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sabato 26 ottobre 2013
Il sogno di Peppino non è ancora tramontato
"Aut.
Il sogno di Peppino. Attualizzare Impastato"
Sceneggiatura: Giulio Bufo
Cast: Giulio Bufo, Federico Ancona
Questo è il titolo di uno spettacolo eccezionale, straordinario, ben
costruito, interessante per il tema trattato da “far accapponare la pelle”, che
ieri sera è stato presentato al circolo Hemingway di Latina dal suo autore
Giulio Bufo, anche interprete indiscusso della figura di Peppino Impastato, il
giovane siciliano che si è sacrificato (fu assassinato il 9 maggio 1978 per una
strana coincidenza con il giorno dell’uccisione di Aldo Moro) per aver creduto in
un sogno, quello di combattere la mafia e sconfiggerla con l’arma delle parole
e della forza dell’onestà intellettuale.
Lo
spettacolo inizia sentendo dei passi pesanti che si avvicinano al palco e che
richiamano alla mente dello spettatore “I cento passi” (2000), il famoso film
di Marco Tullio Giordana, dove la frase prepotentemente pronunciata da Peppino (Luigi
Lo Cascio) introduce chiaramente l’ambiente familiare e ambientale in cui è
nato e vissuto il giovane “Mio padre, la mia
famiglia, il mio paese! Io voglio fottermene! Io voglio scrivere che la mafia è
una montagna di merda! Io voglio urlare che mio padre è un leccaculo! Noi ci
dobbiamo ribellare. Prima che sia troppo tardi! Prima di abituarci alle loro
facce! Prima di non accorgerci più di niente!” . Quell’ambiente, la Sicilia, regione ricca di
odori, sapori e colori, tra i quali il rosso, colore del sangue e della
passione e dell’amore e della fierezza, colore diffusissimo che predomina su
tutti gli altri in quanto si presenta in vario modo. È il colore dell’arancia
frutto succoso e prelibato, è il colore del fuoco dell’Etna che sfavilla dalla
sua bocca e che scorre lentamente esprimendo la passione insita nel carattere del
suo popolo, e poi è anche il colore della mafia, quel colore rosso di fiumi di
sangue che scorrono nella coscienza di chi non fa niente per evitarli, sin dai
tempi della strage della Portella della ginestra, a Piana degli Albanesi,
avvenuta durante la festa del lavoro il primo maggio del 1947 nella nascente
Repubblica italiana.
I passi con
cui l’attore si approssima sulla scena sono accompagnati dalla canzone (di Ombretta
Colli) “Facciamo finta che … tutto va ben/ tutto va ben/facciamo finta che tutto va
ben ...” che fa risaltare
l’indifferenza della gente comune verso il problema mafioso in cui è immersa e
che respira ogni giorno, e da cui emerge il pensiero unico “… che il povero sia in
fondo un gran signore/ che il servo stia assai meglio del padrone/ che le persone anziane stian benone/ che i giovani abbian sempre... un'occasione …”.
L’autore/attore
manifesta, in questo spettacolo una bravura eccezionale avendo saputo mettere
in evidenza l'energia, la voglia di costruire, la fantasia, il dolore e il
coraggio, in definitiva la voce di Peppino che ha disobbedito con i suoi modi di essere e di
pensare al potere costituito, sia partitico sia religioso, colluso e che ha
osato credere in un ideale fortemente insito nella coscienza umana che è quello
di combattere lo strapotere, l’arroganza, la violenza, e sfidare un mondo
squallido, disumano, privo di valori, la “mafiopoli” che si nutre di chi trae
la linfa vitale (benefici, favori, proventi, raccomandazioni, ecc.) da essa medesima,
con l'illusione di cambiarlo. Giulio Bufo fa emergere, durante lo spettacolo,
il crudele conflitto di Peppino con il padre, mafioso pure lui, evidenziando
come la mafia entrando subdolamente dentro l’anima di un individuo la possa trasformare,
stravolgere, facendole assumere una maschera di vergogna, di disonestà e di
meschinità indelebile. Al tempo stesso, fa risaltare il senso di disonore che
Peppino vive e soffre e che cerca di lottare con tutte le sue forze sino alla
morte. Uno spettacolo che ogni cittadino italiano dovrebbe vedere sia per non
dimenticare la storia recente sia per valutare attentamente tutto ciò che
avviene quotidianamente a livello politico ed economico sotto i suoi occhi.
