Brizzi
Sceneggiatura: Fausto Brizzi, Marco Martani, Andrea Agnello
Produzione: italia, 2012
Cast: Claudia Gerini, Filippo Timi, Fabio De Luigi, Giorgia Wurth, Virginia Raffaele, Lillo Petrolo, Alessandro Sperduti, Eleonora Bolla, Michele Foresta, Michela Andreozzi, Margherita Buy, […]

Il regista Fausto Brizzi in questo film ha manifestato ormai quel consolidato estro che, con la Notte prima degli esami (2006) e con il successivo la Notte prima degli esami – oggi (2007), gli ha permesso di ricevere nel 2007 l’ambito premio David di Donatello come Migliore Regista Esordiente. Non è adatto per i ben pensanti questa commedia, dal titolo pleonastico Com'è bello far l'amore, che descrive i consueti comportamenti che le persone assumono, siano essi mariti o mogli o figli, nell’attuale realtà familiare quotidiana. La presenza nel cast di un’attrice come Claudia Gerini, fa ricordare per una certa affinità e analogia quel famolo strano del film Grande, grosso e Verdone (2007) di Carlo Verdone, senza però mai cadere nella volgarità, la quale invece viene schernita e ridicolizzata. Pur affrontando un tema particolare, quello del sesso tra coniugi ma anche quello tra giovani, tema che se non fosse trattato oculatamente e con magistralità potrebbe trascendere facilmente nella sconcezza e nella oscenità, il regista ironizza con acutezza e perspicacia su certi comportamenti maschili che potrebbero apparire scandalosi o addirittura suscitare la permalosità di tutte quelle persone che spesso ipocritamente assumono posizioni moraliste o che si scandalizzano di fronte a certe scene che sono poca cosa di fronte a taluni spettacoli televisivi. Si descrive nel film, da una parte, il calo della mascolinità dell’uomo moderno e dei molteplici squallidi espedienti a cui questi può ricorrere per mostrare tutta la sua virilità e, dall’altra parte, il mutato comportamento della donna che ha indebolito la sua femminilità, che dovrebbe essere espressione di dolcezza, tenerezza, grazia, fascino, bellezza, charme. Cause queste che portano nella maggior parte dei casi dei matrimoni i coniugi ad una pausa di riflessione, preludio ineluttabile della relativa rottura. Cause che possono avere origine anche da una acquisita quotidianità abitudinaria, dalla perdita di fantasia nel rapporto, dalla consolidata refrattarietà delle relazioni affettive, dalla non cura di quel sentimento sublime che è l’amore. Per ovviare a tutto questo bisognerebbe affidarsi ad una duratura correlazione creativa tra i coniugi amanti così come è descritto, ad esempio, nel romanzo Il cercatore di tramonti (ed. Il foglio): [...] Il desiderio ardente, che si era manifestato contemporaneamente nei due amanti quella notte, li indusse in modo minuzioso accurato preciso a ricercare ogni minimo particolare dell'azione amorosa. La passione li travolse a tal punto che i due innamorati provarono, senza stancarsi neppure per un attimo, giochi amorosi soliti ma soprattutto insoliti. E più i giochi d’amore erano improvvisati tanto più focosamente e impetuosamente li azzardavano, ne assaporavano il gusto e li ripetevano. Fu una notte fantastica quella notte. Non ci fu niente di premeditato, e per questo essa risultò veramente autentica e originale. Dalla letizia prodotta dal rapporto si era generato l’amore.
Non si può quindi addossare la colpa ad uno solo dei coniugi se il matrimonio va a rotoli. Perché il rapporto duri ciascuno dei due coniugi deve inventarsi cose nuove, deve essere trasgressivo disinibito spregiudicato, deve rinnovarsi continuamente sia nei comportamenti che nei modi di dire, deve trovare quella vena romantica che, oggi, purtroppo, è stata relegata nei viluppi del conformismo e del pressappochismo, nei dedali della moda e, quindi, nella foggia del pensiero unico o ancora nei meandri dell’omologazione sociale. Se gli altri lo fanno lo posso fare anch’io, anzi lo faccio anch’io! - è questo l’orientamento comunemente diffuso. Perché il matrimonio duri per tutta la vita bisogna smetterla, inoltre, di piangersi addosso e di farsi influenzare dagli altri e dai media. Se le cose vanno male la colpa è di ambedue i coniugi che non hanno la forza di combattere assieme contro tutti i mali e i condizionamenti che provengono dall’esterno.
Abile dunque il regista Fausto Brizzi perché è riuscito a confezionare un bel racconto senza cadere nel cattivo gusto, dove la figura del bravo Filippo Timi (il pornodivo Max) appare prorompente su tutti gli altri attori ma non essenziale. Soddisfacente l’interpretazione di Claudia Gerini (Giulia), mentre quella di Fabio De Luigi (Andrea) appare scarna e tirata.



