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venerdì 2 dicembre 2011

"Un Giorno in Pretura", un film di Steno.

"Un Giorno in Pretura" è un film diretto da Steno e uscito nelle sale nel 1953. Il soggetto e la sceneggiatura dei vari episodi del film sono stati preparati in collaborazione dallo stesso Steno, da Alberto Sordi,  da Giancarlo Viganori, da Lucio Fulci e da Alessandro Continenza. La fotografia è stata curata da Mario Scarpelli, il montaggio da Giuliana Attenni e le musiche da Armando Trovayoli.
Il cast è ricco di giovani attori che negli anni successivi trionferanno nelle sale cinematrografiche, vi partecipano Alberto Sordi, Peppino De Filippo, Walter Chiari, Sofia Loren, Tania Weber e tanti altri.
Il film è composto da 5 episodi:
"Il Ladro di  Gatti": un anziano viene citato in tribunale per aver rubato un gatto.
"I Coniugi Ponticelli": un commerciante, dal carattere severo e conservatore, viene accusato dalla moglie di abbandono del tetto coniugale e portato a giudizio. Riuscirà a salvarsi dalle accuse dimostrando l' infedeltà della sua stessa consorte.
"Don Michele, Anna e il biliardo":Un Prete viene trascinato in tribunale con l' accusa di aver generato una rissa in un Club, l' uomo, pur difendendo la sua buona fede ammette le sue colpe e il tentativo di scagionarlo di Anna, una prostituta, risulterà inutile.
"Nando Mericoni, l' americano": Nando, interpretato da Alberto Sordi, finisce in pretura accusato di atti osceni, colpevole di essersi fatto il bagno completamente nudo in una marana. Si difenderà spiegando di seguire la moda U.S.A.
"Gloriana": una star del cinema, ormai caduta in disgrazia, viene accusata di adescamento e ubriachezza molesta.

Il film, senza essere un capolavoro, risulta gradevole e interessante, sicuramente consigliato.

giovedì 1 dicembre 2011

Un grido di allarme per salvare la famiglia e la scuola il film “Scialla!” di Francesco Bruni



