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sabato 26 ottobre 2013

Il sogno di Peppino non è ancora tramontato

"Aut. Il sogno di Peppino. Attualizzare Impastato"  
Sceneggiatura: Giulio Bufo
Cast: Giulio Bufo, Federico Ancona

Questo è il titolo di uno spettacolo eccezionale, straordinario, ben costruito, interessante per il tema trattato da “far accapponare la pelle”, che ieri sera è stato presentato al circolo Hemingway di Latina dal suo autore Giulio Bufo, anche interprete indiscusso della figura di Peppino Impastato, il giovane siciliano che si è sacrificato (fu assassinato il 9 maggio 1978 per una strana coincidenza con il giorno dell’uccisione di Aldo Moro) per aver creduto in un sogno, quello di combattere la mafia e sconfiggerla con l’arma delle parole e della forza dell’onestà intellettuale.
Lo spettacolo inizia sentendo dei passi pesanti che si avvicinano al palco e che richiamano alla mente dello spettatore “I cento passi” (2000), il famoso film di Marco Tullio Giordana, dove la frase prepotentemente pronunciata da Peppino (Luigi Lo Cascio) introduce chiaramente l’ambiente familiare e ambientale in cui è nato e vissuto  il giovane “Mio padre, la mia famiglia, il mio paese! Io voglio fottermene! Io voglio scrivere che la mafia è una montagna di merda! Io voglio urlare che mio padre è un leccaculo! Noi ci dobbiamo ribellare. Prima che sia troppo tardi! Prima di abituarci alle loro facce! Prima di non accorgerci più di niente!” . Quell’ambiente, la Sicilia, regione ricca di odori, sapori e colori, tra i quali il rosso, colore del sangue e della passione e dell’amore e della fierezza, colore diffusissimo che predomina su tutti gli altri in quanto si presenta in vario modo. È il colore dell’arancia frutto succoso e prelibato, è il colore del fuoco dell’Etna che sfavilla dalla sua bocca e che scorre lentamente esprimendo la passione insita nel carattere del suo popolo, e poi è anche il colore della mafia, quel colore rosso di fiumi di sangue che scorrono nella coscienza di chi non fa niente per evitarli, sin dai tempi della strage della Portella della ginestra, a Piana degli Albanesi, avvenuta durante la festa del lavoro il primo maggio del 1947 nella nascente Repubblica italiana.
I passi con cui l’attore si approssima sulla scena sono accompagnati dalla canzone (di Ombretta Colli)  “Facciamo finta che … tutto va ben/ tutto va ben/facciamo finta che tutto va ben  ...” che fa risaltare l’indifferenza della gente comune verso il problema mafioso in cui è immersa e che respira ogni giorno, e da cui emerge il pensiero unico “… che il povero sia in fondo un gran signore/ che il servo stia assai meglio del padrone/ che le persone anziane stian benone/ che i giovani abbian sempre... un'occasione …”.
 L’autore/attore manifesta, in questo spettacolo una bravura eccezionale avendo saputo mettere in evidenza l'energia, la voglia di costruire, la fantasia, il dolore e il coraggio, in definitiva la voce di Peppino che  ha disobbedito con i suoi modi di essere e di pensare al potere costituito, sia partitico sia religioso, colluso e che ha osato credere in un ideale fortemente insito nella coscienza umana che è quello di combattere lo strapotere, l’arroganza, la violenza, e sfidare un mondo squallido, disumano, privo di valori, la “mafiopoli” che si nutre di chi trae la linfa vitale (benefici, favori, proventi, raccomandazioni, ecc.) da essa medesima, con l'illusione di cambiarlo. Giulio Bufo fa emergere, durante lo spettacolo, il crudele conflitto di Peppino con il padre, mafioso pure lui, evidenziando come la mafia entrando subdolamente dentro l’anima di un individuo la possa trasformare, stravolgere, facendole assumere una maschera di vergogna, di disonestà e di meschinità indelebile. Al tempo stesso, fa risaltare il senso di disonore che Peppino vive e soffre e che cerca di lottare con tutte le sue forze sino alla morte. Uno spettacolo che ogni cittadino italiano dovrebbe vedere sia per non dimenticare la storia recente sia per valutare attentamente tutto ciò che avviene quotidianamente a livello politico ed economico sotto i suoi occhi.