<<Dopo
l'esordio di questo spettacolo "Aut (n.d.r. la radio di peppino). Il Sogno
di Peppino. Attualizzare Impastato", nel dicembre 2011, alla presenza di
Giovanni Impastato, il fratello di Peppino, dopo essere stato rappresentato il
10 maggio 2013 a Cinisi, all'interno dei Casa Badalamenti/Casa 9 Maggio, avendo
come pubblico i compagni storici di Peppino come Salvo Vitale e Faro Di Maggio, dopo essere stato rappresentato in diverse situazioni
da centri sociali occupati a scuole e di fronte ai parenti delle vittime di
mafia pugliesi, per "Aut" con il tour "Peppino In
Movimento" giunge il momento di andare verso il Nord Italia, coprendo
tappe fondamentali di un percorso di teatro e militanza scopo primo dell'autore
Giulio Bufo.
"Aut-Il sogno di Peppino" è uno
spettacolo che riscopre il Peppino Impastato rivoluzionario. Cogliendo il
collegamento della mafia con il sistema capitalistico, riscopre lo spirito
politico della vita militante di Peppino, rendendo lo spettacolo stesso
intrinsecamente militante. "Quella
vita, fatta di ribellione, di denuncia, di lotta e di coraggio ritorna sulla
scena quasi in punta di piedi, in disordine, con la freschezza di un giovane
sognatore la cui vita sarà causa della sua morte".
L'attore in scena canta con l'accompagnamento del
flauto di Federico Ancona: "Facciamo finta che tutto va bene!".
Perché troppo spesso è questo l'atteggiamento di molti di fronte ai delitti e
alle nefandezze della mafia e del sistema politico corrotto.
Ed è questo ciò che Peppino ha combattuto per tutta
la sua vita e Giulio Bufo, attraverso l'arte della parola, la gestualità e la
sua singolare capacità vocale, cerca di fare lo stesso in teatro oggi. Lo spettacolo ha la capacità di sollecitare domande,
riflessioni, e di portare una maggiore consapevolezza negli occhi degli
spettatori.
Il grido del personaggio è rivolto alle coscienze,
su di esse vuole suscitare una presa di posizione e l'assunzione di una
speranza che possa dare corpo ad un'utopia per le nuove generazioni." (da
Teatro.org). Le lotte sociali di Peppino, la
sua partecipazione a fianco delle occupazioni dei contadini contro la costruzione
della terza pista dell'aeroporto di Punta Raisi, richiamano le lotte dei No Tav
e quelle del No Mous.
