var _gaq = _gaq || []; _gaq.push(['_setAccount', 'UA-26218038-5']); _gaq.push(['_trackPageview']); (function() { var ga = document.createElement('script'); ga.type = 'text/javascript'; ga.async = true; ga.src = ('https:' == document.location.protocol ? 'https://ssl' : 'http://www') + '.google-analytics.com/ga.js'; var s = document.getElementsByTagName('script')[0]; s.parentNode.insertBefore(ga, s); })();

giovedì 3 gennaio 2013

Nel film “La migliore offerta” Giuseppe Tornatore teorizza la perenne dissertazione umana sulla verità e sulla falsità.



Titolo: La migliore offerta
Titolo originale: The Best Offer
Regia: Giuseppe Tornatore
Soggetto e sceneggiatura: Giuseppe Tornatore
Musica: Ennio Morricone
Produzione: Italia, 2012
Cast: Geoffrey Rush, Jim Sturgess, Donald Sutherland, Sylvia Hoeks, Philip Jackson, Dermot Clowley, Liva Kebede, Maximilian Dirr, Sean Buchanan […]


Bellissimo, coinvolgente e singolare, questo ultimo film “La migliore offerta” del regista siciliano Giuseppe Tornatore, un triller sentimentale che affronta un tema universale, quello che coinvolge le persone nelle loro azioni quotidianamente: l’eterna diatriba tra la realtà e l’apparenza, tra la sincerità e l’inganno, tra la verità e la falsità, dove la verità viene simulata dalla falsità, o la falsità viene imitata dalla verità. Tornatore, che con questo film si stacca dai legami della sua terra natia, la Sicilia, crea magistralmente un’atmosfera da giallo perché riesce a comporre un miscuglio tra queste due astrazioni, eterogenee tra esse, così ben amalgamato che lo spettatore non riesce a distinguere l’una dall’altra. Come avviene in un’opera teatrale, del resto. Il sostantivo “persona”, infatti, che nel linguaggio comune si usa spesso per indicare un individuo, deriva dalla parola che i Latini usavano per indicare la “maschera” di legno che gli attori dell’antica Grecia indossavano durante le rappresentazioni teatrali per interpretare i relativi personaggi.

Il film è interessante anche per i suoi risvolti filosofici in quanto ruota attorno al tema sulla "verità" (etimologicamente deriva dalla parola greca alétheia, disvelamento)  la cui definizione venne data per la prima volta da Platone, anche se poi Aristotele la tematizzò come oggetto di una sua trattazione filosofica. Nel “Il sofista”, Platone distingue il filosofo, che è colui che dice il vero, dal sofista, cioè da colui che, non essendo filosofo, invece afferma il falso simulandolo per vero. Aristotele riprende la concezione del suo maestro e nella “Metafisica” sostiene che "il vero e il falso non sono nelle cose, ma nel pensiero", cioè sono "una qualità del pensiero" che però non dipendono dal pensiero ma dipendono in toto dal suo rapporto con la realtà. E lo stesso Aristotele enuncia il principio di non-contraddizione della logica secondo il quale “è impossibile che lo stesso attributo, nel medesimo tempo, appartenga e non appartenga al medesimo oggetto”, principio che, in certo qual modo viene contraddetto, dallo stesso regista quando dice che “anche in un falso c’è qualcosa di vero” o che il regista fa affermare nel film da una protagonista del film, Claire (Sylvia Hoels): “in ogni falso si nasconde sempre qualcosa di autentico”.

Virgil Oldman (Geoffrey Rush) è un sessantenne battitore di aste molto abile, un esperto d’arte di fama internazionale, amante accanito delle opere d’arte di cui subdolamente fa incetta. Ha un carattere introverso, è misantropo e anche misogino. Un giorno riceve una telefonata da Claire, una giovane donna che ha ereditato una vecchia villa di cui vuole che le vengano valutati tutti gli arredi al fine di venderli. Il fatto strano è che in tutti gli appuntamenti la donna non si presenta mai apportando sempre delle motivazioni plausibili. Dai diversi contatti telefonici, che inizialmente irritano Virgil, si instaura uno di quei legami che esistono per la forza inconscia del cuore che imprime alla mente l'instaurarsi improvviso e ammaliante di un pensiero amoroso, che rimane latente, non consapevole, e che emerge nel momento più propizio. Come se si formasse un filo invisibile tra l’uomo e la donna, conduttore di emozioni vicendevolmente, biunivocamente, inconsapevolmente. Emozioni che si autocatalizzano e che fanno sfociare l’uomo e la donna nel mare delle passioni irrefrenabili, dove l'amore impera, quell’amore che è la colla dei sentimenti di una coppia. Tant’è che Claire afferma “Qualunque cosa ci accada, sappi che io ti amo!", rivolgendosi a Virgil.
Virgil accetta l’incarico e, nel corso dei vari sopralluoghi, rinviene nella cantina della villa dei pezzi di un ingranaggio  che si rivela essere parti di un automa di Jacques de Vaucanson, uno scienziato vissuto nel secolo dei Lumi, autore di diversi meccanismi robotici. A questo punto, nel film è chiara la metafora della creatività umana e di come questa possa essere utilizzata da ogni individuo per proprio tornaconto “giocando” con i sentimenti umani. Manifestazione di ciò si trova sia nelle parole di Billy (Donald Sutherland), l’amico complice di Virgil Oldman, che afferma che "i sentimenti umani sono come le opere, si possono simulare" sia nella costruzione lenta e laboriosa, attraverso i vari ingranaggi che vengono trovati via via nella villa che portano gradualmente alla concretizzazione dell’automa di Vaucanson, grazie alla bravura del giovane tecnico Robert (Jim Sturgess).
Giuseppe Tornatore, che dimostra ancora una volta di essere un grande maestro del cinema non solo italiano ma anche internazionale (chi può dimenticare i suoi film come “Nuovo Cinema Paradiso” del 1988, “La leggenda del pianista sull’oceano” del 1998 o il meno fortunato “Baaria” del 2009) per la profondità e la peculiarità dei temi affrontati, costruisce un film bellissimo, curato nei minimi particolari, dai connotati veramente originali, e dirige un cast di attori bravissimi tra cui spicca Geoffrey Rush (Oscar 1997 come “miglior attore” per il film “Shine” e ottimo interprete del logopedista Lionel Logue nel film "Il discorso del re" del 2011) con la colonna sonora dell’eccelso maestro Ennio Morricone.

