var _gaq = _gaq || []; _gaq.push(['_setAccount', 'UA-26218038-5']); _gaq.push(['_trackPageview']); (function() { var ga = document.createElement('script'); ga.type = 'text/javascript'; ga.async = true; ga.src = ('https:' == document.location.protocol ? 'https://ssl' : 'http://www') + '.google-analytics.com/ga.js'; var s = document.getElementsByTagName('script')[0]; s.parentNode.insertBefore(ga, s); })();

sabato 13 ottobre 2012

Con il film “Tutti i santi giorni” il regista Paolo Virzì abbandona l’impronta sarcastica e ironica e scopre la vena romantica

Titolo: Tutti i santi giorni
Regia: Paolo Virzì
Sceneggiatura: Paolo Virzì, Francesco Bruni, Simone Lenzi
Colonna sonora: Federica Victoria Caiozzo, in arte Thony
Produzione: Italia, 2012
Cast: Luca Marinelli, Federica Victoria Caiozzo in arte Thony, Micol Azzurro, Claudio Pallitto, Stefania Felicioli, Franco Gargia, Giovanni la Parola, […]

Il film “Tutti i santi giorni” tratto dal romanzo “La generazione” di Simone Lenzi, che è anche uno degli sceneggiatori, tratta della relazione amorosa di una coppia. Il film racconta, infatti, di una strana coppia di due giovani conviventi ultratrentenni, ambedue lavoratori precari. Innamorati però. Siciliana “coatta” lei, molto bella: Antonia (Thony), ignorante, cantautrice, sgradevole nei modi poco ortodossi, impiegata in un autonoleggio, che utilizza un linguaggio scurrile e dozzinale (ad esempio “minchia” sinonimo di pene, dal latino “mencla”, è una parola frequente nel suo lessico), scappata di casa dopo aver litigato con i familiari, in primis con i genitori che le risultano fastidiosi e insopportabili. Di origini toscane invece lui: Guido (Luca Marinelli) lavora come portiere in un albergo, è molto colto - chiamato per questo ironicamente “quidopedia” - e ben educato, lo contraddistingue un animo nobile e genuino, fa uso di un linguaggio spontaneo, elegante e raffinato, dimostra modi gentili e cortesi, ed è molto legato alla sua famiglia. Due giovani che, come cultura, comportamento, origini, modi, usi e costumi, sono agli antipodi. Contemporanea lei. Anacronistico lui. Eppure si amano alla follia, anzi lui ama più lei che viceversa. “Tutti i santi giorni”, di sera, di mattina, di notte, quando capita, fanno sesso appassionante. Un legame basato sulla purezza e sulla genuinità dei sentimenti soprattutto di Guido. Sembrano inseparabili e avulsi dai comportamenti della gioventù moderna, distaccati da quel mondo che ruota attorno a loro, deturpato dal pressappochismo, dall’ignoranza imperante, dal pensiero unico dettato dai talk show televisivi o dalle partite di calcio domenicali, dalla violenza fisica, dalla superficialità, dove le relazioni conviviali sono ridotte all’osso, dove i sentimenti non contano, dove i figli vengono abbandonati dai padri senza alcun problema, dove la precarietà non è solo economica ma anche etica e morale, dove non ci sono punti di riferimento, valori certi a cui aggrapparsi per vivere decentemente. Un mondo ormai lontano da quell’originario concetto di femminilità che è stata deturpata, lesa e vilipesa e da quell’idea di legame affettivo che tiene fortemente unito un uomo ad una donna. E in questo mondo la bella Antonia non si sente all’altezza di Guido, ne soffre sia l’inferiorità culturale che quella comportamentale e con la scusa di non poter avere un figlio, per avere il quale ha lottato tanto, lo lascia e va a vivere con un suo vecchio amico cantante Jimmy (Giovanni La Parola), un giovane senza identità, disorientato, allo sbando. Ma non finisce qui…  Guido e Antonia ripartiranno un’altra volta. Insieme.
“Un film diverso, spiazzante” è “Tutti i santi giorni” come afferma il regista, un inno all’amore contro lo squallore, la superficialità e la rozzezza che caratterizzano il nostro tempo, un film che dimostra come l’amore possa unire due persone culturalmente e socialmente diverse, un film commedia che si distacca nettamente dall’ultimo film di Paolo Virzì “La prima cosa bella” interpretato magnificamente dalla brava Micaela Ramazzotti. Un film dove  Luca Marinelli dimostra di essere un bravo attore così come lo ha evidenziato con la sua precedente interpretazione ne “La solitudine dei numeri primi” e dove Federica Victoria Caiozzo, in arte Thony, che da cantante è stata catapultata ad essere attrice, è stata una vera scoperta.