venerdì 24 febbraio 2012

L’umanità osannata nel film “Paradiso amaro” di Alexander Payne



Titolo: Paradiso amaro
Regia: Alexander Payne
Produzione:USA, 2011
Cast: Gorge Clooney, Shailene Woodley, Robert Forster, Judy Greer, Beau Bridges, Mattew Lillard, Nick Krause, Amara Miller, […]

Ho scritto e pubblicato la recensione di questo film straniero sul questo blog del cinema italiano in quanto l’argomento che affronta e i personaggi che agiscono attorno ad esso sono universali e anche perché, anche se è ambientato nelle isole Hawaii, riguarda noi tutti da vicino. Non solo queste isole ma tutto il mondo, infatti, può risultare per ciascuno dei suoi abitanti con le proprie ansie, con i propri comportamenti, con i propri errori, con le proprie gioie e i propri dolori, un “paradiso amaro”. Questo film diretto da Alexander Payne, grande regista del neorealismo americano, di cui non posso dimenticare il bellissimo A proposito di Schmidt interpretato dal magnifico attore Jack Nicholson, descrive una storia umana tra tante storie umane, quella di una famiglia come molte altre costituita da marito (George Clooney), moglie e due figlie, la stravagante Alexandra (Shailene Woodley) e la disorientata Scottie (Amara Miller). La narrazione degli eventi, che si susseguono nel film e che coinvolgono tutti i componenti di questa famiglia, è fatta con un sottile velo di ironia che strappa sorrisi anche quando si dovrebbe piangere o quanto meno si dovrebbe stare afflitti. Payne origina, infatti, nello spettatore con il susseguirsi di situazioni inaspettate (così come avviene nello scorrere naturale della vita di ognuno di noi) un dispiacere misto ad ilarità perché così è la vita: alcune circostanze tragiche a volte sono così particolari che trascendono nel comico.
Payne realisticamente cerca di dare delle risposte a certe domande prodotte da contesti che possono sembrare assurdi, in cui si potrebbe trovare una persona qualsiasi.
Come si dovrebbe comportare un marito che scopre, mentre la moglie è già in coma irreversibile, che questa lo ha tradito con un altro uomo?
Come si dovrebbe comportare un marito nei confronti dei parenti e degli amici sapendo che la moglie morente, ormai in stato vegetativo, ha fatto un testamento biologico?
Come si dovrebbe comportare un padre nei confronti delle figlie ancora minorenni e dalle condotte non normali, di cui si è sempre disinteressato per aver messo il lavoro al primo posto?
Come si dovrebbe comportare un padre nei confronti delle figlie che usano un linguaggio scurrile e non seguono i canoni di un’educazione corretta per essere state trascurate?
Come di dovrebbe comportare un uomo di affari quando scopre che l’uomo (Mattew Lillard) che ha avuto la relazione amorosa con la moglie è uno che dovrebbe avere lauti guadagni da una transazione di cui egli è il deus ex machina?
Come si dovrebbe comportare un padre, rimasto vedovo, nei confronti delle figlie?

A tutte queste domande Payne cerca di rispondere concretamente, con oculata destrezza e con particolare abilità, mettendo in risalto soprattutto l’aspetto profondamente umano di ogni individuo con tutti i suoi pregi e i suoi difetti.
Il film esprime tanta umanità e affronta questioni un po’ particolari che ci riguardano da vicino, come quello dei figli abbandonati a loro stessi perché i genitori si disinteressano della loro educazione, o come quello del testamento biologico, o come quello di dare un senso alla vita e della vita stessa, o, ancora, come quello del sentimento, fulcro essenziale dei rapporti affettivi.

Gorge Clooney dimostra di essere un grande attore maturo e anche gli altri attori, tra cui Robert Forster, Judy Greer e Beau Bridges, hanno mostrato di saper fare il loro mestiere.


