Un nuovo blog che parla di cinema italiano. Potrete trovare informazioni complete sui migliori attori, registi e film del nostro cinema. Vi saranno anche riferimenti al cinema straniero , informazioni complete su come visualizzare un in streaming e suggerimenti e indicazioni rispetto ad altre pagine del settore.
mercoledì 8 gennaio 2014
“Col fiato sospeso” è un film denuncia sulla sicurezza di alcuni laboratori di ricerca universitari
Titolo: Col fiato
sospeso
Regia: Costanza
Quatriglio
Sceneggiatura: Costanza
Quatriglio
Produzione: Italia 2013
Cast: Alba Rohrwacher,
Anna Balestrieri, Michele Riondino, Gaetano Aronica
Un film “Col fiato
sospeso”, trasmesso su RaiTre in seconda serata, ieri, è condotto dalla brava
regista palermitana Costanza Quatriglio con lo stile del documentario, anche se non è un documentario nel
senso stretto della parola, dove molte immagini sostituiscono con sagacia ed
efficacia le parole. Il cast è costituito da pochissimi attori, tra cui spicca
in primissimo piano la bravissima Alba Rohrwacher, che interpreta la
parte di Stella, una studentessa
universitaria, laureanda in farmacia che per la sua tesi viene inserita in un
laboratorio sperimentale per svolgere il relativo lavoro di ricerca
sovvenzionato da un’industria farmaceutica. Stella viene subito attratta dallo
studio della chimica, una materia affascinante e coinvolgente, che incanta e
che al tempo stesso intimidisce, che come in una tela del ragno l’afferra e non
la molla più, e che per certi aspetti è misteriosa. Questa materia, che affonda
le sue radici nell’antica alchimia, a Stella forse, come a Primo Levi, nel suo
racconto “Idrogeno” tratto da “Il sistema periodico”, “… rappresentava una
nuvola indefinita di potenze future, che avvolgeva il mio avvenire in nere
volute lacerate da bagliori di fuoco. Come Mosè, da quella nuvola attendevo la
mia legge, l’ordine in me, attorno a me e nel mondo. … per dragare il ventre
del mistero”. La studentessa lavora in quel laboratorio, attratta dalle
continue scoperte che fa, dalla mattina alla sera ininterrottamente, andando
incontro inconsapevolmente a dei rischi seri, in generale, ma, in particolare, a
dei rischi latenti per la salute, così come racconta ancora Primo Levi “… Ci fu
un’esplosione, piccola ma secca e rabbiosa. … a me tremavano un po’ le gambe;
provavo paura retrospettiva, e insieme una certa sciocca fierezza, per aver
confermato un’ipotesi, e per aver scatenato una forza della natura. Era proprio
idrogeno…” . Poco alla volta, però, Stella si rende conto che il laboratorio di
chimica è insalubre e tutto il tempo ivi trascorso le può essere nocivo, tant’è
che qualche volta è presa da svenimenti. L’evento, però, viene sottovalutato
come tante altre volte, perché “il concetto di veleno è connesso con la quantità” gli dice il suo
professore. Trascurando il fatto che composti, come il benzene o l’amianto o
come qualunque altra sostanza incognita ivi prodotta, altamente cancerogeni o
potenzialmente tali, dovrebbero essere usati con le dovute precauzioni e con le
adeguate attrezzature che un laboratorio di ricerca, degno di questo nome,
dovrebbe avere. “Sarà stata una strana coincidenza” le verrà detto, “perché la
causa del suo malore non potrà essere addossata al laboratorio, perché in esso
ci lavorano anche figli degli stessi docenti universitari”. La sua amica Anna (Anna
Balestrieri) cerca invano di
convincerla di lasciare quella ricerca e quindi di allontanarsi da quel
laboratorio. Tale scelta la porterà ad un amaro epilogo, lo stesso toccato, prima
di lei, ad un dottorando di ricerca, Emanuele (voce narrante Michele
Riondino), il cui nome si collega ad Emanuele Patané, il giovane morto di tumore
ai polmoni nel 2003, che aveva già
percorso la sua stessa strada.
