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venerdì 10 febbraio 2012

Nel film A.C.A.B. di Stefano Sollima la violenza è fine a se stessa.

Titolo: A.C.A.B. - All Cops Are Bastards
Regia e sceneggiatura: Stefano Sollima
Produzione: Italia, 2011
Cast: Pierfrancesco Favino, Marco Giallini, Filippo Nigro, Domenico Diele, Andrea Sartoretti, Roberta Spagnolo, [...]





A.C.A.B., acronimo di All Cops Are Bastards, che tradotto vuol dire Tutti i poliziotti sono bastardi, è un film tratto dal libro omonimo del giornalista di “la Repubblica” Carlo Bonini. La sceneggiatura e la regia sono di Stefano Sollima, il quale nella conduzione di questo film manifesta tutta la sua esperienza maturata nella realizzazione di documentari bellici e in quella di serie tv di matrice poliziesca. Il film nella descrizione degli scontri manifestanti-polizia, infatti, sembra un documentario, tanto vicina alla realtà è la loro ricostruzione scenografica, e affronta fatti di cronaca quotidiana relativi al modo di pensare e agire dei poliziotti delle squadre mobili, detti appunto celerini, che si autodefiniscono con un tormentone da loro stessi cantato celerini, figli di puttana!. Modo di pensare e di agire che omologa i loro comportamenti a quelli di un branco fino a farli credere fratelli e indurli a darsi dei soprannomi che lasciano intendere la loro visione del mondo: Cobra (Pierfrancesco Favino), Negro (Filippo Nigro), Mazinga (Marco Giallini). Questi appellativi, infatti, fanno intuire quanto influisca dal punto di vista psicologico l’appartenenza ad una squadra atta ad affrontare una folla di manifestanti, siano questi scioperanti o tifosi, clandestini o sfrattati, in maniera irruente e a volte anche cruenta, al fine di sedarla o comunque disperderla. L’incidenza è tale che i diversi componenti della squadra agiscono nel difendere le istituzioni più per rabbia e per odio che per rispetto dell’ordine pubblico. Lo fanno con una prepotenza e una violenza talmente elevate da far paura come se gli indigenti contro cui agiscono siano loro nemici personali. Lo fanno senza manifestare di possedere la minima idea di ciò che significa valore e azione democratici. Mentre, in effetti, anche loro vivono e soffrono di condizioni simili a tutti coloro che vestono le vesti di chi reclama il rispetto dei propri diritti e che lottano per la salvaguardia di questi: agiscono, ad esempio, contro gli sfrattati anche quando loro stessi sono stati sfrattati o contro gli estremisti anche quando hanno dei figli intransigenti. La loro predisposizione a svolgere questo lavoro allude ad una mentalità ti stampo fascista (in casa di Cobra, ad esempio, c’è una foto del Duce appesa al muro) per l’uso di mezzi e metodi violenti con efficacia momentanea però. Violenza in una società violenta, dunque. Violenza genera violenza purtroppo, tant’è che anche dall’altra parte si ricorre a metodi di ugual natura nel senso che chi viene ritenuto vittima diventa carnefice.




Da questo modo di essere e di agire, tuttavia, si distacca il celerino Adriano (Domenico Diele) il quale, a differenza di tutti gli altri sprovvisto di soprannome, vedendo e vivendo situazioni da lui non condivisibili abbandona la squadra. Ciò dimostra che non tutti i poliziotti la pensano allo stesso modo. Con questo film, che ha chiari riferimenti socio-politici attualissimi, Sollima non prende posizione ma descrive come un vero cronista ciò che succede ogni giorno in qualunque parte d’Italia tra manifestanti e polizia.

Fonti:
http://www.mymovies.it/biografia/?r=22413
http://www.mymovies.it/film/2011/acab/poster/

mercoledì 1 febbraio 2012

Il panteismo raccontato nel film “Una vita nel mistero” di Stefano Simone.





