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domenica 10 maggio 2015

“L’albero di Giuda” o sul tradimento evangelico della Sicilia

Titolo: L’albero di Giuda
Regia e soggetto: Vito Cardaci
Voce narrante: Vito Cardaci, Rosario Marco Amato
Editing: Charry project studio
Montaggio e post produzione: ch@rry project studio – Vito Cardaci
Produzione Stato: Italia, 2014
Durata: 40′
Genere: Docufilm


“Una leggenda racconta che Giuda si sia impiccato con una corda ai rami di un albero. Da quel giorno il tronco avrebbe assunto un andamento contorto. La fioritura improvvisa preceduta dall’aprirsi delle foglie vorrebbe così raffigurare le lacrime di Cristo. Il colore acceso dei fiori vorrebbe rappresentare la vergogna dell’albero o forse la perfidia di Giuda. Sì! Sono proprio io, l’albero di Giuda!” – dice la voce narrante. Non poteva esserci migliore incipit di questo cortometraggio che, con la metafora de “L’albero di Giuda”, racchiude ed esprime, in modo estremamente sintetico e chiaro ma profondamente e sentimentalmente  incisivo, a tratti poetico, una verità autentica e inviolabile che è quella della Sicilia ancora una volta tradita e vilipesa e non potrà mai essere messa in dubbio! Il film prende inizio da un carrubo, piantato  come prima pietra per la realizzazione a Regalbuto, in provincia di Enna, di una grande opera faraonica, “il più grande parco di divertimenti d’Europa, la Disneyland siciliana, che doveva sorgere su un’area di circa trecento ettari, alberghi con migliaia di posti, ristoranti, discoteche …” e chi più ne ha più ne metta. Cioè a dire “… l’emblema del più grande investimento privato dell’isolanel settore del turismo”. Il regista Vito Cardaci, con una descrizione ironica  e sarcastica, mette in evidenza magistralmente il tradimento politico nei confronti della Sicilia, dove il dissesto sociale, la saccenteria, l'indifferenza, il trasporto populistico, l’egoismo, la superficialità e la mediocrità padroneggiano. In quest’evento eccezionale carrubo quanta bella gente intervenne: “… si scomodarono le più alte cariche istituzionali: ministri, presidenti, prefetti, sindaci, cardinali, generali, giornalisti, portaborse e ombrose figure provenienti da ogni dove. Credo che neppure quando venne al mondo Gesù bambino si vide questa confusione”. Una commedia, la solita, dunque, da cui emerge il consolidato assioma gattopardesco che con ima amarezza fa cogliere e apprezzare l'impossibilità di cambiare lo status quo della Sicilia e dei siciliani che accaniti creduloni si affidano continuamente alle parole dei politici di turno, quelle stesse che sono decantate nella poesia “Parole”[1]: Parole, parole, parole,/ verbi come vento/ fastidiosi come Noto/ pari ad Apeliote insopportabili/ piacevoli gemelli di Euro/ frizzanti simili a Borea/ come Zefiro ammalianti./ E, molesti,/ insoffribili,/ incantevoli,/ freschi,/ seducenti,/ come il vento volano via,/ inghiottiti da Kaos,/ trasportati non si sa dove./ E non rimane che lo sconforto/ di quel sogno che portano con sé”. Parole espresse da una classe politica di stampo baronale, arcaica, cinica e opportunista che usa il populismo come mezzo di trasporto delle coscienze e di illusione sociale e che dà ipocritamente speranza al fine di rendere schiavo il popolo: “Non c’è schiavitù migliore che essere prigionieri della speranza”, perché “... sperare, per definizione, non significa essere felici, bensì essere in attesa, provare la mancanza, il desiderio insoddisfatto e impotente: “sperare è desiderare senza godere, senza sapere, senza potere”. Senza godere,  perché  spera soltanto  quello che non si ha; senza sapere, perché la speranza implica  sempre  una certa dose d’ignoranza rispetto alla realizzazione dei fini desiderati; senza potere, dato che nessuno si sogna di sperare ciò che gli è dato di realizzare pienamente … . La speranza non solo ci mette  in uno stato di tensione negativa,  ma ci priva anche del presente: preoccupati di un  avvenire migliore, dimentichiamo che l’unica vita  che valga la pena di essere vissuta, la sola che, molto semplicemente,  esista, è quella che si svolge  sotto i nostri occhi, qui e ora”[2].
Il regista Vito Cardaci antropomorfizza il carrubo per dire con convinzione che “sembra proprio che senza il mito, la simbologia, la metafora sia quasi impossibile narrare certe storie. La realtà però è molto più semplice e immediata, meno incomprensibile di come possa apparire. Bastava osservare dove mi avevano piantato”, in un ambiente in cui predominano la “ … noia e il silenzio, di vita che non scorre, …”  e dove “non si dovrebbe invecchiare incazzati!”
Eccezionale e pesante come un macigno l’epilogo del film con cui il regista rivolgendosi agli spettatori chiede: “Vi siete mai chiesti come sarebbe stata la storia di Cristo senza la figura di Giuda?” La risposta ai posteri.
Ci sono voluti quasi sette  anni per ordinare le idee e realizzare le riprese di questo docufilm che racconta l’artificio consapevole,e per questo ancor più greve, del tradimento politico perpetrato ai danni della Sicilia e dei siciliani, a partire dai tempi di Cuffaro, fino ad arrivare ai giorni nostri. A narrarlo è un albero, un Carrubo. Una narrazione sarcastica, avvincente e, a tratti, drammatica che racconta, in parte, anche "il decantato modello Enna, quello di Mirello Crisafulli e di Cataldo Salerno ex Presidente della provincia regionale di Enna."
“L’albero di Giuda” è stato vincitore al “Bari International Film Festival” 2014  con la seguente motivazione che la giuria popolare, presieduta da Achille Bonito Oliva, ha dato il 9 aprile 2014 del premio “Vittorio De Seta”: “Per ritmo, ironia, linguaggio e capacità di denuncia. Un’opera che racconta in maniera icastica l’arte del tradimento politico nei confronti di una realtà staccata dal continente e insulare, la Sicilia. Una regione che non è soltanto un’entità geografica, ma un luogo che ha subito indifferenza, populismo e un fallimento sociale legato al cinismo di una classe padronale arcaica. Il film ha la capacità di evidenziare una negatività ancestrale attraverso uno sguardo ironico, secondo la definizione di Goethe: ‘L’ironia è la passione che si libera nel distacco’. Tale distacco produce comunicazione e denuncia nello stesso tempo”.
Un film, in definitiva che non solo i siciliani, ma anche gli italiani dovrebbero vedere per non perdere la memoria di ciò che viene promesso dai politici di turno e mai realizzato.