Questo è un film-denuncia sulla conduzione di taluni
laboratori di ricerca universitari, in
cui non si tiene conto della salubrità ambientale e del rispetto di tutte
quelle norme esistenti in Italia da circa un sessantennio e successive integrazioni,
secondo cui gli studenti italiani sono equiparati per ciò che riguarda i tempi
di lavoro e il rispetto delle norme di sicurezza a tutti gli altri lavoratori.
Il film è stato presentato al Festival del Cinema di Venezia
2013.
Etichette:
documentario,
dramma,
Festival Venezia,
film italiano.
domenica 5 gennaio 2014
Il film “American Hustle” basato su fatti realmente accaduti è stato concepito in chiave pirandelliana
Titolo: American Hustle – L’apparenza inganna
Titolo originale : American Hustle
Regia: David O. Russell
Sceneggiatura: David O. Russell, Eric Warren Singer
Produzione: USA 2013
Cast: Christian
Bale, Amy Adams, Bradley Cooper, Robert De Niro,Jeremy Renner, Jennifer
Lawrence, Jack Huston, Louis C.K., Michael Peña, Alessandro Nivola, Adrian
Martinez, Elisabeth Rohm, […]
Come sosteneva il
grande Luigi Pirandello, premio Nobel per la Letteratura (1934) “non ci
fermiamo alle apparenze, ciò che inizialmente ci faceva ridere adesso ci farà
tutt'al più sorridere”, questo film “American Hustle (trad. Caos americano) –
L’apparenza inganna” gioca continuamente con “il sentimento del contrario”, che
è congruo in modo parossistico con l’umorismo quale strumento che mette a nudo
la fragilità umana in tutti i sensi. Il film, prendendo lo spunto da fatti realmente accaduti negli Stati
Uniti a partire dal 1978, tratta di un indagine poliziesca (FBI) che portò, con
l’aiuto di una coppia di abilissimi truffatori all’arresto di alcuni membri
(deputati e senatori) del Congresso, e fa vedere cosa avviene dietro le quinte
del teatrino politico per acquisire mazzette e cose del genere. Per cui sarebbe
auspicabile che la visione di “America Hustle – L’apparenza inganna” fosse prescritta
a tutti quei politici di casa nostra, corrotti, dotati di una sfrontata e
insuperabile arroganza e carenti di un bruscolo di dignità, il cui insano
comportamento va oltre ogni umana decenza e suscita intolleranza e disgusto
nell’elettore. La coppia di intrallazzatori, che nel film è interpretata
egregiamente da Christian Bale, nella parte di Irving Rosenfeld, e da Amy Adams,
che interpreta Sydney Prosser, viene costretta dal poliziotto FBI, Richie
DiMaso (Bradley Cooper), a collaborare, pena la detenzione per i crimini
commessi in flagranza di reato. Lo scopo è quello di incastrare politici
corrotti come il sindaco Carmine Polito (Jeremy Renner) e mafiosi tra cui il
temutissimo e pericoloso Victor Tellegio (Robert De Niro). Tuttavia, l’uso degli
imbroglioni e dei malfattori per scopi legittimi a volte, anzi sempre, funziona
come un boomerang che manda all’aria la dignità e la reputazione personali di
chi si impegna per sconfiggere il malaffare.
Come nei suoi film precedenti “The Figther” (2011), dove troviamo
la brillante coppia Christian Bale/Amy Adams, e “Il lato positivo – Silver
Linings Playbook” (2012), interpretato da Bradley Cooper, Robert
De Niro e l’esplosiva Jennifer Lawrence (che ottenne il premio Oscar 2012, come migliore attrice), così in quest’ultimo
film, il regista David O. Russell, ancora una volta, mostra i suoi protagonisti
come individui che, presentando una, nessuna o centomila maschere - parafrasando
il titolo di un romanzo pirandelliano -, cercano di cambiare la propria
posizione individuale e sociale con un succedersi di
fatti spesso bizzarri, ma soprattutto imprevedibili e per niente scontati.