Scialla!, che in gergo romanesco significa stai sereno, è un film che fin dalle prime battute manifesta una sua peculiare originalità, ed è un film che dimostra come il cinema italiano di questi ultimi anni si stia svegliando da quel letargo, da cui per diverso tempo non è riuscito a destarsi, e stia mostrando creatività, fantasia e novità nella narrazione della fabula. Il regista Francesco Bruni - alla sua prima esperienza come regista dopo avere curato la sceneggiatura di film italiani famosi e di grande successo di pubblico, come La bella vita, Ovosodo, Io e Napoleone, La prima cosa bella, I viceré in collaborazione con Roberto Faenza, per citarne soltanto alcuni -, è riuscito ad affrontare un tema attualissimo in modo molto divertente e ilare, seppur accennando agli aspetti sociali e agitati riguardanti la famiglia e i rapporti inesistenti tra padri e figli, e concernenti anche la scuola e i rapporti illusori tra insegnanti e studenti. In definitiva il film parla della famiglia moderna che avendo perso la sua composizione originale non affronta il problema educativo dei figli delegando in questo la scuola che, a sua volta, non riesce neppure ad affrontare il problema formativo dei giovani. Il regista intrattiene su questi temi lo spettatore inducendolo prima a sorridere e anche spesso a ridere e, poi, a riflettere sul futuro che i figli stanno ereditando dai padri. E quello stesso spettatore, alla fine del film, si alza dalla poltrona del cinema molto soddisfatto dopo aver gustato fino in fondo e senza distrarsi neppure per un attimo il susseguirsi della trama raccontata: un figlio, Luca (un bravissimo Filippo Scicchitano), che ritrova inaspettatamente il padre Bruno Beltrame, scrittore di biografie (un eccellente Fabrizio Bentivoglio), di cui non aveva sentito mai parlare, - neppure un cenno aveva avuto dalla madre - ed un padre che inconsapevolmente scopre un figlio che non sapeva di avere, un figlio ancora adolescente molto disorientato che mostra di non possedere dei punti di riferimento e di aver vissuto sino ad allora come una nave, senza timone, alla deriva in un mare profondamente agitato, che mostra di non conoscere nelle persone i ruoli che questi ricoprono, e che usa un linguaggio per niente affine alla lingua italiana Il titolo del film “Scialla!”, infatti, sta a lanciare anche un grido d’allarme sull’uso della lingua che possiamo ritrovare nelle parole del linguista Tullio De Mauro (già ministro della pubblica istruzione), il quale sostiene che Il 71% della popolazione si trova al di sotto del livello minimo di lettura e comprensione di un testo scritto di media difficoltà, il 5% non è neppure in grado di decifrare lettere e cifre, un altro 33% sa leggere ma riesce a decifrare solo testi di primo livello su una scala di cinque ed è a forte rischio di regressione nell’analfabetismo . Un ulteriore 33% si ferma a testi di secondo livello. Non più del 20%, quindi, possiede le competenze minime per orientarsi e risolvere, attraverso l’uso appropriato della lingua italiana, situazioni complesse e problemi della vita sociale quotidiana.
Luca, tuttavia, anche se disorientato mostra maturità di fronte a certe scelte: rifugge dallo spaccio e dall’uso della droga e da cattive compagnie, ma in un momento di debolezza, convinto dai suoi due amici, si lascia trasportare in una situazione da cui gli sembra difficile uscire mostrando paura mista a terrore e sconforto. Scopre nel suo “futuro” padre una figura carismatica per i suoi ex studenti e un punto di riferimento per se stesso che lo porterà fuori da quella circostanza ingarbugliata e violenta, scopre così che la scuola e il sapere che essa trasmette è un mezzo che porta alla conoscenza. E qui risalta una critica nei confronti della scuola che si preoccupa di fare acquisire delle competenze agli studenti trascurando la conoscenza della loro personalità e della loro intima essenza senza le quali l'apprendimento è negato.



Bellissima e significativa, a tal proposito, è la scena inconsueta con la quale è Luca a dire al proprio consiglio di classe di bocciarlo e fargli ripetere l’anno, per non fargli perdere buona parte della conoscenza che lo studio di quel percorso scolastico gli permetterà di acquisire. Un inversione di ruoli che dimostra ciò che gli studenti vogliono dalla scuola e che la scuola non riesce a dargli.
La bravura del regista Francesco Bruni si manifesta nell’aver usato la macchina da presa in modo magistrale, con la quale pian piano fa emergere tra i due protagonisti, Bruno Beltrame e Luca, i contrasti reali che esistono tra i giovani e gli adulti, tra linguaggio classico e linguaggio gergale, tra genitori e figli. Come uno scienziato che nel suo laboratorio esegue una ricerca scrupolosa che lo porta gradualmente all’agognata scoperta, così il regista fa affiorare, con un susseguirsi di azioni e avvenimenti a volte inaspettati, gradualmente l’affetto latente che esiste tra padre e figlio e la scoperta da parte di Luca dell'esistenza e della distinzione dei ruoli che contraddistinguono un padre da un figlio, un insegnante da uno studente, la famiglia dalla scuola.
Il messaggio che il regista vuole dare è che, per risollevare la nostra società dal baratro profondo in cui versa, bisogna ridare alla famiglia e alla scuola i ruoli che queste due istituzioni fondamentali formative ed educative hanno perso completamente, così come ha fatto il regista Ivan Cotroneo nel suo recentissimo film La kriptonite nella borsa. La convinzione comune che è condivisa anche da me è che non ci può essere una vera e corretta formazione della personalità individuale senza la famiglia e la scuola.



Nel cast ci sono anche Barbora Bobulova, Giuseppe Guarino, Arianna Scommegna, Prince Manujibeva e altri.

mercoledì 30 novembre 2011

"Il Senso", una storia di amore e di guerra firmata da Luchino Visconti.