Vito Cardaci, siciliano cinquantenne, www.vitocardaci.com, inizia come musicista,ma l’amore per la fotografia lo porta a dedicarsi al multimediale tant’è che nel 2005 realizza il suo primo corto “Sono Una Donna” un video virale che impazzerà in rete con oltre 500.000 contatti nel giro di un anno. Nel 2007 produce e cura la fotografia nonché le riprese del documentario “Umanza” premiato al Torino Film Festival e al Festival Internazionale del Cinema dell’Uruguay 2008: “Italia: Los Primos de Torino 2007”. Nel 2008 e nel 2009 cura la regia come reporter del Festival “Sole Luna”, un ponte tra le culture. Nel 2010 entra come reporter ufficiale nello staff del Salina Doc Fest diretto da Giovanna Taviani. Nel 2011 Produce e dirige “Saturday Night Fear” un corto, che lo stesso regista definisce un mero esercizio di stile.
Francesco Giuliano




[1] F. Giuliano, M’accorsi d’amarti, Libreria editrice Urso, 2014 
[2] Da Luc Ferry, Al posto di Dio, Sguardi Frassinelli, come incipit a F. Giuliano, Il cercatore di tramonti, Ed. Il foglio, 2011

lunedì 4 maggio 2015

Arianna Mattioli, una brava attrice poliedrica

L’incantevole e brava Arianna Mattioli, alle soglie dei trentadue anni, ha maturato in pochissimo tempo una carriera brillante e promettente che mette in chiara evidenza  la sua spiccata poliedricità e la sua netta versatilità in campo artistico, tant’è che parla inglese e spagnolo e sa recitare in romanesco, siciliano e toscano. Infatti, dopo una formazione intensa, ricca, brillante, veramente nutrita e seriamente diversificata, iniziata nel periodo 2006 - 2007 con la frequenza della Scuola di Teatro “Teatri possibili”, in cui ha perfezionato sia la dizione che la recitazione e che ancora continua, come è nella natura di chi vuole migliorare sempre di più, Arianna ha iniziato il suo percorso di attrice di teatro, di tutto rispetto, in “Delitti esemplari” (2007) dello scrittore spagnolo Max Aub, con la regia di Francesco Sala e Viola Pornaro. Ha proseguito, nel 2008, recitando  nel recital brechtiano “Essere amici al mondo”  per la regia di Giorgio Maulucci, in “Così fan tutte” di W. Amadeus Mozart sotto la direzione di Gianluigi Gelmetti, in “Wozzeck” di Alban Berg (reading inserito nel progetto “Roma per ascoltare” in collaborazione con il Comune di Roma e il Teatro dell'Opera di Roma sotto la direzione artistica di Gianluigi Gelmetti), in “Mosè in Egitto” di Gioacchino Rossini (reading inserito nel progetto “Roma per ascoltare” in collaborazione con il Comune di Roma e il Teatro dell'Opera di Roma sotto la direzione artistica di Gianluigi Gelmetti). E, nel biennio successivo, ha declamato in “Ricordo dov'ero quel giorno”, performance teatrale inserita nella rassegna “Cu arriva ietta vuci” a cura di Emma Dante, e in “Carmen” di George Bizet sotto la regia di Emma Dante (Fondazione “Teatro alla Scala” Milano - Direzione del Maestro Daniel Barenboim). Nel frattempo, è stata anche assistente alla regia nello spettacolo “Malamore”, scritto e diretto da Francesco Zecca, e in “Killer Joe” di Tracy Letts per la regia di Massimiliano