Lo spettacolo, allora, trae il proprio significato
politico dalla riflessione di Impastato, attualizzandola alle lotte del
presente ed avvicinandolo alla gente che continua a portare avanti certe
battaglie. Quelle per i diritti di
cittadinanza, della libera circolazione, per la tutela del territorio, per la
creazione di spazi sociali occupati e liberati dal mercato, per il diritto ad
un esistenza dignitosa, per le lotte dei beni comuni e della collettivizzazione
di essi.>>
sabato 19 ottobre 2013
Le cause della crisi di una coppia vengono radiografate nel “L’ultima foglia” di Leonardo Frosina
Titolo: L’ultima foglia
Regia: Leonardo Frosina
Soggetto e sceneggiatura: Leonardo Frosina
Produzione: Italia, 2013-10-18
Prodotto da: Josei (Barbara Bruni, Manila
Mazzarini, Silvia Ricciardi)
Cast: Fabrizio Ferracane, Giorgia Cardaci,
Kristina Cepraga, Alfio Sorbello, Ninni Bruschetta, Andra Bolea, Cristina
Puccinelli, […]
Una coppia come tante altre, dalla vita
apparentemente normale che si svolge in una città, Roma, una Roma esotica,
diversa, periferica, sconosciuta, lontana dai luoghi classici noti e
frequentati. Non c’è il Colosseo, non c’è Piazza Navona, non c’è la Fontana di
Trevi, non c’è la Cupola né si intravede. Al loro posto ci sono, pilastri, travi
e architravi cementizi attraverso cui si intravedono sprazzi di cielo solcato
da aerei, o si scorge un susseguirsi di palazzi senz’anima, in mezzo ai quali
si intravedono gasometri scheletriti a testimoniare il degrado sociale che
testimonia il conseguente abbandono sentimentale. Strade popolate da auto senza pedoni che
manifestano una Roma di periferia senza storia, e quindi, senza anima.
In questo ambiente, il regista Leonardo Frosina
colloca magistralmente il film L’ultima
foglia, sua opera prima, il cui titolo richiama l’autunno e il sentore di
malinconia che questo avvolge. “L’ultima
foglia - dice il regista -, nasce
dalla esigenza di raccontare una sorta di indolenza sentimentale che sempre più
spesso si verifica nei rapporti. Vari fattori condizionano le coppie di oggi,
primo fra tutti la precarietà del lavoro e di conseguenza l’instabilità
economica …”. A ciò si aggiunge la lontananza forzata dei protagonisti dai loro
luoghi di origine, dagli affetti e dai ricordi infantili e della gioventù che essi
conservano indelebili nel loro animo. Lei, Rossana (Giorgia Cardaci) è una
musicista di violino in cerca di lavoro. Lui, Zeno (Fabrizio Ferracane) è,
invece, un metronotte dipendente di una società diretta da un capo dispotico e
arrogante (Ninni Bruschetta), che legge “O capitano, mio capitano” di Walt
Whitman, ma che dimostra di non avere alcuna umanità nei confronti dei propri
dipendenti. A poco a poco, mentre la pellicola scorre, lo spettatore avverte,
dallo scorrere del tempo relativistico (per Rossana il tempo scorre lentamente, causa il suo non far niente forzato, mentre per Zeno, invece, il tempo passa
velocemente), dagli sguardi, dalle espressioni che vogliono dire ciò che è
indicibile o che è difficile a dirsi, dallo smarrimento espresso dagli occhi, dalle
paure recondite, dai lunghi silenzi esasperati, dai comportamenti strani, dai
dialoghi monosillabici, un incipiente crisi del rapporto coniugale, ma senza
ancora averne la certezza. Perché Rossana e Zeno, talvolta, si cercano, fanno
sesso, dimostrano di averne tanta voglia, i loro corpi si toccano, si spremono,
si avviticchiano, si sfogano. E per questo ci si chiede se Rossana e Zeno ancora si amano
o il loro è soltanto sfogo sessuale o abbandono dettato da istinto ipocrita.
Nel loro rapporto c’è, infatti, una stasi sentimentale, un travaglio interiore,
che si coglie dalle variazioni di comportamento repentino, tant’è che Rossana,
avendo scoperto di essere incinta, stenta di comunicare questo evento al marito,
ma quando glielo manifesta - “… aspetto un figlio, ma tanto non mi senti …” -
coglie in un attimo nella espressione di Zeno, un non sentire, un’indifferenza
istintiva che la fa piangere e allontanarsi da lui di corsa. Rossana soffre la
solitudine e vive in una città che non ama, una città che la “fa sentire
estranea”. Zeno, pur lavorando, anche lui vive in una città, “in cui essere
uomini … non è facile”. Una città, allora, che piuttosto che aggregare,
disgrega, separa ciò che invece dovrebbe tenere unito. Una città che in Rossana
e Zeno crea situazioni diverse tra le quali non c’è intersezione, non esiste un
punto di incontro. E questa diversità porta il rapporto a sgretolarsi
definitivamente, ad annullare i sentimenti dell’uno verso l’altro, creando in
ciascuno di loro un vuoto dentro incolmabile. Un allontanamento che si fa
sempre più greve, catalizzato dalla comparsa, nella vita di Zeno, di una
bellissima bionda rumena, Ela (Kristina Cepraga), una barista, la cui
conoscenza è catalizzata dal suo amico e compagno di lavoro, il brioso ed
estroverso Tom (Alfio Sorbello).