"Il Senso" è un dramma diretto dal Luchino Visconti e uscito nelle sale nell' anno 1954. Il "Conte Rosso" ha tratto il soggetto nell' omonimo racconto scritto da Camillo Boito e ha realizzato la sceneggiatura in collaborazione con Carlo Alianello, Giorgio Bassani, Giorgio Prosperi e Suso Cecchi D' Amico. Le musiche, meravigliose, sono di Anton Bruckner e Giuseppe Verdi, la fotografia di Aldo Graziati  e Robert Krasker, il montaggio è stato realizzato da Mario Sarandrei, la scenografia da Ottavio Scotti e i costumi curati in collaborazione Piero Tosi e Marcel Escoffier.
Nel cast, eccellente, come in quasi tutti i film di Visconti hanno partecipato Alida Valli, Farley Granger, Massimo Girotto, Rina Morelli e tantissimi altri.
Le musiche del film sono straordinarie, Visconti, che era anche direttore d' opera,  le seleziona divinamente, le immagini e le scenografie stupende e curatissima, anche grazie al cospicuo budget a disposizione del regista.
Il film è ambientato a Venezia, nel 1866, durante i moti per l' indipendenza, la trama racconta un complesso intreccio tra vicende d' amore, guerra e  politica.
Nel teatro "La Fenice" di Venezia alcuni patrioti italiani distribuiscono volantini, il Tenente austriaco Franz Mahler reagisce con insulti e per questo viene sfidato dal Conte Ussoni.
La polizia austriaca arresta per un anno il Conte e sua cucina, Livia Serpieri, avvicina il Tenente cercando una mediazione. Terminerà innamorandosi e rovinandosi in una relazione clandestina che si svilupperà durante la terza guerra di indipendenza del nostro paese.
Con questo  film eccellente nelle immagini, nelle musiche e nei costumi e con una trama  intensa e drammaticamente appassionante Luchino Visconti si conferma uno migliori registi della storia del nostro cinema.

Uno spezzone da Youtube:
http://www.youtube.com/watch?v=Mi8d3xaWZV4

Fonti:
http://it.wikipedia.org/wiki/Senso_(film)

martedì 29 novembre 2011

Sta ne "La bellezza del somaro" la fuga da questa società urlata.

È un film, quest’ultimo lavoro di Sergio Castellitto, tratto da un racconto della moglie, la scrittrice Margaret Mazzantini. In esso il regista, che è anche attore, fotografa, in modo alquanto ironico, sottilmente beffardo e beffardamente satirico l’attuale società italiana, mostrandone una fisionomia urlata, squilibrata, dissestata, stereotipata, disorientata, scriteriata, alienata, dove le persone normali, che vivono intorno ai quei valori umani che inducono alla serenità, alla meditazione e alla saggezza, appaiono strane e anormali, superate, “vecchie”.

Si corre.

Si urla.

Non si pensa.

In questa società, dove ognuno si arroga il diritto di assalire l’altro, in modo gratuito e violento, solo per un abitudine consolidata e imposta anche da alcuni programmi e personaggi televisivi, si prevarica senza motivo chi vuole dire la sua liberamente e agire al di fuori degli stereotipi comuni.

Basta una parola per fare scattare l’allarme e assalire l'altro!

Gli impulsi nervosi si trasformano in grida forsennate, fastidiose, insopportabili. Nelle famiglie, poi, si permettono situazioni che fanno raccapricciare e inorridire: i genitori “educano” i figli accettando e condividendo tutto ciò che i figli fanno e gli impongono. Non uno schiaffo né un rimprovero sono ammessi. Tutto è lecito! In questo “frastuono” aggrovigliato, da cui è difficile uscire ed estraniarsi, che avviluppa tutti, una ragazzina si innamora di Armando (Enzo Iannacci) non più nel fiore della gioventù, in cui scopre la “bellezza” che fino ad allora non aveva ancora scorto. Sta proprio quì “la bellezza del somaro” che pascola sereno e tranquillo in mezzo alla purezza della natura e che si mostra indifferente in mezzo a tutto quel putiferio. Sta quì l'essenza del film che vuole dimostrare come in questa società non si riesce a cogliere il carpe diem di oraziana memoria. È come stare in un auto o su un treno che percorre la strada in modo così veloce da non far cogliere la bellezza dei paesaggi che attraversa ai passeggeri.

Quell'atto inconsueto e disinibito della ragazzina scandalizza tutti, ovviamente anche il padre Marcello (Sergio Castellitto) che le sferra uno schiaffo che, a sua volta, sconvolge, turba e indigna gli astanti.

Purtroppo lo spettatore esce stressato per una sceneggiatura che, talvolta, appare sconnessa e che non gli fa gustare il film che, però, in alcuni tratti appare piacevole.



Sergio Castellitto oltre ad essere regista è anche attore di questo film assieme a Barbora Bobulova, Laura Morante, Enzo Iannacci e Marco Giallini.




Fonti:





lunedì 28 novembre 2011

"Amore tossico" il dramma dei giovani degli anni '80

Diretto da Claudio Caligari nel 1983, Amore Tossico è un film drammatico incentrato sul tema della droga, problema che ha visto il coinvolgimento in Italia di molti giovani agli inizi degli anni ottanta , dove, attraverso la stampa affioravano le prime informazioni sull'eroina e sull'AIDS. Interpretato da attori non famosi, tutti ex-tossicodipendenti , il film (come dichiarato dallo stesso Caligari) non ha avuto vita facile perchè le riprese vennero spesso sospese a causa dei problemi degli attori, colpiti da crisi d'astinesta o arrestati per furti dovuti alla ricerca della droga.
La pellicola a sfondo neoralista racconta le giornate di un gruppo di ragazzi romani drogati, Cesare Ferretti, Michela Mioni, Enzo Di Benedetto, Roberto Stani, Loredana Ferrara e Clara Menoria che trascorrono le loro vite tra la Capitale e Ostia, cercando invano di disintossicarsi e avere un futuro diverso.
Il regista in maniera efficace descrive la difficile realtà di questa generazione, e lo fa con uno stile documentaristico, dando importanza ai contenuti piuttosto che ai dialoghi che risultano essere semplici, volgari e poco lineari. Appare evidente l'aridità di alcuni contesti sociali, rappresentati da immagini dure e drammatiche che non lasciano spazio alla censura, nemmeno nelle scene più forti dove gli attori si preparano "la roba" (che per per motivi giuridici, è stata sostituita con un farmaco epatoprotettore) e la iniettano in vena davanti alle telecamere. Evidenti i richiami alle Opere di Pasolini, sia per le ambientazioni che per i dialoghi, tanto che alcune scene finali sono state girate proprio sotto la sua stata ad Ostia.
Caligari parla del dramma dramma di quegli anni e lo fa in modo realistico e duro, prendendo ex tossicodipendenti, facendoli recitare con il loro nome di battesimo e nel loro dialetto borgataro, lasciando tutti i rumori di fondo come in un film-verità.
La pellicola ha vinto il premio speciale al Festival del Cinema di Venazia nel 1983, ed è stato definiti un vero cult movie nel suo genere.
Alcuni ragazzi che hanno partecipato al film (come il protagonista cesare Ferretti) sono morti per overdose o per aver contratto l'AIDS negli anni successivi).