Titolo: Una vita nel mistero

Regia, fotografia e montaggio: Stefano Simone

Soggetto e Sceneggiatura: Emanuele Mattana

Musiche originali: Luca Auriemma

Costumista: Dora De Salvia

Produzione: Jaws Entertainment, Italia, 2010

Cast: Tonino Pesante, Dina Valente, Francesco Granatiero, Don Antonio D’Amico, Cosimo S. Del Nobile, Lello Castriotta, Amilcare Renato, Grazia Orlando, Sabrina Caterino […]



Questo film rappresenta il primo lungometraggio con il quale il bravo e giovane regista promettente Stefano Simone ha esordito (2010) con appiglio straordinario, sobrio ed essenziale nel Cinema italiano. Così come farà col successivo Unfacebook (2011), Stefano Simone conduce questa pellicola in modo sui generis, precisamente in stile horror, dove la suspense è alternata da situazioni che suscitano attese ansiose miste ad angosce, anche se il tema affrontato non ha niente a che vedere con questo stile, e dove i dialoghi sono ridotti all’essenziale. Le sequenze di immagini accompagnate dalle musiche di Luca Auriemma contribuiscono in modo magistrale a tenere con il fiato sospeso e in continua attesa di eventi e di spiegazioni lo spettatore. Ogni scena, ogni parola, ogni movenza e ogni gesto sono studiati all’uopo nei minimi particolari. Ogni cosa del film dunque desta attenzione.

Il film presenta diverse chiavi di lettura su un fatto realmente accaduto e del quale chi frequenta i luoghi di padre Pio (Petralcina, s. Giovanni rotondo) sicuramente ne avrà sentito parlare. Una chiave di lettura è quella religiosa.


Il titolo Una vita nel mistero, infatti, fa presagire per i credenti la storia di una vita salvata per miracolo, parola questa che dal latino miraculum indica qualcosa di meraviglioso, un evento straordinario avvolto appunto nel mistero, di cui è difficile individuarne la causa, attribuendogli per questo l’origine divina. La stessa citazione di Blaise Pascal all’inizio del film Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce sta a dimostrare questo. Mentre la frase detta dal protagonista Angelo Sormani (Tonino Pesante) La vita è un mistero per trovare una giustificazione bisogna aver fede assieme alla recita della poesia “Novembre” di Giovanni Pascoli: Gemmea l'aria, il sole così chiaro/che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,/ e del prunalbo l'odorino amaro/ senti nel cuore.../ Ma secco è il pruno, e le stecchite piante/di nere trame segnano il sereno,/ e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante/sembra il terreno./ Silenzio, intorno: solo, alle ventate,/ odi lontano, da giardini ed orti,/ di foglie un cader fragile. È l'estate/ fredda, dei morti, documentano le concezioni che la felicità è un'illusione e che sulla vita breve gravano tristezza, solitudine e morte.
Per i razionalisti, invece, è considerato miraculum un evento di cui l’uomo in quel momento non sa spiegarsi la causa in quanto non ne conosce le leggi che lo hanno determinato. In termini spinoziani, inoltre, rispetto a questi eventi eccezionali richiamarsi alla volontà divina vuol dire ammettere i limiti della conoscenza umana, o meglio manifestare apertamente l’ignoranza umana. Due posizioni dunque contrapposte che vengono trattate anche nei dialoghi tra una credente e un ateo di cui è permeato il romanzo Il cercatore di tramonti (2011).

Il tema, quello religioso appunto, affrontato dal regista in questo film, a causa di ciò non è dei più facili da discutere e da far comprendere ad una cerchia di spettatori soprattutto a quella degli agnostici e dei non credenti. Tuttavia la bravura di Simone sta proprio in questo. Egli riesce a condurre il film in maniera tale da farlo “digerire” anche agli spettatori più scettici in tema di miracoli perché egli perviene alla descrizione della posizione fideista in maniera acritica, distaccata, dove la fede ha la meglio sulla ragione, nel senso che la fede potrebbe essere un rimedio ai mali di cui non se ne conosce la causa e vuole raccontare, riuscendoci in pieno, acriticamente l’evento così come è divulgato per vox populi.
In questa chiave di lettura religiosa, tuttavia, il film tocca il panteismo, che dal greco significa Tutto è Dio, con cui si vuole identificare la divinità con la natura. Piante e fiori diventano quasi attori del film in quanto opere di Dio. E ciò si coglie quando il protagonista del film Angelo fotografa le immagini più significative, spettacolari e sensazionali con la convinzione che Dio tramite la Natura gli offre, e con le quali Dio gli vuole dare delle indicazioni ben precise sul succedersi degli eventi. O anche quando lo stesso protagonista passeggia immerso in un florido campo verde accarezzato dagli alti steli di fieno mossi dal vento. Immagini bellissime e anche suggestive, ma soprattutto profondamente significative.

