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sabato 11 gennaio 2014

Mediocrità e squallore sono i caratteri dell’italica gente descritti dal film “Il capitale umano” di Paolo Virzì

Titolo: Il capitale umano
Regia: Paolo Virzì
Soggetto: Amidon Stephen
Sceneggiatura: Francesco Bruni, Francesco Piccolo, Paolo Virzì
Produzione: Italia, Francia, 2014

Cast: Fabrizio Bentivoglio, Valeria Bruni Tedeschi, Fabrizio Gifuni, Valeria Golino, Matilde Gioli, Luigi Lo Cascio, Giovanni Anzaldo, Guglielmo Pinelli, Gigio Alberti, Bebo Storti, Vincent Nemeth, Pia Engleberth, Nicola Cnetonze, […]
Andando a vedere questo film, e non avendo ancora letto il libro “Human capital”, dello scrittore americano Stephen Amidon, da cui è tratto, ho essenzialmente scoperto che ogni individuo, quando è in vita possiede in sé un “capitale umano” che non è lo stesso per tutti ma è variabile, dipende cioè dallo stato sociale di appartenenza, dall’età, dal “merito”, dalla sua speranza di vita. Anzi, esso si differenzia e dipende da alcune peculiarità individuali che variano da individuo a individuo, in quanto per la sua determinazione si tiene conto del lavoro che egli svolge, della qualità e della quantità di ciò che produce, del ceto sociale, del ruolo che occupa nella società, etc. etc.. Per cui un pensionato o cameriere, ad esempio, possiedono un bassissimo capitale umano pressoché nullo, soprattutto se appartengono ad un ceto sociale molto basso. Da ciò risulta che, anche se in uno stato come il nostro vige l’assioma che tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge, viene contraddetto uno dei fondamentali principi su cui si basa uno stato così detto “democratico”.
“Il capitale umano” è l’undicesimo film di PaoloVirzì, dopo una costellazione di successi a partire da “La bella vita” (1994), e a seguire da “Ferie d’agosto” (1996), “Ovosodo” (1997), “Baci e abbracci” (1999), "My name is Tonino" (2002) “Caterina va in città” (2003), "N (Io e Napoleone)" (2006), "Tutta la vita davanti" (2008), "La prima cosa bella" (2010), per finire con “Tutti santi giorni” (2012). A differenza dei precedenti film, in cui Virzì descrive ed elabora, con perspicacia, bravura e ardire, i ritratti comici e meno comici particolari del variopinto carattere della gente italica, ne “Il capitale umano” (il migliore in assoluto tra i suoi ottimi film) sottolinea, con una professionalità tale che lo porta ai massimi livelli tra i registi italiani attuali, i tratti distintivi molto diffusi, i quali in circa un ventennio si sono consolidati nella maggior parte della gente, e cioè un’ima mediocrità da far paura, un’avidità sfrenata, un arrivismo incontrollabile per  raggiungere un prestigio sociale squallido e insensato, privo di valori, di punti di riferimento certi e indiscutibili e anche di umanità. Soprattutto, emerge la perdita dei legami culturali con il passato (non è un caso che in un gruppo di lavoro viene messa in discussione anche l’importanza di uno scrittore come Luigi Pirandello, premio Nobel 1934 per la Letteratura, mentre viene dato risalto ad un coro canoro) di “… un popolo che distrugge i resti del proprio passato … soffoca la propria anima, annienta la propria identità, si svuota di significato, non può acquisire i valori umani a fatica conquistati nel tempo dai suoi progenitori, rimane privo di sentimenti (dal racconto “IV – Hydra” de “I sassi di Kasmenai” ed. Il foglio, 2008).  E per evidenziare questi caratteri salienti contrassegnati di elevata negatività, il regista crea, con grande maestria e oculatezza, personaggi come quello dell’immobiliarista Dino Ossola (Fabrizio Bentivoglio), figura molto caricata sino all’inverosimile, o come quello dell’imprenditore Giovanni Bernaschi (Fabrizio Gifuni), o ancora come quella del professore intellettualoide Donato Russomanno (Luigi Lo Cascio), facendoli muovere in uno spettacolare teatrino del non senso, dove la donna matura, tra cui Carla Bernaschi (Valeria Bruni Tedeschi) o la psicologa Roberta Morelli (Valeria Golino), appare molto debole, poco determinante, e succube dell’uomo. Diciamo, però, che una speranza di cambiamento di rotta da questo disumano status quo, dove a soccombere sono sempre i meno furbi e i più deboli e dove il ricco o il furbo diventano sempre più ricchi, Virzì lo ripone nei giovani che cercano di ribellarsi ad esso, come cerca di fare Serena Ossola (Matilde Gioli).
“Il capitale umano” è film dai connotati particolari con una sceneggiatura originale, dove la stessa storia viene vista da tre visuali diverse (quella di Dino, quella di Carla e quella di Serena), che si inquadra egregiamente tra il genere noir e la commedia italiana.

mercoledì 8 gennaio 2014

“Col fiato sospeso” è un film denuncia sulla sicurezza di alcuni laboratori di ricerca universitari

Titolo: Col fiato sospeso
Regia: Costanza Quatriglio
Sceneggiatura: Costanza Quatriglio
Produzione: Italia 2013

Cast: Alba Rohrwacher, Anna Balestrieri, Michele Riondino, Gaetano Aronica
Un film “Col fiato sospeso”, trasmesso su RaiTre in seconda serata, ieri, è condotto dalla brava regista palermitana Costanza Quatriglio con lo stile del documentario, anche se non è un documentario nel senso stretto della parola, dove molte immagini sostituiscono con sagacia ed efficacia le parole. Il cast è costituito da pochissimi attori, tra cui spicca in primissimo piano la bravissima Alba Rohrwacher, che interpreta la parte di Stella, una studentessa universitaria, laureanda in farmacia che per la sua tesi viene inserita in un laboratorio sperimentale per svolgere il relativo lavoro di ricerca sovvenzionato da un’industria farmaceutica. Stella viene subito attratta dallo studio della chimica, una materia affascinante e coinvolgente, che incanta e che al tempo stesso intimidisce, che come in una tela del ragno l’afferra e non la molla più, e che per certi aspetti è misteriosa. Questa materia, che affonda le sue radici nell’antica alchimia, a Stella forse, come a Primo Levi, nel suo racconto “Idrogeno” tratto da “Il sistema periodico”, “… rappresentava una nuvola indefinita di potenze future, che avvolgeva il mio avvenire in nere volute lacerate da bagliori di fuoco. Come Mosè, da quella nuvola attendevo la mia legge, l’ordine in me, attorno a me e nel mondo. … per dragare il ventre del mistero”. La studentessa lavora in quel laboratorio, attratta dalle continue scoperte che fa, dalla mattina alla sera ininterrottamente, andando incontro inconsapevolmente a dei rischi seri, in generale, ma, in particolare, a dei rischi latenti per la salute, così come racconta ancora Primo Levi “… Ci fu un’esplosione, piccola ma secca e rabbiosa. … a me tremavano un po’ le gambe; provavo paura retrospettiva, e insieme una certa sciocca fierezza, per aver confermato un’ipotesi, e per aver scatenato una forza della natura. Era proprio idrogeno…” . Poco alla volta, però, Stella si rende conto che il laboratorio di chimica è insalubre e tutto il tempo ivi trascorso le può essere nocivo, tant’è che qualche volta è presa da svenimenti. L’evento, però, viene sottovalutato come tante altre volte, perché “il concetto di veleno è connesso con la quantità” gli dice il suo professore. Trascurando il fatto che composti, come il benzene o l’amianto o come qualunque altra sostanza incognita ivi prodotta, altamente cancerogeni o potenzialmente tali, dovrebbero essere usati con le dovute precauzioni e con le adeguate attrezzature che un laboratorio di ricerca, degno di questo nome, dovrebbe avere. “Sarà stata una strana coincidenza” le verrà detto, “perché la causa del suo malore non potrà essere addossata al laboratorio, perché in esso ci lavorano anche figli degli stessi docenti universitari”. La sua amica Anna (Anna Balestrieri) cerca invano di convincerla di lasciare quella ricerca e quindi di allontanarsi da quel laboratorio. Tale scelta la porterà ad un amaro epilogo, lo stesso toccato, prima di lei, ad un dottorando di ricerca, Emanuele (voce narrante Michele Riondino), il cui nome si collega ad Emanuele Patané, il giovane morto di tumore ai polmoni nel 2003, che aveva già percorso la sua stessa strada.
Questo è un film-denuncia sulla conduzione di taluni laboratori di ricerca  universitari, in cui non si tiene conto della salubrità ambientale e del rispetto di tutte quelle norme esistenti in Italia da circa un sessantennio e successive integrazioni, secondo cui gli studenti italiani sono equiparati per ciò che riguarda i tempi di lavoro e il rispetto delle norme di sicurezza a tutti gli altri lavoratori.
Il film è stato presentato al Festival del Cinema di Venezia 2013.

domenica 5 gennaio 2014

Il film “American Hustle” basato su fatti realmente accaduti è stato concepito in chiave pirandelliana

Titolo: American Hustle – L’apparenza inganna
Titolo originale : American Hustle
Regia: David O. Russell
Sceneggiatura: David O. Russell, Eric Warren Singer
Produzione: USA 2013

Cast: Christian Bale, Amy Adams, Bradley Cooper, Robert De Niro,Jeremy Renner, Jennifer Lawrence, Jack Huston, Louis C.K., Michael Peña, Alessandro Nivola, Adrian Martinez, Elisabeth Rohm, […]

Come sosteneva il grande Luigi Pirandello, premio Nobel per la Letteratura (1934) “non ci fermiamo alle apparenze, ciò che inizialmente ci faceva ridere adesso ci farà tutt'al più sorridere”, questo film “American Hustle (trad. Caos americano) – L’apparenza inganna” gioca continuamente con “il sentimento del contrario”, che è congruo in modo parossistico con l’umorismo quale strumento che mette a nudo la fragilità umana in tutti i sensi. Il film, prendendo lo spunto da fatti realmente accaduti negli Stati Uniti a partire dal 1978, tratta di un indagine poliziesca (FBI) che portò, con l’aiuto di una coppia di abilissimi truffatori all’arresto di alcuni membri (deputati e senatori) del Congresso, e fa vedere cosa avviene dietro le quinte del teatrino politico per acquisire mazzette e cose del genere. Per cui sarebbe auspicabile che la visione di “America Hustle – L’apparenza inganna” fosse prescritta a tutti quei politici di casa nostra, corrotti, dotati di una sfrontata e insuperabile arroganza e carenti di un bruscolo di dignità, il cui insano comportamento va oltre ogni umana decenza e suscita intolleranza e disgusto nell’elettore. La coppia di intrallazzatori, che nel film è interpretata egregiamente da Christian Bale, nella parte di Irving Rosenfeld, e da Amy Adams, che interpreta Sydney Prosser, viene costretta dal poliziotto FBI, Richie DiMaso (Bradley Cooper), a collaborare, pena la detenzione per i crimini commessi in flagranza di reato. Lo scopo è quello di incastrare politici corrotti come il sindaco Carmine Polito (Jeremy Renner) e mafiosi tra cui il temutissimo e pericoloso Victor Tellegio (Robert De Niro). Tuttavia, l’uso degli imbroglioni e dei malfattori per scopi legittimi a volte, anzi sempre, funziona come un boomerang che manda all’aria la dignità e la reputazione personali di chi si impegna per sconfiggere il malaffare.
Come nei suoi film precedenti “The Figther” (2011), dove troviamo la brillante coppia Christian Bale/Amy Adams, e “Il lato positivo – Silver Linings Playbook” (2012), interpretato da Bradley Cooper, Robert De Niro e l’esplosiva Jennifer Lawrence (che ottenne il premio Oscar 2012, come migliore attrice), così in quest’ultimo film, il regista David O. Russell, ancora una volta, mostra i suoi protagonisti come individui che, presentando una, nessuna o centomila maschere - parafrasando il titolo di un romanzo pirandelliano -, cercano di cambiare la propria posizione individuale e sociale con un succedersi di fatti spesso bizzarri, ma soprattutto imprevedibili e per niente scontati. 
Riesce difficile catalogare questo film perché le sue peculiarità e i suoi tratti distintivi sono molteplici e, per taluni aspetti, indefinibili così come le maschere pirandelliane. Essi vanno dal comico all’umoristico, dall’ironico al drammatico, dal sentimentale al divertente, dall’emozionante al grottesco, dal realistico al paradossale. È un film ben recitato e gli attori, tutti bravissimi, interpretano ciascuno la loro parte in modo magistralmente credibile ed eccellente. I dialoghi, inquadrati in brani musicali dell’epoca scelti oculatamente, risultano travolgenti, prorompenti e interessanti creando un incessante turbinio continuo che costringe lo spettatore a seguire dettagliatamente ogni parola, ogni sguardo, ogni azione per evitare di perdere il filo del discorso.
Il film ha ottenuto già 7 nomination Golden Globe, 8 nomination Satellite Awards ed è in odore di nomination Oscar 2014.

venerdì 3 gennaio 2014

Un film "I sogni segreti di Walter Mitty" che insegna che bisogna affrontare la vita con coraggio andando anche contro all’ignoto

Titolo: I sogni segreti di Walter Mitty
Titolo originale: The secret life of Walter Mitty
Regia: Ben Stiller
Soggetto: Jay Kogen, James Thurber
Sceneggiatura: Peter Morgan
Produzione: USA 2013

Cast: Ben Stiller, Kristen Wiig, Shirley MacLaine, Adam Scott, Kathryn Hahn, Sean Penn, Terence Bernie Hines, […]
Walter Mitty (Ben Stiller) è il responsabile della custodia e della catalogazione degli innumerevoli negativi della rivista “Life” che sono stati  conservati nel  tempo nell’archivio da lui diretto. Ora che la rivista deve chiudere, per  lasciare il passo alla rivista “Life on line”, bisogna procedere all’elaborazione della copertina dell’ultimo numero cartaceo di “Life”. Ovviamente, nell’archivio deve essere ricercato il negativo “numero 25”, indicato in una lettera da Sean O’Connell (Sean Penn), il bravo fotografo che una volta lavorava per la rivista stessa e che ora si trova in qualche parte del mondo.  Walter non trovando il negativo “numero 25”,  e pressato dal suo superiore antipatico, arrogante e prepotente Ted Hendricks  (Adam Scott) va alla ricerca di Sean O’Connell e, con questo pretesto, è costretto a visitare luoghi poco frequentati dall’uomo, come la Groenlandia, l’Islanda, l’Afganistan, andando incontro ad una serie di avventure che mettono in evidenza il suo coraggio e il suo carattere audace. Il film “I sogni segreti dl Waler Mitty” diretto dallo stesso protagonista, Ben Stiller,  remake del film “Sogni proibiti” (1947) interpretato dal grande Danny Kaye e diretto da Norman Z. McLeod, è una commedia accattivante e implicante, che nella sua semplicità conserva anche una vena che riporta l’individuo nella propria originale dimensione umana, ormai perduta a causa dell’imperante e sovrastante tecnologia e superficialità che caratterizza l’uomo moderno, e che vuole dare un messaggio importante che è quello che si va a cercare in capo al mondo ciò che si ha a portata di mano: come se altrove fosse diverso dal qui.
Walter Mitty si muove tra l’immaginario – i suoi continui incanti lo dimostrano – e il reale, dove procede con incertezza ma con determinazione per riconquistare una dimensione umana dei rapporti autentici e genuini, non mediati da nessuna tecnologia e saldamente ancorati ad esperienze vere. A Walter Mitty, in effetti, piace giocare a ping pong passando, con i suoi continui incanti, dal reale all’immaginario, dove le sue azioni non hanno niente da invidiare a Superman o all’Uomo ragno, e tutto ciò avviene in modo così frenetico che ci si confonde nel distinguerli quando si manifesta l’uno o l’altro. E in questa piacevole altalena si evidenzia, a ogni piè sospinto, la bellezza in tutte le sue sfaccettature, come l’attrazione che ha nei confronti della dolce collega Cheryl (Kristen Wiig) di cui si è invaghito, o come la stima che ha nei confronti del tanto ricercato fotografo Sean, o come la lotta allo strapotere dei superiori gerarchici. O ancora perché la bellezza va gustata proprio nell’attimo in cui si presenta, attimo che non va perso neppure per scattare una fotografia. L’attimo che si utilizza per fotografare, infatti, fa perdere l’attimo in cui si coglie la bellezza. Nella parte della madre di Mitty compare l’attrice Shirley MacLaine, come cameo di questo divertente film da non sottovalutare.

domenica 29 dicembre 2013

In “Gloria” donna avvenente e fascinosa l’impulso amoroso non teme l’età

Titolo: Gloria
Regia: Sebastian Lelio
Sceneggiatura: Sebastian Lelio, Gonzalo Maza
Produzione: Cile, Spagna 2013

Cast: Paulina Garcia, Sergio Hernández, Diego Fontecilla, Marcial Tagle, Fabiola Zamora, Antonia Santa Maria, […]
Gloria (Paulina Garcia), pur avendo superato i cinquant’anni, è ancora una donna avvenente e piena di fascino, anche se sono molto evidenti i tratti somatici visibilmente degradati per l’età avanzata. Divorziata da dodici anni e rimasta sola, in quanto i due figli, un maschio e una femmina, ormai adulti se ne sono andati da casa, cerca di ritrovare un nuovo equilibrio dal punto di vista sentimentale frequentando discoteche e partecipando a festini tra amici. Si comporta come fosse un’adolescente carica di sensualità prorompente e turbinosa. La sua ricerca ossessiva trova soddisfazione in quanto, in una di queste serate, incontra uno spasimante Rodolfo (Sergio Hernández), adulto pure lui sposato però con moglie e due figlie ancora a carico, con il quale incomincia a frequentarsi e ad avere rapporti sessuali come se avesse riacquistata la gioventù ormai superata da tanto tempo. E ciò la porta a rinascere, a dare un senso alla vita, quel senso che aveva perso a causa dell’asimmetria in cui si era capitata e dell’isolamento in cui si era venuta a trovare e che le avevano generato un certo squilibrio comportamentale. Rodolfo, pur essendo una persona affabile si mostra ben presto inaffidabile e poco fedele al legame amoroso.
Sebastian Lelio è stato molto bravo nel creare un profilo femminile, quello di Gloria, inquadrato nei suoi diversi momenti umorali più significativi che ripresi a ragione mostrano con inusitata maestria i sentimenti della donna e la loro variabilità connessa con il nuovo rapporto amoroso e lo fa con semplicità e senza drammatizzazione. Ma lo è bravissima anche Paulina Garcia che fa sua la parte descrivendo magistralmente un ritratto di donna speciale e lo fa con grazia e con disinvoltura. Speciale come la canzone “Gloria “ di Umberto Tozzi  che è cantata, in spagnolo, nel film “Gloria,/ faltas en el aire/ faltas a una mano/ que trabaja despacio/ faltas a esta boca/ que ya no prueba bocado/ y siempre  esta historia/ que a ella la llamo Gloria …” (Gloria manchi tu nell'aria/ manchi ad una mano che lavora piano/ manchi a questa bocca che cibo più non tocca/ e sempre questa storia che lei la chiamo Gloria. ...). Ottimo film ben diretto dal regista  Sebastian Lelio e bravissima Paulina Garcia che, al Berlino International Film Festival 2013, ha ottenuto il premio come migliore attrice.

venerdì 20 dicembre 2013

Quali possono essere le cause che ingannano le aspettative di un’adolescente “Giovane e bella”? Se lo chiede il regista François Ozon nel suo ultimo film

Titolo: Giovane e bella
Titolo originale: Jeune et jolie 
Regia: François Ozon
Produzione: Francia, 2013

Cast: Marine Vacth, Géraldine Pailhas, Frédéric Pierrot, Fantin Ravat, Johan Leysen, Charlotte Rampling, Nathalie Richard, […]
Il 2013 è stato un anno proficuo per il regista François Ozon per avere affrontato dei temi che riguardano gli adolescenti del nostro tempo sia dal punto di vista sociale che psicologico, e che investono anche la loro sfera affettiva ed emozionale. All’inizio del 2013, infatti, esce il film drammatico “Nella casa”, dove Ozon descrive le vicissitudini di un sedicenne che, essendo molto bravo nella scrittura e abbastanza curioso, arricchisce i suoi racconti prendendo come spunto tutto ciò che vede e tocca all’interno di una famiglia borghese dell’amico Rapha. Nello stesso anno lavora in quest’altro film “Giovane e bella”, dove descrive delle vicende dell'adolescente Isabelle (Marine Vacth), una studentessa diciassettenne di liceo, il suo inspiegabile comportamento che la porta a prostituirsi per il proprio piacere. La storia di una giovane bella, carica di tanta curiosità che la porta a sconvolgere la propria vita, attraverso un’esperienza eccezionale, senza che si ponga il motivo. Ozon affronta così il problematico tempo dell’adolescenza presentando Isabelle in solitudine e priva del significato di serietà. E lo fa partendo, intelligentemente, dalla discussione in classe  del poema del poeta maledetto Arthur Rimbaud “Nessuno è serio a diciassette anni”, così come viene espresso dai primi versi della poesia “Romanza”: Nessuno è molto serio quand'ha diciassett'anni./ I caffè strepitanti dalle luci splendenti,/ le bibite e la birra d'improvviso t'annoiano,/ e allora vai a spasso per il viale dei tigli./ Come profuma il tiglio nelle sere di giugno!/ Talvolta l'aria è dolce da farti chiuder gli occhi;/ il vento porta suoni, - le case son vicine -,/ porta odori dì vigna ed odori di birra...… .
Sarà per questo o per altri i motivi che la giovane è portata inconsapevolmente a deturpare la sua purezza e a farla affondare prepotentemente e irreversibilmente nello squallore più putrido e violento che si possa immaginare? Sarà la mancanza di una vera famiglia, essendo madre e padre separati, e, quindi, la privazione dell’affetto della figura paterna che la spingono a ricercare il padre in un altro uomo qualsiasi attraverso il rapporto sessuale? Oppure sarà l’insopportabile presenza in casa dell’antipatico patrigno, o la carenza di punti di riferimento certi, o ancora sarà la sua bellezza prorompente, o la sua solitudine? Il regista si pone e fa porre allo spettatore tutte queste domande. Si arriverà ad una risposta certa? 

mercoledì 4 dicembre 2013

“La mafia uccide solo d’estate” di Pif è uno di quei capolavori che bisogna vedere a tutti i costi per la sua forza espressiva ed emozionale

Titolo: La mafia uccide solo d’estate
Regia: Pif, alias Pierfrancesco Diliberto,
Sceneggiatura: Marco Martani
Produzione: Italia, 2013

Cast: Cristiana Capotondi, Pif (alias Pierfrancesco Diliberto), Alex Bisconti, Ginevra Antona, Claudio Gioé, Ninni Bruschetta, Barbara Tabita, Rosario Lisma, […]

Semplice e profondo, onesto e accattivante, comico e tragico, simpatico e piacevole, sono questi gli attributi del film del regista esordiente Pif, “La mafia uccide solo d’estate” che, se non il migliore, è uno dei migliori film italiani che, con originalità speciale, stile esclusivo e sceneggiatura coinvolgente, tratta con coraggio e sottile ironia il tema della mafia in Sicilia e dei corrispondenti e crudeli eccidi perpetrati già da tanto tempo. A partire dall’uccisione di Mario Francese, giornalista de “Il Giornale di Sicilia", il 26 gennaio 1979, fino ad arrivare nel maggio - luglio 1992, periodo in cui vennero uccisi il giudice Falcone e il giudice Borsellino, passando per quelle del generale Dalla Chiesa, del capo della squadra mobile di Palermo, Boris Giuliano, e del giudice Rocco Chinnici. Morti da “eroi” perché tutti, ognuno nell’ambito della propria funzione, hanno cercato di combattere questo fenomeno asociale, subdolo e violento, ad armi impari e a viso scoperto, usando solo la forza della legge. L’attuale presidente del Senato, Pietro Grasso ha definito questo film “… la miglior opera cinematografica sul tema mafia che abbia mai visto”.
L’immobilismo, il dire e il non dire, il vestito di rabbia di cui non si ha il coraggio di togliere, l’incapacità di resistere ad un mostro invisibile, il parlare con sguardi colmi di cinismo, le metafore feroci e ricche di significato aggressivo, “le stranezze malavitose”, l’annientamento della personalità, la sfiducia insita nei comportamenti (… il sud è niente e niente succede … non siamo niente … così recita il regista Fabio Mollo nel suo film d’esordio “Il sud è niente (2013)”), la voce del silenzio che si fa violenza, la violenza che veste ogni cosa e che si coglie nel saluto e nei gesti, nei regali, nei convenevoli, nelle azioni “amichevoli”, il rapporto ambiguo tra mafia e Stato colto sottilmente nella frase “La Sicilia ha bisogno dell’Europa, l’Europa ha bisogno della Sicilia”, l’assenza di ribellione ai violenti, la speranza di un riscatto che non verrà mai, la voglia di lasciare tutto, la rinuncia dei vecchi di riscattarsi assieme alla voglia di rimanere dei giovani che vogliono lottare, ribellarsi, per una società migliore senza nascondersi, a viso scoperto, e che sono stati molto spesso vittime. Ribellione evinta anche ne “I cento passi” (2000), di Marco Tullio Giordana, dalla frase passionalmente pronunciata da Peppino Impastato (Luigi Lo Cascio), vittima della mafia, che introduce chiaramente l’ambiente familiare e ambientale in cui nascono e vivono i giovani del Sud “Mio padre, la mia famiglia, il mio paese! Io voglio fottermene! Io voglio scrivere che la mafia è una montagna di merda! …  Noi ci dobbiamo ribellare. Prima che sia troppo tardi! Prima di abituarci alle loro facce! Prima di non accorgerci più di niente!”
Il film si presta bene anche ad essere strumento didattico eccezionale e penetrante di divulgazione e di comprensione del fenomeno mafioso per gli studenti di tutte le età. Fa capire, infatti, in modo estemporaneo e graduale, che per combattere la mafia è necessario aprire la mente alle future generazioni perché queste comprendano che la malvagità è subdola ed è difficile saperla distinguere. Tant’è che Arturo da grande (Pif) recita “quando sono diventato padre ho capito due cose: la prima che avrei dovuto difendere mio figlio dalla malvagità del mondo, e la seconda che avrei dovuto insegnargli a distinguerla”.
“La mafia a Palermo non esiste” così viene ribadito all’inizio del film:  un’espressione con la quale il regista, che cita anche l’allora Presidente del Consiglio secondo cui la mafia esisteva solo in Campania e Calabria, ha voluto evidenziare la superficialità, la disattenzione e la convivenza-collusione, a volte inconsapevole così come avviene per Flora da grande (Cristiana Capotondi) che diventa segretaria del deputato Salvo Lima. In questo contesto, si svolge sin dalla nascita la vita di Arturo (Alex Bisconti) che da bambino, alla scuola elementare, si innamora perdutamente di una sua compagna di classe, Flora (Ginevra Antona).
Un plauso meritato al regista esordiente Pif che ci ha regalato un’opera che viene la voglia di vedere più volte per cogliere quelle sottili sfumature molto significative che costellano il film, così come le stelle il firmamento. Al Festival del Cinema di Torino 2013 “La mafia uccide solo d’estate” ha ottenuto il premio come Miglior film votato dal pubblico.