Trailer:
http://www.youtube.com/watch?v=Y_0CPkLeUmk

Fonti:
http://it.wikipedia.org/wiki/Amore_tossico

domenica 27 novembre 2011

In Nome Della Legge


Film del 1948 diretto da Pietro Germi, girato a Sciacca , tratto dal romanzo Piccola pretura del magistrato Giuseppe Guido Lo Schiavo. Un vero e proprio western italiano, come lo definì la critica de l'epoca. Racconta la storia di un giovane ed onesto pretore, che non vuole piegarsi a soprusi e a imposizioni di nessun genere, e che vuole affermare e sostenere l'indipendenza e l'imparzialità della giustizia. È una denuncia violenta e implacabile, una documentazione impressionante. Il paesaggio fisico, l'ambiente, i personaggi, i problemi sociali si fondono in una narrazione prettamente cinematografica, anche se talvolta il regista più che alla verità si ispira al mito. Il film ha il merito di non voler dimostrare niente: tutti hanno ragione e tutti hanno torto. Ciò che conta veramente è la Sicilia dell'interno, assolata, infeconda, chiusa agli estranei, legata a un codice di onore che ha fatto il suo tempo, bruciata dal sole con un respiro di valli e colline che non ha nulla da invidiare al Nuovo Messico o all'Arizona di Ford. Una Sicilia in cui si vedono corriere assai simili alle diligenze del far-west; strade, quasi piste, che si arrampicano tra pietre e terra arsa fino ad un bianco incredibile paesetto semi-deserto, in cui le differenze di classe sono soprattutto indicate dal modo di viaggiare: a piedi i contadini e i minatori, sull'asino gli “intellettuali”, a cavallo la mafia. Dove i banditi e i rapinatori isolati, la mafia e il barone, vile e prepotente a capo del paese, costituiscono i pilastri di una società retta da regole e codici di una ferocia spietata e quasi medioevale, in cui la società moderna finisce con l'essere dominata e vinta del barone, che la mafia protegge e sostiene. La Sicilia ha anche un valore, oltre che strettamente documentario, simbolico: è facile, con simili sfondi, restituire il senso della solitudine dell'uomo, e dei valori arcaici e primordiali che dominano la sua vita.
Il racconto segue la sua via senza concessioni, senza pentimenti, fino alla prima parte del secondo tempo; e sin qui si ha l'impressione di assistere alla nascita di un film quasi memorabile, anche se il contenuto idillio fra la baronessa e il pretore sia un po' forzato. Ma poi il film ha degli indugi, per infine, ripiegarsi su se stesso. La conclusione, che la logica imporrebbe, è appena intravista e poi abbandonata, questo film coraggioso non ha il coraggio di esserlo fino in fondo. Quando tutto vorrebbe che il giovane pretore abbandonasse sfiduciato la lotta, e la mafia ancora una volta trionfasse, si assiste invece ad un ampio e retorico lieto fine. La norma della mafia, infatti, riconoscerà il suo errore e si sottometterà alla legge. L'immagine che Germi ci da è quella di una mafia dominata da antiche leggi e codici ben precisi, una mafia che in alcuni momenti appare quasi più dignitosa e leale rispetto a quelli che dovrebbero essere i “buoni”. Malgrado questo, si tratta pur sempre di un'opera che molto onera il cinema italiano, grazie soprattutto alla presenza di alcune scene tra le più belle del nostro cinema.




Fonti:

In Stefania Carpiceci (a cura di), Pietro Germi. Viaggio nel cinema italiano, Massenzio, Roma, 1995.
Paolo Gobetti, L'Unità, 31 Marzo 1949.
Mario Gromo, Film visti, pag. 316-317, 1949.
Pietro Bianchi, Candido, 3 Aprile 1949.

La storia recente dell’Italia nel film BAARÌA di Giuseppe Tornatore





Quanto amore per la sua Sicilia manifesta Giuseppe “Peppuccio” Tornatore nei suoi magnifici film (Non si può dimenticare il suo capolavoro, con cui suggella il suo amore per il cinema, Nuovo Cinema Paradiso del 1988 con un grandissimo Philipp Noiret) e la descrizione dei luoghi meravigliosi che vengono fuori da un paesaggio apparentemente rude, ma attraente, quello siciliano, in cui si svolge la vita degli umili e dei diseredati, con tutta la disperazione che si portano appresso senza possibilità alcuna di potersela togliere d’addosso.