<<Dopo l'esordio di questo spettacolo "Aut (n.d.r. la radio di peppino). Il Sogno di Peppino. Attualizzare Impastato", nel dicembre 2011, alla presenza di Giovanni Impastato, il fratello di Peppino, dopo essere stato rappresentato il 10 maggio 2013 a Cinisi, all'interno dei Casa Badalamenti/Casa 9 Maggio, avendo come pubblico i compagni storici di Peppino come Salvo Vitale e Faro Di Maggio, dopo essere stato rappresentato in diverse situazioni da centri sociali occupati a scuole e di fronte ai parenti delle vittime di mafia pugliesi, per "Aut" con il tour "Peppino In Movimento" giunge il momento di andare verso il Nord Italia, coprendo tappe fondamentali di un percorso di teatro e militanza scopo primo dell'autore Giulio Bufo.

"Aut-Il sogno di Peppino" è uno spettacolo che riscopre il Peppino Impastato rivoluzionario. Cogliendo il collegamento della mafia con il sistema capitalistico, riscopre lo spirito politico della vita militante di Peppino, rendendo lo spettacolo stesso intrinsecamente militante. "Quella vita, fatta di ribellione, di denuncia, di lotta e di coraggio ritorna sulla scena quasi in punta di piedi, in disordine, con la freschezza di un giovane sognatore la cui vita sarà causa della sua morte".
L'attore in scena canta con l'accompagnamento del flauto di Federico Ancona: "Facciamo finta che tutto va bene!". Perché troppo spesso è questo l'atteggiamento di molti di fronte ai delitti e alle nefandezze della mafia e del sistema politico corrotto.
Ed è questo ciò che Peppino ha combattuto per tutta la sua vita e Giulio Bufo, attraverso l'arte della parola, la gestualità e la sua singolare capacità vocale, cerca di fare lo stesso in teatro oggi. Lo spettacolo ha la capacità di sollecitare domande, riflessioni, e di portare una maggiore consapevolezza negli occhi degli spettatori.
Il grido del personaggio è rivolto alle coscienze, su di esse vuole suscitare una presa di posizione e l'assunzione di una speranza che possa dare corpo ad un'utopia per le nuove generazioni." (da Teatro.org). Le lotte sociali di Peppino, la sua partecipazione a fianco delle occupazioni dei contadini contro la costruzione della terza pista dell'aeroporto di Punta Raisi, richiamano le lotte dei No Tav e quelle del No Mous. 
Lo spettacolo, allora, trae il proprio significato politico dalla riflessione di Impastato, attualizzandola alle lotte del presente ed avvicinandolo alla gente che continua a portare avanti certe battaglie. Quelle per i diritti di cittadinanza, della libera circolazione, per la tutela del territorio, per la creazione di spazi sociali occupati e liberati dal mercato, per il diritto ad un esistenza dignitosa, per le lotte dei beni comuni e della collettivizzazione di essi.>>

sabato 19 ottobre 2013

Le cause della crisi di una coppia vengono radiografate nel “L’ultima foglia” di Leonardo Frosina

Titolo: L’ultima foglia
Regia: Leonardo Frosina
Soggetto e sceneggiatura: Leonardo Frosina
Produzione: Italia, 2013-10-18
Prodotto da: Josei (Barbara Bruni, Manila Mazzarini, Silvia Ricciardi)