Come finirà quando Zeno scoprirà che Rossana ha
partorito? La nascita del figlio farà ricucire il rapporto sentimentale
interrotto? E il rapporto tra Zeno ed Ela come finirà? Domande a cui soltanto
la visione del film potrà dare una risposta.
Il regista è stato molto bravo nell’aver saputo
distinguere il carattere della donna da quello dell’uomo, a essere stato capace di fare
esprimere agli attori il travaglio interiore che la storia esigeva, e ha saputo
scandire il tempo usando il “time lapse” essenziale per evidenziare la sensazione
relativistica del tempo.
La fotografia ha usato colori cupi per meglio
evidenziare la sofferenza dei personaggi, Rossana e Zeno, immersi nelle loro
beghe sentimentali, e colori pieni di luminosità per risaltare i momenti di
amore passionale tra Ela e Zeno. Il tutto accompagnato da brani musicali efficaci
a coinvolgere emotivamente lo spettatore.
Gli attori hanno mostrato una bravura
eccezionale messa in risalto soprattutto dalla gestualità, dalla espressività
degli atteggiamenti immersi in silenzi molto eloquenti. Bravissima è apparsa,
tra tutti, Giorgia Cardaci a cui è stato assegnato il Premio di migliore
attrice al RIFF 2013 – Rome Independent Film Festival e al Film Spray 2013 –
Festival dei film invisibili a Firenze. In quest’ultimo Festival è stato
assegnato anche il Premio per la migliore fotografia a Sandro Magliano. Il film
ha partecipato anche a Randance Film Festival di Londra, 2013.
venerdì 18 ottobre 2013
Con “Una piccola impresa meridionale” Papaleo lancia un messaggio per risollevare le sorti del paese Italia.
Titolo: Una piccola impresa meridionale
Regia: Rocco Papaleo
Sceneggiatura: Walter Lupo, Rocco Papaleo
Musica: Rita Marcotulli
Produzione: Italia, 2012
Cast: Rocco Papaleo, Riccardo Scamarcio, Borbora
Bovulova, Sarah Felberbaum, Claudia Potenza, Giovanni Esposito, Giampiero
Schiano, Mela Esposito, Giuliana Lojodice, Giorgio Colangeli, […]
I temi del film sono molto attuali e il suo
impianto è coerente, esente da contraddizioni e senza sbavature. Il soggetto riguarda
lo status quo del paese Italia, con l’immobilismo imperante, la mancanza di
lavoro, il sostentamento dei figli disoccupati grazie alla pensione dei
genitori, la mancanza di iniziativa e di cooperazione, l’ipocrisia, il
condizionamento sociale, i pregiudizi della gente, l’ottusità della religione
che piuttosto che unire lacera i rapporti sociali, le leggi aride, senza anima, che
non tengono conto dei rapporti affettivi interpersonali, l’abbandono degli
edifici ormai fatiscenti, come quello del faro spento che si erge maestoso su
una costa incantevole e che permette una visione panoramica del mare da favola.