Riesce
difficile catalogare questo film perché le sue peculiarità e i suoi tratti
distintivi sono molteplici e, per taluni aspetti, indefinibili così come le
maschere pirandelliane. Essi vanno dal comico all’umoristico, dall’ironico al
drammatico, dal sentimentale al divertente, dall’emozionante al grottesco, dal
realistico al paradossale. È un film ben recitato e gli attori, tutti
bravissimi, interpretano ciascuno la loro parte in modo magistralmente
credibile ed eccellente. I dialoghi, inquadrati in brani musicali
dell’epoca scelti oculatamente, risultano travolgenti, prorompenti e
interessanti creando un incessante turbinio continuo che costringe lo
spettatore a seguire dettagliatamente ogni parola, ogni sguardo, ogni azione
per evitare di perdere il filo del discorso.
Il film ha ottenuto già 7 nomination Golden Globe, 8 nomination
Satellite Awards ed è in odore di nomination Oscar 2014.
venerdì 3 gennaio 2014
Un film "I sogni segreti di Walter Mitty" che insegna che bisogna affrontare la vita con coraggio andando anche contro all’ignoto
Titolo: I sogni segreti di Walter Mitty
Titolo
originale: The secret life of Walter Mitty
Regia: Ben
Stiller
Soggetto: Jay
Kogen, James Thurber
Sceneggiatura:
Peter Morgan
Produzione: USA
2013
Cast: Ben
Stiller, Kristen Wiig, Shirley MacLaine, Adam Scott, Kathryn Hahn, Sean Penn,
Terence Bernie Hines, […]
Walter Mitty (Ben Stiller)
è il responsabile della custodia e della catalogazione degli innumerevoli
negativi della rivista “Life” che sono stati
conservati nel tempo nell’archivio
da lui diretto. Ora che la rivista deve chiudere, per lasciare il passo alla rivista “Life on line”,
bisogna procedere all’elaborazione della copertina dell’ultimo numero cartaceo di
“Life”. Ovviamente, nell’archivio deve essere ricercato il negativo “numero 25”,
indicato in una lettera da Sean O’Connell (Sean Penn), il bravo fotografo che
una volta lavorava per la rivista stessa e che ora si trova in qualche parte
del mondo. Walter non trovando il
negativo “numero 25”, e pressato dal suo
superiore antipatico, arrogante e prepotente Ted Hendricks
(Adam Scott) va alla ricerca di Sean O’Connell e, con questo pretesto, è
costretto a visitare luoghi poco frequentati dall’uomo, come la Groenlandia, l’Islanda,
l’Afganistan, andando incontro ad una serie di avventure che mettono in
evidenza il suo coraggio e il suo carattere audace. Il film “I sogni segreti dl
Waler Mitty” diretto dallo stesso protagonista, Ben Stiller, remake del film “Sogni proibiti” (1947) interpretato
dal grande Danny Kaye e diretto da Norman Z. McLeod, è una commedia accattivante
e implicante, che nella sua semplicità conserva anche una vena che riporta l’individuo
nella propria originale dimensione umana, ormai perduta a causa dell’imperante e
sovrastante tecnologia e superficialità che caratterizza l’uomo moderno, e che
vuole dare un messaggio importante che è quello che si va a cercare in capo al
mondo ciò che si ha a portata di mano: come se altrove fosse diverso dal qui.
Walter Mitty si muove tra l’immaginario – i suoi
continui incanti lo dimostrano – e il reale, dove procede con incertezza ma
con determinazione per riconquistare
una dimensione umana dei rapporti autentici e genuini, non mediati da nessuna
tecnologia e saldamente ancorati ad esperienze vere. A Walter Mitty, in
effetti, piace giocare a ping pong passando, con i suoi continui
incanti, dal reale all’immaginario, dove le sue azioni non hanno niente da
invidiare a Superman o all’Uomo ragno, e tutto ciò avviene in modo così
frenetico che ci si confonde nel distinguerli quando si manifesta l’uno o l’altro.