Cast: Fabrizio Ferracane, Giorgia Cardaci, Kristina Cepraga, Alfio Sorbello, Ninni Bruschetta, Andra Bolea, Cristina Puccinelli, […]
Una coppia come tante altre, dalla vita apparentemente normale che si svolge in una città, Roma, una Roma esotica, diversa, periferica, sconosciuta, lontana dai luoghi classici noti e frequentati. Non c’è il Colosseo, non c’è Piazza Navona, non c’è la Fontana di Trevi, non c’è la Cupola né si intravede. Al loro posto ci sono, pilastri, travi e architravi cementizi attraverso cui si intravedono sprazzi di cielo solcato da aerei, o si scorge un susseguirsi di palazzi senz’anima, in mezzo ai quali si intravedono gasometri scheletriti a testimoniare il degrado sociale che testimonia il conseguente abbandono sentimentale. Strade popolate da auto senza pedoni che manifestano una Roma di periferia senza storia, e quindi, senza anima.
In questo ambiente, il regista Leonardo Frosina colloca magistralmente il film L’ultima foglia, sua opera prima, il cui titolo richiama l’autunno e il sentore di malinconia che questo avvolge. “L’ultima foglia - dice il regista -,  nasce dalla esigenza di raccontare una sorta di indolenza sentimentale che sempre più spesso si verifica nei rapporti. Vari fattori condizionano le coppie di oggi, primo fra tutti la precarietà del lavoro e di conseguenza l’instabilità economica …”. A ciò si aggiunge la lontananza forzata dei protagonisti dai loro luoghi di origine, dagli affetti e dai ricordi infantili e della gioventù che essi conservano indelebili nel loro animo. Lei, Rossana (Giorgia Cardaci) è una musicista di violino in cerca di lavoro. Lui, Zeno (Fabrizio Ferracane) è, invece, un metronotte dipendente di una società diretta da un capo dispotico e arrogante (Ninni Bruschetta), che legge “O capitano, mio capitano” di Walt Whitman, ma che dimostra di non avere alcuna umanità nei confronti dei propri dipendenti. A poco a poco, mentre la pellicola scorre, lo spettatore avverte, dallo scorrere del tempo relativistico (per Rossana il tempo scorre lentamente, causa il suo non far niente forzato, mentre per Zeno, invece, il tempo passa velocemente), dagli sguardi, dalle espressioni che vogliono dire ciò che è indicibile o che è difficile a dirsi, dallo smarrimento espresso dagli occhi, dalle paure recondite, dai lunghi silenzi esasperati, dai comportamenti strani, dai dialoghi monosillabici, un incipiente crisi del rapporto coniugale, ma senza ancora averne la certezza. Perché Rossana e Zeno, talvolta, si cercano, fanno sesso, dimostrano di averne tanta voglia, i loro corpi si toccano, si spremono, si avviticchiano, si sfogano. E per questo ci si chiede se Rossana e Zeno ancora si amano o il loro è soltanto sfogo sessuale o abbandono dettato da istinto ipocrita. Nel loro rapporto c’è, infatti, una stasi sentimentale, un travaglio interiore, che si coglie dalle variazioni di comportamento repentino, tant’è che Rossana, avendo scoperto di essere incinta, stenta di comunicare questo evento al marito, ma quando glielo manifesta - “… aspetto un figlio, ma tanto non mi senti …” - coglie in un attimo nella espressione di Zeno, un non sentire, un’indifferenza istintiva che la fa piangere e allontanarsi da lui di corsa. Rossana soffre la solitudine e vive in una città che non ama, una città che la “fa sentire estranea”. Zeno, pur lavorando, anche lui vive in una città, “in cui essere uomini … non è facile”. Una città, allora, che piuttosto che aggregare, disgrega, separa ciò che invece dovrebbe tenere unito. Una città che in Rossana e Zeno crea situazioni diverse tra le quali non c’è intersezione, non esiste un punto di incontro. E questa diversità porta il rapporto a sgretolarsi definitivamente, ad annullare i sentimenti dell’uno verso l’altro, creando in ciascuno di loro un vuoto dentro incolmabile. Un allontanamento che si fa sempre più greve, catalizzato dalla comparsa, nella vita di Zeno, di una bellissima bionda rumena, Ela (Kristina Cepraga), una barista, la cui conoscenza è catalizzata dal suo amico e compagno di lavoro, il brioso ed estroverso Tom (Alfio Sorbello).
Come finirà quando Zeno scoprirà che Rossana ha partorito? La nascita del figlio farà ricucire il rapporto sentimentale interrotto? E il rapporto tra Zeno ed Ela come finirà? Domande a cui soltanto la visione del film potrà dare una risposta.

Il regista è stato molto bravo nell’aver saputo distinguere il carattere della donna da quello dell’uomo, a essere stato capace di fare esprimere agli attori il travaglio interiore che la storia esigeva, e ha saputo scandire il tempo usando il “time lapse” essenziale per evidenziare la sensazione relativistica del tempo.
La fotografia ha usato colori cupi per meglio evidenziare la sofferenza dei personaggi, Rossana e Zeno, immersi nelle loro beghe sentimentali, e colori pieni di luminosità per risaltare i momenti di amore passionale tra Ela e Zeno. Il tutto accompagnato da brani musicali efficaci a coinvolgere emotivamente lo spettatore.
Gli attori hanno mostrato una bravura eccezionale messa in risalto soprattutto dalla gestualità, dalla espressività degli atteggiamenti immersi in silenzi molto eloquenti. Bravissima è apparsa, tra tutti, Giorgia Cardaci a cui è stato assegnato il Premio di migliore attrice al RIFF 2013 – Rome Independent Film Festival e al Film Spray 2013 – Festival dei film invisibili a Firenze. In quest’ultimo Festival è stato assegnato anche il Premio per la migliore fotografia a Sandro Magliano. Il film ha partecipato anche a Randance Film Festival di Londra, 2013.

venerdì 18 ottobre 2013

Con “Una piccola impresa meridionale” Papaleo lancia un messaggio per risollevare le sorti del paese Italia.

