Un nuovo blog che parla di cinema italiano. Potrete trovare informazioni complete sui migliori attori, registi e film del nostro cinema. Vi saranno anche riferimenti al cinema straniero , informazioni complete su come visualizzare un in streaming e suggerimenti e indicazioni rispetto ad altre pagine del settore.
giovedì 13 dicembre 2012
“Ruby Sparks” è un bel film con una sottile vena romantica dove l’immaginazione gioca con la realtà
Titolo: Ruby Sparks
Regia: Valerie Faris e Jonathan Dayton
Sceneggiatura: Zoe Kazan
Produzione: USA 2012
Cast: Paul Dano, Zoe Kazan, Annette Bening, Antonio Banderas, Chris Messina, Elliott Gould, Deborah Ann Woll, Alia Shawkat, Aasif Mandvi, […]
La coppia di registi Valerie Faris e Jonathan Dayton con la originale sceneggiatura di Zoe Kazan (nipote del grande regista turco Elia Kazan morto a 94 anni, nel 2003) che interpreta una delle protagoniste del film, Ruby, ha forgiato un bel film, originale, singolare, bizzarro e anche divertente. Una commedia che fa sorridere ma al tempo stesso fa pensare perché fa giocare in maniera magnifica, eccelsa direi, l’immaginazione con la realtà, l’astratto con il concreto, la fantasia con la ragione. Soprattutto le parole scritte con le azioni. Una commedia dalle tinte forti dove si evidenziano anche i connotati filosofici connessi con quella corrente filosofica chiamata idealista soggettivista, secondo la quale il mondo esiste solo nella mente dell’uomo e che tutto ciò che governa il mondo altro non è che frutto dell’immaginazione umana. Che cosa è uno scrittore se non un idealista soggettivista che con la forza dell’immaginazione crea tutto ciò che vuole e lo trasporta al lettore che è indotto a crederci? Nel film è Calvin (Paul Dano) il giovane scrittore che gioca con l’immaginazione e commette “un incesto mentale” descrivendo nella sua bozza una donna bella, Ruby Sparks, a cui dà dei connotati ovviamente a lui confacenti - viso stupendo, occhi verdi, capelli rossi, pelle vellutata, simile ad una dea in definitiva, - così vicini alla realtà che riesce a renderla “reale”. Tant’è che ad un certo punto egli di Ruby dice al fratello incredulo Harry : “Lei mi si è presentata da sola, io ho avuto la fortuna di poterla descrivere”. Con Ruby, Calvin convive beatamente, fa l’amore, va a passeggiare, litiga, e così via. La “costruisce” così bene da farla credere "reale" al fratello Harry (Chris Messina), alla cognata Mabel (Alia Shawkat), alla madre Gertrude (Annette Bening) e al suo compagno Mort (Antonio Banderas). È formidabile, interessante e trascinante il gioco che ne deriva tra il creatore Calvin e la sua creatura Ruby. Calvin è stato stimolato inconsapevolmente a scrivere di Ruby, cioè a forgiare e ad amare una propria creatura, in seguito ad un rapporto sbagliato tra lui e una donna. Dopo avere avuto, infatti, una lunga e coinvolgente relazione amorosa con una bella ragazza, Lila (Deborah Ann Woll), si trova abbandonato, entra in depressione ed è costretto a ricorrere alle cure analitiche dello psichiatra dottor Rosenthal (Elliott Gould). Non è una metafora dei nostri tempi questa storia, dove ognuno di noi tende ad isolarsi da una società disumana e a crearsi un mondo tutto proprio al fine di dare alla vita un senso? A crearsi un mondo virtuale vivibile e umano? Non è un ritorno al romanticismo? Ottima la recitazione dei due attori protagonisti Paul Dano e Zoe Kazan, la cui bravura viene messa in risalto soprattutto per la presenza di attori famosi come Annette Bening, Antonio Banderas ed Elliott Gould.