E in questa piacevole altalena si evidenzia, a ogni piè sospinto, la bellezza
in tutte le sue sfaccettature, come l’attrazione che ha nei confronti della dolce
collega Cheryl (Kristen Wiig) di cui si è invaghito, o come la stima che ha nei
confronti del tanto ricercato fotografo Sean, o come la lotta allo strapotere dei superiori gerarchici. O ancora perché la bellezza va gustata proprio nell’attimo
in cui si presenta, attimo che non va perso neppure per scattare una fotografia.
L’attimo che si utilizza per fotografare, infatti, fa perdere l’attimo in cui
si coglie la bellezza. Nella parte della madre di Mitty compare l’attrice Shirley
MacLaine, come cameo di questo divertente film da non sottovalutare.
domenica 29 dicembre 2013
In “Gloria” donna avvenente e fascinosa l’impulso amoroso non teme l’età
Titolo: Gloria
Regia: Sebastian Lelio
Sceneggiatura:
Sebastian Lelio, Gonzalo Maza
Produzione: Cile,
Spagna 2013
Cast: Paulina Garcia,
Sergio Hernández, Diego Fontecilla, Marcial Tagle, Fabiola Zamora, Antonia
Santa Maria, […]
Gloria (Paulina
Garcia), pur avendo superato i cinquant’anni, è ancora una donna avvenente e
piena di fascino, anche se sono molto evidenti i tratti somatici visibilmente
degradati per l’età avanzata. Divorziata da dodici anni e rimasta sola, in
quanto i due figli, un maschio e una femmina, ormai adulti se ne sono andati da
casa, cerca di ritrovare un nuovo equilibrio dal punto di vista sentimentale
frequentando discoteche e partecipando a festini tra amici. Si comporta come
fosse un’adolescente carica di sensualità prorompente e turbinosa. La sua
ricerca ossessiva trova soddisfazione in quanto, in una di queste serate,
incontra uno spasimante Rodolfo (Sergio Hernández), adulto pure lui sposato
però con moglie e due figlie ancora a carico, con il quale incomincia a
frequentarsi e ad avere rapporti sessuali come se avesse riacquistata la
gioventù ormai superata da tanto tempo. E ciò la porta a rinascere, a dare un
senso alla vita, quel senso che aveva perso a causa dell’asimmetria in cui si
era capitata e dell’isolamento in cui si era venuta a trovare e che le avevano
generato un certo squilibrio comportamentale. Rodolfo, pur essendo una persona
affabile si mostra ben presto inaffidabile e poco fedele al legame amoroso.
Sebastian Lelio è stato molto bravo
nel creare un profilo femminile, quello di Gloria, inquadrato nei suoi diversi
momenti umorali più significativi che ripresi a ragione mostrano con inusitata
maestria i sentimenti della donna e la loro variabilità connessa con il nuovo
rapporto amoroso e lo fa con semplicità e senza drammatizzazione. Ma lo è
bravissima anche Paulina Garcia che fa sua la parte descrivendo magistralmente un
ritratto di donna speciale e lo fa con grazia e con disinvoltura. Speciale come
la canzone “Gloria “ di Umberto Tozzi che è cantata, in spagnolo, nel film “Gloria,/ faltas en el aire/ faltas a
una mano/ que trabaja despacio/ faltas a esta boca/ que ya no prueba bocado/ y
siempre esta historia/ que a ella la
llamo Gloria …” (Gloria
manchi tu nell'aria/ manchi ad una mano che lavora piano/ manchi a questa bocca
che cibo più non tocca/ e sempre questa storia che lei la chiamo Gloria. ...). Ottimo
film ben diretto dal regista Sebastian
Lelio e bravissima Paulina Garcia che, al Berlino International Film Festival
2013, ha ottenuto il premio come migliore attrice.