Titolo: Una piccola impresa meridionale
Regia: Rocco Papaleo
Sceneggiatura: Walter Lupo, Rocco Papaleo
Musica: Rita Marcotulli
Produzione: Italia, 2012

Cast: Rocco Papaleo, Riccardo Scamarcio, Borbora Bovulova, Sarah Felberbaum, Claudia Potenza, Giovanni Esposito, Giampiero Schiano, Mela Esposito, Giuliana Lojodice, Giorgio Colangeli, […]
I temi del film sono molto attuali e il suo impianto è coerente, esente da contraddizioni e senza sbavature. Il soggetto riguarda lo status quo del paese Italia, con l’immobilismo imperante, la mancanza di lavoro, il sostentamento dei figli disoccupati grazie alla pensione dei genitori, la mancanza di iniziativa e di cooperazione, l’ipocrisia, il condizionamento sociale, i pregiudizi della gente, l’ottusità della religione che piuttosto che unire lacera i rapporti sociali, le leggi aride, senza anima, che non tengono conto dei rapporti affettivi interpersonali, l’abbandono degli edifici ormai fatiscenti, come quello del faro spento che si erge maestoso su una costa incantevole e che permette una visione panoramica del mare da favola. Sono quegli stessi edifici che, sparsi un po’ ovunque lungo tutta la penisola, portano su di essi i segni indelebili di fatiche e di lotte che gli abitanti hanno affrontato per la conquista di ciò che oggi gradualmente si sta perdendo, la libertà dal bisogno. Situazioni e comportamenti attualissimi che oggi si vivono quotidianamente. Il film, tuttavia, trasmette un messaggio di speranza, o meglio dà una ricetta, un input in definitiva, di come si possano risollevare le sorti del paese Italia. La cooperazione e l’impegno di tutti i cittadini basati sul rispetto reciproco, sull’amore e sull’accettazione di comportamenti contrari agli stereotipi imperanti e condizionanti, con la istituzione di un’impresa, una piccola srls (e da qui il titolo del film), con la quale risollevare le sorti dell’Italia e quindi di tutti. Impresa che nel film si impegna a restaurare il vecchio faro abbandonato e a ridargli il suo vecchio splendore che può essere gustato dal mare stando su una barca.
Le meravigliose musiche di Rita Marcotulli, che bene si innestano nel film con il susseguirsi dei vari quadri, accompagnano con diletto lo spettatore per tutta la visione del film, i cui protagonisti (interpretati da bravi attori come Rocco Papaleo, Riccardo Scamarcio, Borbora Bovulova, Giuliana Lojodice, Giorgio Colangeli) però non riescono a possedere e quindi a trasmettere l’”anima”, il pathos che il ruolo datogli esigeva. Per questo il film, pur valido nei contenuti, nel complesso delude un po’.

sabato 5 ottobre 2013

“Anni felici” descrive una storia d’amore in un’atmosfera di incipiente trasgressione sociale

Titolo: Anni felici
Regia: Daniele Luchetti
Sceneggiatura: Sandro Petraglia, Stefano Rulli, Daniele Luchetti, Caterina Venturini
Produzione: Italia, Francia, 2013

Cast: Kim Rosi Stuart, Micaela Ramazzotti, Martina Gedeck, Samuel Garofalo, Niccolò Calvagna, Benedetta Bucellato, Pia Engleberth, […]

