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giovedì 14 marzo 2013
“Viva la libertà” è un film di grande attualità
Titolo: Viva la libertà
Regia: Roberto Andò
Sceneggiatura: Roberto Andò,
Angelo Pasquini
Produzione: Italia 2013
Cast: Toni Servillo, Valerio
Mastandrea, Valeria Bruni Tedeschi, Anna Bonaiuto, Michela Cescon, Eric Trung Nguyen, Andrea Renzi,
Judith Davis, Gianrico Tedeschi, Renato Scarpa, Massimo De Francovich, Lucia Mascino, […]
Non
ha fatto in tempo Roberto Andò a scrivere il suo libro “Il trono vuoto” (ed.
Bompiani) e a ricevere il premio Campiello 2012 che subito ne ha tratto e
diretto questo film “Viva la libertà” con il quale ha ottenuto un meritato
successo. Un film che denota non solo il bagaglio culturale soprattutto
filosofico e letterario del regista, ma anche la sua nutrita collaborazione con
registi dello stampo di Federico Fellini di cui nel film presenta un cammeo. Un
film entusiasmante, commovente e divertente, coinvolgente, grottesco, ironico e
malinconico nel contempo, passionale, pirandelliano (due fratelli che
compenetrano vicendevolmente le loro personalità) e per questo saturo di
ambiguità, shakesperiano ("Meglio essere e sparire piano piano, o sparire
del tutto per tornare a essere?"), machiavellico (il fine giustifica i
mezzi), intriso di poesia. Un film ricco di connotati, dunque, con un ritmo
tale da non lasciare annoiato o scoperto lo spettatore in nessun momento e che
costituisce un predizione azzeccata considerando i risultati elettorali recenti.
La fabula narra, infatti, del segretario del partito che sta all’opposizione,
l’onorevole Enrico Oliveri (Toni Servillo) che, ormai scoraggiato e disilluso
sia dal suo gruppo che dai sondaggi che lo vedono perdente alle imminenti
elezioni, decide di sparire, improvvisamente, senza aver detto niente a
nessuno, né al suo collaboratore Andrea Bottini (Valerio Mastandrea), né alla
moglie Anna (Michela Cescon). Fugge soprattutto da una situazione
caratterizzata da una forte paralisi del sistema politico vigente e si rifugia
nel suo passato, nei ricordi di un tempo che lo hanno visto felice e innamorato
della bella Danielle (Valeria Bruni Tedeschi). Sarà il suo collaboratore
Bottini a trovare una soluzione geniale, diciamo pirandelliana, aiutato dalla
moglie di Oliveri, Anna in quanto, come si vedrà nel film, “ogni originale è di
per sé una contraffazione”. Bottini va alla ricerca del fratello gemello di
Oliveri, Giovanni Ernani, un filosofo intellettuale, spiritoso e brioso, che mantiene
il carattere disinibito ed estroverso dei postumi di una malattia mentale da
cui sembra essere guarito dopo un ricovero in un ospedale psichiatrico. Lo
trova e gli chiede di sostituire il fratello in tutto e per tutto, assumendone
sia le vesti di marito che quella di segretario del partito. Ernani accetta di assumere
e sostituisce il fratello magnificamente a tal punto che tutti credono che sia
veramente Enrico e che anche Anna in seguito se ne innamorerà. Ernani riesce,
con la sua sapienza di demente vissuto, la sua intelligenza spregiudicata e
soprattutto mettendoci la passione, parola scomparsa dal vocabolario politico
che cita in suo discorso dinanzi ad una nutrita folla, e sottoscrivendo
"l'unica alleanza possibile … con la coscienza delle persone…", ad
infervorare il suo gruppo e a far risalire i sondaggi spiazzando tutti, anche
il politico avversario De Bellis (Andrea Renzi) che, meravigliandosi di questo successo,
pensa addirittura che Oliveri abbia subito un cambio di personalità in seguito
all’uso di certe sostanze chimiche, di cui aveva già sentito parlare.