Si può leggere il film anche in chiave psicologica: il protagonista la cui indole è predisposta verso l'autosuggestione ha la piena convinzione che con la fede possa risolvere il problema che lo assilla: la guarigione della moglie Antonietta (Dina Valente) affetta da un tumore che le lascia non più di due mesi di vita. La stessa autosuggestione gli fa antropomorfizzare le forme di alcuni corpi che gli si presentano innanzi, come le nuvole o la mollica di pane che assumono la forma di padre Pio o ancora il fazzoletto che assume la forma di angelo. Oppure la stessa autosuggestione che lo lascia perplesso di fronte ad altri fatti per lui inspiegabili come la goccia di caffè che prende la forma di cuore, o il pendolo dell’orologio che si ferma improvvisamente, o la candela accesa la cui fiamma si spegne senza motivo, o ancora la tenda che si muove senza che ci fosse un alito di vento, o il giornale che si sfoglia autonomamente fermandosi, o, infine, il telefono che squilla a vuoto.

Un’altra chiave di lettura è anche quella dell’amore che permea il film per tutta la sua durata, in cui si delinea la continua lotta del bene contro il male, tant’è che quando Angelo fa vedere la foto della nuvola, che raffigura padre Pio, al prete (Don Antonio D’Amico), questi ne coglie anche le sembianze del diavolo: Dio è ovunque - afferma. Ma anche il male.
Esiste, infine, nel film l’insegnamento del do ut des (un valore) nel senso che chi dà prece riceve grazia, chi crede sarà gratificato, chi è generoso sarà ricompensato, chi ama sarà amato. In definitiva, chi dà in un modo o nell'altro riceverà qualcosa in cambio.

Fonti:
http://www.ilfoglioletterario.it/catalogo_narrativa_il_cercatore_di_tramonti.htm
http://www.wikipedia.it/

venerdì 27 gennaio 2012

L'assioma "Si cerca di cambiare tutto per non cambiare niente" nel film "Il gattopardo" di Luchino Visconti





Titolo: Il gattopardo
Regia: Luchino Visconti
Produzione: Italia, 1963
Cast: Burt Lancaster, Claudia Cardinale, Paolo Stoppa, Alain Delon, Rina Morelli, Romolo Valli, Serge Reggiani, Giuliano Gemma, Lucilla Morlacchi, Ida Galli, Ottavia Piccolo