Era il 1974, anno in cui ci fu il referendum sul divorzio che sancì, contrariamente alla posizione ecclesiastica intransigente e bigotta, il superamento dell’ipocrisia coniugale dando ai coniugi la facoltà di sciogliere definitivamente il matrimonio, dando un colpo netto al “divorzio all’italiana”. Quell’anno, dunque, segnò il primo passo verso la trasgressione sessuale manifesta, verso la dichiarazione aperta di omosessualità, verso il femminismo e verso la liberazione dal conformismo, quando ancora l’Italia si trovava nel mezzo di un contesto sociale molto difficile e triste a causa del terrorismo dilagante, iniziato qualche anno prima con la strage di Piazza Fontana, alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, a Milano. Il regista Daniele Luchetti dirige questa pellicola “Anni felici”, che non risente affatto di quell’atmosfera terrificante, raccontando una storia dai tratti autobiografici, una storia d’amore difficile ambientata proprio nell’anno dal quale la società si avvia alla conquista dell’autenticità espressiva e della libertà che fino ad allora era stata repressa, quella dell’amore. Il fulcro di questo film appare la trasgressione nei suoi diversi connotati, quello artistico mostrato da Guido (Kim Rossi Stuart), artista d’avanguardia oltre che docente all’Accademia delle Belle Arti che cerca di sfondare nel campo dell’arte, quella extraconiugale della moglie Serena (Micaela Ramazzotti) che, inizialmente aggrappata all’amore coniugale, scopre gradualmente e per caso sia il femminismo che l’omosessualità vivendola come un fatto naturale.
Luchetti, che è stato autore di film importanti e di grande successo come “Il portaborse” con Silvio Orlando (1991), “La scuola” (1995) ancora con Silvio Orlando, “Mio fratello è figlio unico” con Riccardo Scamarcio e Elio Germano (2007) dal romanzo di Pennacchi “Il fascio comunista” ambientato a Latina, “La nostra vita” (2010) con Elio Germano, e che ha sempre saputo attrarre il pubblico con le sue storie ordinarie e realistiche, con questo film non riesce ad essere convincente perché non costruisce quel pathos caratteristico che fa immedesimare lo spettatore alle sue storie, né tanto meno lo sono gli attori principali Kim Rossi Sturt e Micaela Ramazzotti.

mercoledì 18 settembre 2013

“Il mondo di Arthur Newman”mostra come non si può evadere dalla gabbia degli affetti

Titolo: Il mondo di Arthur Newman
Titolo originale: Arthur Newman
Regia: Dante Ariola
Sceneggiatura: Becky Johnston
Produzione: USA 2012

Cast: Colin Firth, Emily Blunt, Anna Heche, Sterling Beaumon, Kristin Lehman, Phillip Troy Linger, […]
Un uomo, Wallace Avery (Colin Firth), abbandonato dalla moglie (Kristin Lehman), convivente con una donna (Anna Heche) che non ama e dalla quale è amato, padre di un tredicenne Grant (Sterling Beaumon) che lo odia e che non lo vuol vedere, fa un lavoro che non lo appassiona ma ama il golf. Wallace vuole fuggire da quel mondo che lo opprime e dal quale vuole scomparire per sempre. In definitiva vuole far morire Wallace e far nascere Arthur.  Cambia vita e anche identità, dunque, facendosi credere morto. Abbandona, per questo suo scopo, un po’ dei suoi effetti personali in una spiaggia deserta dell’Oceano Atlantico. Assume, quindi, il nome di Arthur Newman e, per caso, incontra una ragazza dai mille problemi esistenziali e psichici, Mike (Emily Blunt) con la quale intraprende un rapporto amoroso intenso. Al pari di Wallace/Arthur, anche Mike vuole cambiare vita e identità. Vuole fuggire dai ricordi di una madre pazza, ormai morta, e da una sorella gemella ricoverata in una casa di cura per malati mentali. Soprattutto vuole fuggire da se stessa. In tutto il tempo che stanno insieme, Arthur e Mike si spostano da un motel ad un altro, facendo anche delle incursioni presso case private in assenza dei loro proprietari, dove manifestano tutta l’aria di libertà ritrovata in amplessi condivisi e sinceri. Ad un certo punto, si accorgono che gli manca qualcosa, gli manca il passato, gli mancano gli affetti, gli manca la loro stessa vita. E questa mancanza li spinge a ritrovare se stessi.  Possono riacquistare ciò che gli mancava?
“Il mondo di Arthur Newman” è un film che, solo nella sua parte iniziale, fa ricordare “Il fu Mattia Pascal” di Luigi Pirandello per una certa somiglianza tra la dicotomia Wallace/ Newman e quella Pascal/Meis, che però nel procedere del film sfuma rapidamente. Wallace si trova ingabbiato dalla sua stessa vita e vuole essere Arthur così come Pascal vuole essere Meis. Wallace fugge dalla realtà verso il sogno rappresentato da Arthur come Pascal che vola verso Meis. Ne “Il fu Mattia Pascal”, Meis sta a Pascal come l’essere sta all’apparire, ne ”Il mondo di Arthur Newman” Wallace sta ad Athur come la vacuità esistenziale sta all’essere.
Da un avvio del film che sembra promettere, soprattutto per la presenza di un bravo attore come Colin Firth (Premio Oscar 2011 per  “Il discorso del re” di Tom Hooper) e per la presenza della bellissima Emily Blunt (che dà luminosità al film per la sua esuberante bellezza), ci si accorge che la sceneggiatura mostra sofferenza e appare incerta e anche vaga in molti tratti del film.