Tutto
avviene nel film come in politica. In “Viva la libertà”, infatti, la fabula
congiura a far assomigliare la politica al cinema in modo perfetto in quanto
come dice il regista Mung (Eric Trung
Nguyen), il marito di Danielle, sia l’una che l’altro “usano
il bluff”, l’imbroglio, l’intrico, l’inganno, la simulazione. La grande
differenza, però, sta nel fatto che il cinema usa la metafora, l’allegoria, la
parabola, la similitudine, che la politica non può usare perché ha a che fare
con delle persone in carne e ossa.
Nel
film tutti gli attori sono bravi, ma fra tutti emerge Toni Servillo, che da
eccellente attore di teatro riesce a doppiare le due parti, quella di Enrico
Oliveri e quella di Giovanni Ernani, in modo magistrale. Giocando con piccoli
movimenti mimici, con gesti accennati e col tono della voce, Servillo indossa
le due maschere (maschera dal latino
significa persona) dai tratti
somatici uguali e riesce a far cogliere allo spettatore le differenze e le
somiglianze dei due fratelli in un alternarsi dei ruoli, politico e filosofo
folle, che fanno capire pirandellianamente parlando come la lettura della
realtà possa cambiare a seconda della visuale da cui si guarda.
mercoledì 6 marzo 2013
“Come Dio comanda” è un film sulla violenza, sulla solitudine e sull’amore!
Titolo:
Come Dio comanda
Regia:
Gabriele Salvatores
Soggetto:
Niccolò Ammaniti
Sceneggiatura:
Antonio Mancini, Gabriele Salvatores
Produzione:
Italia, 2008
Cast:
Filippo Timi, Elio Germano, Alvaro Caleca, Fabio De Luigi, Angelica Leo, Vasco
Mirandola, Ludovica Di Rocco, Alessandro Bressanello, […]
Ho
visto per la prima volta, dopo cinque anni dalla sua uscita nelle sale, il film
“Come Dio comanda” nel canale televisivo Rai Movie, trasmesso nella serata del 6
marzo c.a., per cui come è consuetudine per ogni film italiano che si rispetti
scrivere e pubblicare la recensione su questo sito di “Tutto sul cinema
italiano” anche se con qualche anno di ritardo.
Il
titolo del film ma anche il soggetto è tratto dal romanzo omonimo di Niccolò
Ammaniti. Una favola dai connotati tetri, oscuri, paurosi, tristi,
sconvolgenti, inserita in un paesaggio miscuglio di fango, buio, acqua,
bosco, consono al turbamento e allo sgomento che, lasciando impietrito lo
spettatore per il susseguirsi delle raccapriccianti scene di violenza, descrive
le vicissitudini di tre personaggi dai connotati strani e peculiari: Quattro
Formaggi (Elio Germano), un giovane che, lavorando in nero in un cantiere
edile, rimane menomato in seguito ad una scossa elettrica causata dall'alta tensione, e che è
tormentato in modo maniacale da Dio, ma
soprattutto dalla bellezza di una pornostar Ramona, di cui visiona
ossessivamente sempre la solita video cassetta, masturbandosi; poi cè Rino Zena
(Filippo Timi), un disoccupato alcolizzato, violento e dalle idee naziste, che
per la sua irascibilità e inaffidabilità è tenuto sotto controllo da Beppe
Trecca (Fabio De Luigi), assistente sociale incaricato di verificare che le
condizioni di vita del figlio Cristiano (Alvaro Caleca) siano plausibili; e poi
c’è quest’ultimo, Cristiano, un ragazzo quattordicenne, che viene educato alla violenza e che, per iniziarlo all’uso di una pistola, viene indotto dal padre ad
uccidere il cane dei vicini di casa. Educazione questa che porta Cristiano ad
esprimere per il padre un amore viscerale e subalterno. Una storia, dunque, che
esprime la lacerazione struggente della propria condizione umana e la
solitudine del proprio essere umano in una società opulenta, e che sembra al di
fuori del mondo ma che invece sta nel mondo, in questo mondo squallido e nichilista,
i cui personaggi non hanno il senso della vita e non riescono ad integrarsi a
causa della prepotenza del prossimo e della superficialità imperante. Un mondo dove il divario tra ricchi e poveri paventa un nuovo medio evo e
che per legge naturale è costretto a sfociare nella tragedia.Una metafora del nostro tempo, dunque.