Fonti:
http://www.mymovies.it/film/2011/thedescendants/poster/

giovedì 16 febbraio 2012

Niente di nuovo nel film “Benvenuti al Nord” di Luca Miniero





Titolo: Benvenuti al Nord
Regia: Luca Miniero
Produzione: Italia, 2012
Cast: Claudio Bisio, Alessandro Siani, Angela Finocchiaro, Valentina Lodovini, Paolo Rossi, Nunzia Schiano, Nando Paone, Giacomo Rizzo, […]

Dal film francese Giù al Nord di Dany Boon nasce una serie di film comici di Luca Miniero: dopo Benvenuti al sud, è stata la volta di Benvenuti al Nord, e prossimamente di Benvenuti all’Est?


Benvenuti al Nord, una commedia a tratti divertente, a tratti, pur avendo la pretesa di divertire, monotona. Così come mi è apparsa quella raccontata nel recentissimo film Bar sport di Massimo Martelli.


Come ho già scritto per Benvenuti al sud, anche questo film presenta connotati adattati alla realtà italiana, dove vengono messi in risalto e alla berlina i luoghi comuni che contrappongono i “polentoni” ai “terroni”, il popolo “padano” a quello meridionale. Non riesce a far ridere spesso perché le idee nuove che il regista mette in campo risultano scontate o ripetitive. Senza dubbio il tema di fondo risulta importante e interessante in quanto, proprio nell’ambito del centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia, rimarca ancora una volta con allegria non solo l’unità nazionale ma anche il carattere che accomuna gli italiani, al di là delle diversità comportamentali e dei diversi modi di pensare e di agire: l’operosità e lo zelo settentrionali che tolgono umanità e indulgenza agli individui contro l’oziosità e la fiacca meridionali che invece ne risaltano la benevolenza e la cordialità. Diversità che alla fin fine cercano di raggiungere lo stesso obiettivo anche se con velocità diverse. Bisio e Siani e anche Angela Finocchiaro, anche se manifestano la solita bravura scontata, appaiono ripetitivi, mentre Paolo Rossi, che indossa le vesti del dirigente delle Poste Italiane che vuole applicare, da nord a sud, il Metodo dell’ad della FIAT Marchionne, è l’unica nota nuova e gradita del film. Azzeccata la canzone Nel blu dipinto di blu cantata dalla incantevole e bravissima Emma. Bellissima come sempre la prosperosa Valentina Lodovini con i suoi occhi sempre sorridenti.


martedì 14 febbraio 2012

Il cuore grande di una donna è magnificato nel film “La prima cosa bella” di Paolo Virzì



Titolo del film: La prima cosa bella
Regia: Paolo Virzì
Produzione: Italia, 2010
Cast: Micaela Ramazzotti, Valerio Mastandrea, Stefania Sandrelli, Claudia Pandolci, Marco Messeri, Sergio Albelli, Fabrizia Sacchi, Fabrizio Brandi […]






Con questo film il regista Paolo Virzì mette in campo non solo la ridondante ed esuberante bellezza della moglie Micaela Ramazzotti in un bel tandem originalissimo e riuscitissimo con la valente Stefania Sandrelli, ma risalta e sfrutta in pieno le sue doti di grande attrice estroversa. Il film narra la storia di Anna che fugge dal marito violento Mario Michelucci (Sergio Albelli), portando con sé di nascosto i figli Bruno e Valeria. Purtuttavia il marito riesce a riavere i figli e Anna rimane sola ad affrontare la vita prendendo smacchi da tutte le parti alternati da profonde delusioni. Anna è una donna vivace estroversa briosa gioviale che anche quando le cose le vanno male non si perde d’animo e sa ridere e cantare. Anche quando viene colpita, durante vecchiaia, da una terribile malattia riesce a sorridere. Anna affronta, quindi, le molteplici peripezie che la vita le presenta, non si scoraggia e manifesta per i figli un amore eccezionale ai quali cerca di supplire la mancanza del padre fintantoché rimangono con lei. Parafrasando in parte il titolo del film, a mio parere, la cosa più bella che sia riuscita a costruire il regista è stata l’omogeneità espressiva e intensa della Ramazzotti e della Sandrelli, che hanno indossato le vesti dello stesso personaggio anche se in età diversa: Micaela Ramazzotti impersona Anna Nigiotti giovane, e Stefania Sandrelli personifica Anna Nigiotti adulta.
Una commedia intelligente, ironica e divertente, piena di piacevole humour, pervasa di un grande e significativo insegnamento necessario al tempo d'oggi: trasmette allo spettatore quella vena di ottimismo che è necessario possedere anche nei momenti più tristi e grigi della vita.
Bravi tutti gli altri attori, soprattutto Valerio Mastandrea (Bruno adulto).