Recentemente il settimanale l’Espresso è uscito con il titolo “I gattopardi – Crescita, liberalizzazioni, lotta all’evasione e alla casta … i partiti frenano. Come se avessero voluto cambiare tutto per non cambiare niente”. Nel contempo ho rivisto per l’ennesima volta e sempre con grande piacere Il gattopardo di Luchino Visconti”, un film che rappresenta una pietra miliare del cinema italiano, dove non solo si parla dei primordi della storia dell’Italia unificata, ma dove viene esaltata anche l’indole del popolo italiano caratterizzata da un immobilismo pietrificato e fossilizzato. Indole perenne, perpetua, immutabile, inalterabile! Il film è stato tratto dal romanzo omonimo Il gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, scritto tra il 1954 e il 1957, e pubblicato postumo nel 1958, cui fu conferito il premio Strega nel 1959. Sia il film che il romanzo sono conosciuti dal grande pubblico per aver tirato fuori la ritrosia o meglio il conservatorismo che gli Italiani mostrano e mostreranno sempre nei confronti del cambiamento. Non è un caso che nel racconto Il viaggio al mare, tratto dal mio romanzo I sassi di Kasmenai (2008) ambientato in Sicilia, metto in evidenza ciò: …Dall’alto del paese si vedeva il tracciato di quella strada che portava, dritto dritto, fino al mare, in quel mare dove vedeva ogni mattina spuntare il sole sempre dal solito punto, e lì Ciccio voleva arrivare e toccare quei colori - rosso, arancione, verde, giallo - che si mescolavano nell’aria con l’aria, e che si specchiavano in quel mare azzurro pieno di passione, d’orgoglio, ma colmo di un immenso sonno, quel sonno gattopardiano. Il principe di Salina Fabrizio, il gattopardo, (Burt Lancaster) afferma anche con grande convinzione parlando dei di sé e dei Siciliani, che …siamo stanchi e svuotati lo stesso…. Se gli uomini onesti si ritirano la strada rimarrà libera alla gente senza scrupolo e senza prospettive… e tutto sarà come prima per altri secoli. E questo vale anche per gli Italiani. Non c’è più di realistico e di attuale in queste affermazioni se analizziamo la situazione politica e sociale dell’Italia dei giorni nostri, dove il vuoto lasciato dagli uomini onesti è riempito da quelli senza scrupolo.
Il film inizia, durante lo sbarco dei Mille in Sicilia, con l’esaltazione dell’attivismo di Tancredi Falconeri (Alain Delon), nipote del principe Fabrizio, lo zione, in cui è latente un’ideologia conservatrice e reazionaria. Con quel dinamismo Tancredi vuole favorire la rivoluzione ormai inevitabile per indurre l'evoluzione dei fatti tutta a proprio vantaggio, avendo intuito cha altrimenti ci sarebbe stato il sopravvento degli sciacalli. E non è un caso che Tancredi venga incoraggiato in questo dal suo stesso zione, il quale, consapevole del pericolo a cui potrebbe andare incontro l’aristocrazia imperante fino a quel momento, afferma che noi fummo i Gattopardi, i Leoni: chi ci sostituirà saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti, gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra. Amara realtà questa che viviamo ancora dopo 150 anni di storia. Tornato trionfatore dall’impresa, Tancredi si innamora della bellissima Angelica (Claudia Cardinale), figlia di Calogero Sedara (Paolo Stoppa), un uomo di modeste origini, divenuto un ricco borghese, uno sciacallo per capirci, che tende a intrufolarsi nelle sfere dell’alta aristocrazia. Quale migliore occasione se non quella di far sposare la figlia Angelica a Tancredi? E quale migliore occasione per Tancredi se non quella di sposarsi Angelica oltre che per la sua indiscussa bellezza anche per le ricchezze possedute dal padre di costei? Un matrimonio che nel film è la metafora del connubio tra la borghesia emergente (Calogero Sedara) e l’aristocrazia, connubio dei “gattopardi e degli sciacalli”, connubio con il quale in modo latente si sottoscrive un patto perenne di conservazione dello status quo. Cosa c’è di diverso, infatti, nell’Italia odierna rispetto a quello di centocinquant’anni fa?
Il gattopardo è un film modernissimo di struggente attualità anche se ha alle spalle circa cinquant’anni di età (è del 1963!), perché mette in evidenza da un lato la consapevolezza di una realtà inossidabile e la conseguente rassegnazione, e dall’altro la contrarietà al cambiamento:… i Siciliani (ndr gli Italiani) … odieranno sempre chi li vorrà svegliare, sia pure per portare loro i più bei regali.