Bravi
tutti e tre gli attori protagonisti, Timi e il giovanissimo Caleca, ma soprattutto
Elio Germano che ha saputo interpretare dall’inizio alla fine la parte del
giovane menomato Quattro formaggi in modo così toccante, coinvolgente ed esaustivo che è risultato scomodo e insopportabile allo spettatore.
Il film ha ottenuto due nomination al Davide di
Donatello 2009 sia per la migliore fotografia sia per i migliori effetti
speciali visivi.
domenica 27 gennaio 2013
Con il film “Lincoln”, il regista Steven Spielberg fa una lezione sull’uguaglianza e sulla libertà dei popoli e sull’etica della politica.
Titolo:
Lincoln
Regia:
Steven Spielberg
Soggetto: Doris Kearns Goodwin
Sceneggiatura:
Tony Kushner, John Logan, Paul Webb
Musica:
John Williams
Produzione:
USA 2012
Cast:
Daniel Day-Lewis, Sally Field, David Stratairn, Joseph Gordon-Levitt, James
Spader, Hal Holbrook, Tommy Lee Jones, Lee Pace, David Oyelowo, Jackie Earle
Haley, Bruce McGill, Tim Blake Nelson, Joseph Cross, Jared Harris, Peter
McRobbie, Gulliver McGrath, Gloria Reuben, Walton Goggins, […]
Il film “Lincoln” di Steven Spielberg descrive il
susseguirsi di dialoghi stringenti, di compromessi e di intrighi che
investirono il presidente Lincoln e il suo staff durante i fatti che
precedettero, a partire dal 5 gennaio 1865, la discussione del XIII Emendamento
alla Costituzione degli Stati Uniti d’America con il quale venne abolita la
schiavitù dei "negri". La sua definitiva approvazione da parte della Camera con 119
voti favorevoli e 56 contrari si realizzò
il 31 gennaio 1865. Finalmente fu avviato il processo graduale di uguaglianza tra
“negri” (oggi questo termine è in disuso ed è stato sostituito da “neri”) e
bianchi, scaturito paradossalmente da un concetto geometrico che Lincoln aveva acquisito
leggendo addirittura il libro “Elementi” di Euclide, filosofo greco vissuto tra
il 323 a.C.
e il 286 a.C.. Si trattava, in
particolare, dell’assioma che afferma che "Tutte le cose che ad una
medesima cosa sono uquali, fra loro sono uquali". L’assioma è
un’affermazione generale a cui si assegna il significato di verità indiscussa e
invariabile, da cui derivano per argomentazione logica altre affermazioni vere
su cui si fonda un relativo sistema di conoscenze. È nel concetto di
uguaglianza insito il discorso di libertà, cioè se due uomini sono uguali,
l’uno non può essere schiavo dell’altro, perché la schiavitù crea
disuguaglianza. Neri e bianchi in quanto uomini e per questo uguali hanno pari
dignità di fronte alla legge sia in termini di diritti che di doveri. Più volte
Lincoln, infatti, aveva espresso la sua convinzione che dall’uguaglianza deriva
la libertà, tant’è che in una lettera del 1862 egli scrive: “…non ho intenzione di modificare la mia più
volte ribadita volontà personale che tutti gli uomini possano essere liberi.”
Assieme
al discorso politico molto intenso e complesso che investe molti personaggi, e
alla contrapposizione dialettica di idee tra quella radicale dell’intransigente
abolizionista Thaddeus Stevens (Tommy Lee Jones), quella diplomatica ma
inconcludente del segretario di Stato William Steward (David Stratairn) e quella incerta del vecchio leader repubblicano Preston
Blair (Hal Holbrook), il regista mette in evidenza i metodi, in parte
moderati e in parte discutibili ma efficaci, direi di stampo quasi
machiavellico, adottati da Lincoln per raggiungere il suo umano e sacrosanto
obiettivo, quello della liberazione dei negri dalla schiavitù e dalle
nefandezze e dallo sfruttamento che questi avevano subito per più di due secoli
e mezzo. Basta vedere il bel film “Django Uchained” di Quentin Tarantino, dove
la crudeltà e la disumanità con cui venivano trattati i negri vengono toccate
con mano nella loro durezza e crudezza, che crea nello spettatore un sentimento
di ripugnanza e di esecrazione.