Farau, ma anche ha affiancato nelle attività didattiche l'attrice Lina Bernardi ed è stata insegnante di dizione e recitazione presso l'Accademia di spettacolo e Comunicazione “Studio 254” di Roma. Dopo aver fatto parte del cast televisivo di “Boris 3” per la regia di Davide Marengo, è passata al cinema come interprete di “Boris. Il film” diretto da Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre e Luca Vendruscolo e di “Da Stella a Stella”  diretto da Toni D'Angelo.
Dal 5 maggio fino al 24 maggio è tra gli otto attori che recitano in "Nessuno muore" diretto da Luca De Bel, al “Teatro della Cometa” di Roma.

Francesco Giuliano

mercoledì 8 aprile 2015

Giulia Marlene, una brava attrice poliedrica

Giulia Marlene, catanese doc ma romana di adozione, conseguita la "maturità scientifica”, si perfeziona sia nella lingua inglese (Trinity College) che scrive e parla correttamente, sia nell’uso del mezzo informatico (patente europea) ma, al tempo stesso, animata dalla voglia di lavorare, frequenta il Corso di formazione professionale per “Operatore del Turismo Ricettivo” conseguendo la qualifica di “Animatore turistico” che le permette di acquisire esperienza nel settore con il primo Stage professionale di “Animatore Turistico per Villaggi “. Non ancora soddisfatta, presso l’Università degli Studi di Catania, alla Facoltà di Lingue e Letterature Straniere, frequenta un corso di lingua francese che conosce discretamente. Subito dopo, segue, a Roma, un Corso di dizione e recitazione  e, a Ragusa, un Corso di teatro, per ritornare, di nuovo, a Roma a frequentare l’Accademia di Recitazione (ACT Multimedia) presso Cinecittà. Quindi ritorna nella sua Sicilia, a Ragusa, dove si scrive e segue un  Corso di canto. Recentemente ha frequentato pure un Seminario a Roma con un famoso regista.

Sulla base di questa ricca e variegata formazione, incomincia subito a lavorare svolgendo diversi incarichi diversificati, tra cui pubbliche relazioni, in qualità di hostess per ricevimenti, congressi, sfilate di moda, e altri eventi presso vari Comuni siciliani, e anche collaborazioni con un’agenzia di assicurazioni  e con negozi di abbigliamento, adoperandosi pure come animatrice presso Villaggi turistici. Grazie alla sue competenze poliglotte e informatiche, trova impiego presso la reception di hotel e in negozi di abbigliamento di Centri commerciali e presso un’Agenzia pubblicitaria. Contemporaneamente  viene a vivere, per la sua poliedricità recitativa e per il suo indiscutibile estro, esperienze cinematografiche in vari cast, tra cui “Il Capo dei Capi 2”, “Il Commissario Montalbano”, “L’onore e il Rispetto 2”, per citare quelli più significativi,   e  di cortometraggi vari girati presso gli studi di Cinecittà, a Roma, tra cui “Yan Fang-Assurdo(2010)-You tube”, “Salvo Nicolosi -Wolf’s Tale (2010) - on Vimeo”.  Partecipa, per la grande voglia di farsi conoscere, anche a varie sfilate di moda e a vari concorsi di bellezza tra cui “Selezioni Miss Italia” e “Miss Motors” . Tra i suoi hobbies preferiti ci sono i balli caraibici e il pianoforte. 