mercoledì 11 settembre 2013

“L’intrepido” è la favola di un uomo che lotta contro la violenza dei nostri tempi


Titolo:L’intrepido

Regia: Gianni Amelio

Sceneggiatura: Gianni Amelio, Davide Lantieri

Produzione:Italia, 2013

Cast: Antonio Albanese, Alfonso Santagata, Livia Rossi, Sandra Ceccarelli, Gabriele Rendina,[…]



Dal vocabolario Treccani "intrepido" (etimologicamente proviene da latino in-trepidus, non timido), che fa ricordare quel bellissimo e istruttivo settimanale di fumetti (Liberty Kid, Bufalo Bill, Roland Eagle, Il Cavaliere ideale, Il principe del sogno, Arturo e Zoe, ecc.)  comparso nelle edicole a metà degli anni ’50, è colui “che non trema di paura, che mostra saldezza di cuore e fermezza d’animo soprattutto nel compiere atti di valore, nell’affrontare un pericolo, nell’iniziare e proseguire in un’azione anche rischiosa ritenuta un dovere (detto perciò in genere di chi dimostra un coraggio attivo …” e questo è il carattere che dimostra Antonio Pane (Antonio Albanese) il protagonista del film “L’intrepido” di Gianni Amelio. Il film, presentato alla 70^ Mostra del Cinema di Venezia, molto apprezzato dalla stampa presente tant’è che ha avuto 11 minuti di applausi, è una favola ambientata nel nostro tempo, a Milano. Esso descrive le vicissitudini un eroe, ovvero di un uomo comune che dà prova di grande valore e coraggio compiendo azioni straordinarie dal punto di vista umano e che dà prova di grande generosità e di spirito di sacrificio. Un uomo che si distacca, appunto per ciò, dagli stereotipi ricorrenti e che trasmette quei sentimenti profondi che oggi gli individui stanno perdendo o hanno perso del tutto. Un uomo solo, in definitiva. Un uomo che lotta con i suoi modi contro la violenza, contro la sopraffazione, contro gli affari loschi, che sopporta senza dramma il suo status di precario, che ama il lavoro anche  quello non retribuito, che non si lascia distogliere dal timore, che manifesta una ricchezza interiore di umanità che oggi è diventata desueta nelle maggior parte persone, e che mostra un attaccamento a quei valori essenziali umani su cui si basa il vivere comune. Antonio Pane, 48 anni, divorziato dalla moglie (Sandra Ceccarelli) vive solo, ha un figlio (Gabriele Rendina) che studia al Conservatorio e suona il sax, ed è sfruttato da un camorrista (Alfonso Santagata) che si prende una parte degli emolumenti dei lavori giornalieri o anche orari, di tutti i tipi e di tutte le taglie, che gli procura. Antonio cerca di uscire da questo stato di precariato partecipando inutilmente ad un concorso dove, per caso, conosce una donna (Livia Rossi), una giovane senza lavoro con la quale fa amicizia. La donna risulta disadattata, disorientata, senza punti di riferimento nella società in cui vive, la quale non le dà nessuna speranza di crescita individuale e che ha represso i suoi sogni, base essenziale per vivere e per dare un senso alla vita. Senza sogni non c’è amore, senza sogni non c’è vita. Il film viene condotto con una vena pessimistica, e anche tragica, che porta lo spettatore a riflettere sullo status quo e per il quale costituisce una finestra che si affaccia sulla società attuale mettendone in risalto tutte le sue problematiche sociali ed economiche, ma che trasmette, al tempo stesso, il modo, secondo il regista, di risollevare le sorti degli individui e di dare loro la capacità di ritornare a sognare .
Gianni Amelio, calabrese sessantottenne, è un regista che ha sempre fotografato con profondità e con perspicace acume la condizione umana nella sua amara realtà. Esordisce con “Colpire al cuore” (1983) sul terrorismo, ritorna con “I ragazzi di via Panisperna” (1988) sugli scienziati che, con le loro divergenze, hanno dato impulso alla fisica moderna. Nel 1991 mette in campo “Porte aperte” che si aggiudicò la nomination all’Oscar 1991 con un grande Gian Maria Volontè e, l’anno seguente, “Ladro di bambini” (1992). Nel 1994 ritorna con “Lamerica” che descrive, come un cronista integerrimo, le vicende del popolo albanese abbagliato dal miraggio italiano. Vince, poi, il Leone d’oro alla Mostra del cinema di Venezia 1998 con “Così ridevano” sull’emigrazione meridionale al nord. Il suo penultimo film è “Il primo uomo” (2012) premiato dalla critica internazionale al Festival del Cinema di Toronto. Ora Amelio ha realizzato “L’intrepido”, presentato al 70° Festival di Venezia. La sceneggiatura ruota attorno  al grande Antonio Albanese che, con la sua bravura, regge magnificamente ed esalta con perspicacia il film per tutta la sua durata.