Fonti:
http://www.ilfoglioletterario.it/pod/catalogo_pod_francesco_giuliano.htm
http://www.mymovies.it/film/1963/ilgattopardo/

Giuseppe Tomasi di Lampedusa - Il gattopardo - Feltrinelli

giovedì 26 gennaio 2012

L'illusione è una medicina che aiuta a vivere nel film "Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni" di Woody Allen



Titolo: Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni



Regia: Woody Allen



Produzione: Spagna, Stati Uniti, 2010



Attori: Antonio Banderas, Gemma Jones, Anthony Hopkins, Freida Pinto, Naomi Watts, Gemma Jones, Lucy Punch, Neil Jackson, Anna Friel






Questo film del grande regista Woody Allen emana un percettibile profumo filosofeggiante arricchito da fantastiche musiche dal sapore barocco. Il regista, infatti, affronta un tema fondamentalmente sostanziale per l’esistenza degli esseri umani perché con una sottile, quasi inavvertibile, tenue e ironica vena pessimistica tratta, per tutta la durata della pellicola, con la descrizione di varie intricate situazioni familiari, il discorso sul senso della vita: la nostra esistenza ha un senso solo se ci si aggrappa necessariamente a personali illusioni che, al pari di “medicine”, ci danno la carica per continuare a vivere.
Il film si srotola attorno ad una coppia: lui, Roy (Josh Brolin), è un medico mancato che cerca di fare lo scrittore invano, invaghendosi nel frattempo di una giovane promessa sposa rovinandole il matrimonio, e lei, Sally (Naomi Watts) è un’assistente di una galleria d’arte che si prende una cotta per il suo direttore. Hanno, parimenti, una vita aggrovigliata Helena (Gemma Jones), la madre di Sally, divorziata, che si rivolge ad una chiromante che le fa credere dell’esistenza di una seconda vita, e il padre Alfie (Anthony Hopkins), ormai avanti negli anni, che, per mostrare vanamente la sua giovinezza ricorre all'uso del viagra, dopo essersi preso una cotta per una prostituta sciocca e vistosa, la quale oltretutto diventa la sua nuova moglie. Ognuno dei personaggi si crea, dunque, un’illusione che, come descrivo in un mio recente romanzo Come fumo nell’aria (2010, ed. Prospettiva editrice), svanisce, si dissipa, si dissolve, si dilegua lasciando l’amaro in bocca. Non è uno dei migliori film di Allen, in quanto non sempre riesce a coinvolgere, come invece è nel suo stile, pienamente lo spettatore, ma comunque non lo fa annoiare.






Fonti:






giovedì 19 gennaio 2012

Una tragedia nazionale trasposta in una tragedia familiare nel film “L’industriale” di Giuliano Montaldo.





Titolo del film: L’industriale
Sceneggiatura: Giuliano Montaldo e Vera Pescarolo
Musica: Andrea Morricone
Produzione: Italia, 2011
Cast: Pierfrancesco Favino, Carolina Crescentini, Eduard Gabia, Elena Di Cioccio, Elisabetta Piccolomini, Andrea Tidona, Francesco Scianna, Roberto Alpi