mercoledì 12 dicembre 2012
<<“Latina vetera” e la sua storia nell’Agro pontino>> di Francesco Giuliano
Viaggiando spesso per motivi di lavoro tra Latina e Roma in treno, è capitato e capita frequentemente anche se involontariamente, dai pendolari che percorrono la linea Napoli-Roma e che casualmente fanno conoscenza tra di loro, sentir dire “io sono napoletano”, “io sono salernitano”, “io sono sezzese”, ecc. ecc.. Ognuna di queste locuzioni indica, ovviamente, il senso di appartenenza ad una città di quel pendolare che la proferisce. Dall’altra parte si sente dire “io sono di Latina”, “io sono nato a Latina” oppure “io abito a Latina”, (raramente “io sono latinense”), modi di dire questi che non denotano appieno un senso di appartenenza. E questo dipende dal fatto che molti abitanti di Latina provengono da quasi tutte le regioni d’Italia e soprattutto dai paesi del monti Lepini. E chi è nato a Latina, nella maggior parte dei casi, ha la storia dei suoi genitori o dei suoi nonni radicata in un’altra regione o in un’altra città d’Italia. Si sente affermare, a proposito, che devono passare ancora molti decenni prima che ogni abitante di Latina possa dire con convinzione e con senso di appartenenza “Io sono latinense”. Come se ogni abitante di Latina si sentisse menomato rispetto a chi provenga da un’altra città, come Napoli, o Salerno, o Sezze, ecc.. Io sono del parere che con una divulgazione adeguata concernente la conoscenza intima e profonda sia del territorio pontino che della sua storia antica più che millenaria, ogni cittadino di Latina potrebbe vantarsi di abitarvi e con grande orgoglio potrebbe affermare “Io sono latinense”. In definitiva, ogni cittadino acquisirebbe quell’”anima” che deriva dal possesso del senso di appartenenza. Basterebbe ritenere che questa città non ha una storia breve (quest’anno è l’80° anniversario della sua fondazione recente), ma un passato, antico di millenni, risalente addirittura a data anteriore alla fondazione di Roma. A pochi chilometri di distanza dal centro di Latina esistono, infatti, i resti di una città, prima latina e poi volsca, che ha “avuto una grande fioritura nel VII e VI secolo a.C., quando era una città grande e ricca…” (B. Heldring – Satricum- una città del Lazio). È la città italica di Satricum risalente al IX secolo a.C..
In località borgo Le Ferriere, a pochi chilometri da Latina, si trovano i resti archeologici di questa città, originariamente chiamata Pometia (cfr. Tito Livio, storico romano vissuto tra il 59 a.C. e il 17 d.C.), - da cui è derivato poi il nome del territorio che oggi è chiamato Agro pontino (da Ager pometinus). La scoperta avvenne casualmente prima dell’ultima bonifica della palude pontina (iniziata nel 1924), esattamente il 24 gennaio del 1896 grazie ad un archeologo francese. Satricum, ubicata sul fiume Astura che in quel tempo era navigabile fino al mare, aveva rapporti commerciali, soprattutto di traffico del vino, con diversi paesi del bacino mediterraneo, Marsiglia, Cartagine, Grecia, Spagna, Egitto, e ciò l’aveva resa grande e opulenta. Questa città, oggi, dovrebbe essere considerata la “Latina antica” o “Latina vetera” con una storia di oltre 2800 anni, perché basava la sua prosperità sullo stesso territorio - il Latium vetus - su cui oggi gravitano gli interessi economici e commerciali della città di Latina moderna. Ciò darebbe ai latinensi un’identità storica peculiare e i loro governanti dovrebbero favorire l’acquisizione di questa convinzione anche per la grande eco nazionale e internazionale non solo economica che ne potrebbe derivare. Basti pensare che Satricum è stata fondata dal popolo italico dei Latini, i quali a loro volta (al di là delle origini mitiche descritte da Tito Livio nella sua opera “Ab urbe condita”) hanno fondato Roma, e la cui lingua - il “Latino” – fu diffusa in tutto il mondo e oggi lingue come il francese, lo spagnolo in particolare, il portoghese, il rumeno oltre all’italiano, sono parlate dalla maggior parte dei popoli della Terra. Ciò sta a significare quando grande sia stato l’impulso del Latium vetus e dei Latini alla storia e allo sviluppo della civiltà dell’uomo. Un grande Territorio, un grande Popolo dunque. E di questo i Latinensi dovrebbero essere orgogliosi. A Satricum vi si trovano i resti del Tempio di Mater Matuta, la dea italica dell’alba e dell’aurora, di cui ne parla il poeta latino Lucrezio Caro (poeta e filosofo epicureo di Pompei, vissuto nel I sec. a.C.) nel “De rerum natura”: “Così ad un’ora fissa Matuta soffonde con la luce rosea/ dell’aurora le rive dell’etere e spande la luce” , ma ne tratta anche il poeta Vincenzo Monti nel suo poemetto “Feroniade” (1784), scritto nel momento dell’avvio dei lavori di bonifica delle paludi pontine intrapresi dal papa Pio VI: “Tra la ferocia del possente Astura,/ l’opima Mucamite, e l’alta Ulubra,/ e la vetusta Satrico, a cui nulla/ il nume valse della dia Matuta./ E per te cadde, strepitoso Ufente,/ Pomezia, la più ricca e la più bella/”. Il titolo del poemetto deriva dalla ninfa italica Feronia, della quale si trova, ancora oggi, la fonte sull’Appia antica, alle porte di Terracina.