sabato 7 settembre 2013

In “Gorbaciof" sacro e profano si mescolano in un labirinto molto aggrovigliato


Titolo: Gorbaciof
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Regia: Stefano Incerti
Produzione: Italia, 2010
Cast: Toni Servillo, Hal Yamanouchi, Yang Mi, Geppy Geijeses, Gaetano Bruno […]


Ieri sera su Rai3 (6.9.13) è stato trasmesso trasmesso, in prima serata, il film di Stefano Incerti, un’opera inconsueta nel suo genere sia per la sceneggiatura che per il contenuto. Il titolo che fa ricordare l’ultimo presidente sovietico, “Gorbaciof” (2010), è il soprannome del personaggio principale del film, Pacileo. Soprannome dovuto al fatto che questi porta sulla fronte una macchia, l’unica sola cosa che lo accomuna con l’illustre personaggio politico. In questo film (presentato al 66° Festival di Venezia nella sezione Fuori Concorso), Incerti con il suo stile originale e inconfondibile, che non trascura neppure i minimi particolari, ricostruisce  una storia nell’unica vera grande metropoli, Napoli, che è una metafora italiana, dove il sacro si mescola con il profano, dove il malaffare si insinua tra le forze dell’ordine e nei palazzi di giustizia, dove le regole vengono infrante facilmente, dove la violazione di queste regole è come un cancro che a poco a poco pervade e infetta tutto e tutti, dove si uccide per distrazione o per superficialità o per brio. Un film, questo di Incerti, dove i dialoghi sono affidati di più ai gesti e alla mimica dei personaggi, ma soprattutto alla mimica di Gorbaciof (Toni Servillo). Questi è il  ragioniere del carcere di Poggioreale di Napoli, che indossa sempre lo stesso abito e la stessa camicia color rosso ruggine, un personaggio caratteristico che impersona un individuo isolato, che può sembrare bizzarro e sguaiato (e in effetti lo è), un uomo  dai modi abitudinari e violenti, abitudinariamente con la stessa espressione, che parla poco o meglio che non parla (la prima parola che pronuncia dopo circa mezzora dall’inizio del film, stranamente è “parola” pronunciata giocando al poker), che ricorre all’illecito – sottraendo i soldi ai carcerati - per poter giocare al poker e indebitarsi. Gorbaciof è un personaggio, dunque, negativo, come tutti gli altri che ruotano attorno a lui, ma che viene nobilitato da Incerti nel momento in cui si innamora di una bellissima donna cinese Lila (Yang Mi), dal volto candido e angelico, l’unico personaggio positivo che esprime nei suoi modi quel sentimento puro e sublime che è l’amore. Amore che, però, non troverà sfogo, quello sfogo promesso e che viene presentato come l’unico spiraglio di salvezza.
Stefano Incerti diventa regista con il suo primo film “Il verificatore” (1995), per il quale gli venne aggiudicato il David di Donatello come migliore regista esordiente. Una premessa che ha dato i suoi buoni frutti.