giovedì 4 ottobre 2012

Con il film “Reality” Matteo Garrone descrive la realtà a portata di televisione.

Titolo: Reality
Regia: Matteo Garrone
Soggetto: Matteo Garrone, Massimo Gaudioso
Sceneggiatura: Matteo Garrone, Massimo Gaudioso, Maurizio Bracci, Ugo Chiti
Musica: Alexandre Desplat
Produzione: Italia, 2012
Cast: Aniello Arena, Loredana Simioli, Nadno Paone, Ciro Petrone, Nello Iorio, Nuzia Schiano, Claudia Gerini, Graziella Marina, […]
Straordinariamente strepitoso, terribilmente tragico, prepotentemente sconvolgente a tal punto da scuotere le coscienze degli spettatori quest’ultimo bellissimo film di Matteo Garrone “Reality” che, seguendo la scia del film “Gomorra” soltanto nella scelta degli attori, attori non professionisti “grassi, sporchi e cattivi” (come l'attore carcerato Aniello Arena, che riveste la parte del protagonista Luciano Ciotola, o come il ragazzo barista interpretato da Ciro Petrone, uno dei due protagonisti giovani di “Gomorra”), riesce a descrivere la realtà dei videodipendenti in modo documentaristico facendone risaltare l’aspetto grottesco e tragicomico.
“Reality” è, secondo la nostra opinione, un drammatico e idoneo atto d'accusa nei confronti di quei programmi televisivi che in maniera occulta e subdola tendono a portare, annullandogli la volontà, ad un’obbedienza cieca al potere costituito e ai leader che lo detengono, gli individui, sotto l’ipocrita e utopica finalità di fargli raggiungere la felicità. In effetti il berlusconismo non ha cercato di fare questo? Un male scampato, almeno per ora.
Tutto ciò era già stato previsto da George Orwell che nel romanzo fanta-futuristico “1984”, descrive un “Grande fratello” che vuol far credere agli individui, riuscendoci, che “la guerra è pace”, che “la libertà è schiavitù”, che “l’ignoranza è forza”, e dove l’“Orthodoxy means not thinking – not needing to think. Orthodoxy  is unconsciousness”, (Ortodossia significa non pensare – non avere necessità di pensare. Ortodossia è perdita di coscienza). Allo stesso modo, oggi con i “Reality show” avviene nella mente dell’individuo che li segue una distorsione della realtà che ne annulla la coscienza, facendolo diventare in certo qual modo un automa. E ciò che avviene a Luciano, il protagonista del film, il quale gradualmente perde la capacità di ragionare e, come un nuotatore che viene sorpreso dalla furia delle acque di un fiume in piena senza possibilità alcuna di trovare un riparo, diventa un ossesso, un folle pirandellianamente parlando. La furia delle acque è come la follia prodotta dalle fisime e dalle fissazioni causate dal reality, secondo la sequenza guardare-condividere-accettare, da cui l’individuo non potrà più uscire, non ha più scampo. Alla luce di questa concezione ciò che conta non è “essere” ma “apparire” come si evince dall’aforisma: -“Essere” ci dà il senso della vita, “apparire” invece il vuoto dentro di noi -. (da http://www.aphorism.it/francesco_giuliano/aforismi/essere_ci_da_il_senso_della_vita_apparire_inv/.
Un'anticipazione di questa concezione si ha con la sequenza iniziale del film che descrive lo svolgimento di un matrimonio. A nulla valgono i tentativi di dissuasione nei confronti di Luciano della moglie Maria (Loreadana Simioli) o della zia Nunzia(Nunzia Schiano) o dell’amico Michele (Nando Paone). È come parlare al vento che porta via con sé tutto.
Tutto questo è conseguenza dell’avvento innocente della televisione in Italia dal lontano 1954 che ha stravolto la vita degli italiani come si evince nel racconto “La televisione” dal romanzo “I sassi di Kasmenai” (ed. Il foglio, 2008): “Ormai era un desiderio di tutte le famiglie quello di possedere in casa la scatoletta (n.d.r la televisione), che poi ha cambiato la vita agli italiani, sia nel bene sia nel male; una cosa rilevante, determinata da quell’oggetto, è stata la diffusione della lingua italiana entro i confini nazionali, ed anche fuori... .”