giovedì 20 dicembre 2012

Nel film “Tutto tutto niente niente” il regista Giulio Manfredonia descrive la realtà paradossale e volgare dell’Italia dei nostri giorni



Titolo: Tutto tutto niente niente
Regia: Giulio Manfredonia
Soggetto e sceneggiatura: Antonio Albanese, Piero Guerriera
Produzione: Italia 2012
Cast: Antonio Albanese, Lorenza Indovina, Lunetta Savino, Fabrizio Bentivoglio, Paolo Villaggio, Nicola Rignanese, Viviana Strambelli, Davide Giordano, […]


Dopo il grande successo di “Qualunquemente" (2011), il regista Giulio Manfredonia dirige ancora una volta in questo film “Tutto tutto niente niente”, Antonio Albanese, grande attore versatile, che vi interpreta tre personaggi, filibustieri irrazionali, orribili maschere da tragedia greca che sembrano paradossali, che appaiono immaginarie, fantasiose direi, ma che sono purtroppo particolarmente tangibilmente reali. Il più famoso dei tre e il più conosciuto è il calabrese colluso con la mafia Cetto La Qualunque, poi c’è il nordico secessionista/razzista Rodolfo Favaretto e, infine, il mistico Frengo Stoppato. Il primo, il mascolino che respinge solo per "ignoranza" una “escort” pensando che sia diversa dalle sue preferite e consuete “troione” e che cade in depressione per aver provato per la prima volta una "mancanza" sessuale della quale non si capacita, generata da un rapporto inconsapevole con un transessuale di cui tocca il lungo pene. E della cui inconsapevole “toccatina” vuole trovare una giustificazione chiedendo e chiedendosi se esista un clitoride lungo 22 centimetri. Il secondo che, con la sua eccelsa arroganza moralista e disumana, sfrutta gli immigrati, prepara i suoi accoliti alla guerra secessionista aspirando di unire il Nord-Est dell’Italia con l’Austria, e, infine, c’è il terzo personaggio, un balordo che si ritiene un uomo pio e per questo, anche dietro le insistenze convinte della madre (Lunetta Savino), vuole farsi beatificare da vivo (sic!) cercando, per raggiungere questo scopo, di proporre al papa, in seguito ad una sua originale interpretazione del vangelo, la riforma della Chiesa. Attorno a questi personaggi, tuttavia, ne ruotano molti altri, come il buffo vescovo (Teco Celio), o come il dispotico sottosegretario volutamente ingessato nel suo modo di fare e di essere (Fabrizio Bentivoglio) o come il pasciuto Presidente del Consiglio (Paolo Villaggio), che impera silente e domina tutti dal suo alto trono. 
Il film è una satira tragicomica, che va oltre la satira, dei politici italiani corrotti, arroganti, spudorati e anche volgari, soprattutto folli, e che manifesta in modo chiaro e inequivocabile il loro carattere trash. Un film direi che mostra una ricchezza figurativa surreale, colorata, piena di musica che contrasta con il grigio squallore, la povertà intellettuale, l’arroganza populista e la sordidezza decadente di una realtà vissuta che dà anche fastidio. Oserei dire che per queste peculiarità, il film mi fa ritornare con la mente al Satyricon (1969) di Fellini. Un film smitizzante, aspro, mordace, i cui personaggi sono presentati efficacemente come mostri che vanno oltre il ridicolo, oltre il caricaturale, oltre il reale che invece è reale, tanto reale che lo spettatore non riesce a ridere neppure per la battuta più comica che possa esserci nel film. Seguire il film diventa faticoso forse perché lo spettatore conscio della fluidità del precedente “Qualunquemente” si aspetta la stessa scioltezza e un’identica comicità, dato che ci sono lo stesso regista a dirigere e lo stesso attore a plurinterpretare. Comunque un film da vedere non solo per quello che dice ma per la bravura eccelsa dell’istrionesco Albanese e per l'originalità del contenuto.