Ebbene, Tornatore nel suo ultimo film, Baarìa - di cui si è detto già tanto e di cui io dirò soltanto adesso dopo aver visto il film - parla della sua terra natìa, Bagheria nell’entroterra palermitano, a partire dal tetro e oscuro periodo fascista attraverso la seconda guerra mondiale fino ai giorni nostri, e ne descrive la miseria, la fame, la desolazione amara, lo sconforto e la proverbiale disperazione. Lo fa con delle immagini crude, naturali, selvagge, a volte sgradevoli, spietate così come fa il suo conterraneo Renato Guttuso, grande pittore, che sostiene, a proposito del suo quadro l’Occupazione delle terre incolte: i contadini siciliani che hanno nel mio cuore il primo posto, perché io sono dei loro, i cui volti mi vengono continuamente davanti agli occhi qualunque cosa io faccia, contadini siciliani che sono tanta parte della storia d'Italia…, (presentato alla Biennale di Venezia del 1950). O come fa il saggista Pasquale Villari che descrive la Sicilia, un luogo dove si trovano i feudi e i contadini più poveri o proletari. I borghesi arricchiti, i proprietari negozianti pigliano a gabella gli ex feudi, che subaffittano ai contadini, dividendo le vaste tenute in porzioni, delle quali serbano per se stessi la migliore e fanno contratti di subaffitto, diversi, ma sempre onerosissimi per i contadini. Oppure, come afferma Francesco Giuliano nel suo romanzo Come fumo nell’aria (ed. Prospettiva editrice): la differenza la fanno le leggi scritte e non scritte da quelli che hanno in mano il potere, e nel passato questo è stato esercitato dai baroni. È per questo che se i poveri rubano vanno a finire in galera, mentre se rubano i ricchi o i furbi non gli succede niente, anche se di fronte a Dio non hanno nessuna giustificazione delle loro malefatte. Ogni domenica, infatti, rispetto agli altri giorni, hai notato che in chiesa dinanzi al confessionale c’è una lunga fila di queste persone che vogliono confessarsi per farsi perdonare i peccati che hanno commesso? Capisci dunque che buona parte delle norme legislative è stata scritta a loro favore. Poi c’è il potere dei prepotenti e su quello le leggi non hanno alcun controllo. Se i nostri desideri, le nostre necessità, i bisogni fondamentali della nostra esistenza, le nostre speranze dipendono da un altro, è evidente che questo ha potere su di noi.


A livello emotivo, tante sono le impressioni donatemi da questo film. L’identificazione, fin dai primissimi fotogrammi, con la mia realtà di origine: l’atmosfera rurale, la nostalgia per quei luoghi di sofferenza, la voglia di emancipazione dalle proprie radici, l’accento sui comportamenti diffusi e a volte stonati del gregge, e le sensazioni raccontate magistralmente dal regista, che ha saputo trattare argomenti a volte personali in modo talmente dettagliato e lirico da rendere inevitabile l’identificazione dello spettatore che abbia vissuto esperienze anche lontanamente simili nell’altro capo dell’Italia. Favorendo così il passaggio dal particolare all’universale.


Tornatore in Baarìa coglie, dunque, il pretesto per parlare della sua Sicilia una terra fertile, bella e arcigna, fascinosa e attraente, misteriosa e arcana, emozionante, incantevole, fruttifera, rigogliosa così come la aggettiva parallelamente ne I sassi di Kasmenai (ed. Il foglio letterario), lo stesso Francesco Giuliano, anch’esso siciliano, dal cui romanzo emerge una fioritura di sapori e profumi, una mescolanza di emozioni vissute in quella terra, dove le storie personali sono troppo spesso ridotte a dettagli inconsistenti, in favore di una prospettiva storica più ampia: la storia omogeneizza i comportamenti di tutti gli uomini, annullando così quella dei singoli. Dove il particolare pian piano assume valore universale.