Sono quegli stessi edifici che, sparsi un po’ ovunque lungo tutta la penisola,
portano su di essi i segni indelebili di fatiche e di lotte che gli abitanti hanno
affrontato per la conquista di ciò che oggi gradualmente si sta perdendo, la
libertà dal bisogno. Situazioni e comportamenti attualissimi che oggi si vivono
quotidianamente. Il film, tuttavia, trasmette un messaggio di speranza, o
meglio dà una ricetta, un input in definitiva, di come si possano risollevare
le sorti del paese Italia. La cooperazione e l’impegno di tutti i cittadini
basati sul rispetto reciproco, sull’amore e sull’accettazione di comportamenti
contrari agli stereotipi imperanti e condizionanti, con la istituzione di un’impresa,
una piccola srls (e da qui il titolo
del film), con la quale risollevare le sorti dell’Italia e quindi di tutti.
Impresa che nel film si impegna a restaurare il vecchio faro abbandonato e a
ridargli il suo vecchio splendore che può essere gustato dal mare stando su una
barca.
Le meravigliose musiche di Rita Marcotulli, che
bene si innestano nel film con il susseguirsi dei vari quadri, accompagnano con
diletto lo spettatore per tutta la visione del film, i cui protagonisti
(interpretati da bravi attori come Rocco Papaleo, Riccardo Scamarcio, Borbora
Bovulova, Giuliana Lojodice, Giorgio Colangeli) però non riescono a possedere e
quindi a trasmettere l’”anima”, il pathos che il ruolo datogli esigeva. Per
questo il film, pur valido nei contenuti, nel complesso delude un po’.
sabato 5 ottobre 2013
“Anni felici” descrive una storia d’amore in un’atmosfera di incipiente trasgressione sociale
Titolo: Anni felici
Regia: Daniele Luchetti
Sceneggiatura: Sandro Petraglia, Stefano Rulli,
Daniele Luchetti, Caterina Venturini
Produzione: Italia, Francia, 2013
Cast: Kim Rosi Stuart, Micaela Ramazzotti, Martina
Gedeck, Samuel Garofalo, Niccolò Calvagna, Benedetta Bucellato, Pia Engleberth,
[…]
Era il 1974, anno in cui ci fu il
referendum sul divorzio che sancì, contrariamente alla posizione ecclesiastica intransigente
e bigotta, il superamento dell’ipocrisia coniugale dando ai coniugi la facoltà
di sciogliere
definitivamente il matrimonio, dando un colpo netto al “divorzio all’italiana”.
Quell’anno, dunque, segnò il primo passo verso la trasgressione sessuale
manifesta, verso la dichiarazione aperta di omosessualità, verso il femminismo
e verso la liberazione dal conformismo, quando ancora l’Italia si trovava nel
mezzo di un contesto sociale molto difficile e triste a causa del terrorismo dilagante,
iniziato qualche anno prima con la strage di Piazza Fontana, alla Banca
Nazionale dell’Agricoltura, a Milano. Il regista Daniele Luchetti dirige questa
pellicola “Anni felici”, che non risente affatto di quell’atmosfera terrificante, raccontando una storia dai tratti autobiografici,
una storia d’amore difficile ambientata proprio nell’anno dal quale la
società si avvia alla conquista dell’autenticità espressiva e della libertà che
fino ad allora era stata repressa, quella dell’amore. Il fulcro di questo film appare
la trasgressione nei suoi diversi connotati, quello artistico mostrato da Guido
(Kim Rossi Stuart), artista d’avanguardia oltre che docente all’Accademia delle
Belle Arti che cerca di sfondare nel campo dell’arte, quella extraconiugale della
moglie Serena (Micaela Ramazzotti) che, inizialmente aggrappata all’amore
coniugale, scopre gradualmente e per caso sia il femminismo che l’omosessualità
vivendola come un fatto naturale.
Luchetti, che è stato autore di film importanti e di
grande successo come “Il portaborse” con Silvio
Orlando (1991), “La scuola” (1995) ancora con Silvio Orlando, “Mio fratello è
figlio unico” con Riccardo Scamarcio e Elio Germano (2007) dal romanzo di
Pennacchi “Il fascio comunista” ambientato a Latina, “La nostra vita” (2010)
con Elio Germano, e che ha sempre saputo attrarre il pubblico con le sue storie
ordinarie e realistiche, con questo film non riesce ad essere convincente
perché non costruisce quel pathos caratteristico che fa immedesimare lo
spettatore alle sue storie, né tanto meno lo sono gli attori principali Kim Rossi Sturt e Micaela Ramazzotti.