Recentemente, un interessante convegno “Satricum e il Latium vetus” si è tenuto, il 18 novembre 2011 ad Aprilia, dove tra i relatori c’era la prof.ssa dr. Marijke Gnade dell’Archeological Centre della Faculty of Umanities, Universiteit Van Amsterdam, archeologa delle culture pre-Romane nell’Italia Centrale nonché direttore del progetto Satricum. In quell’occasione, la professoressa Gnade fece un’esaustiva e brillante disamina dettagliata e particolarmente coinvolgente, partendo dall’inizio dei lavori condotti da un gruppo di archeologi olandesi, nel 1977, attorno al basamento del Tempio di Mater Matuta, già messo alla luce nel 1896 come già detto. Nel basamento del tempio, costruito in tufo, sono stati scoperti dei lastroni levigati, in uno dei quali compare scritta in latino arcaico una dedica a Poplio Valesio (o Publio Valerio), il presunto fondatore dell’antica Repubblica romana, avvenuta intorno al 509 a.C.. Dopo questa data, e quindi dopo la cacciata dei Tarquini da Roma, sembra che ci sia stata un’offensiva dei popoli limitrofi, i Volsci, che ridimensionarono per un certo tempo l’espansione di Roma e forse crearono il loro baricentro politico proprio in Satricum.
L’8 settembre 2012, presso il castello di borgo Montello di Latina, c’è stato un altro evento eccezionale sull’antica Satricum, straordinariamente raro per il territorio di Latina e, per questo, fenomenale ed emozionante. Di fronte ad un folto pubblico attento e interessato è stata ricostruita e raccontata la giornata di un abitante della città, un tale di nome Mamarcus il giovane, vissuto tra il 500 e il 490 a.C. a Satricum. Di fronte al tempio di Mater Matuta situato nell’acropoli, infatti, è stata trovata la casa di questo abitante e, attraverso i reperti ivi scoperti, è stato possibile ricostruire le sue abitudini e, di conseguenza, quelle degli altri abitanti della città. Il prof. Michelangelo La Rosa, con la collaborazione scientifica della professoressa Gnade e con la proiezione di suggestive fotografie, ha fatto, con ottimi risultati, esplorare dal pubblico presente i luoghi, gli usi e i costumi del tempo, e conoscere come si svolgeva, attraverso la vita di Mamarcus, la giornata di un abitante qualsiasi, dall’alba fino alla sera, differenziando le varie fasi della giornata, alba-giorno-sera.
Questo avvenimento dimostra che a Latina con poche risorse materiali ma con grandi qualità intellettuali e desiderio di sfondare il muro dell’inerzia e del torpore si possa fare Cultura di alto livello, quella Cultura di cui la città è povera, anzi nuda.
A pochi chilometri di distanza da Latina, inoltre, si snoda la “Regina viarum”, la via Appia che collegava Roma a Brindisi e quindi all’Oriente, e che fu costruita da Appio Claudio nel 312 a.C., cioè esattamente 2300 anni fa (e non ieri né ottanta anni orsono!), quando ancora la palude non esisteva. Nei pressi del borgo di Tor Tre Ponti - nome che deriva da Tripontium per il vicinissimo ponte, un tempo a tre luci, e per una torre costruita in epoca medievale; vi si trovano due cippi, uno intestato all’imperatore Nerva (96-98 d.C.) a cavallo del fiume Ninfa e l’altro all’imperatore Costantino (306-337 d.C.), - esiste un ponte romano di epoca traianea (rifatto nel 98 a.C.) sulle acque del fiume Ninfa. Su questo ponte ancora oggi passano auto e mezzi pesanti! Più avanti, sempre sull’Appia, presso il Forum Appii (oggi borgo Faiti), c’è un altro ponte romano sul fiume Cavata ad una sola arcata. Ne parla il poeta latino Orazio (65 – 8 a.C) che nel suo viaggio verso Brindisi durante la primavera del 37 a.C. (libro I, quinta satira) racconta che “Uscito dalla grande Roma… arrivai al Foro Appio brulicante di marinai e di bettolieri imbroglioni” (Egressum magna … Roma… Forum Appii differtum nautis cauponibus atque malignis). Ne parla anche Luca, compagno di Paolo di Tarso condotto a Roma per essere giustiziato, nei suoi “Atti degli Apostoli”: «E così arrivammo a Roma. E da lì i fratelli che avevano sentito delle nostre vicissitudini, ci vennero incontro fino al Foro Appio e alle Tre Taverne. Quando li vide, Paolo ringraziò Dio e… prese coraggio» (At 28,14-15). Dal Forum Appii, 43 miglia da Roma, iniziava la palude pontina formatasi nel II secolo a.C., e si dipartiva un canale, lungo 19 miglia, formato dalle acque del fiume Ninfa. Sia Orazio, nella citata “ quinta satira”, che Strabone (geografo greco vissuto a cavallo tra il I secolo a.C e il I secolo d.C.) nel suo primo libro “Geografia”, ma anche Plinio il vecchio (23 – 79 d. C.) nella “Naturalis Historia”, riferiscono che il canale (l’attuale Linea Pio) fiancheggiava la via Appia, e per proseguire il viaggio fino a Terracina si utilizzavano delle imbarcazioni trainate da muli che si muovevano sulla strada.
Alle porte di Terracina, sempre rimanendo sulla “Regina viarum” si trova la Fonte, dove sorgeva un tempio dedicato alla dea Feronia (oggi ubicata dentro la proprietà del Mulino Cipolla), nei cui pressi confluiscono i fiumi Ufente e Amaseno. Del tempio non c’è più traccia se non quella di un tratto di mura che sorreggeva la via Appia. Della fonte ne parla ancora il poeta Orazio, sempre nella quinta satira: “O Feronia, con la tua acqua ci laviamo la bocca e le mani. Allora dopo colazione avanziamo per tre miglia e giungiamo sotto Ansure (Terracina) posta sopra a sassi largamente bianchi”(…ora manusque tua lavimus Feronia lympha. milia tum pransi tria repimus atque subimus inpositum saxis late candentibus Anxur)”. Feronia era la dea delle acque e della fertilità, protettrice dei boschi e delle messi, adorata dalle genti italiche. Della dea Feronia ne parla anche Vincenzo Monti nella ricordata “Feroniade”: “I lunghi affanni ed il perduto regno/ di Feronia dirò, diva latina/ che del suo nome fe beata un giorno/ di Saturno la terra./ … Là dove imposto ai biancheggianti sassi/ sulla circea marina Anxuro pende/ e nebulosa il piede aspro gli bagna/ la pomezia palude a cui fan lunga/ le montagne lepine ombra e corona,/ una ninfa già fu delle propinque/ selve leggiadra abitatrice; ed era/ il suo nome Feronia”.
Esistono, poi, a Latina diverse associazioni culturali che organizzano spontaneamente, senza alcun patrocinio, guidati soltanto dalla passione, dal sentimento e dalla voglia di fare dei loro coordinatori, eventi culturalmente eccezionali e altamente qualificati e qualificanti. Mi riferisco a “Salviamo il territorio, difendiamo i territori”, “Nea Paidea”, “Onda”, “Ecomuseo dell’agro pontino”, che si sono prefissati lo scopo di iniziare un’inversione di tendenza che non è solo quella di rendere i cittadini latinensi edotti sulla conoscenza del territorio in cui abitano e sulla relativa storia, ma di fare acquisire loro quel fondamentale valore umano, tutt’ora mancante, qual è il senso di appartenenza.
Tutte le iniziative e le associazioni, citate nel presente articolo, cercano di supplire una grave e seria o insufficiente mancanza di decisioni e azioni culturali adeguate da parte di enti e istituzioni preposti all’uopo, che se attuate potrebbero fare crescere la città di Latina non solo economicamente, ma soprattutto culturalmente, perché dove c’è Cultura c’è anche ricchezza, prosperità e coesione sociale.
giovedì 6 dicembre 2012
“Una famiglia perfetta” di Paolo Genovese è un film dai connotati originali che assume un significato particolare nel contesto sociale
Titolo:
Una famiglia perfetta
Regia:
Paolo Genovese
Sceneggiatura:
Paolo Genovese, Luca Miniero, Marco Alessi
Produzione:
Italia, 2012
Cast:
Sergio Castellitto, Marco Giallini, Claudia Gerini, Ilaria Occhini, Carolina
Crescentini, Eugenia Costantini, Eugenio Franceschini, Francesca Neri, Sergio
Fiorentini, Paolo Calabresi, […]
Che direbbe e cosa farebbe un individuo se potesse nella sua
vita confezionarsi a proprio piacimento una famiglia? Con tanto di figli,
moglie, madre, fratello, cognata che si dovrebbero comportare o meglio
dovrebbero recitare secondo un preciso copione? Sarebbe straordinario oppure
questa libertà di scelta presenterebbe in ogni caso dei problemi? Ebbene il
regista Paolo Genovese si è posto queste domande assieme agli altri
sceneggiatori del film, Luca Miniero e Marco Alessi, e ha confezionato, in modo
intelligente ed efficace, questo sbalorditivo film “Una famiglia perfetta”. Una
commedia originale, divertente, emozionante e, a tratti, anche drammatica, dai lineamenti
misurati ed equilibrati, dove gli attori sono attori di questa squinternata famiglia,
confezionata ad hoc. Essi devono rispettare pedissequamente e servilmente la
sceneggiatura e il suo unico spettatore, Leone (Sergio Castellitto), il padrone
di casa che li ha noleggiati. Ciò rende il film veramente interessante e sui
generis, a volte anche paradossale, perché, da una parte, fa giocare, come in una
partita a ping pong, la realtà con la finzione, in modo tale da disorientare lo
spettatore che, a un certo punto, non sa dove inizia l’una e dove finisce l’altra.