giovedì 15 gennaio 2015

“Italo” è un film che descrive la storia vera di un cane antropomorfizzato e che seduce

Titolo: Italo
Regia: Alessia Scarso
Sogegtto: Coralla Ciccolini e Alessia Scarso
Sceneggiatura: Coralla Ciccolini
Montaggio: Alessia Scarso
Musiche: Marco Cascone
Stato: Italia, 2015
Produttore: Roberta Trovato
Cast: Marco Bocci, Elena Radonicich, Barbara Tabita, Vincenzo Lauretta, Martina Antoci, Matteo Korreschi, Tuccio Musumeci, Lucia Sardo, Andrea Tidona, Marcello Perracchio, […] il cane Tomak e la voce narrante di Leo Gullotta
Nei dintorni di Scicli, in provincia di Ragusa, una fiorente cittadina dai bellissimi e artistici edifici in tardo stile barocco, costruiti con un raggiante e tipico tufo dorato a tratti scolpito egregiamente, per questo dichiarata patrimonio dell’UNESCO, circa sei anni fa un branco di cani randagi uccise un bambino. In quello stesso periodo, fece la sua comparsa improvvisamente a Scicli un cane meticcio dal pelo color miele, anch’esso randagio, il quale, forse per espiare la colpa della razza canina che aveva commesso l’atroce delitto, conquistò, dopo un’iniziale e comprensibile paura, la simpatia dell’intero paese fino ad esserne adottato e ad ottenerne  addirittura la cittadinanza onoraria. Un cane trattato come un essere umano, dunque! “La reincarnazione di qualcuno che ha amato Scicli”, sostiene la gente.
Questo film, opera prima della bravissima regista modicana Alessia Scarso, è tratto da un’incredibile e fantastica storia vera della vita del cane randagio Italo Barocco, che scelse la barocca via sciclitana Mormina Penna come sua dimora, dove venne accudito dai rispettivi abitanti che gli procurarono un’accogliente cuccia.  Addirittura, Italo si era “antropomorfizzato” nel modo di vivere a tal punto che andava nella chiesa di san Giovanni durante la messa, tant’è che il parroco mise un cartello sul portone d’ingresso “È vietato ai cani di entrare”. Ovviamente Italo non sapeva leggere ed entrava lo stesso. Accompagnava anche i turisti durante le visite guidate istradandoli nei luoghi più caratteristici. La sua azione più strabiliante fu quella di precedere il corteo funebre stando dinanzi alla bara di un giovane morto in un incidente stradale. Ma la cosa divertente che lasciò tutta la gente stupita fu la sua entrata in scena durante la recita della locale festa delle Milizie quando l’emiro Belcane apostrofa il conte Ruggero “Cane di un cristiano!”
“Italo” è una magnifica commedia piacevole e briosa, seducente ma anche commovente, piena di netto fervore e di ancestrale passione, dall’impronta romantica e dal sapore antico, che si svolge nel singolare e unico palcoscenico di uno degli angoli più ameni e attraenti della Sicilia sud-orientale, quello di Scicli e della vicina Modica, pieno di colori, sapori e odori che vagolano liberati nell’aria da “ …. cespugli di ‘spinusi ruvetta’, di ‘piru caruseddu’, di variopinto lentisco, di dolci fichi, di candida retama, di fichidindia, di oleandri fioriti, di capperi, di profumato origano, di pungente asparago e di olente timo selvatico, ottimo e antico pascolo delle api produttrici del tanto rinomato miele ibleo, e di quant’altro la natura avesse voluto far nascere …” (da I sassi di Kasmenai). Un’attrazione singolare e straordinaria per il visitatore facendolo sprofondare  estasiato in un’incantevole sogno ad occhi aperti.  “ … Subito a me/ il cuore si agita nel petto/ solo che appena ti veda, e la voce/ si perde nella lingua inerte. …” è ciò che ho avvertito, esprimendomi con le parole del poeta modicano Salvatore Quasimodo, nel vedere e gustarmi questo film dal sapore autentico e sincero che racconta l’amata isola natia, la Sicilia, di cui la regista, che ne ha eseguito pure il montaggio, dice “ notoriamente terra di contraddizioni esposta all’arrivo di stranieri, dominatori, che al tempo stesso l’hanno soggiogata e arricchita” e che oggi “si misura con l’accoglienza da un punto di vista inedito. È la storia di un paese ferito che riesce, superati pregiudizi e diffidenze iniziali, a ricevere l’altro. Anche se lo straniero in questo caso è un cane randagio amabile e benevolo”.  Una Sicilia vera fatta di brava gente, piena di umanità e d’amore ma anche di pregiudizi, fatta anche di succulento folklore genuino, e quindi di pettegolezzi attraverso cui le notizie viaggiano velocemente come per via telegrafica, ma c’è anche la Sicilia fatta di amicizia e di autenticità dei rapporti umani e, ancora quella dei contrasti e delle contraddizioni, che sono mitigati da quella sottile ironia che caratterizza l’arguzia e la perspicacia del popolo siciliano, talvolta difficili da captare dal forestiero. Il film è la storia di un bambino, Meno (Vincenzo Lauretta), taciturno e solitario, orfano di madre, che fa amicizia con il cane randagio Italo (il cane Tomak) e che coltiva gerani variopinti con inusitato amore. E attorno a questa amicizia ruotano suo padre, il sindaco del paese Antonio Blanco (Marco Bocci), la sua maestra, la docile e affabile Laura Menoni (Elena Radonicich), la schietta oppositrice del sindaco, l’esplosiva e prorompente Luisa Nigro (Barbara Tabita), e, come un coro nella tragedia greca, le tre comari, tra cui la spavalda e incontenibile Concetta (Lucia Sardo), sensibili ai chiacchiericci paesani, e i tre vecchietti seduti sempre sulla stessa panca che esprimono, all’unisono e consequenzialmente,  sintetici e precisi pareri sui passanti e su ciò che succede in paese e, dulcis in fundo, il vecchio Natalino (il bravo Tuccio Musumeci) che con la sola mimica riesce ad esprimere la grande umanità di un popolo intero.
Il film con la voce narrante di Leo Gullotta inizia, come “dolce voce al canto” con  “C’era una volta …” per indicare che esso è una favola, ma una favola che racconta una realtà vissuta e partecipata da un paese intero. Un bel film, dunque, per tutti, che riesce ad emozionare e ad esprimere l’insieme di quei sentimenti positivi che contraddistinguono l’essenza genuina dell’uomo.Il riferimento all’epitaffio sulla tomba di Immanuel Kant “il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me” detto da Luisa Nigro evidenzia il filo conduttore del film e cioè che l’azione umana è spinta e condotta dal suo senso morale.