Suggestiva e significativa la sequenza delle immagini (una delle quali è riportata nella locandina) che si susseguono al termine del film che ricorda le immagini iniziali, riportate all’incontrario, del film dei fratelli Ethan e Joel Coen “Burn After Reading - A prova di spia” (2008). Le azioni degli uomini sono poca cosa nei confronti dell’infinità dell’Universo, o meglio, per fare intendere il discorso, sono un infinitesimo come lo è “il bosone di Higgs” la più piccola particella subatomica dal carattere effimero. Bella la colonna sonora del maestro Alexandre Desplat.
Il film ha avuto conferito il premio della Giuria al Festival di Cannes 2012.

lunedì 1 ottobre 2012

Il film “20 sigarette” di Aureliano Amadei descrive il dramma della guerra raccontato da un sopravvissuto

Titolo: 20 sigarette
Regia: Aureliano Amadei
Soggetto: Aureliano Amadei, Francesco Trento, Volfango De Biasi
Sceneggiatura: Aureliano Amadei, Francesco Trento, Volfango De Biasi, Gianni Romoli
Produzione: Italia, 2010
Cast: Vinico Marchioni, Carolina Crescentini, Giorgio Colangeli, Orsetta De Rossi, Alberto Basaluzzo, Edoardo Pesce, Luciano Virgilio, Massimo Popolizio, […]


“20 sigarette”, un titolo che scandisce inesorabilmente il trascorrere del tempo come un orologio, è un film trasmesso recentemente, in prima serata, su RAI3. Esso descrive le vicissitudini drammatiche, terribilmente vere e orribilmente realistiche vissute in prima persona dallo stesso regista del film Aureliano Amadei (Vinicio Marchioni) che è stata l’unica persona sopravvissuta all’attentato di Nassiriya in Iraq nel novembre 2003. Amadei era andato in Iraq come assistente del regista Stefano Rolla (Giorgio Colangeli), morto nell’attentato, per girare un film e invece restò ferito fortunosamente anche se gravemente. Rimessosi in sesto, anche se rimasto claudicante, dopo circa sette anni, girò questo film, con una ripresa originale anche se azzardata, come un bravo cronista documentarista. Ripresa eseguita appositamente tremolante e per questo realistica che conferisce al film l’impronta di documentario, appunto. Immagini cruente e crude, di corpi dilaniati coperti da un miscuglio di sangue e polvere, seguite da lamenti e di silenzi, da grida e da pianti, da desolazione e da sconforto, come se la ripresa fosse stata fatta in diretta. Immagini che coinvolgono emotivamente lo spettatore a cui trasmettono sofferenza e angoscia e al quale fanno toccare con mano l’ipocrisia e il cinismo dei nostri governanti che sotto l’egida della “missione di pace” inviano i militari a fare la “guerra”. L’egida della “guerra”, da cui emerge, infatti, con forza cruda implacabile aspro che la vita perde il valore e il significato che la caratterizzano, dove i corpi dilaniati rimangono intrisi del purpureo liquido vitale come un’impronta indelebile, indistruttibile, indimenticabile. Tutto ciò dovrebbe farci riflettere sulla “guerra” e sulla sua inutilità e aborrirla per difendere la pace a tutti i costi, per difendere la vita, perché a questo mondo si nasce e si vive una volta sola. Nel film risalta anche la figura di Claudia (la bella Carolina Crescentini), che copre il ruolo della fidanzata di Amadei.

giovedì 27 settembre 2012

In “The words” i registi Brian Klugman e Lee Sternthal affrontano il dilemma: le parole condizionano la vita di un uomo?