giovedì 13 dicembre 2012

“Ruby Sparks” è un bel film con una sottile vena romantica dove l’immaginazione gioca con la realtà

Titolo: Ruby Sparks
Regia: Valerie Faris e Jonathan Dayton
Sceneggiatura: Zoe Kazan
Produzione: USA 2012
Cast: Paul Dano, Zoe Kazan, Annette Bening, Antonio Banderas, Chris Messina, Elliott Gould, Deborah Ann Woll, Alia Shawkat, Aasif Mandvi, […]
La coppia di registi Valerie Faris e Jonathan Dayton con la originale sceneggiatura di Zoe Kazan (nipote del grande regista turco Elia Kazan morto a 94 anni, nel 2003) che interpreta una delle protagoniste del film, Ruby, ha forgiato un bel film, originale, singolare, bizzarro e anche divertente. Una commedia che fa sorridere ma al tempo stesso fa pensare perché fa giocare in maniera magnifica, eccelsa direi, l’immaginazione con la realtà, l’astratto con il concreto,  la fantasia con  la ragione. Soprattutto le parole scritte con le azioni. Una commedia dalle tinte forti dove si evidenziano anche i connotati filosofici connessi con quella corrente filosofica chiamata idealista soggettivista, secondo la quale  il mondo esiste solo nella mente dell’uomo e che tutto ciò che governa il mondo altro non è che frutto dell’immaginazione umana. Che cosa è uno scrittore se non un idealista soggettivista che con la forza dell’immaginazione crea tutto ciò che vuole e lo trasporta al lettore che è indotto a crederci? Nel film è Calvin (Paul Dano) il giovane scrittore che gioca con l’immaginazione e commette “un incesto mentale” descrivendo nella sua bozza una donna bella, Ruby Sparks, a cui dà dei connotati ovviamente a lui confacenti - viso stupendo, occhi verdi, capelli rossi, pelle vellutata, simile ad una dea in definitiva, - così vicini alla realtà che riesce a renderla “reale”. Tant’è che ad un certo punto egli di Ruby dice al fratello incredulo Harry : “Lei mi si è presentata da sola, io ho avuto la fortuna di poterla descrivere”. Con Ruby, Calvin convive beatamente, fa l’amore, va a passeggiare, litiga, e così via. La “costruisce” così bene da farla credere "reale" al fratello Harry (Chris Messina), alla cognata Mabel (Alia Shawkat), alla madre Gertrude (Annette Bening) e al suo compagno Mort (Antonio Banderas). È formidabile, interessante e trascinante il gioco che ne deriva tra il creatore Calvin e la sua creatura Ruby. Calvin è stato stimolato inconsapevolmente a scrivere di Ruby,  cioè a forgiare e ad amare una propria creatura, in seguito ad un rapporto sbagliato tra lui e una donna. Dopo avere avuto, infatti, una lunga e coinvolgente relazione amorosa con una bella ragazza, Lila (Deborah Ann Woll), si trova abbandonato, entra in depressione  ed è costretto a ricorrere alle cure analitiche dello psichiatra dottor Rosenthal (Elliott Gould). Non è una metafora dei nostri tempi questa storia, dove ognuno di noi tende ad isolarsi da una società disumana e a crearsi un mondo tutto proprio al fine di dare alla vita un senso? A crearsi un mondo virtuale vivibile e umano? Non è un ritorno al romanticismo? Ottima la recitazione dei due attori protagonisti Paul Dano e Zoe Kazan, la cui bravura viene messa in risalto soprattutto per la presenza di attori famosi come Annette Bening, Antonio Banderas ed  Elliott Gould.

mercoledì 12 dicembre 2012

<<“Latina vetera” e la sua storia nell’Agro pontino>> di Francesco Giuliano


Viaggiando spesso per motivi di lavoro tra Latina e Roma in treno, è capitato e capita frequentemente anche se involontariamente, dai pendolari che percorrono la linea Napoli-Roma e che casualmente fanno conoscenza tra di loro, sentir dire “io sono napoletano”, “io sono salernitano”, “io sono sezzese”, ecc. ecc.. Ognuna di queste locuzioni indica, ovviamente, il senso di appartenenza ad una città di quel pendolare che la proferisce. Dall’altra parte si sente dire “io sono di Latina”, “io sono nato a Latina” oppure “io abito a Latina”, (raramente “io sono latinense”), modi di dire questi che non denotano appieno un senso di appartenenza. E questo dipende dal fatto che molti abitanti di Latina provengono da quasi tutte le regioni d’Italia e soprattutto dai paesi del monti Lepini. E chi è nato a Latina, nella maggior parte dei casi, ha la storia dei suoi genitori o dei suoi nonni radicata in un’altra regione o in un’altra città d’Italia. Si sente affermare, a proposito, che devono passare ancora molti decenni prima che ogni abitante di Latina possa dire con convinzione e con senso di appartenenza “Io sono latinense”. Come se ogni abitante di Latina si sentisse menomato rispetto a chi provenga da un’altra città, come Napoli, o Salerno, o Sezze, ecc.. Io sono del parere che con una divulgazione adeguata concernente la conoscenza intima e profonda sia del territorio pontino che della sua storia antica più che millenaria, ogni cittadino di Latina potrebbe vantarsi di abitarvi e con grande orgoglio potrebbe affermare “Io sono latinense”. In definitiva, ogni cittadino acquisirebbe quell’”anima” che deriva dal possesso del senso di appartenenza. Basterebbe ritenere che questa città non ha una storia breve (quest’anno è l’80° anniversario della sua fondazione recente), ma un passato, antico di millenni, risalente addirittura a data anteriore alla fondazione di Roma. A pochi chilometri di distanza dal centro di Latina esistono, infatti, i resti di una città, prima latina e poi volsca, che ha “avuto una grande fioritura nel VII e VI secolo a.C., quando era una città grande e ricca…” (B. Heldring – Satricum- una città del Lazio). È la città italica di Satricum risalente al IX secolo a.C..
In località borgo Le Ferriere, a pochi chilometri da Latina, si trovano i resti archeologici di questa città, originariamente chiamata Pometia (cfr. Tito Livio, storico romano vissuto tra il 59 a.C. e il 17 d.C.), - da cui è derivato poi il nome del territorio che oggi è chiamato Agro pontino (da Ager pometinus). La scoperta avvenne casualmente prima dell’ultima bonifica della palude pontina (iniziata nel 1924), esattamente il 24 gennaio del 1896 grazie ad un archeologo francese. Satricum, ubicata sul fiume Astura che in quel tempo era navigabile fino al mare, aveva rapporti commerciali, soprattutto di traffico del vino, con diversi paesi del bacino mediterraneo, Marsiglia, Cartagine, Grecia, Spagna, Egitto, e ciò l’aveva resa grande e opulenta. Questa città, oggi, dovrebbe essere considerata la “Latina antica” o “Latina vetera” con una storia di oltre 2800 anni, perché basava la sua prosperità sullo stesso territorio - il Latium vetus - su cui oggi gravitano gli interessi economici e commerciali della città di Latina moderna. Ciò darebbe ai latinensi un’identità storica peculiare e i loro governanti dovrebbero favorire l’acquisizione di questa convinzione anche per la grande eco nazionale e internazionale non solo economica che ne potrebbe derivare. Basti pensare che Satricum è stata fondata dal popolo italico dei Latini, i quali a loro volta (al di là delle origini mitiche descritte da Tito Livio nella sua opera “Ab urbe condita”) hanno fondato Roma, e la cui lingua - il “Latino” – fu diffusa in tutto il mondo e oggi lingue come il francese, lo spagnolo in particolare, il portoghese, il rumeno oltre all’italiano, sono parlate dalla maggior parte dei popoli della Terra. Ciò sta a significare quando grande sia stato l’impulso del Latium vetus e dei Latini alla storia e allo sviluppo della civiltà dell’uomo. Un grande Territorio, un grande Popolo dunque. E di questo i Latinensi dovrebbero essere orgogliosi. A Satricum vi si trovano i resti del Tempio di Mater Matuta, la dea italica dell’alba e dell’aurora, di cui ne parla il poeta latino Lucrezio Caro (poeta e filosofo epicureo di Pompei, vissuto nel I sec. a.C.) nel “De rerum natura”: “Così ad un’ora fissa Matuta soffonde con la luce rosea/ dell’aurora le rive dell’etere e spande la luce” , ma ne tratta anche il poeta Vincenzo Monti nel suo poemetto “Feroniade” (1784), scritto nel momento dell’avvio dei lavori di bonifica delle paludi pontine intrapresi dal papa Pio VI: “Tra la ferocia del possente Astura,/ l’opima Mucamite, e l’alta Ulubra,/ e la vetusta Satrico, a cui nulla/ il nume valse della dia Matuta./ E per  te cadde, strepitoso Ufente,/ Pomezia, la più ricca e la più bella/”. Il titolo del poemetto deriva dalla ninfa italica Feronia, della quale si trova, ancora oggi, la fonte sull’Appia antica, alle porte di Terracina.
Recentemente, un interessante convegno “Satricum e il Latium vetus” si è tenuto, il 18 novembre 2011 ad Aprilia, dove tra i relatori c’era la prof.ssa dr. Marijke Gnade dell’Archeological Centre della Faculty of Umanities, Universiteit Van Amsterdam, archeologa delle culture pre-Romane nell’Italia Centrale nonché direttore del progetto Satricum. In quell’occasione, la professoressa Gnade fece un’esaustiva e brillante disamina dettagliata e particolarmente coinvolgente, partendo dall’inizio dei lavori condotti da un gruppo di archeologi olandesi, nel 1977, attorno al basamento del Tempio di Mater Matuta, già messo alla luce nel 1896 come già detto. Nel basamento del tempio, costruito in tufo, sono stati scoperti dei lastroni levigati, in uno dei quali compare scritta in latino arcaico una dedica a Poplio Valesio (o Publio Valerio), il presunto fondatore dell’antica Repubblica romana, avvenuta intorno al 509 a.C.. Dopo questa data, e quindi dopo la cacciata dei Tarquini da Roma, sembra che ci sia stata un’offensiva dei popoli limitrofi, i Volsci, che ridimensionarono per un certo tempo l’espansione di Roma e forse crearono il loro baricentro politico proprio in Satricum.
L’8 settembre 2012, presso il castello di borgo Montello di Latina, c’è stato un altro evento eccezionale sull’antica Satricum, straordinariamente raro per il territorio di Latina e, per questo, fenomenale ed emozionante. Di fronte ad un folto pubblico attento e interessato è stata ricostruita e raccontata la giornata di un abitante della città, un tale di nome Mamarcus il giovane, vissuto tra il 500 e il 490 a.C. a Satricum. Di fronte al tempio di Mater Matuta situato nell’acropoli, infatti, è stata trovata la casa di questo abitante e, attraverso i reperti ivi scoperti, è stato possibile ricostruire le sue abitudini e, di conseguenza, quelle degli altri abitanti della città. Il prof. Michelangelo La Rosa, con la collaborazione scientifica della professoressa Gnade e con la proiezione di suggestive fotografie, ha fatto, con ottimi risultati, esplorare dal pubblico presente i luoghi, gli usi e i costumi del tempo, e conoscere come si svolgeva, attraverso la vita di Mamarcus, la giornata di un abitante qualsiasi, dall’alba fino alla sera, differenziando le varie fasi della giornata, alba-giorno-sera.
Questo avvenimento dimostra che a Latina con poche risorse materiali ma con grandi qualità intellettuali e desiderio di sfondare il muro dell’inerzia e del torpore si possa fare Cultura di alto livello, quella Cultura di cui la città è povera, anzi nuda.
A pochi chilometri di distanza da Latina, inoltre, si snoda la “Regina viarum”, la via Appia che collegava Roma a Brindisi e quindi all’Oriente, e che fu costruita da Appio Claudio nel 312 a.C., cioè esattamente 2300 anni fa (e non ieri né ottanta anni orsono!), quando ancora la palude non esisteva. Nei pressi del borgo di Tor Tre Ponti - nome che deriva da Tripontium per il vicinissimo ponte, un tempo a tre luci, e per una torre costruita in epoca medievale; vi si trovano due cippi, uno intestato all’imperatore Nerva (96-98 d.C.) a cavallo del fiume Ninfa e l’altro all’imperatore Costantino (306-337 d.C.), - esiste un ponte romano di epoca traianea (rifatto nel 98 a.C.) sulle acque del fiume Ninfa. Su questo ponte ancora oggi passano auto e mezzi pesanti! Più avanti, sempre sull’Appia, presso il Forum Appii (oggi borgo Faiti), c’è un altro ponte romano sul fiume Cavata ad una sola arcata. Ne parla il poeta latino Orazio (65 – 8 a.C) che nel suo viaggio verso Brindisi durante la primavera del 37 a.C. (libro I, quinta satira) racconta che “Uscito dalla grande Roma… arrivai al Foro Appio brulicante di marinai e di bettolieri imbroglioni” (Egressum magna … Roma… Forum Appii differtum nautis cauponibus atque malignis). Ne parla anche Luca, compagno di Paolo di Tarso condotto a Roma per essere giustiziato, nei suoi “Atti degli Apostoli”: «E così arrivammo a Roma. E da lì i fratelli che avevano sentito delle nostre vicissitudini, ci vennero incontro fino al Foro Appio e alle Tre Taverne. Quando li vide, Paolo ringraziò Dio e… prese coraggio» (At 28,14-15). Dal Forum Appii, 43 miglia da Roma, iniziava la palude pontina formatasi nel II secolo a.C., e si dipartiva un canale, lungo 19 miglia, formato dalle acque del fiume Ninfa. Sia Orazio, nella citata “ quinta satira”, che Strabone (geografo greco vissuto a cavallo tra il I secolo a.C e il I secolo d.C.) nel suo primo libro “Geografia”, ma anche Plinio il vecchio (23 – 79 d. C.) nella “Naturalis Historia”, riferiscono che il canale (l’attuale Linea Pio)  fiancheggiava la via Appia, e per proseguire il viaggio fino a Terracina si utilizzavano delle imbarcazioni trainate da muli che si muovevano sulla strada.
Alle porte di Terracina, sempre rimanendo sulla “Regina viarum” si trova la Fonte, dove sorgeva un tempio dedicato alla dea Feronia (oggi ubicata dentro la proprietà del Mulino Cipolla), nei cui pressi confluiscono i fiumi Ufente e Amaseno. Del tempio non c’è più traccia se non quella di un tratto di mura che sorreggeva la via Appia. Della fonte ne parla ancora il poeta Orazio, sempre nella quinta satira: “O Feronia, con la tua acqua ci laviamo la bocca e le mani. Allora dopo colazione avanziamo per tre miglia e giungiamo sotto Ansure (Terracina) posta sopra a sassi largamente bianchi”(…ora manusque tua lavimus Feronia lympha. milia tum pransi tria repimus atque subimus inpositum saxis late candentibus Anxur)”. Feronia era la dea delle acque e della fertilità, protettrice dei boschi e delle messi, adorata dalle genti italiche. Della dea Feronia ne parla anche Vincenzo Monti nella ricordata “Feroniade”: “I lunghi affanni ed il perduto regno/ di Feronia dirò, diva latina/ che del suo nome fe beata un giorno/ di Saturno la terra./ … Là dove imposto ai biancheggianti sassi/ sulla circea marina Anxuro pende/ e nebulosa il piede aspro gli bagna/ la pomezia palude a cui fan lunga/ le montagne lepine ombra e corona,/ una ninfa già fu delle propinque/ selve leggiadra abitatrice; ed era/ il suo nome Feronia”.
Esistono, poi, a Latina diverse associazioni culturali che organizzano spontaneamente, senza alcun patrocinio, guidati soltanto dalla passione, dal sentimento e dalla voglia di fare dei loro coordinatori, eventi culturalmente eccezionali e altamente qualificati e qualificanti. Mi riferisco a “Salviamo il territorio, difendiamo i territori”, “Nea Paidea”, “Onda”, “Ecomuseo dell’agro pontino”, che si sono prefissati lo scopo di iniziare un’inversione di tendenza che non è solo quella di rendere i cittadini latinensi edotti sulla conoscenza del territorio in cui abitano e sulla relativa storia, ma di fare acquisire loro quel fondamentale valore umano, tutt’ora mancante, qual è il senso di appartenenza.
Tutte le iniziative e le associazioni, citate nel presente articolo, cercano di supplire una grave e seria o insufficiente mancanza di decisioni e azioni culturali adeguate da parte di enti e istituzioni preposti all’uopo, che se attuate potrebbero fare crescere la città di Latina non solo economicamente, ma soprattutto culturalmente, perché dove c’è Cultura c’è anche ricchezza, prosperità e coesione sociale.

giovedì 6 dicembre 2012

“Una famiglia perfetta” di Paolo Genovese è un film dai connotati originali che assume un significato particolare nel contesto sociale


Titolo: Una famiglia perfetta

Regia: Paolo Genovese
Sceneggiatura: Paolo Genovese, Luca Miniero, Marco Alessi
Produzione: Italia, 2012
Cast: Sergio Castellitto, Marco Giallini, Claudia Gerini, Ilaria Occhini, Carolina Crescentini, Eugenia Costantini, Eugenio Franceschini, Francesca Neri, Sergio Fiorentini, Paolo Calabresi, […]

Che direbbe e cosa farebbe un individuo se potesse nella sua vita confezionarsi a proprio piacimento una famiglia? Con tanto di figli, moglie, madre, fratello, cognata che si dovrebbero comportare o meglio dovrebbero recitare secondo un preciso copione? Sarebbe straordinario oppure questa libertà di scelta presenterebbe in ogni caso dei problemi? Ebbene il regista Paolo Genovese si è posto queste domande assieme agli altri sceneggiatori del film, Luca Miniero e Marco Alessi, e ha confezionato, in modo intelligente ed efficace, questo sbalorditivo film “Una famiglia perfetta”. Una commedia originale, divertente, emozionante e, a tratti, anche drammatica, dai lineamenti misurati ed equilibrati, dove gli attori sono attori di questa squinternata famiglia, confezionata ad hoc. Essi devono rispettare pedissequamente e servilmente la sceneggiatura e il suo unico spettatore, Leone (Sergio Castellitto), il padrone di casa che li ha noleggiati. Ciò rende il film veramente interessante e sui generis, a volte anche paradossale, perché, da una parte, fa giocare, come in una partita a ping pong, la realtà con la finzione, in modo tale da disorientare lo spettatore che, a un certo punto, non sa dove inizia l’una e dove finisce l’altra. E perché, dall’altra parte, mette in evidenza il grande disagio degli attori che per necessità di lavorare e di vivere, a volte vedono calpestata la loro dignità personale. Non è un caso che per contrastare  questa umiliazione nonna Rosa (Ilaria Occhini) crea un fuori programma che lascia senza fiato non solo gli spettatori ma gli stessi attori. Per un imprevisto, infatti, quando entra in scena un’altra spettatrice, la bella Alicia (Francesca Neri), le circostanze che le si presentano la disorientano e la frastornano. Il film è ambientato nella verde Umbria, precisamente nella suggestiva città di Todi, che fa da cameo a questo bel film rendendolo più prezioso. Il film è tratto dal romanzo spagnolo  “Familia” (1996) di Fernando León de Aranoa. Tra gli attori tutti bravi,spiccano Sergio Castellitto ovviamente, Ilaria Occhini, la mediterranea Claudia Gerini e i giovanissimi e spumeggianti Eugenia Costantini (Luna) e Eugenio Franceschini (Pietro).

giovedì 22 novembre 2012

Con il film “Amour” il regista Haneke smonta con la sua grande sagacia l’ipocrisia e il cinismo della società ben pensante.


Titolo: Amour

Regia: Michael Haneke

Sceneggiatura: Michael Haneke

Produzione: Francia, Germania, Austria, 2012

Cast: Jean-Louis Trintignant, Emmanuelle Riva, Isabelle Huppert, Rita Blanco, William Shimell, […]

Michael Haneke è considerato uno dei più grandi registi viventi a livello mondiale, basta ricordare i suoi film più importanti come il film “La pianista” (2001) con Isabelle Huppert, premiato a Cannes con il Gran premio della giuria, o come il suo penultimo “Il nastro bianco” (2009) con il quale si aggiudicò  La Palma d’oro sempre al festival di Cannes, che ha riottenuto anche con questo film “Amour” (2012) al Festival di Cannes 2012.

Haneke è un regista particolare, sottile, intelligente, controcorrente che, sapendo usare la macchina da presa, crea con “Amour” un’opera dai connotati eccezionali sia per il suo contenuto attualissimo, quello dell’eutanasia, sia per aver saputo anche questa volta dirigere perfettamente due mostri sacri del cinema francese, Jean-Louis Trintignant e Emmanuelle Riva. Il primo veste i panni di Georges e la seconda quelli di Anne, la moglie di Georges. Georges e Anne, bravi musicisti ambedue, ormai in pensione, trascorrono una vita serena fino a quando Anne rimane paralizzata su metà del corpo.  A questo punto il film si fa sicuramente triste, molto duro, acerbo, doloroso, aspro, crudo, realistico, pungente, schietto, e mette in evidenza come la vecchiaia sia qualcosa di brutto, che umilia la dignità umana, che rende precaria ogni cosa, che isola dal mondo, dalla società, dagli amici, da tutti, anche dalla figlia Eva (Isabelle Huppert) che essendo giovane pensa che alla vecchiaia ci debba essere rimedio. Non si può capire se non ci si immedesima o non si vive in quello stato di salute precaria in cui si perde l’intelletto, e i sentimenti si frantumano come roccia al vento, pian piano. Un film che lascia strascichi psicologici allo spettatore per la sua irruenza e che non lo lascia indifferente anche perché è un film basato sull’amore di un uomo per la sua donna di una vita intera, di un marito per la moglie, di un amante per l’amata. Oserei dire sull’amore perfetto! L’amore che si coglie in tutte le manifestazioni affettive che Georges rivolge alla moglie Anne, l’amore che sorprende nelle tenerezze che le manifesta, nell’aiuto continuo che le dà nel farla alzare dal letto o negli esercizi fisioterapici o nel farla muovere per casa, nel farla sedere o alzare dalla sedia, nel cibarla, nell’accudirla in tutti i movimenti insomma. Lo stesso amore si manifesta quando Georges licenzia un’infermiera che per un giorno di lavoro gli costa 800 euro come se niente fosse e alla quale dice “Spero che un giorno qualcuno tratti lei come lei tratta i suoi pazienti... e che lei non abbia nessun mezzo per difendersi". L’amore che lotta contro la malattia che progredisce gradualmente senza alcun rimedio e senza una prospettiva di miglioramento.  Un film dove si coglie anche una vena romantica, quella stessa traccia che si evince dalla poesia “Amore e morte” di Giacomo Leopardi che ad un certo punto così recita “… Quando il travaglio amoroso / è giunto al culmine della sofferenza,/ allora il corpo fragile cede/ alle terribili sofferenze,/ che la Morte prevale/…”.

Il film in sostanza è un dialogo a due, non solo verbale, ma soprattutto fatto di gesti, di sorrisi, di affetti, tra Georges e Anne, cioè tra Jean-Louis Trintignant, - attore abile e bravo divenuto famoso negli anni sessanta con diversi film: “Il sorpasso” (1962) di Dino Risi, “Un uomo, una donna” (1966) di Claude Lelouch  e “Z- L’orgia del potere” (1969) di Costas- Gavras con il quale ebbe il Premio di migliore attore al Festival di Cannes 1969, - e l’ormai sfiorita ma pur sempre affascinante Emmanuelle Riva della quale ricordiamo in ordine cronologico l’interpretazione nel film “Kapò” (1960) di  Gillo Pontecorvo, e nello stesso anno in “Adua e le compagne” di Pietrangeli e ancora nel film di Marco Bellocchio “Gli occhi, la bocca" (1982).

giovedì 15 novembre 2012

Con il film “Venuto al mondo” questa volta Castellitto mette a confronto l’amore con la violenza.


Titolo: Venuto al mondo
Regia: Sergio Castellitto
Soggetto: Margaret Mazzantini
Sceneggiatura: Margaret Mazzantini, Sergio Castellitto
Musica: Eduardo Cruz
Produzione: Italia, 2012

Cast: Penelope Cruz,  Emile Hirsch, Pietro Castellitto, Adnan Haskovic,  Saadet Aksoy, Luca De Filippo, Brando Djuric, Jane Birkin, Mira Furlan, Isabelle Adriani, Sergio Castellitto, […]

 

Sergio Castellitto, bravo attore,  diventato famoso per “L’uomo delle stelle” (1996) di  Giuseppe Tornatore, che gli valse il premio Nastro d’argento 1996 come migliore attore, ha interpretato film sempre di un certo spessore  tra cui “L’ultimo bacio” (2000) di Gabriele Muccino,  “Concorrenza sleale” (2001) di Ettore Scola, “L’ora di religione” (2002) di Marco Bellocchio che gli comportò  il conferimento di un altro Nastro d’argento 2002 come migliore attore. In un certo momento, forse spinto dalla compagna, la scrittrice Margaret Mazzantini, Castellitto decide di fare il regista, e dirige dei film un po’ deludenti come quello di esordio “Libero Burro” (1999) che si rivelò un fiasco, il discutibile  “Non ti muovere” (2004) con Penelope Cruz e poi, nel 2010 l’insoddisfacente “La bellezza del somaro”, film questi ultimi due il cui soggetto è stato tratto dai libri scritti dalla moglie.
Dall’omonimo romanzo scritto dalla moglie deriva anche quest’ultimo film “Venuto al mondo” che Castellitto, mostrando, a differenza dei precedenti , il raggiungimento di una certa maturità di regista, dirige  in modo complesso ma efficace e suggestivo. Mette  in campo, infatti, degli stratagemmi, cioè dei colpi di scena astuti che coinvolgono emotivamente lo spettatore disorientandolo adeguatamente, ma che non compromettono però la bellezza del film che tratta fondamentalmente la storia di due donne passionali, belle sia nell’animo che esteriormente. L’una, Gemma (Penelope Cruz), una bella donna emancipata che, recatasi in Bosnia, prima del conflitto cruento, conosce un giovane fotografo Diego (Emile Hirsch) gioioso, spigliato, divertente, amante della vita e della bellezza. Ella viene travolta sfrenatamente dalla passione per Diego da cui vuole un figlio, “un lucchetto di carne” che lo leghi a sé per tutta la vita e, in questo turbinio fervido, vivace, intenso, brillante,  scopre di non essere  fertile, cioè che non può avere figli. Un dramma fortemente sconvolgente per un donna! Cosa ci sia di più brutto, di più rovinoso, di più sofferto, di più deleterio per una donna che è stata progettata per dare la vita e per amare, Castellitto riesce egregiamente a metterla in risalto.  L’altra, Aska (Saadet Aksoy), una bella donna, affascinante, sensuale, che ama la musica e cantare, fa infatuare di sé Diego allontanandolo anche se parzialmente da Gemma. Da questo momento in poi si instaura un rapporto a tre, Gemma, Diego e Aska, molto complicato e tormentato da cui deriva la proposta di Gemma a Diego (a cui è stata negata dalla legislazione italiana la richiesta di adozione di un figlio) di fare un figlio accoppiandosi con Aska. L’amplesso avviene con la guerra già in atto, in un contesto di violenza così inaudita e priva di senso e di senno tant’è che il medico (Branko Djiuric) che visita Aska, rimasta incinta, di vergognarsi “di appartenere alla razza umana”. Nascerà Pietro (Pietro Castellitto), un figlio della violenza? La risposta forse è insita nella frase pronunciata da Gemma: “i figli si vedono dai padri” e Pietro per il carattere che mostra da grande non può che assomigliare al padre Diego! Gemma, felice, per avere ottenuto il neonato che porta con sé in Italia, a Roma, lascia nell’infelicità più completa Aska per i motivi che lo spettatore scoprirà nel vedere il film.
Emerge nel film a caratteri cubitali il contrasto sempiterno tra chi vuole generare la vita a tutti i costi (Gemma) sperando anche nel miracolo e coloro (i padroni della guerra, i mostri dell’umanità) che, invece, questa vita la eliminano senza pensarci un attimo in modo cruento, crudele e violento. Ci vorrebbe l’attore Buster Keaton, la cui immagine viene evocata al finire del film, con la sua aria stravolta e malinconica, famoso per i continui rovesciamenti di senso per raccontare la storia di “Venuto al mondo”, in cui l’amore prevale comunque sui mostri dell’umanità!  Un film, quindi, denso, intenso, violento sicuramente, pieno di significati e di metafore che fanno riflettere sul senso della vita, dove pullulano attori molto bravi tra cui Penelope Cruz,  Luca De Filippo che veste i panni di Armando, il padre di Gemma, e Adnan Haskovic che interpreta Gojko, il poeta bosniaco che fa scoprire a Gemma un mondo a lei ignoto, ed emerge Pietro Castellitto, figlio della coppia Castellitto-Mazzantini.