Attorno
al discorso politico, dunque, ruota tutto il film dove risaltano anche la
grandezza e la genialità del leader Lincoln miste alla forza ironica, alla vena
umoristica e allo spessore umano dell’uomo Lincoln, assieme al susseguirsi
delle scene tragiche e disumane dovute alla guerra di secessione, dei problemi
familiari con il figlio maggiore Robert (Joseph Gordon-Levitt) e con la moglie Mary Todd (Sally Field) e dei continui dialoghi
che richiedono allo spettatore una continua attenzione. Spielberg arriva,
addirittura, a gestire Lincoln (Daniel Day_Lewis) nella parte finale del film,
a mio parere, come “un deus ex machina”
della tragedia greca antica per raggiungere il suo obiettivo quando gli fa
affermare che "Io sono il presidente degli Stati Uniti d'America investito di un
potere immenso! Voi mi procurerete i voti!" Una scena indimenticabile
che fa comprendere come un leader degno di questo nome, come lo è stato
Lincoln, debba a volte intervenire drasticamente sul suo staff per raggiungere
il proprio fine.
L’attore Daniel Day-Lewis, che
interpreta magnificamente e in modo magistrale Lincoln, in una recente
intervista da lui rilasciata al settimanale “Il venerdì di Repubblica dell’11
gennaio 2013”
e scritta da Antonio Monda, per esprimere un giudizio su Lincoln, il cui
personaggio ha studiato approfonditamente per comprenderne il carattere, il
comportamento e la cultura, cita un pensiero di Lev Tolstoj per dire che la
grandezza dei grandi uomini che hanno fatto la storia dell’uomo “impallidisce rispetto al sole di Lincoln. Il
suo esempio è universale… la grandezza di quello che ha fatto rimarrà” fino
alla fine del mondo.
Questo film è anche importante
soprattutto per far comprendere allo spettatore la situazione politica italiana
del recente ventennio trascorso, perché Spielberg ha voluto sottolineare cosa
significa fare vera politica, nel senso etimologico della parola, e far
mettergli a confronto il passato remoto con il passato recente e anche con il
presente che sono caratterizzati da una politica degenerata eticamente, da
corruzione dilagante e da un’immoralità palese che non ha termini di paragone.
Il film ha avuto undici
nomination al premio Oscar 2013, tra cui uno come miglior film, uno a Steven
Spielberg per la regia impeccabile, e tre come migliori attori rispettivamente
a Daniel Day-Lewis ( a cui è stato assegnato pure un Golden Globes 2013), a Tommy
Lee Jones e Sally Field. A questi premi si aggiungono dieci nomination al
premio BAFTA 2013 (British Academy of Film and Television Art).
mercoledì 23 gennaio 2013
Sergio Rubini con il film “L’uomo nero” descrive con rimpianto i favolosi anni della fanciullezza nella terra natia.
Titolo:
L’uomo nero
Regia:
Sergio Rubini
Soggetto:
Sergio Rubini
Sceneggiatura:
Carla Cavalluzzi, Domenico Starnone
Musica:
Nicola Piovani
Produzione:
Italia, 2009
Cast:
Sergio Rubini, Valeria Golino, Riccardo Scamarcio, Fabrizio Gifuni, Guido
Giaquinto, Anna Falchi, Margherita Buy, Maurizio Micheli, Mario Maranzana, […]
Ieri
sera è stato trasmesso su Rai Movie, in prima serata, questo bel film “L’uomo
nero” diretto da Sergio Rubini che ne è anche l’attore principale (Ernesto
Rossetti). Vi si descrivono la vita, la grande passione per il pittore
impressionista Paul Cezanne, il fervore impetuoso e l’entusiasmo vorticoso per
la pittura di Ernesto Rossetti, di professione capostazione, ma pittore
nell’animo. Sentimenti e comportamenti questi che ritornano alla mente del
figlio Gabriele (Fabrizio Gifuni) che ritorna nel paese natio, in Puglia, dal Nord per la morte del
padre. Gabriele, durante la notte che precede il funerale, si ricorda del tempo trascorso, tra la fine degli anni
cinquanta e gli inizi degli anni sessanta, quando ancora bambino di sei-sette
anni (Guido Giaquinto) seguiva con grande attenzione le vicissitudini, le
amarezze e i dispiaceri soprattutto del padre e anche della madre Franca
(Valeria Golino), e le relazioni che aveva con loro: pessime col padre che
odiava, e ottime con la madre che lo accudiva e gli manifestava l’amore materno.