Titolo: The words
Regia: Brian Klugman e Lee Sternthal
Sceneggiatura: Brian Klugman e Lee Sternthal
Produzione: Stati Uniti, 2012
Cast: Bradley Cooper, Jeremy Irons, Dennis Quaid, Zoe Saldana, Nora Arnezeder, Olivia Wilde, Ben Barnes, J.K. Simmons, Michael McKean, […]

Bello, coinvolgente e senza dubbio interessante questo film “The words” dal sapore brectiano, diretto a quattro mani da Brian Klugman e Lee Sternthal che hanno fatto avvicendare i protagonisti attorno alle parole, alle parole di un libro, quelle parole che lasciano il dubbio su ciò che esse vogliono esprimere: la realtà o la finzione, la vita che si è costretti a vivere o la vita che si vorrebbe vivere ? A volte dietro le parole ci si perde e si perde il senso della vita e con esso si abbandonano anche le persone care. A volte dietro le parole c’è solo menzogna o anche immaginazione o invenzione. A volte ancora si ricorre alle parole per non affrontare i problemi della vita. Questo è ciò che sostiene uno dei personaggi più misteriosi del film, il vecchio (Jeremy Irons), quando afferma che  "La mia tragedia è stata amare tanto le parole, più della donna che le ha ispirate". E le parole scritte diventano pesanti come macigni indistruttibili.
Il film ruota su tre personaggi ognuno dei quali, Rory Jansen (Bradley Cooper), Clay Hammond (Dennis Quaid) e il vecchio (Jeremy Irons), è uno scrittore. Il primo è uno scrittore fallito che ha successo imprevedibilmente per avere pubblicato un libro copiando un manoscritto capitato tra le sue mani per caso, il secondo è uno scrittore di successo che presenta in modo originale le diverse sfaccettature dello scrittore e il terzo è uno scrittore svanito, un uomo che  lasciandosi trasportare dalla foga di scrivere perde l’amore della donna che lui ama sconvolgendo così l’intera sua esistenza. In tutti e tre i casi, ognuno di loro ha fatto una scelta e quella scelta gli ha condizionato la vita, il proprio modo di essere. Ma questo non è forse il dilemma shakespeariano: To be, or not to be: that is the question, Essere o non essere: questo è il problema. Quando un individuo si trova dinnanzi ad un bivio qual è la scelta migliore da fare? Spesso egli si lascia trasportare dalle circostanze e dai suoi sentimenti e quando ne prende coscienza non sempre sarà possibile cambiare la rotta. Quella scelta fatta gli condizionerà la vita per sempre, irreversibilmente. Le scelte sono come le parole. Scripta manent! E poi ci saranno delusioni o soddisfazioni?
I registi sono stati abili nell’elaborazione della sceneggiatura e nella conduzione degli attori, tutti bravi, che lasciano continuamente lo spettatore con il fiato sospeso e alla fine con l’amaro in bocca.

domenica 23 settembre 2012

Nel film “Il rosso e il blu” Giuseppe Piccioni mette in risalto l’importanza e il valore della scuola pubblica italiana

Titolo: Il rosso e il blu
Regia: Giuseppe Piccioni
Soggetto: Marco Lodoli
Sceneggiatura: Giuseppe Piccioni, Francesca Manieri
Produzione: Italia, 2012
Cast: Margherita Buy, Roberto Herlitzka, Riccardo Scamarcio, Silvia D’Amico, Lucia Mascino, Davide Giordano, Nona Torresi, Ionu Paun, Gene Gnocchi, […]



Questo di Giuseppe Piccioni ,“Il rosso e il blu”,  che rimanda ai colori con i quali si segnano gli errori lievi e gli errori gravi di un elaborato scolastico, è un film sulla scuola italiana tratto dall’omonimo libro di Marco Lodoli che, oltre ad essere scrittore e giornalista, è soprattutto un insegnante. Vi si descrive la scuola italiana tanto bistrattata e depauperata di tutti quei valori inestimabili e sacrosanti che essa si è costruita via via nel tempo, dove emerge la contrapposizione manifestamente tra la comprensione, la disponibilità al dialogo e la condiscendenza mostrate dal prof. Prezioso (Riccardo Scamarcio), giovane supplente di Italiano e Storia, con il disappunto, il disamore, l’indifferenza e il cinismo del prof. Fiorito (Roberto Herlitzka) insegnante di Storia dell’arte, ormai prossimo alla pensione. A cui si aggiunge il comportamento timoroso e insicuro della preside Giuliana (Margherita Buy) che, piuttosto che fare i conti con il suo nuovo ruolo di dirigente, deve sopperire personalmente a quei compiti che sono di norma demandati ad altre figure professionali della scuola, come i “bidelli” o meglio i “collaboratori scolastici”, a cui è assegnato, tra l’altro, il compito di aprire la scuola o di mettere la carta igienica nei bagni degli studenti. Si tratteggiano nel film i connotati scolastici attuali come la mancanza di punti di riferimento certi, cioè di punti fiduciali da cui partire, o come il disordine in contrapposizione a quell’ordine, a quell’armonia, a quell’educazione, a quell’equilibrio interiore che dovrebbero rappresentare i pilastri della Cultura e quindi di un’istituzione altamente formativa ed educativa come la Scuola.
Film recentissimi hanno parlato recentemente di scuola, come “Lezioni di sogni” di Sebastian Glober (Germania, 2011), che per certi aspetti ricalca la trama del famosissimo ”Attimo fuggente” di Peter Weir, dove emerge il contrasto tra i metodi didattici anticonvenzionali, informali e insoliti, ma efficaci, e l’intolleranza  dei genitori “benpensanti” retrogradi e conservatori, oppure come il film “Detachment” di Tony Kaye  (USA, 2011), dove viene marcato piuttosto l’atteggiamento di “distacco” dei docenti nei confronti dei loro studenti che vengono difesi a spada tratta dai loro genitori che imprecano su tutte le figure professionali della scuola con una violenza gratuita e ingiustificata, denigrandola. A differenza di tutto ciò, “Il rosso e il blu”, invece di rimarcare i malanni ancestrali della scuola italiana, a cui accenna soltanto (tra cui la profonda ignoranza diffusa tra gli studenti, la fatiscenza degli edifici, la mancanza delle cose più essenziali come le penne o la carta igienica o le fotocopie, la strumentazione didattica fuori uso, laboratori inesistenti, a cui si aggiunge la frustrazione endemica degli insegnanti), cerca di proporre quale sia la cura della nostra scuola malata. Tale cura, che consiste nell’alimentare il comportamento del prof. Prezioso e nel trasformare il cinismo del prof. Fiorito in interesse e partecipazione attiva, si basa nel promuovere innanzitutto la realizzazione di un rapporto empatico essenziale tra il docente e lo studente, premessa necessaria alla motivazione e quindi allo studio di quest'ultimo, e si fonda nel privilegiare il merito e nel rivalutare il ruolo degli insegnanti. Di costoro, a partire dalla metà degli anni settanta, le istituzioni hanno determinato gradualmente la perdita della dignità professionale, generando umiliazione, frustrazione, depressione, demotivazione, disinteresse, cinismo e annullamento del loro prestigio sociale, e, conseguentemente, inefficacia della loro azione nella trasmissione della cultura con indubbio impoverimento culturale dei giovani e quindi dell’Italia che, a causa di ciò, è stata travolta e dominata da una squallida e deprimente sottocultura. Oserei dire che tutto ciò, in parte, ha determinato la situazione catastrofica civile e morale in cui è caduto il nostro Paese. Il regista Giuseppe Piccioni, infatti, sostiene che “bisogna difendere ad oltranza il valore della scuola pubblica, del diritto dei giovani a poter accedere alla cultura”. Senza la Cultura, infatti, il paese è destinato ad impoverirsi ulteriormente dando spazio all’arroganza degli ignoranti. Per  questo “Il rosso e il blu” è un film che dovrebbero vedere non solo studenti e insegnanti ma tutti i cittadini al fine di comprendere a fondo il ruolo fondamentale della scuola a difesa della Cultura, o meglio della trasmissione della Cultura che è linfa vitale per un futuro prospero e vivibile del nostro bel Paese. Per questo “Il rosso e il blu” è un film che fa intravedere che la Scuola può uscire dal lungo tunnel in cui si trova.

giovedì 20 settembre 2012

Con il film “È stato il figlio”, Daniele Ciprì descrive con uno stile grottesco-surrealista una società dominata da degrado umano

Titolo: È stato il figlio
Regia e soggetto: Daniele Ciprì
Sceneggiatura: Daniele Ciprì, Miriam Rizzo, Massimo Gaudioso
Produzione: Italia, 2012
Cast:  Toni Servillo, Giselda Volodi, Aurora Quattrocchi, Fabrizio Falco, Alfredo Castro, Benedetto Ranelli, Piero Misuraca, Pier Giorgio Bellocchio, […]


In questo film Daniele Ciprì descrive, con un linguaggio originale e bizzarro, un’umanità brutta, sporca, deforme, immedesimata nella famiglia Ciraulo, dove povertà, miseria, ignoranza si tagliano a fette e dove la vita ha poco valore, dove al contrario la morte paradossalmente assume un ruolo preponderante, fondamentale, addirittura pone le basi di un solido sostegno economico e di una migliore visibilità sociale, in altre parole la morte costituisce una risorsa umana. Ciprì riesce efficacemente con una crudezza realistica e con un raffinato e sottile gusto del tragicomico a usare  le diverse maschere dei molteplici personaggi, alcune reali -  quella di Aurora Quattrocchi (Nonna Rosa) e  quella di Giselda Volodi (Loredana Ciraulo) o ancora quella malinconica di Alfredo Castro (Busu) – e  altre sofisticate – eccellente, particolare e bizzarra quella di Toni Servillo (Nicola Ciraulo). Maschere di individui miserabili disgraziati, reietti, inserite in un contesto grottesco paradossale bizzarro mostruoso, per certi aspetti buffo, di carcasse arrugginite e di cupo e introverso squallore dove la solitudine, la cattiveria, la miseria, l’ignoranza e soprattutto la fame costituiscono la metafora di una parte della società alla deriva, quella miserabile e povera sia di beni materiali che umani, abbandonata a se stessa su una strada di non ritorno, nascosta alla altra parte della società caratterizzata da una falsa opulenza e da un’accattivante tecnologia che mira ad un benessere virtuale e spietato dove il consumismo e l’ostentazione della “falsa ricchezza” annientano qualunque aspirazione che tenda alla dignità umana. Ciprì è maestro nel descrivere un ambito urbano ghettizzato, isolato, quasi al di fuori o meglio lontano dalla civiltà tanto sospirata, un’isola brutta che rasenta similmente quella di un inferno dantesco, dove la fame ancestrale degli abitanti può essere appagata da superflui mezzi tecnologici, e dove l’improvvisa sovrabbondanza di denaro disarma l’intelletto, ponendolo quasi dinnanzi al dilemma shakespeariano. Non è un caso, infatti, che  il capofamiglia, Nicola Ciraulo, piuttosto che cercare di risolvere i problemi indigenti propri e della famiglia affida il “benessere” familiare al falso godimento offerto dalla tecnologia – una Mercedes - che oltretutto fa benedire con l’acqua santa sotto il segno della croce. Emerge così un’umanità arida, sterile, inerme, inetta, diseducata, ma anche abbandonata a se stessa, che riempie il dolore causato dalla perdita di un affetto caro con un bene materiale o fittizio - appunto la Mercedes nera o l’accordo disumano, illegittimo, violento, verbale che Nonna Rosa confeziona con il nipote Masino (Piero Misuraca) -, che conducono irrimediabilmente ad una incontrollabile disgregazione sociale e ad un palese deterioramento antropologico. Emerge, dunque, il quadro di una società dove attecchiscono facilmente la violenza mafiosa e lo strozzinaggio, dove la vita perde quel naturale valore che invece viene acquisito dalla morte e dove a perdere sono sempre gli innocenti e i più deboli, alias i “vinti” di concezione verghiana destinati comunque a soccombere.
Il film, tratto liberamente dal romanzo omonimo (2005) di Roberto Alajmo finalista al premio Viareggio e adornato da diversi premi, è stato presentato alla 69^ Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia 2012 ottenendo il Premio per il migliore contribuito tecnico e il Premio Marcello Mastroianni a Fabrizio Falco che nel film veste i panni del giovane Tancredi Ciraulo.

martedì 18 settembre 2012

Nel film di Marco Bellocchio “Bella addormentata” il profilo di “un’Italia cinica e depressa”

Titolo: Bella addormentataRegia: Marco Bllocchio
Sceneggiatura: Marco Bellocchio, Veronica Raimo, Stefano Rulli Produzione: Italia, 2012
Cast: Toni Servillo, Alba Rohrwacher, Michele Riondino, Isabelle Huppert, Maya Sansa, Brenno Placido, Pier Giorgio Bellocchio, Fabrizio Falco, Gianmarco Tognazzi, Roberto Herlitza, Gigio Morra, […]

Il film “Bella addormentata” di Marco Bellocchio affronta il problema dell’eutanasia prendendo spunto dal caso di Eluana Englaro, la ragazza rimasta in coma per diciassette anni che viene fatta trasportare su decisione del padre in un’ospedale di Udine per interrompere il trattamento terapeutico forzato che la teneva in vita. E l’affermazione nel film dello psichiatra (Roberto Herlitza) sancisce ciò "La vita è una condanna a morte, quindi non c'è tempo da perdere". La decisione di interrompere il trattamento sconvolse allora le coscienze degli italiani dividendoli in due fazioni opposte (Guelfi e Ghibellini di storica memoria?): quelli a favore della salvaguardia della vita a tutti i costi e quelli a favore di un diritto civile, quello dell’eutanasia, che come tutti i diritti civili dovrebbe far parte di quel valore molto più ampio che si chiama “libertà individuale”.

La fabula su cui ruota il film è basata sull’asserzione che "L'amore cambia il modo di vedere le cose" detta da Maria (Alba Rohrwacher) la figlia del senatore del PdL, Uliano Beffardi (Toni Servillo) che concentra il messaggio che il regista vuole dare allo spettatore/cittadino con questo bellissimo e magnifico film presentato alla 69^ Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia. E mi piace a riguardo, per rafforzare il concetto, citare l’ultimo verso del XXXIII canto del Paradiso di Dante Alighieri: “…l’amor che move il sole e l’altre stelle”. Ogni nostro gesto è umanamente accettato se dettato dall’amore. A volte per amore siamo costretti, ob torto collo, a prendere decisioni individuali che non sono condivise da altri per coscienza o per presa di posizione di parte.

Il film che si svolge nell’arco di una settimana, agli inizi del mese di febbraio 2009, alcuni giorni prima della morte di Eluana, racconta le vicissitudini del senatore Beffardi che si reca a Roma convocato per votare il decreto che il governo di Berlusconi vuole approvare urgentemente per impedire che il padre di Eluana portasse a termine la sua decisione. Beffardi ha una crisi di coscienza e non vuole votare quella legge che ritiene ingiusta anche perché lui si è trovato in una situazione simile a quella di Englaro, anzi vuole dimettersi dal partito, dove vige il “pensiero unico”, che inibisce la volontà decisionale individuale di ogni parlamentare. Parallelamente a questa storia, nel film si intrecciano altre storie. Quella di un medico, Pallido (Pier Giorgio Bellocchio) che cerca di salvare la tossicodipendente Rossa (Maya Sansa) dal suicidio, e quella di un’attrice, Divina Madre (Isabelle Huppert) che per assistere la figlia in coma, ha perso il senso della vita abbandonando sia il figlio che il marito. Bellocchio in questo film come del resto negli altri suoi film prende posizione facendo emergere che la politica molto spesso non soddisfa i bisogni di umanità del popolo che essa governa, ed esprime anche il suo punto di vista sia nei confronti della Chiesa che difende i suoi dogmi a spada tratta sia nei confronti dei politici che nel legiferare non si comportano secondo coscienza ma secondo i dettami della loro dirigenza partitica.