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mercoledì 18 settembre 2013
“Il mondo di Arthur Newman”mostra come non si può evadere dalla gabbia degli affetti
Titolo: Il mondo di Arthur Newman
Titolo originale: Arthur Newman
Regia: Dante Ariola
Sceneggiatura: Becky Johnston
Produzione: USA 2012
Cast: Colin
Firth, Emily Blunt, Anna Heche, Sterling Beaumon, Kristin Lehman, Phillip Troy
Linger, […]
Un uomo, Wallace Avery (Colin Firth), abbandonato dalla
moglie (Kristin Lehman), convivente con una donna (Anna Heche) che non ama e dalla
quale è amato, padre di un tredicenne Grant (Sterling Beaumon) che lo odia e
che non lo vuol vedere, fa un lavoro che non lo appassiona ma ama il golf.
Wallace vuole fuggire da quel mondo che lo opprime e dal quale vuole scomparire
per sempre. In definitiva vuole far morire Wallace e far nascere Arthur. Cambia vita e anche identità, dunque, facendosi
credere morto. Abbandona, per questo suo scopo, un po’ dei suoi effetti
personali in una spiaggia deserta dell’Oceano Atlantico. Assume, quindi, il
nome di Arthur Newman e, per caso, incontra una ragazza dai mille problemi
esistenziali e psichici, Mike (Emily Blunt) con la quale intraprende un
rapporto amoroso intenso. Al pari di Wallace/Arthur, anche Mike vuole cambiare
vita e identità. Vuole fuggire dai ricordi di una madre pazza, ormai morta, e
da una sorella gemella ricoverata in una casa di cura per malati mentali. Soprattutto
vuole fuggire da se stessa. In tutto il tempo che stanno insieme, Arthur e Mike
si spostano da un motel ad un altro, facendo anche delle incursioni presso case
private in assenza dei loro proprietari, dove manifestano tutta l’aria di
libertà ritrovata in amplessi condivisi e sinceri. Ad un certo punto, si
accorgono che gli manca qualcosa, gli manca il passato, gli mancano gli
affetti, gli manca la loro stessa vita. E questa mancanza li spinge a ritrovare
se stessi. Possono riacquistare ciò che
gli mancava?
“Il mondo di Arthur Newman” è un film che, solo
nella sua parte iniziale, fa ricordare “Il fu Mattia Pascal” di Luigi
Pirandello per una certa somiglianza tra la dicotomia Wallace/ Newman e quella
Pascal/Meis, che però nel procedere del film sfuma rapidamente. Wallace si trova
ingabbiato dalla sua stessa vita e vuole essere Arthur così come Pascal vuole
essere Meis. Wallace fugge dalla realtà verso il sogno rappresentato da Arthur
come Pascal che vola verso Meis. Ne “Il fu Mattia Pascal”, Meis sta a Pascal
come l’essere sta all’apparire, ne ”Il mondo di Arthur Newman” Wallace sta ad
Athur come la vacuità esistenziale sta all’essere.
Da un avvio del film che sembra promettere,
soprattutto per la presenza di un bravo attore come Colin Firth (Premio Oscar 2011 per “Il discorso del
re” di Tom Hooper) e per la presenza della bellissima Emily Blunt (che dà
luminosità al film per la sua esuberante bellezza), ci si accorge che la
sceneggiatura mostra sofferenza e appare incerta e anche vaga in molti tratti
del film.