Francesco Giuliano

sabato 21 giugno 2014

ADHD – Rush Hour, un film che affronta un tema importante per la collettività

Titolo: ADHD – Rush Hour
Regia e sceneggiatura: Stella Savino
Prodotto da: Andrea Stucovitz
Musiche: Walter Fasano
Consulente scientifico: Stefano Canali
Co-produzione: Italia, Germania, 2012
Distributore: Micromega
Patrocinio: Regione Puglia – Giù le mani dai bambini


Questo documentario ADHD (Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder, cioè Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività) trae il titolo da un’anormalità neuro-chimica, un disturbo evolutivo dell’autocontrollo, secondo cui milioni di bambini al mondo sono considerati malati. La sinossi del film recita - La comunità scientifica dibatte e si divide da più di 50 anni su cosa sia l’ADHD veramente. La vostra diagnosi dipenderà esclusivamente dal medico che incontrerete sulla vostra strada. Di certo c’è che i test di laboratorio e i criteri utilizzati per la diagnosi sono limitati e la cura farmacologica non è senza conseguenze: l’atomexina produce allucinazioni, gravi danni epatici e tendenze suicide, e il metilfenidato è un’anfetamina, classificata dalla DEA (Drug Enforcement Administration) nello stesso gruppo dei narcotici, insieme con l’eroina, la morfina e la cocaina. L’ONU parla di emergenza sanitaria, denuncia e lancia l’allarme ADHD “il Consiglio invita le nazioni a valutare la possibile sovrastima dell’ADHD e frenino l’uso eccessivo del metilfenidato (Ritalin). Negli Stati Uniti è stata diagnosticata l’ADHD nei bambini di appena un anno”.-

Il film si svolge in un viaggio tra Europa e USA, tra laboratori di genetica e Brain Imaging, tra aule universitarie e scuole elementari, dove il dibattito scientifico si realizza ascoltando la voce dei protagonisti. Tra questi troviamo il dottor Leif Elinder, pediatra svedese che dubita, in seguito agli effetti collaterali del Ritalin, dell’efficacia di quel tipo di trattamento, o il prof. Stefano Canali, docente universitario di Storia della Medicina e Bioetica, il quale, citando, in una sua lezione all’interno di un’aula universitaria romana, Franz Joseph Gall (1796),  Alexander Crichton (1798) e George Frederick Still (1902), sottolinea il fatto che nel corso della storia molte malattie neurologiche sono comparse e scomparse con la medesima velocità, come ad esempio l’omosessualità, che era considerata una malattia. A loro si alternano le storie di bambini come Zache, dieci anni, di Miami, che ha ricevuto la diagnosi  di ADHD al primo anno di asilo, oppure di adolescenti, come Armando, diciannove anni, studente romano del terzo anno delle scuole superiori, che - essendogli stato diagnosticato l’ADHD all’età di dieci anni -, è sottoposto da ben nove anni a cura farmacologica, la quale gli produce, tra gli effetti collaterali, lo sdoppiamento della personalità. Storie che si intercalano con i travagli interiori, le angosce e i patimenti raccontati dalle rispettive madri.
A tutte queste voci si unisce anche quella di Lindsay, venticinque anni, che vive a New York, laureata, che ricevette la prima diagnosi di ADD (Attention Deficit Disorder) a ventuno anni (la diagnosi dell’ADHD o ADD, da sempre definita nel DSM o Manuale Diagnostico Disordini Psichiatrici, come disturbo dell’età evolutiva, colpisce oggi anche gli adulti).

La regista Stella Savino, napoletana, laureata in Letteratura Francese,  racconta che nel 2008, leggendo “Il Corriere del Mezzogiorno”, le capitò un articolo in cui si parlava del farmaco Ritalin come cura dell’ADHD. Volle approfondire l’argomento su Internet, dove scoprì che questa malattia negli USA aveva un’incidenza dell’11 % mentre in Italia soltanto dell’1 %, e che la relativa diagnosi non richiede analisi cliniche ma si basa soltanto sulla valutazione non metodologicamente scientifica di un ipotetico deficit di attenzione o di iperattività.  Il divario molto ampio tra quei valori percentuali e l’assenza di dati analitici oggettivi la spinse ad indagare sull’argomento pensando di sollevare delle questioni in merito. Rivolgendosi a consulenti, come il citato prof. Stefano Canali, venne a conoscenza che personaggi come Picasso, Roosevelt, Einstein e altri, nella loro infanzia avevano mostrato deficit di tal natura che, però, non gli aveva impedito di diventare uomini straordinari e famosi.
Per questo Stella Savino, con  un’esperienza professionale maturata, sin dal 2003, nel mondo del documentario come assistente alla regia e montatrice, ha scritto e dedicato questo film “alle nostre madri”. Un film che risulta coraggioso per il tema affrontato e che ritiene necessario per la collettività. Un film dall’alto valore pedagogico che contiene alcune indicazioni implicite, e cioè quella di non lasciarsi trasportare acriticamente ed emotivamente da diagnosi che potrebbero risultare non essenziali per i figli, e quella di valutare attentamente gli effetti collaterali che l’assunzione di taluni farmaci potrebbe produrre sull’organismo.
It will come rush hour?
A tal proposito, ritornano utili e significative le seguenti citazioni estratte dal romanzo “L’intrepido alchimista”, (Senso Inverso edizioni,2014): “Bisogna rifuggire dalla magia e dall’ignoranza, che ci tengono prigionieri del presente, che per loro mezzo rimane statico, immobile e rende l’uomo perennemente schiavo” … “Siamo noi che costruiamo la realtà. Se nell’uomo regna la stupidità e l’ignoranza, è evidente che la realtà non potrà essere migliore, è una conseguenza inevitabile”.
Il film sarà nelle sale a partire da giovedì 26 giugno.
Francesco Giuliano

lunedì 17 marzo 2014

In “Smetto quando voglio” un'idea su come si vince lo stato di precariato intellettuale

Titolo: Smetto quando voglio
Regia: Sydney Sibilia  
Sceneggiatura: Valerio Attanasio, Andrea Garello, Sydny Sibilia 
Genere: commedia
Produzione: Italia, 2014
Cast: Edoardo Leo, Valeria Solarino, Valerio Aprea, Paolo Calabresi, Libero De Rienzo, Pietro Sermonti, Lorenza Lavia, Neri Marcorè, Stefano Fresi, [...] 


 
Questo film "Smetto quando voglio", il primo lungometraggio del giovane regista salernitano Sydney Sibilia, è una commedia, geniale nella conduzione che appare scorrevole ed essenziale, originale e singolare nella sceneggiatura, esilarante e coinvolgente per lo spettatore. Esso tratta un tema attualissimo, quello dei precari intellettuali esistenti nel nostro paese, a cui è negata ogni possibilità lavorativa. Nessuno li reclama né il mondo della ricerca né il mondo della manovalanza spicciola. Un’amara realtà drammatica che vivono i giovani del nostro tempo quotidianamente. Tant’è! E la storia ivi raccontata lo dimostra.

Pietro Zinni (Edorado Leo), un bravo ricercatore universitario, viene licenziato per mancanza di fondi, venendo a perdere cinquecento euro mensili (!) che gli davano la possibilità di sopravvivere e di sostenere, ma non in modo esaustivo, tutte le spese condominiali della casa dove abita assieme alla sua compagna  Giulia (Valeria Solarino) che fa l’assistente sociale. Nell’impossibilità di trovare lavoro, essendo neurobiologo, all’insaputa di Giulia, inventa un elaborato processo chimico che gli consente di produrre, partendo da una sostanza naturale, l’eugenolo, una nuova droga, che ha il vantaggio di essere “legale”, dato che la molecola prodotta non è contenuta nell’elenco ministeriale delle droghe illegali. Per fare questo e per il conseguente spaccio coinvolge altri suoi colleghi, anche loro ricercatori precari che si arrangiano con dei miseri lavori non confacenti alle loro rispettive professionalità, Mattia (Valerio Aprea), Andrea (Pietro Sermonti), Arturo (Paolo Calabresi),  Bartolomeo (Libero de Rienzo), Alberto (Stefano Fresi), Giorgio (Lorenzo Lavia). Un gruppo di amici, “i magnifici sette” si potrebbe dire, con competenze varie che vanno dalla macroeconomia all’antropologia, dalle lettere classiche alla’archeologia,alla chimica, che si adoperano magnificamente mettendo in campo le rispettive conoscenze e abilità professionali. Entrano tutti, ovviamente, in una spirale dove il successo risulta immediato ma urta con gli interessi del locale boss, un trafficante di droga, violento e brutale, soprannominato Murena (Neri Marcorè), anche lui una volta ricercatore precario.
Quando si entra in questa spirale è possibile smettere quando si vuole? Allo spettatore l’ardua risposta.
“Smetto quando voglio”, oltre ad essere un film divertente, ha un’alta valenza educativa in quanto e, anche se in maniera spiritosa, mostra il dramma attuale vissuto dai giovani intellettuali del nostro paese che si giocano anche ciò che c’è di più sacro in un individuo: la libertà, pur di continuare a “campare”.
Francesco Giuliano

martedì 18 febbraio 2014

Sorrentino conquista Londra

Un nuovo trionfo per Paolo Sorrentino, gli regista napoletano, con il suo capolavoro, "La Grande Bellezza" vince anche il premio Bafta, il principale riconoscimento cinematografico inglese come miglior film straniero.
Sorrentino è il primo italiano a vincere il premio (che è stato assegnato a Londra nello scorso fine settimana) dopo massimo Troisi, che già defunto aveva trionfato nel 1994 il "Postino".
Si alimentano così le speranze per la notte degli Oscar e una ampia parte della critica cinematografica inglese e americana considera come reali le possibilità di un trionfo a Los Angeles.
C'è spazio per sognare.


Paolo Sorrentino, vincitore  Londra del Premio Bafta

http://stanzedicinema.com/tag/paolo-sorrentino/


La Grande Bellezza, l' ultimo film di Paolo Sorrentino

http://www.elantepenultimomohicano.com/2013/04/la-grande-bellezza-trailer.html






https://www.facebook.com/pages/Paolo-Sorrentino/179611012120846?ref=hl