Mi ricordo con vivo piacere e simpatia di Giuliano Montaldo a far tempo dal lontano 1971, quando ancora fresco virgulto speranzoso laureato in Chimica andai a vedere quel bellissimo indimenticabile superbo memorabile film di grande spessore artistico e di denuncia sociale contro la pena di morte, che fu ed è Sacco e Vanzetti, con l’interpretazione magistrale del grande attore velletrano Gian Maria Volonté. Questi stessi caratteri artistici e di denuncia furono, dopo due anni, ripresi e ribaditi ancora nel film Giordano Bruno dove Montaldo mise in evidenza l’arroganza del potere religioso contro la libertà di pensiero. Messaggio che per tanti anni mi sono portato dietro con il mio bagaglio culturale e ho trascritto nel mio romanzo I sassi di Kasmenai : … la posizione dogmatica della chiesa ha costituito un ostacolo allo sviluppo del pensiero creativo e ha rappresentato un impedimento alla libertà di pensiero, considerata questa … l’unico vero moto rivoluzionario a favore del progresso dell’umanità, … E ciò poteva portare al rogo. La statua di Giordano Bruno a Campo dei Fiori, a Roma, sta a testimoniare tale assurda atrocità umana. Sosteneva, infatti, questo filosofo che “La verità è quella entità che non è inferiore a cosa alcuna…”. Adesso vedendo L’industriale ho ritrovato dopo tanti anni, senza aver visto il precedente film I demoni di San Pietroburgo (2008), Montaldo sempre bravissimo e ancora vigoroso oltre che per la sceneggiatura, scritta assieme alla moglie Vera Pescarolo, anche per aver saputo, con grande perizia e con la consueta sagacia, affrontare un tema attualissimo molto scottante, angosciante e onnipresente senza suscitare nello spettatore quell’insulso sentimentalismo che deteriora l’aspetto significativo del problema affrontato. Montaldo ha saputo coinvolgere lo spettatore con una bravura eccezionale perché ha trasferito attimo dopo attimo quel messaggio morale che lo ha contraddistinto sempre. Non è un caso che sia stato insignito per questo di una grande onorificenza, quella di Cavaliere di Gran Croce, dal Presidente della Repubblica Ciampi e che, quasi contemporaneamente, gli sia stato conferito per i suoi meriti artistici il David di Donatello nel 2007. Questo film è Montaldo nel senso che egli esprime il suo modo di vedere e di pensare in maniera obiettiva e cronachistica la situazione italiana sia dal punto di vista economico che sociale, senza che si lasci prendere dalla voglia di esprimere giudizi. Il colore della fotografia che tende a tinte sbiadite, cineree e a sfumature quasi monocromatiche esalta e risalta il grigiore di questo nostro triste periodo, ed ha come sfondo la vecchia capitale industriale italiana, Torino. Niente è per caso in questo film neppure quando il protagonista Nicola Ranieri (il bravissimo Pierfrancesco Favino) tocca il nome della sua famiglia scritto a rilievo con caratteri cubitali sul muro della vecchia fabbrica del padre. Quel nome una volta insigne e illustre adesso sta sgretolandosi come si stanno sgretolando le fondamenta di un sistema economico basato sul capitalismo che ormai giunto alla saturazione si sta avviando esanime verso un finale dai connotati bui. Nelle vesti di Nicola, Montaldo riversa tutto l’orgoglio industriale italiano che, per le grosse difficoltà economiche, paventa il fallimento con la prospettante chiusura delle fabbriche e il derivante licenziamento degli operai con conseguenze sociali inimmaginabili. Nicola chiede un prestito che gli viene negato per mancanza delle solite garanzie richieste e, di conseguenza, non vuole cedere né all’arroganza bancaria né al potentato economico. Usa, allora, per salvare per altra via l’azienda degli stratagemmi futili, puerili e furbeschi che non hanno il risultato sperato. In seguito a tutto questo subentrano delle incomprensioni con la moglie Laura (la bella e brava Carolina Crescentini) che conducono ad un finale molto tragico il quale sottolinea, ancora una volta, il fatto che in questi tristi avvenimenti contemporanei a rimetterci sono sempre i più deboli.
Fonti
http://www.ilfoglioletterario.it/pod/catalogo_pod_francesco_giuliano.htm

http://www.mymovies.it/biografia/?r=256

venerdì 13 gennaio 2012

Daniele Luchetti descrive “La nostra vita” guidata dalla casualità degli eventi e dalla necessità che caratterizza le nostre azioni.



Titolo: La nostra vita



Regia: Daniele Luchetti
Sceneggiatura: Daniele Luchetti, Sandro Petraglia, Stefano Rulli
Produzione: Ialia-Francia, 2010.
Cast: Elio Germano, Isabella Ragonese, Raoul Bova, Stefania Montorsi, Giorgio Colangeli









Uno spaccato della nostra realtà quotidiana, una storia di tutti i giorni che si svolge in una borgata di Roma dove vive una normalissima famiglia composta da una giovane coppia e due figli, una famiglia come tante altre dunque. Nelle azioni del capofamiglia e nel suo entourage familiare e lavorativo però avviene un continuo mescolamento del sacro con il profano come se fosse semplice normalità: sfortuna, lavoro, lavoro in nero, furbizia, amicizia, ricatto, sfruttamento, incidenti sul lavoro, spaccio di droga, violenza, sesso, amore e morte. Emerge, tuttavia, in tutto questo, con forza e sempre, il sentimento umano che è il serbatoio che alimenta il motore delle relazioni sociali e familiari.