Fonti:

venerdì 10 febbraio 2012

Nel film A.C.A.B. di Stefano Sollima la violenza è fine a se stessa.

Titolo: A.C.A.B. - All Cops Are Bastards
Regia e sceneggiatura: Stefano Sollima
Produzione: Italia, 2011
Cast: Pierfrancesco Favino, Marco Giallini, Filippo Nigro, Domenico Diele, Andrea Sartoretti, Roberta Spagnolo, [...]





A.C.A.B., acronimo di All Cops Are Bastards, che tradotto vuol dire Tutti i poliziotti sono bastardi, è un film tratto dal libro omonimo del giornalista di “la RepubblicaCarlo Bonini. La sceneggiatura e la regia sono di Stefano Sollima, il quale nella conduzione di questo film manifesta tutta la sua esperienza maturata nella realizzazione di documentari bellici e in quella di serie tv di matrice poliziesca. Il film nella descrizione degli scontri manifestanti-polizia, infatti, sembra un documentario, tanto vicina alla realtà è la loro ricostruzione scenografica, e affronta fatti di cronaca quotidiana relativi al modo di pensare e agire dei poliziotti delle squadre mobili, detti appunto celerini, che si autodefiniscono con un tormentone da loro stessi cantato celerini, figli di puttana!. Modo di pensare e di agire che omologa i loro comportamenti a quelli di un branco fino a farli credere fratelli e indurli a darsi dei soprannomi che lasciano intendere la loro visione del mondo: Cobra (Pierfrancesco Favino), Negro (Filippo Nigro), Mazinga (Marco Giallini). Questi appellativi, infatti, fanno intuire quanto influisca dal punto di vista psicologico l’appartenenza ad una squadra atta ad affrontare una folla di manifestanti, siano questi scioperanti o tifosi, clandestini o sfrattati, in maniera irruente e a volte anche cruenta, al fine di sedarla o comunque disperderla. L’incidenza è tale che i diversi componenti della squadra agiscono nel difendere le istituzioni più per rabbia e per odio che per rispetto dell’ordine pubblico. Lo fanno con una prepotenza e una violenza talmente elevate da far paura come se gli indigenti contro cui agiscono siano loro nemici personali. Lo fanno senza manifestare di possedere la minima idea di ciò che significa valore e azione democratici. Mentre, in effetti, anche loro vivono e soffrono di condizioni simili a tutti coloro che vestono le vesti di chi reclama il rispetto dei propri diritti e che lottano per la salvaguardia di questi: agiscono, ad esempio, contro gli sfrattati anche quando loro stessi sono stati sfrattati o contro gli estremisti anche quando hanno dei figli intransigenti. La loro predisposizione a svolgere questo lavoro allude ad una mentalità ti stampo fascista (in casa di Cobra, ad esempio, c’è una foto del Duce appesa al muro) per l’uso di mezzi e metodi violenti con efficacia momentanea però. Violenza in una società violenta, dunque. Violenza genera violenza purtroppo, tant’è che anche dall’altra parte si ricorre a metodi di ugual natura nel senso che chi viene ritenuto vittima diventa carnefice.




Da questo modo di essere e di agire, tuttavia, si distacca il celerino Adriano (Domenico Diele) il quale, a differenza di tutti gli altri sprovvisto di soprannome, vedendo e vivendo situazioni da lui non condivisibili abbandona la squadra. Ciò dimostra che non tutti i poliziotti la pensano allo stesso modo. Con questo film, che ha chiari riferimenti socio-politici attualissimi, Sollima non prende posizione ma descrive come un vero cronista ciò che succede ogni giorno in qualunque parte d’Italia tra manifestanti e polizia.

Fonti:
http://www.mymovies.it/biografia/?r=22413
http://www.mymovies.it/film/2011/acab/poster/