E perché, dall’altra parte, mette in evidenza il grande disagio degli attori che per
necessità di lavorare e di vivere, a volte vedono calpestata la loro dignità
personale. Non è un caso che per contrastare questa umiliazione nonna Rosa (Ilaria Occhini)
crea un fuori programma che lascia senza fiato non solo gli spettatori ma gli
stessi attori. Per un imprevisto, infatti, quando entra in scena un’altra
spettatrice, la bella Alicia (Francesca Neri), le circostanze che le si presentano
la disorientano e la frastornano. Il film è ambientato nella verde Umbria, precisamente
nella suggestiva città di Todi, che fa da cameo a questo bel film rendendolo
più prezioso. Il film è tratto dal romanzo spagnolo “Familia” (1996) di Fernando León de Aranoa. Tra
gli attori tutti bravi,spiccano Sergio Castellitto ovviamente, Ilaria Occhini, la mediterranea Claudia Gerini
e i giovanissimi e spumeggianti Eugenia Costantini (Luna) e Eugenio
Franceschini (Pietro).
giovedì 22 novembre 2012
Con il film “Amour” il regista Haneke smonta con la sua grande sagacia l’ipocrisia e il cinismo della società ben pensante.
Titolo: Amour
Regia: Michael Haneke
Sceneggiatura: Michael Haneke
Produzione: Francia, Germania, Austria, 2012
Cast: Jean-Louis Trintignant, Emmanuelle Riva, Isabelle Huppert, Rita Blanco, William Shimell, […]
Michael Haneke è considerato uno dei più grandi registi viventi a livello mondiale, basta ricordare i suoi film più importanti come il film “La pianista” (2001) con Isabelle Huppert, premiato a Cannes con il Gran premio della giuria, o come il suo penultimo “Il nastro bianco” (2009) con il quale si aggiudicò La Palma d’oro sempre al festival di Cannes, che ha riottenuto anche con questo film “Amour” (2012) al Festival di Cannes 2012.
Haneke è un regista particolare, sottile, intelligente, controcorrente che, sapendo usare la macchina da presa, crea con “Amour” un’opera dai connotati eccezionali sia per il suo contenuto attualissimo, quello dell’eutanasia, sia per aver saputo anche questa volta dirigere perfettamente due mostri sacri del cinema francese, Jean-Louis Trintignant e Emmanuelle Riva. Il primo veste i panni di Georges e la seconda quelli di Anne, la moglie di Georges. Georges e Anne, bravi musicisti ambedue, ormai in pensione, trascorrono una vita serena fino a quando Anne rimane paralizzata su metà del corpo. A questo punto il film si fa sicuramente triste, molto duro, acerbo, doloroso, aspro, crudo, realistico, pungente, schietto, e mette in evidenza come la vecchiaia sia qualcosa di brutto, che umilia la dignità umana, che rende precaria ogni cosa, che isola dal mondo, dalla società, dagli amici, da tutti, anche dalla figlia Eva (Isabelle Huppert) che essendo giovane pensa che alla vecchiaia ci debba essere rimedio. Non si può capire se non ci si immedesima o non si vive in quello stato di salute precaria in cui si perde l’intelletto, e i sentimenti si frantumano come roccia al vento, pian piano. Un film che lascia strascichi psicologici allo spettatore per la sua irruenza e che non lo lascia indifferente anche perché è un film basato sull’amore di un uomo per la sua donna di una vita intera, di un marito per la moglie, di un amante per l’amata. Oserei dire sull’amore perfetto! L’amore che si coglie in tutte le manifestazioni affettive che Georges rivolge alla moglie Anne, l’amore che sorprende nelle tenerezze che le manifesta, nell’aiuto continuo che le dà nel farla alzare dal letto o negli esercizi fisioterapici o nel farla muovere per casa, nel farla sedere o alzare dalla sedia, nel cibarla, nell’accudirla in tutti i movimenti insomma. Lo stesso amore si manifesta quando Georges licenzia un’infermiera che per un giorno di lavoro gli costa 800 euro come se niente fosse e alla quale dice “Spero che un giorno qualcuno tratti lei come lei tratta i suoi pazienti... e che lei non abbia nessun mezzo per difendersi". L’amore che lotta contro la malattia che progredisce gradualmente senza alcun rimedio e senza una prospettiva di miglioramento. Un film dove si coglie anche una vena romantica, quella stessa traccia che si evince dalla poesia “Amore e morte” di Giacomo Leopardi che ad un certo punto così recita “… Quando il travaglio amoroso / è giunto al culmine della sofferenza,/ allora il corpo fragile cede/ alle terribili sofferenze,/ che la Morte prevale/…”.