venerdì 20 dicembre 2013
Quali possono essere le cause che ingannano le aspettative di un’adolescente “Giovane e bella”? Se lo chiede il regista François Ozon nel suo ultimo film
Titolo: Giovane e bella
Titolo originale: Jeune et jolie
Regia: François Ozon
Produzione: Francia, 2013
Cast: Marine Vacth,
Géraldine Pailhas, Frédéric Pierrot, Fantin Ravat, Johan Leysen, Charlotte Rampling,
Nathalie Richard, […]
Il 2013 è stato un anno proficuo per il regista François Ozon per avere affrontato dei temi che riguardano gli
adolescenti del nostro tempo sia dal punto di vista sociale che psicologico, e che
investono anche la loro sfera affettiva ed emozionale. All’inizio del 2013, infatti, esce il film drammatico
“Nella casa”, dove Ozon descrive le vicissitudini di un sedicenne che,
essendo molto bravo nella scrittura e abbastanza curioso, arricchisce i suoi
racconti prendendo come spunto tutto ciò che vede e tocca all’interno di una
famiglia borghese dell’amico Rapha. Nello stesso anno lavora in quest’altro
film “Giovane e bella”, dove descrive delle vicende dell'adolescente Isabelle (Marine Vacth), una studentessa diciassettenne di
liceo, il suo inspiegabile comportamento che la porta a prostituirsi per
il proprio piacere. La storia di una giovane
bella, carica di tanta curiosità che la porta a sconvolgere la propria vita,
attraverso un’esperienza eccezionale, senza che si ponga il motivo. Ozon
affronta così il problematico tempo dell’adolescenza presentando Isabelle in
solitudine e priva del significato di serietà. E lo fa partendo,
intelligentemente, dalla discussione in classe del poema del poeta maledetto Arthur Rimbaud “Nessuno
è serio a diciassette anni”, così come viene
espresso dai primi versi della poesia “Romanza”: Nessuno è molto serio quand'ha diciassett'anni./ I caffè
strepitanti dalle luci splendenti,/ le
bibite e la birra d'improvviso t'annoiano,/ e allora vai a spasso per il viale dei tigli./
Come profuma il tiglio nelle sere di giugno!/
Talvolta l'aria è dolce da farti chiuder gli
occhi;/ il vento porta suoni, - le
case son vicine -,/ porta odori dì
vigna ed odori di birra...… .
Sarà per questo o per altri i motivi che la giovane è portata inconsapevolmente a deturpare la sua purezza e a farla affondare prepotentemente e irreversibilmente nello squallore più putrido e violento che si possa immaginare? Sarà la mancanza di una vera famiglia, essendo madre e padre separati, e, quindi, la privazione dell’affetto della figura paterna che la spingono a ricercare il padre in un altro uomo qualsiasi attraverso il rapporto sessuale? Oppure sarà l’insopportabile presenza in casa dell’antipatico patrigno, o la carenza di punti di riferimento certi, o ancora sarà la sua bellezza prorompente, o la sua solitudine? Il regista si pone e fa porre allo spettatore tutte queste domande. Si arriverà ad una risposta certa?
Sarà per questo o per altri i motivi che la giovane è portata inconsapevolmente a deturpare la sua purezza e a farla affondare prepotentemente e irreversibilmente nello squallore più putrido e violento che si possa immaginare? Sarà la mancanza di una vera famiglia, essendo madre e padre separati, e, quindi, la privazione dell’affetto della figura paterna che la spingono a ricercare il padre in un altro uomo qualsiasi attraverso il rapporto sessuale? Oppure sarà l’insopportabile presenza in casa dell’antipatico patrigno, o la carenza di punti di riferimento certi, o ancora sarà la sua bellezza prorompente, o la sua solitudine? Il regista si pone e fa porre allo spettatore tutte queste domande. Si arriverà ad una risposta certa?