Il regista Daniele Luchetti sa descrivere la gioia accanto al dolore, la fortuna assieme alla sfortuna, la felicità con l'infelicità, con grande naturalezza e in modo alquanto realistico, e mantiene sempre la sua grinta parlando, attraverso le vicissitudini di questa famiglia, de "la nostra vita", aggrovigliata attorno ad azioni illegittime come se fossero legittime. Dove i furbi spesso ce l’hanno franca.



Bravissimo Elio Germano che costituisce il perno attorno a cui ruota tutto il film e che è riuscito a immedesimarsi pienamente nel protagonista Claudio, un operaio edile, trasmettendo allo spettatore, con l'espessività che lo caratterizza, i suoi sentimenti più sani negli attimi salienti della sua vita ovvero quando accudisce i suoi figli rimasti orfani della madre, e nei momenti più sfortunati della sua vita caratterizzati dalla morte della moglie Elena (Isabella Ragonese) durante il parto del terzo figlio.

venerdì 6 gennaio 2012

Nel film "Nuovomondo" il racconto di uno spaccato crudo della nostra storia recente.






Titolo del film: Nuovomondo
Regista: Emanuele Crialese
Produzione: Italia-Francia, 2006
Attori: Vincenzo Amato, Charlotte Gainsbourg, Francesco Casisa, Filippo Pupillo, Aurora Quattrocchi, Isabella Ragonese, Federica De Cola.

Ho avuto modo di rivedere qualche sera fa, in un canale della RAI, il film Nuovomondo (2006) dopo circa cinque anni e dopo aver visto recentemente l’altro film Terraferma (2011), un vero capolavoro, ambedue opere del bravo Emanuele Crialese, un grande regista che fa grande il cinema italiano. In Nuovomondo, Crialese racconta la storia di una famiglia, che è la storia di tante povere persone semplici che agognano un’esistenza migliore dove si può vivere decentemente, di una famiglia che cerca di sfuggire dalla sporcizia, dalla miseria e dall’ignoranza spostandosi da una regione del mondo ad un’altra, che abbandona quei luoghi gravosi sfortunati che l’hanno vista nascere e crescere. Con immagini crude dure aspre sgradevoli a volte brutali ma realistiche, Crialese parla degli Italiani (in questo caso Siciliani) che emigrano, agli inizi del secolo scorso, negli Stati Uniti d’America, attratti dai racconti fantasiosi che giungono da quel paese lontano, dove scorrono fiumi di latte in cui farsi il bagno, dove si producono cipolle o carote gigantesche - un Eldorado per intenderci. In Terraferma Crialese, parimenti, affronta lo stesso problema dell’emigrazione e parla di persone che per sfuggire alla fame, alle guerre fratricide, alle malattie endemiche fuggono dai loro poveri paesi natii per venire nella nostra Italia che dal loro punto di visuale immaginano come un Eldorado.