Gabriele si ricorda anche dell’amicizia che aveva instaurato con l’amato zio
Pinuccio (Riccardo Scamarcio) che lo affascinava e lo proteggeva, e della paura
che gli suscitava un fantasioso “uomo nero” avvolto nel mistero che si
presentava tutte le volte che si trovava solo in chiesa o nel sottopassaggio di
una strada o in luogo isolato, al buio. Si rammenta dell’incipiente amore
fanciullesco verso la sua coetanea, la bella e affascinante Anna. Gli ritornano in mente le frustrazioni
del padre dovute alla mancanza di visibilità e di successo, gli stimoli ipocriti
di Donna Valeria Giordano (Anna Falchi) verso il padre che deve allestire una mostra
di suoi quadri “per dare una svegliata a questo paese di terroni!”, le
umiliazioni che il padre subiva da parte del direttore Dalò (Mario Maranzana), che
si spacciava per critico d’arte, lestofante e imbroglione, che millantava coadiuvato in questo dal viscido avvocato Pezzetti (Maurizio Micheli).
Le rimembranze del tempo passato, come un
viaggio di ritorno alle origini, tuttavia, rendono chiare a Gabriele
fraintendimenti, giudizi e verità e segreti del padre che gli permetteranno di
scoprire la verità vera e di far rinascere nel suo cuore l’amore del figlio verso
il padre. Un film nel complesso bello e
divertente, anche coinvolgente ben diretto come è nello stile di Rubini, con
bravi attori tra cui emerge anche se per una breve parte Margherita Buy, nella
parte di Anna adulta.
sabato 19 gennaio 2013
Con “Django Unchained”, Tarantino confeziona con il suo inconfondibile stile un film divertente e ricco di significati.
Titolo:
Django Unchained
Regia
e sceneggiatura: Quentin Tarantino
Produzione:
USA 2012
Cast: Jamie Foxx, Christofh
Waltz, Leonardo DiCaprio, Samuel L. Jackson, Kerry Washington, Walton Goggins,
James Remar, Don Jonhson, […]
Quest’ultimo
film “Django Unchained” di Quentin Tarantino vuole essere un omaggio al film western
italiano “Django” (1966) diretto dal regista italiano Sergio Corbucci e
interpretato da Franco Nero che in questo film è un cameo, cioè che interpreta
una piccola parte, quella di Amerigo, amico del crudele Calvin Candie (Leonardo
DiCaprio) invitato ad assistere ad una lotta cruenta tra due schiavi negri. Ma
vuole essere, con la canzone “Ancora qui” cantata da Elisa Toffoli, anche un
omaggio a Ennio Morricone che compose la bellissima musica del primo film
western italiano “Per un pugno di dollari” (1964) di Sergio Leone, con il quale
si avviò il prolifico filone di film spaghetti western, da cui il regista
prende diversi spunti. Non è un caso, infatti, che la colonna sonora comprenda
brani di film come il citato “Django, “Lo chiamavano Trinità” e altri, o ancora
lo stesso Quentin Tarantino è un cameo che scoppia in una miriade di pezzi con
la dinamite che portava seco.
“Django
Unchained” è un film completo perché affronta tanti temi sociali importanti e attualissimi,
e rientra nell'inconfondibile stile beffardo e bizzarro con il consueto
linguaggio iperbolico, se pur violento, ma quietamente esilarante del regista di "Pulp Fiction" (1994). Il
susseguirsi di ogni scena, di ogni azione, di ogni frase detta, di ogni sguardo, dall’inizio sino alla fine, attrae
lo spettatore e lo incolla sulla poltrona costringendolo a non distrarsi
neppure per un attimo per fargli cogliere il suo messaggio ironico che è contro
il cinismo, contro la sopraffazione dell’uomo sull’uomo e quindi contro il
razzismo e la schiavitù, contro l’orgoglio umano causa di tante nefandezze.
Al
tempo stesso però, Tarantino trasmette un messaggio che esalta la libertà,
l’amicizia e l’amore, sentimenti e concetti per i quali l’uomo mette in gioco
tutto, anche la sua vita. Per questo il regista-sceneggiatore ha preso spunto nella
stesura della scenografia dal mito parzialmente modificato di Sigfrido, l’eroe nordico
che libera la sua amata Brunilde, prigioniera del feroce drago. È, quindi, un film
sull’amore, quel forte sentimento impulsivo carico di attaccamento verso una
persona o verso un ideale. Ma è anche un film sull’amicizia, l’altro sentimento
affettivo, profondo e vicendevole tra due individui, che, insieme all’amore, è
caratterizzato da forte emotività e spirito sociale, ed è basato su un rapporto
biunivoco di rispetto e di stima. Cicerone nel suo saggio sull’amicizia
“Laelius de amicizia” affronta il tema su questo sentimento e scrive che
“amicus certus in re incerta cernitur” (il vero amico si manifesta nei momenti
di bisogno). Ancor prima lo stesso Aristotele tratta sull’amicizia che
considera una qualità e un bene indispensabile
all'uomo che non può vivere senza amici, importanti sia nella fortuna che nella
sfortuna, nel privato che nel pubblico, nella giovinezza che nella senilità.
E
sul concetto di libertà, è bene citare ancora Cicerone che in “Repubblica”
afferma che “La libertà non si basa nell'avere un padrone probo, ma nel
non averne”, ma anche il
filosofo inglese Isaiah Berlin che, in “Quattro saggi sulla libertà”
(Feltrinelli, Milano, 1989), sostiene che “L'essenza della libertà è
sempre consistita nella capacità di scegliere come si vuole scegliere e perché
così si vuole, senza costrizioni o intimidazioni, senza che un sistema immenso
ci inghiotta; e nel diritto di resistere, di essere impopolare, di schierarti
per le tue convinzioni per il solo fatto che sono tue. La vera libertà è
questa, e senza di essa non c'è mai libertà, di nessun genere, e nemmeno
l'illusione di averla”.
I
concetti su esposti che abbracciano la sfera sentimentale, filosofica e sociale
del sapere umano sono tutti esposti ed esaltati magnificamente nel film che
descrive la storia di Django (Jamie Foxx), un negro schiavo, intorno alla metà
dell’ottocento negli Stati Uniti d’America del Sud, il quale viene liberato da
un tedesco, il dottor King Schultz (interpretato magnificamente da Christofh
Waltz) che da dentista diventa un cacciatore di taglie. Tra i due si instaura
un sentimento di amicizia molto forte, tant’è che attraverso una serie di
peripezie, di uccisioni di ricercati che spruzzano sangue da tutte le parti,
anche sulla lanugine del bianco cotone, i due riescono a farsi ospitare da un
grande latifondista Calvin Candie che detiene per la coltivazione del cotone
una miriade di schiavi negri, tra cui Brumilda (Kerry Washington), moglie di
Django, con l’intento di liberarla. In questo contesto, Tarantino mette in
evidenza la violenza inaudita e disumana delle azioni di Candie, esaltata soprattutto
dalla lotta fratricida tra due negri, dall’aver fatto sbranare dai suoi cani
senza batter ciglio un negro che aveva cercato di fuggire, dall’aver completamente plagiato così
bene il suo maggiordomo Stephen (Samuel L. Jackson) da farlo schierare sempre
dalla sua parte e da difenderlo in ogni condizione.
“Django Unchained”
è un film perfetto per la scenografia, per i diversi colpi di scena, per la
bravura degli attori (tra i quali si distinguono, primo fra tutti Christofh
Waltz, e in particolar modo Leonardo DiCaprio, Samuel L. Jackson e Jamie Foxx), per l’ironia e per il linguaggio paradossale e
tragicomico usato. Il film ha, infatti, ottenuto cinque nomination al premio Oscar
2013
giovedì 17 gennaio 2013
Il regista Paul Thomas Anderson in “The master” indaga sui comportamenti umani determinati dalla solitudine e dalla psicolabilità.
Titolo:
The master
Regia
e sceneggiatura: Paul Thomas Anderson
Produzione:
USA 2012
Cast: Joaquin Phoenix, Philip
Seymour Hoffman, Amy Adams, Laura Dern, Ambyr Childers, Rami Malek, Jesse
Plemons, Lena Endre, […]
Non
c’è che dire se non quello di constatare che questo film "The master" del regista Paul
Thomas Anderson è straordinario e singolare nella originale sceneggiatura
perché mette in evidenza come la ciarlataneria e il conseguente linguaggio insignificante, da una parte, e i postumi della guerra,
dall’altra, possano creare squilibri irreparabili sugli individui, soprattutto
su quelli più deboli sia psichicamente che culturalmente. Il film palesa un’indagine
sulle meschinità, sulla psiche e sui comportamenti umani che non sempre
risultano consoni e adeguati alla normalità del vivere comune. Anderson, infatti, descrive
ancora una volta la solitudine dell’uomo alla rincorsa delle sue ossessioni e delle
sue testardaggini che lo allontanano dal dare un significato consono al vero senso
della vita. Come nel film “Il petroliere” (2008, con Daniel Day-Lewis), dove si
descrive la vita solitaria, l’attitudine arrivista e senza scrupoli di un
mercante di petrolio, così in “The master” il regista evidenzia la solitudine e
il disorientamento di Freddie Quell (Joaquin Phoenix), il protagonista del
film, il quale, reduce dalla guerra che lo rende labile mentalmente e ossesso
sessualmente, va alla ricerca di tutto ciò che possa dare sfogo al suo istinto erotico
represso e bloccato dalla privazione, tra cui le creazioni sulla spiaggia di figure femminili di sabbia
accanto alle quali Freddie si sdraia o le masturbazioni sul mare, e di tutto
quello che possa indirizzare il proprio istinto violento in comportamenti nel
complesso tollerabili. Per questa psicolabilità, Freddie è sottoposto ad
analisi e a cure mediche molto generiche che non danno esito positivo e, una volta congedato,
incomincia a fare un lavoro dopo l’altro, che è costretto, ogni volta, a
lasciare per la sua irritabilità e a fuggire per la sua forte perdita di
controllo. Casualmente una notte scappando, si rifugia su un battello dove incontra
Lancaster Dodd (Philip Seymour Hoffman) che si professa scrittore, medico,
capitano, e tant’altro, ma che in realtà è un mistificatore di successo.
Lancaster è un uomo dotato di grande fascino, che per il suo carisma ha un
effetto attrattivo sulle persone tant’è che riesce a circondarsi di una sfilza di
creduloni, poveri culturalmente, che lo seguono indiscutibilmente. Freddie è uno
di questi. La scena del film che ritrae Lancaster, che si incammina, seguito da
Freddie a passo pesante e concorde, dopo che i due hanno dissepolto una cassetta
contenente un libro di Lancaster ancora non pubblicato, descrive encomiabilmente e con forza
la dipendenza del secondo dal primo. Freddie, tuttavia, sente il bisogno
inconscio di svincolarsi da questa dipendenza e questo è dimostrato da un’altra
bellissima scena del film dove Freddie corre veloce con una moto dileguandosi e
quindi fuggendo da Lancaster.
A mio parere, il film è anche un atto di accusa contro
la guerra e contro le droghe, (in questo caso contro l’alcool) e anche contro
gli impostori che provocano, ognuna per proprio conto, delle deviazioni
psichiche irreversibili che si riflettono sulla società danneggiandola. Il regista
di questo film come già detto è Paul Thomas Anderson, di cui Daniel Day-Lewis,
intervistato da Antonio Monda su “Venerdì” di “la Repubblica” in merito
alla sua ultima interpretazione nel film “Lincoln”, dice che è “un magnifico
regista consapevole del suo talento che non ha paura di rischiare ed esagerare
in maniera iperbolica”. Un giudizio
che condivido pienamente.
Il film è stato presentato alla Mostra Internazionale
di Arte cinematografica 2012 di Venezia dovesono stati assegnati il “Leone d’argento” per
la regia a Paul Thomas Anderson e la “Coppa Volpi” sia Joaquin Phoenix sia a
Philip Seymour Hoffman per la migliore intepretazione maschile. Joaquin Phoenix
è diventato attore famoso dopo la magnifica interpretazione dell’imperatore
romano Comodo nel film “Il gladiatore”(2000) di Ridley Scott. Philip Seymour
Hoffman, invece, è stato recentemente interprete del film “Le idi di marzo” (2011)
acnh'esso presentato alla mostra del cinema di Venezia.
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venerdì 11 gennaio 2013
Oggi ci ha lasciato Mariangela Melato, una grande attrice da non dimenticare.
Oggi è morta, dopo una lunga malattia, l’attrice Mariangela Melato. Aveva 71 anni e, il 19 settembre prossimo ne avrebbe compiuti 72. E dispiace quando i migliori vanno via per sempre perché lasciano nel dolore e nella desolazione chi li ha voluti bene. E Mariangela Melato era una delle migliori attrici italiane.
Conobbi per la prima volta Mariangela Melato e le sue spiccate e poliedriche qualità di attrice valente e versatile quando andai a vedere il bellissimo film tragicomico di Lina Wertmuller, “Mimì metallurgico ferito nell’onore” (1972), dove interpretava “Fiore”, l’amante di Carmelo Mardocheo, recitato da un altro grande attore, Giancarlo Giannini. Per questo film le venne assegnato il Nastro d’Argento 1973 come migliore attrice, dopo aver ottenuto l’anno precedente, per la sua recitazione in un altro bel film “La classe operaia va in paradiso” (1972) di Elio Petri, il primo Nastro d’Argento della sua carriera. Mi piace ricordarla con i suoi primi più bei film, ora che ci ha lasciato, quando agli inizi degli anni settanta iniziava la sua brillante carriera di attrice cinematografica, che l’ha portata via via al successo e alla popolarità, facendola diventare un mito dello spettacolo italiano. Due anni più tardi, nel 1974, interpretava una ricca signora borghese di Milano, Raffaella Pavoni Lanzetti, sempre in coppia con Giancarlo Giannini (Gennarino Carundrio, il rozzo marinaio meridionale comunista a cui Raffaella si è assoggettata perdutamente per sesso e per amore) nel film che ritengo un capolavoro di Lina Wertmuller, “Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare d'agosto”. Chi può dimenticarsi di quei dialoghi particolari, che da una parte (Raffaella Pavoni Lanzetti) avevano un linguaggio raffinato, aristocratico e lessicalmente ricco e dall’altra (Gennarino Carundrio) un linguaggio grezzo, rustico, volgare. Dialoghi che hanno divertito e che sono rimasti latenti nella mente dello spettatore, e dei quali riporto una breve parentesi.
<< Raffaella: “Sì ti prego amore, tu sei il mio
primo vero uomo…sodomizzami!”
Gennarino: “Senti un po’, brutta
fitusa borghese carugnona: ma tu lo fai apposta per farmi sentire ignorante con
‘ste parole difficili! Ma questa cosa che porcheria è, che nun te capisco? !
Che caspita sarebbe?” >>
Ovviamente la sua carriera successiva godrà di altri bei film che le permetteranno di ottenere tanti altri premi come migliore attrice:
- David di Donatello con i seguenti film: “La poliziotta” (1975) di Steno, “Caro Michele” (1977) di Mario Monicelli, “Il gatto” (1978) di Luigi Comencini, e “Aiutami a sognare” (1981) di Pupi Avati.
- Nastro d’Argento, in aggiunta a quelli già indicati, con i seguenti film: “Caro Michele” e “Aiutami a sognare”, e poi “Dimenticare Venezia” (1979) di Franco Brusati.
Verso la fine degli anni novanta, dopo essere stata brava interprete nel film “Un uomo perbene” (1999) di Maurizio Zaccaro e nel film di Mario Monicelli, “Panni sporchi” (1999), ritornò al teatro, la sua grande passione, dove ha mostrato fino agli ultimi tempi la sua grande versatilità di attrice, ballerina, cantante.
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