mercoledì 11 settembre 2013
“L’intrepido” è la favola di un uomo che lotta contro la violenza dei nostri tempi
Titolo:L’intrepido
Regia:
Gianni Amelio
Sceneggiatura:
Gianni Amelio, Davide Lantieri
Produzione:Italia,
2013
Cast:
Antonio Albanese, Alfonso Santagata, Livia Rossi, Sandra Ceccarelli, Gabriele
Rendina,[…]
Dal
vocabolario Treccani "intrepido" (etimologicamente proviene da latino
in-trepidus, non timido), che fa
ricordare quel bellissimo e istruttivo settimanale di fumetti (Liberty Kid,
Bufalo Bill, Roland Eagle, Il Cavaliere ideale, Il principe del sogno, Arturo e
Zoe, ecc.) comparso nelle edicole a metà
degli anni ’50, è colui “che non trema di paura, che
mostra saldezza di cuore e fermezza d’animo soprattutto nel compiere atti di
valore, nell’affrontare un pericolo, nell’iniziare e proseguire in un’azione
anche rischiosa ritenuta un dovere (detto perciò in genere di chi dimostra un
coraggio attivo …” e questo è il carattere che dimostra Antonio Pane (Antonio
Albanese) il protagonista del film “L’intrepido” di Gianni Amelio. Il film,
presentato alla 70^ Mostra del Cinema di Venezia, molto apprezzato dalla stampa
presente tant’è che ha avuto 11 minuti di applausi, è una favola ambientata nel
nostro tempo, a Milano. Esso descrive le vicissitudini un eroe, ovvero di un
uomo comune che dà prova di grande valore e coraggio compiendo azioni
straordinarie dal punto di vista umano e che dà prova di grande generosità e di
spirito di sacrificio. Un uomo che si distacca, appunto per ciò, dagli
stereotipi ricorrenti e che trasmette quei sentimenti profondi che oggi gli
individui stanno perdendo o hanno perso del tutto. Un uomo solo, in definitiva.
Un uomo che lotta con i suoi modi contro la violenza, contro la sopraffazione,
contro gli affari loschi, che sopporta senza dramma il suo status di precario, che
ama il lavoro anche quello non
retribuito, che non si lascia distogliere dal timore, che manifesta una
ricchezza interiore di umanità che oggi è diventata desueta nelle maggior parte
persone, e che mostra un attaccamento a quei valori essenziali umani su cui si
basa il vivere comune. Antonio Pane, 48 anni, divorziato dalla moglie (Sandra
Ceccarelli) vive solo, ha un figlio (Gabriele Rendina) che studia al
Conservatorio e suona il sax, ed è sfruttato da un camorrista (Alfonso
Santagata) che si prende una parte degli emolumenti dei lavori giornalieri o
anche orari, di tutti i tipi e di tutte le taglie, che gli procura. Antonio cerca
di uscire da questo stato di precariato partecipando inutilmente ad un concorso
dove, per caso, conosce una donna (Livia Rossi), una giovane senza lavoro con
la quale fa amicizia. La donna risulta disadattata, disorientata, senza punti
di riferimento nella società in cui vive, la quale non le dà nessuna speranza
di crescita individuale e che ha represso i suoi sogni, base essenziale per
vivere e per dare un senso alla vita. Senza sogni non c’è amore, senza sogni
non c’è vita. Il film viene condotto con una vena pessimistica, e anche tragica,
che porta lo spettatore a riflettere sullo status quo e per il quale costituisce
una finestra che si affaccia sulla società attuale mettendone in risalto tutte
le sue problematiche sociali ed economiche, ma che trasmette, al tempo stesso,
il modo, secondo il regista, di risollevare le sorti degli individui e di dare loro
la capacità di ritornare a sognare .