mercoledì 4 dicembre 2013
“La mafia uccide solo d’estate” di Pif è uno di quei capolavori che bisogna vedere a tutti i costi per la sua forza espressiva ed emozionale
Titolo: La mafia uccide
solo d’estate
Regia: Pif, alias Pierfrancesco
Diliberto,
Sceneggiatura: Marco
Martani
Produzione: Italia,
2013
Cast: Cristiana
Capotondi, Pif (alias Pierfrancesco
Diliberto), Alex Bisconti, Ginevra Antona, Claudio Gioé, Ninni Bruschetta,
Barbara Tabita, Rosario Lisma, […]
Semplice e profondo,
onesto e accattivante, comico e tragico, simpatico e piacevole, sono questi gli
attributi del film del regista esordiente Pif, “La mafia uccide solo d’estate” che,
se non il migliore, è uno dei migliori film italiani che, con originalità
speciale, stile esclusivo e sceneggiatura coinvolgente, tratta con coraggio e
sottile ironia il tema della mafia in Sicilia e dei corrispondenti e crudeli
eccidi perpetrati già da tanto tempo. A partire dall’uccisione di Mario
Francese, giornalista de “Il Giornale di Sicilia", il 26 gennaio 1979, fino ad
arrivare nel maggio - luglio 1992, periodo in cui vennero uccisi il giudice
Falcone e il giudice Borsellino, passando per quelle del generale Dalla Chiesa,
del capo della squadra mobile di Palermo, Boris Giuliano, e del giudice Rocco
Chinnici. Morti da “eroi” perché tutti, ognuno nell’ambito della propria
funzione, hanno cercato di combattere questo fenomeno asociale, subdolo e
violento, ad armi impari e a viso scoperto, usando solo la forza della legge.
L’attuale presidente del Senato, Pietro Grasso ha
definito questo film “… la miglior opera
cinematografica sul tema mafia che abbia mai visto”.
L’immobilismo, il dire
e il non dire, il vestito di rabbia di cui non si ha il coraggio di togliere,
l’incapacità di resistere ad un mostro invisibile, il parlare con sguardi colmi
di cinismo, le metafore feroci e ricche di significato aggressivo, “le stranezze malavitose”,
l’annientamento della personalità, la sfiducia insita nei comportamenti (… il sud è niente e niente succede … non siamo
niente … così recita il regista Fabio Mollo nel suo film d’esordio “Il sud
è niente (2013)”), la voce del silenzio che si fa violenza, la violenza che veste ogni
cosa e che si coglie nel saluto e nei gesti, nei regali, nei convenevoli, nelle
azioni “amichevoli”, il rapporto ambiguo tra mafia e Stato colto sottilmente nella
frase “La Sicilia ha bisogno dell’Europa,
l’Europa ha bisogno della Sicilia”, l’assenza di ribellione ai violenti, la
speranza di un riscatto che non verrà mai, la voglia di lasciare tutto, la
rinuncia dei vecchi di riscattarsi assieme alla voglia di rimanere dei giovani
che vogliono lottare, ribellarsi, per una società migliore senza nascondersi, a
viso scoperto, e che sono stati molto spesso vittime. Ribellione evinta anche ne “I cento passi” (2000), di Marco
Tullio Giordana, dalla frase passionalmente pronunciata da Peppino Impastato (Luigi
Lo Cascio), vittima della mafia, che introduce chiaramente l’ambiente familiare
e ambientale in cui nascono e vivono i giovani del Sud “Mio padre, la mia famiglia, il mio paese! Io voglio fottermene! Io
voglio scrivere che la mafia è una montagna di merda! … Noi ci dobbiamo ribellare. Prima che sia
troppo tardi! Prima di abituarci alle loro facce! Prima di non accorgerci più
di niente!”
Il
film si presta bene anche ad essere strumento didattico eccezionale e penetrante
di divulgazione e di comprensione del fenomeno mafioso per gli studenti di
tutte le età. Fa capire, infatti, in modo estemporaneo e graduale, che per
combattere la mafia è necessario aprire la mente alle future generazioni perché
queste comprendano che la malvagità è subdola ed è difficile saperla
distinguere. Tant’è che Arturo da grande (Pif) recita “quando sono diventato padre ho capito due cose: la prima che avrei
dovuto difendere mio figlio dalla malvagità del mondo, e la seconda che avrei
dovuto insegnargli a distinguerla”.
“La mafia a Palermo non esiste” così viene ribadito all’inizio del
film: un’espressione con la quale il
regista, che cita anche l’allora Presidente del Consiglio secondo cui la mafia
esisteva solo in Campania e Calabria, ha voluto evidenziare la superficialità,
la disattenzione e la convivenza-collusione, a volte inconsapevole così come avviene
per Flora da grande (Cristiana Capotondi) che diventa segretaria del deputato
Salvo Lima. In questo contesto, si svolge sin dalla nascita la vita di Arturo
(Alex Bisconti) che da bambino, alla scuola elementare, si innamora
perdutamente di una sua compagna di classe, Flora (Ginevra Antona).
Un plauso meritato al
regista esordiente Pif che ci ha regalato un’opera che viene la voglia di
vedere più volte per cogliere quelle sottili sfumature molto significative che
costellano il film, così come le stelle il firmamento. Al Festival del Cinema di Torino 2013 “La mafia uccide solo d’estate” ha
ottenuto il premio come Miglior film
votato dal pubblico.
domenica 24 novembre 2013
Dall’ultimo film del regista Asghar Farhadi emerge come “Il passato” ci condiziona nella vita e nelle scelte quotidiane
Titolo: Il passato
Titolo originale: Le passé
Regia e sceneggiatura: Asghar Farhadi
Produzione: Italia, Francia, 2013
Cast: Bérénice Bejo, Ali Mosaffa, Tahar Rahim,
Pauline Burlet, Elyes Aguis, Jeanne Jestin, Sabrina Quazani, Babak Karimi,
Valeria Cavalli, […]
Con quest’ultimo film“Il
passato”, il regista Asghar Farhadi
mette in atto uno spettacolo straordinario, così aggrovigliato, intenso,
profondo, ricco di significati che rientrano sia nella sfera emozionale che in
quella sentimentale e affettiva di ogni persona, uomo o donna, grande o piccola
che sia, tale da lasciare in continua attesa lo spettatore, del quale prova, riuscendoci,
ad attirare l’attenzione senza concedergli tregua per l’intera durata di 130
minuti. Il regista, infatti, scava nell’animo di ciascun protagonista in modo
così sottile e accurato, come fa un bravo medico durante un’operazione
chirurgica, con un ottimo risultato finale. Egli descrive, così, la mancanza di equilibrio
interiore e i sensi di colpa della moglie Marie (Bérénice Bejo) nei confronti
della figlia Lucie (Pauline Burlet) dall’animo ribelle. E delinea il carattere equilibrato e accomodante
del marito iraniano Ahmad (Ali Mosaffa), dal quale Marie deve separarsi, e, al
tempo stesso, quello disorientato di Samir (Tahar Rahim) con cui Marie deve
sposarsi. In ogni caso, Asghar Farhadi illustra, con sottile ed efficace perspicacia,
come ogni comportamento individuale dipenda dalle esperienze passate di ciascuno,
e fa emergere, in sostanza, “della forza del passato” l’aspetto virulento e intransigente
di questo, da cui nessuno si può sottrarre. Presenta questa forza come l’unica
entità, a dirla con il pensiero di Aristotele, che “Dio non può disfare”, o,
addirittura, come dice Anatole France, ne “Il giglio rosso” che “tutto ciò che
è, è passato”. Tra tutti gli attori bravissimi, spicca la bellissima Bérénice
Bejo, protagonista principale.
Asghar Farhadi è un regista pluripremiato come dimostrano i
diversi premi che ha ottenuto con il film “Apout Elly” (Orso d’Argento al Festival
di Berlino 2009) e il film “La separazione”, premio Oscar 2011 come miglior
film straniero (che ha ricevuto anche un David di Donatello, un Cesar, e 4 premi
al Festival di Berlino).
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