Il film in sostanza è un dialogo a due, non solo verbale, ma soprattutto fatto di gesti, di sorrisi, di affetti, tra Georges e Anne, cioè tra Jean-Louis Trintignant, - attore abile e bravo divenuto famoso negli anni sessanta con diversi film: “Il sorpasso” (1962) di Dino Risi, “Un uomo, una donna” (1966) di Claude Lelouch e “Z- L’orgia del potere” (1969) di Costas- Gavras con il quale ebbe il Premio di migliore attore al Festival di Cannes 1969, - e l’ormai sfiorita ma pur sempre affascinante Emmanuelle Riva della quale ricordiamo in ordine cronologico l’interpretazione nel film “Kapò” (1960) di Gillo Pontecorvo, e nello stesso anno in “Adua e le compagne” di Pietrangeli e ancora nel film di Marco Bellocchio “Gli occhi, la bocca" (1982).
giovedì 15 novembre 2012
Con il film “Venuto al mondo” questa volta Castellitto mette a confronto l’amore con la violenza.
Titolo: Venuto al mondo
Regia: Sergio CastellittoSoggetto: Margaret Mazzantini
Sceneggiatura: Margaret Mazzantini, Sergio Castellitto
Musica: Eduardo Cruz
Produzione: Italia, 2012
Cast: Penelope Cruz, Emile Hirsch, Pietro Castellitto, Adnan Haskovic,
Saadet Aksoy, Luca De Filippo, Brando
Djuric, Jane Birkin, Mira Furlan, Isabelle Adriani, Sergio Castellitto, […]
Sergio Castellitto, bravo attore, diventato famoso per “L’uomo delle stelle”
(1996) di Giuseppe Tornatore, che gli
valse il premio Nastro d’argento 1996 come migliore attore, ha interpretato
film sempre di un certo spessore tra cui
“L’ultimo bacio” (2000) di Gabriele Muccino,
“Concorrenza sleale” (2001) di Ettore Scola, “L’ora di religione” (2002)
di Marco Bellocchio che gli comportò il
conferimento di un altro Nastro d’argento 2002 come migliore attore. In un
certo momento, forse spinto dalla compagna, la scrittrice Margaret Mazzantini,
Castellitto decide di fare il regista, e dirige dei film un po’ deludenti come quello
di esordio “Libero Burro” (1999) che si rivelò un fiasco, il discutibile “Non ti muovere” (2004) con Penelope Cruz e poi,
nel 2010 l’insoddisfacente “La bellezza del somaro”, film questi ultimi due il
cui soggetto è stato tratto dai libri scritti dalla moglie.
Dall’omonimo romanzo scritto
dalla moglie deriva anche quest’ultimo film “Venuto al mondo” che Castellitto,
mostrando, a differenza dei precedenti , il raggiungimento di una certa maturità
di regista, dirige in modo complesso ma
efficace e suggestivo. Mette in campo,
infatti, degli stratagemmi, cioè dei colpi di scena astuti che coinvolgono
emotivamente lo spettatore disorientandolo adeguatamente, ma che non
compromettono però la bellezza del film che tratta fondamentalmente la storia
di due donne passionali, belle sia nell’animo che esteriormente. L’una, Gemma
(Penelope Cruz), una bella donna emancipata che, recatasi in Bosnia, prima del
conflitto cruento, conosce un giovane fotografo Diego (Emile Hirsch) gioioso,
spigliato, divertente, amante della vita e della bellezza. Ella viene travolta
sfrenatamente dalla passione per Diego da cui vuole un figlio, “un lucchetto di
carne” che lo leghi a sé per tutta la vita e, in questo turbinio fervido,
vivace, intenso, brillante, scopre di
non essere fertile, cioè che non può
avere figli. Un dramma fortemente sconvolgente per un donna! Cosa ci sia di più
brutto, di più rovinoso, di più sofferto, di più deleterio per una donna che è
stata progettata per dare la vita e per amare, Castellitto riesce egregiamente
a metterla in risalto. L’altra, Aska
(Saadet Aksoy), una bella donna, affascinante, sensuale, che ama la musica e
cantare, fa infatuare di sé Diego allontanandolo anche se parzialmente da
Gemma. Da questo momento in poi si instaura un rapporto a tre, Gemma, Diego e
Aska, molto complicato e tormentato da cui deriva la proposta di Gemma a Diego
(a cui è stata negata dalla legislazione italiana la richiesta di adozione di
un figlio) di fare un figlio accoppiandosi con Aska. L’amplesso avviene con la
guerra già in atto, in un contesto di violenza così inaudita e priva di senso e
di senno tant’è che il medico (Branko Djiuric) che visita Aska, rimasta incinta,
di vergognarsi “di appartenere alla razza umana”. Nascerà Pietro (Pietro
Castellitto), un figlio della violenza? La risposta forse è insita nella frase
pronunciata da Gemma: “i figli si vedono dai padri” e Pietro per il carattere
che mostra da grande non può che assomigliare al padre Diego! Gemma, felice,
per avere ottenuto il neonato che porta con sé in Italia, a Roma, lascia
nell’infelicità più completa Aska per i motivi che lo spettatore scoprirà nel
vedere il film.
Emerge nel film a caratteri cubitali il contrasto sempiterno
tra chi vuole generare la vita a tutti i costi (Gemma) sperando anche nel
miracolo e coloro (i padroni della guerra, i mostri dell’umanità) che, invece,
questa vita la eliminano senza pensarci un attimo in modo cruento, crudele e
violento. Ci vorrebbe l’attore Buster Keaton, la cui immagine viene evocata al
finire del film, con la sua aria stravolta e malinconica, famoso per i continui
rovesciamenti di senso per raccontare la storia di “Venuto al mondo”, in cui
l’amore prevale comunque sui mostri dell’umanità! Un film, quindi, denso, intenso, violento sicuramente, pieno di
significati e di metafore che fanno riflettere sul senso della vita, dove
pullulano attori molto bravi tra cui Penelope Cruz, Luca De Filippo che veste i panni di Armando,
il padre di Gemma, e Adnan Haskovic che interpreta Gojko, il poeta bosniaco che
fa scoprire a Gemma un mondo a lei ignoto, ed emerge Pietro Castellitto, figlio della coppia Castellitto-Mazzantini.
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giovedì 8 novembre 2012
Con il film “Io e te” il regista Bernardo Bertolucci ancora una volta dimostra la sua indiscussa bravura di interprete dell’animo giovanile
Titolo: Io e te
Regia: Bernardo Bertolucci
Soggetto: Niccolò Ammanniti
Sceneggiatura: Bernardo Bertolucci, Niccolò Ammanniti, Umberto Contarello, Francesca Marciano
Produzione: Italia, 2012
Cast: Jacopo Olmo Antinori, Tea Falco, Sonia Bergamasco, Veronica Lazar, […]
Un ragazzo introverso, il quattordicenne Lorenzo (Jacopo Olmo Antinori), si trova in difficoltà psichiche nel suo stare tra i coetanei, non sopporta il confronto, vuole fuggire dal mondo caotico alla ricerca di se stesso e delle cose che ama, e che soltanto la solitudine gli può fare trovare. Lorenzo vuole scappare anche dalla madre apprensiva e oppressiva, soffre dell’assenza del padre, ma serva in animo suo una grande umanità dimostrata dalla visita che fa alla nonna (Veronica Lazar) degente in ospedale. Lorenzo vive in un mondo reale che non gli appartiene, ma in cuor suo ha un suo mondo ideale e va alla ricerca di questo mondo. Architetta, allora, un piano nei minimi particolari munendosi delle provviste necessarie, del cellulare e dell’abbronzante, e anche di un formicaio, all’insaputa della madre (Sonia Bergamasco) per isolarsi dal mondo. Si rifugia, infatti, nella cantina dell’appartamento in cui vive con i genitori, nello stesso periodo in cui la sua classe va in gita per la settimana bianca. In quella cantina angusta, piena di polvere e di oggetti abbandonati, Lorenzo ascolta la sua musica preferita ad altissimo volume, osserva l’organizzazione sociale perfetta delle formiche, cammina tra due scatoloni zigzagando come un armadillo a formare un otto, che in posizione orizzontale rappresenta l’infinito, mentre fuori la vita scorre veloce. Quando incomincia a godere della tanto sospirata solitudine avviene un evento inaspettato e inizialmente sgradevole per Lorenzo che gli scompiglia l’equilibrio conquistato. Nella cantina irrompe la sorella Olivia (Tea Falco), figlia del padre con la precedente moglie che vive a Catania, in Sicilia, dove gestisce un negozio di scarpe. Olivia diventata tossicodipendente da eroina per fuggire anche lei, a modo suo, e in modo deleterio dal mondo, mostra, durante la sua permanenza nella cantina, una grande sofferenza, una profonda afflizione, dolori ovunque, insonnia, vomito, ed evidenzia palesemente le offese che la droga hanno portato al suo corpo e anche alla sua mente, ma al tempo stesso in questo turbinio di comportamenti mostra di possedere una grande amorevolezza e affettuosità.
La costrizione forzata della convivenza, la condivisione degli spazi angusti, la dichiarazione delle convinzioni personali come quella di Olivia - Se io e te non avessimo punti di vista saremmo liberi di osservare la realtà come realmente è, senza farci influenzare, oppure il dialogo sulle conseguenze della droga: O. - Quando ti fai non ti tocca nulla, non senti più niente, nessuno ti può fare del male quando ti fai, L. - Be', non è una figata?, O. - No, non è una figata ... perchè sei indifferente, e l'indifferenza non è una bella cosa, e poi diventi fredda, cattiva…" , via via fanno nascere, anzi scoprire, in ambedue quell’affetto semplice e genuino che trasferisce nel loro animo felicità e condivisione di sentimenti, e che gli fa scoprire la forza dell’amore, che li porta a vedere il mondo da cui hanno cercato di fuggire da un’altra visuale.
Bravissimi i due attori giovani alle prese con la loro fatica cinematografica, Jacopo Olmo Antinori e la bellissima e affascinante catanese Tea Falco.
Il film è tratto da libro omonimo di Niccolò Ammanniti, biologo mancato, ma scrittore molto prolifico sia per i lettori che per i registi, che è passato alla ribalta sia con il libro “Io non ho paura”(2001) da cui nel 2003 Gabriele Salvatores realizzò il film omonimo, sia perché ha vinto il premio Strega nel 2007 con il romanzo “Come dio comanda” da cui lo stesso Salvatores realizzò un altro bel film.
Bernardo Bertolucci, che ritorna dopo molto tempo al cinema dopo la sua malattia che lo ha costretto sulla sedia a rotelle, mostra ancora una volta tutta la sua bravura di grande regista nello sviscerare e interpretare magistralmente i sentimenti della gioventù moderna.
domenica 4 novembre 2012
Il regista Massimiliano Bruno con il film “Viva l’Italia” descrive, in chiave satirica, con amarezza e afflizione il degrado morale e del senso civico del nostro paese.
Titolo: Viva l’Italia
Regia: Massimiliano Bruno
Soggetto e sceneggiatura: Edoardo Falcone, Massimiliano Bruno
Musica: Giuliano Taviani, Carmelo Travia
Produzione: Italia, 2012
Cast: Michele Placido, Raoul Bova, Alessandro Gassman, Ambra Angiolini, Rocco Papaleo, Edoardo Leo, Maurizio Mattioli, Rolando Ravello, Elena Cucci, […]
La descrizione sociale e politica, anche se in chiave magistralmente satirica, avulsa da sterile moralismo, che il regista Massimiliano Bruno fa del paese Italia con questo film “Viva l’Italia” è rigorosamente attinente alla realtà attuale. Il regista, per far questo, illustra i connotati di una presumibile famiglia di un capo indiscusso di partito politico al potere, il grottesco Michele Spagnolo (Michele Placido), i cui tre figli, Riccardo (Raoul Bova) medico, Valerio (Alessandro Gassman) amministratore di una società che fornisce il cibo per gli ammalati dell’ospedale, e Susanna (Ambra Angiolini) attrice, sono stati tutti e tre raccomandati (il medico a sua insaputa) per il posto che occupano.
L’ipocrisia dilagante, il cinismo, l’uso della menzogna, l’arroganza, l’assenza di etica e di morale dei politici, il malcostume, lo sperpero del denaro pubblico, l’uso sfrenato delle raccomandazioni, il favoritismo sistematico, il privilegio del demerito a svantaggio del merito, l’ignoranza, la Cultura che viene maltrattata perché incomoda al potere politico, l’opportunismo e il trasformismo di chi vuol fare carriera, l’inciucio, il compromesso, il danneggiamento della sanità pubblica per salvaguardare quella privata, la precarietà del lavoro, la disgregazione della famiglia, il populismo e la demagogia, e chi più ne più ne metta, sono le considerevoli peculiarità salienti che affiorano dalla descrizione satirica delle vicende interne ed esterne che ruotano attorno alla famiglia Spagnolo, in questa stravolgente commedia. Vicende che fanno ridere amaramente gli spettatori della cui esistenza però sono consapevoli visti i corrispettivi fatti di cronaca di questi ultimi tempi.
Il regista costruisce magistralmente, tuttavia, tutte le storie attorno al tema della verità, e lo dimostra quando Michele Spagnolo, colpito da ictus cerebrale, pirandellianamente parlando incomincia a dire tutta la verità come quando, in ospedale, afferma "… io sono ricco, passo davanti, lei è povera e s'attacca al cazzo!".
Il regista, nel corso del film, come voce narrante, dopo aver citato vari articoli della Carta costituzionale sempre disattesi, rinforza ancora il tema della verità sul finire del film quando afferma che bisognerebbe introdurre nella Costituzione italiana un ulteriore articolo, il centoquarantesimo, che dovrebbe sancire che "Tutti i cittadini hanno il diritto di conoscere la verità", in modo che ogni cittadino dopo aver votato consapevolmente possa rendersi conto a posteriori di avere sbagliato oppure no, “aggiustando il tiro” la volta successiva.
Massimiliano Bruno, autore teatrale e televisivo che, con il suo primo film “Nessuno mi può giudicare” con la brava Paola Cortellesi e Raoul Bova, si fa conoscere per la bravura dimostrata dal grande pubblico cinefilo, in “Viva l’Italia” fa uso di un linguaggio satirico che si avvicina a quello del compianto Mario Monicelli perché, come questo regista, non rispetta la retorica, è aggressivo, mette in evidenza il cinismo, il menefreghismo, l’indifferenza, il trasformismo dei politici italiani, smaschera la sacralità e mette in luce anche la fragilità dei suoi personaggi, dei quali evidenzia i caratteri miseri e meschini fino al punto di ridicolizzarli.
Il film è popolato da un gran numero di attori noti e meno noti, che reggono molto bene la loro parte, tra i quali spiccano per la bravura istrionesca Michele Placido e Rocco Papaleo (Tony).
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