Gianni Amelio,
calabrese sessantottenne, è un regista che ha sempre fotografato con profondità
e con perspicace acume la condizione umana nella sua amara realtà. Esordisce
con “Colpire al cuore” (1983) sul terrorismo, ritorna con “I ragazzi di via
Panisperna” (1988) sugli scienziati che, con le loro divergenze, hanno dato
impulso alla fisica moderna. Nel 1991 mette in campo “Porte aperte” che si
aggiudicò la nomination all’Oscar 1991 con un grande Gian Maria Volontè e,
l’anno seguente, “Ladro di bambini” (1992). Nel 1994 ritorna con “Lamerica” che
descrive, come un cronista integerrimo, le vicende del popolo albanese
abbagliato dal miraggio italiano. Vince, poi, il Leone d’oro alla Mostra del cinema di Venezia
1998 con “Così ridevano” sull’emigrazione meridionale al nord. Il suo penultimo
film è “Il primo uomo” (2012) premiato dalla critica internazionale al Festival
del Cinema di Toronto. Ora Amelio ha realizzato “L’intrepido”, presentato al
70° Festival di Venezia. La sceneggiatura ruota attorno al grande Antonio Albanese che, con la sua
bravura, regge magnificamente ed esalta con perspicacia il film per tutta la sua
durata.
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sabato 7 settembre 2013
In “Gorbaciof" sacro e profano si mescolano in un labirinto molto aggrovigliato
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Titolo:
Gorbaciof
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Regia: Stefano Incerti
Produzione: Italia, 2010
Cast: Toni Servillo, Hal Yamanouchi, Yang Mi, Geppy
Geijeses, Gaetano Bruno […]
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Ieri sera su Rai3 (6.9.13) è stato trasmesso trasmesso, in prima serata,
il film di Stefano Incerti, un’opera inconsueta nel suo genere sia per la
sceneggiatura che per il contenuto. Il titolo che fa ricordare l’ultimo
presidente sovietico, “Gorbaciof” (2010), è il soprannome del personaggio
principale del film, Pacileo. Soprannome dovuto al fatto che questi porta sulla
fronte una macchia, l’unica sola cosa che lo accomuna con l’illustre
personaggio politico. In questo film (presentato al 66° Festival di Venezia
nella sezione Fuori Concorso), Incerti con il suo stile originale e
inconfondibile, che non trascura neppure i minimi particolari, ricostruisce una storia nell’unica vera grande metropoli,
Napoli, che è una metafora italiana, dove il sacro si mescola con il profano,
dove il malaffare si insinua tra le forze dell’ordine e nei palazzi di
giustizia, dove le regole vengono infrante facilmente, dove la violazione di queste regole è come un
cancro che a poco a poco pervade e
infetta tutto e tutti, dove si uccide per distrazione o per superficialità o
per brio. Un film, questo di Incerti, dove i dialoghi sono affidati di più ai
gesti e alla mimica dei personaggi, ma soprattutto alla mimica di Gorbaciof (Toni
Servillo). Questi è il ragioniere del
carcere di Poggioreale di Napoli, che indossa sempre lo stesso abito e la
stessa camicia color rosso ruggine, un personaggio caratteristico che impersona
un individuo isolato, che può sembrare bizzarro e sguaiato (e in effetti lo
è), un uomo dai modi abitudinari e
violenti, abitudinariamente con la stessa espressione, che parla poco o meglio che
non parla (la prima parola che pronuncia dopo circa mezzora dall’inizio del
film, stranamente è “parola” pronunciata giocando al poker), che ricorre all’illecito
– sottraendo i soldi ai carcerati - per poter giocare al poker e indebitarsi. Gorbaciof è un personaggio, dunque, negativo, come tutti
gli altri che ruotano attorno a lui, ma che viene nobilitato da Incerti nel
momento in cui si innamora di una bellissima donna cinese Lila (Yang Mi), dal
volto candido e angelico, l’unico personaggio positivo che esprime nei suoi
modi quel sentimento puro e sublime che è l’amore. Amore che, però, non troverà
sfogo, quello sfogo promesso e che viene presentato come l’unico spiraglio di
salvezza.
Stefano Incerti diventa regista con il suo primo
film “Il verificatore” (1995), per il quale gli venne aggiudicato il David di
Donatello come migliore regista esordiente. Una premessa che ha dato i suoi
buoni frutti.
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