In Baarìa, lo spettatore ingenuo e poco acculturato, che non fosse sensibile né interessato ad uno scibile tanto ampio e variegato come quello che distingue il film, si trova comunque di fronte a due alternative: apprendere quanto spiegato nel film cercando di trovare un nesso tra il tema proposto e la realtà o limitarsi a fruire della storia ad un livello più superficiale, ma altrettanto dilettevole. Molti film hanno un doppio livello di significato: uno spettatore semplice può valutare la favola del corvo e della volpe di Esopo, come il semplice resoconto di una disputa di animali, ma risulterebbe molto difficile non avvertire tra i fotogrammi una lezione di carattere universale, e chi proprio non ne fosse capace avrebbe perduto il senso più importante del racconto.


Giuseppe Tornatore coglie, quindi, il pretesto di parlare dell’Italia e delle condizioni della sua gente e alcune frasi fanno afferrare in modo repentino il significato del film. Come quella che pronuncia il protagonista Peppino (Francesco Scianna) quando afferma che Sono uno di quelli che vorrebbe abbracciare il mondo ma ha le braccia corte, oppure, quella ancora più greve Un riformista è uno che sa che sbattendo la testa contro un muro, è la testa che si rompe e non il muro e che vuole cambiare il mondo col buon senso. O ancora quella ancora più disperatamente triste di Nino (Salvatore Ficarra) Voglio morire perché qui non succede niente. Questo modo di pensare e quindi il carattere di essere sfiduciati si può cogliere, anche se riferito ad un contesto culturale diverso, nel racconto “Hydra”, del già citato I Sassi di Kasmenai, Non interessava agli abitanti del paese conoscere ciò che i loro progenitori avevano fatto prima di loro; erano dotati di una grande indifferenza ed apatia gli abitanti del paese. Tale insensibilità, purtroppo, ha determinato gradualmente la distruzione di un patrimonio archeologico vecchio di migliaia di anni, utile per comprendere il passato dei popoli che hanno abitato in quei luoghi prima ancora della dominazione greca. Purtroppo un popolo che distrugge i resti del proprio passato è un popolo che distrugge se stesso, soffoca la propria anima, annienta la propria identità, si svuota di significato, non può acquisire i valori umani a fatica conquistati nel tempo dai suoi progenitori, rimane privo di sentimenti. Definitivamente. Per sempre.



Giuseppe Tornatore per fare afferrare il senso di un realismo pessimistico del film, non solo fa parlare i protagonisti, ma anche presenta parimenti alcune scene, spietate metafore, come quella della corsa sfrenata e inconcludente di Peppino ancora bambino o come quella che descrive la villa Palagonia o villa dei Mostri di Bagheria che per essere raggiunta (il trionfo e il riscatto) bisogna attraversare (vincere) un corridoio costellato di mostri (la mafia e lo strapotere) o come quella in cui Peppino riesce a fare ciò che nessuno era riuscito a fare prima di lui, cioè a colpire con lo stesso lancio di una pietra successivamente le tre cuspidi di una roccia sulla collina che domina Bagheria, ma invece del promesso tesoro affiora un covo di serpi (la mafia).



Bravissimo dunque Giuseppe Tornatore che ha costellato questo film con attori famosi e bravi, tra cui, oltre al citato Francesco Scianna, Margareth Madè, Nicole Grimaudo, Lina Sastri, Angela Molina, Salvatore Ficarra e Valentino Picone, Luigi Lo Cascio, Laura Chiatti, Vincenzo Salemme, Michele Placido, Donatella Finocchiaro e tanti altri ancora.






Fonti:

http://it.wikipedia.org/wiki/Renato_Guttuso

http://www.prospettivaeditrice.it/libri/schedeautori/giuliano/giuliano1.htm

http://edizioniilfoglio.blogspot.com/2008/11/i-sassi-di-kasmenai-su-latina-notizie.html

http://www.mymovies.it/film/2009/baarialaportadelvento/