La rinascita del mito greco, del mythos, dunque, che, come afferma Mircea Elide, racconta una storia sacra; parla di un avvenimento che ha avuto luogo nel tempo primordiale, il tempo favoloso delle origini [...]. È il racconto di una "creazione": si narra come qualcosa è stato prodotto, come ha cominciato a essere, ... non il motivo che lo ha causato (aitia). Il mythos è al di fuori della realtà e dà una visione statica e dogmatica della realtà.
In queste emigrazioni, in un senso o nell’altro senso, traspare con evidenza, attraverso l’uso di un linguaggio visivo duro e aspro, il desiderio perenne di ogni uomo di realizzare i propri sogni che, in definitiva, è quella comune aspirazione umana di dare alla vita un senso, o meglio di assegnare alla vita un significato che possa giustificare il motivo per cui si nasce e si vive.
In Nuovomondo, Crialese racconta le vicissitudini di una famiglia povera di Petralia Sottana, un paese arroccato nel parco delle Madonie, in provincia di Palermo, il cui nome stesso, che dal greco petra leίa vuol dire pietra levigata, sottolinea sin dalle prime immagini un territorio misero arido disseminato di pietre, dove si vive di speranza e dove si attende un segno divino che possa consigliare quale scelta di vita sia la migliore. Un luogo di quella Sicilia, dunque, che come scrive Francesco Giuliano, nel romanzo I sassi di Kasmenai, …è stata sempre una terra …, bella e arcigna nel frattempo, fascinosa e attraente, misteriosa e arcana, emozionante, incantevole, fruttifera, rigogliosa, …. Dove - continua lo scrittore -, ... non esistono, …, parole che possano suscitare, nell’animo di chi legge, le emozioni, le palpitazioni, i tremori passionali, gli stati d’animo che soltanto chi vede, chi tocca e chi nasce e vive in quella terra può provare; non esistono parole che possano far odorare la miscellanea di profumi, di olezzi, di aromi che solo le nari possono fare apprezzare; non esistono parole che possano descrivere i colori, le immagini, i luoghi che soltanto attraverso gli occhi di chi li guarda possono far emergere la loro eccezionale singolarità.



All’inizio del film il regista fissa la macchina da presa sul protagonista, Salvatore Mancuso (Vincenzo Amato), e il figlio Angelo (Francesco Casisa) che scalano per espiazione una montagna piena di pietre alla cui sommità è posto un crocifisso, a cui portano come pegno due pietre che hanno tenuto in bocca per tutto il percorso: sperano in un segnale divino che li possa far decidere in merito all’emigrazione. Sarà il figlio Pietro (il promettente Filippo Pucillo) a portargli questo segno con delle foto del nuovo mondo che ritraggono una grossa cipolla posta su una carriola e un albero che fruttifica monete. Vivono dunque di speranza ma, come scrive Francesco Giuliano nel suo recentissimo romanzo Il cercatore di tramonti, ... la speranza è un inganno. La speranza è tutto ciò che non ti fa gustare il momento di vivere ….
Immagini travolgenti, immagini molto belle e poetiche, tra le quali quelle della sequenza in cui la nave stracolma di emigranti si distacca dal molo del porto pian piano, lentamente, molto lentamente. E in questa lentezza è riposta la grande sofferenza che gli emigranti provano nel distacco dai propri cari, il dolore che essi avvertono nel recidere il legame con la propria terra, dolore che si legge negli occhi e nell’espressione angosciata e smarrita di donna Fortunata (Aurora Quattrocchi). Anche molto significativo l’arrivo a Ellis Island, la cui veduta è impedita dalla nebbia e che, qualche tempo dopo, non può vedersi neppure dal luogo di accoglienza degli emigranti in quanto i vetri delle finestre ad altezza d’uomo sono opacizzati. Soltanto quelle riposte in alto sono trasparenti e soltanto attraverso di esse Salvatore, aiutato dai compagni, riesce a vedere “torri altissime” delle quali non si spiega il motivo.


Fino all’ultimo il sogno si fa mistero.


Allusivo anche l’incontro sulla nave di Salvatore con Lucy (Charlotte Gainsbourg) perché con la scelta di questo nome il regista forse ha voluto dare un senso più umano alle aspettative di Salvatore, il quale è ansioso di vedere il tanto osannato “luciano” parola confusa con “oceano” e che sogna un mare di latte in cui si trastulla con una gigantesca carota, oppure che usa la parola "voscenza", retaggio antico di sudditanza al baronaggio siciliano che vuol dire "vostra eccellenza".
Crialese, in questo film realistico arcigno aspro, come un cronista duro e crudo, non prende posizione né a vantaggio degli emigranti né si scaglia contro gli accoglienti. Lui racconta soltanto, non condiziona, lascia lo spettatore farsi liberamente un suo giudizio personale.
Hanno mostrato bravura tutti gli attori principali e, assieme a loro, Isabella Ragonese e Federica De Cola che hanno interpretato delle parti minori ma molto eloquenti.



Fonti: