var _gaq = _gaq || []; _gaq.push(['_setAccount', 'UA-26218038-5']); _gaq.push(['_trackPageview']); (function() { var ga = document.createElement('script'); ga.type = 'text/javascript'; ga.async = true; ga.src = ('https:' == document.location.protocol ? 'https://ssl' : 'http://www') + '.google-analytics.com/ga.js'; var s = document.getElementsByTagName('script')[0]; s.parentNode.insertBefore(ga, s); })();

domenica 15 luglio 2018

“Chiudi gli occhi - All I See Is You” descrive la differenza tra amore e possesso in una coppia sposata


Titolo: Chiudi gli occhi - All I See Is You

Titolo originale: All I See Is You

Regia: Marc Forster

Sceneggiatura: Marc Forster, Sean Conway

Musiche: Marc Streitenfeld

Paese Produzione: USA, Thailandia, 2016

Cast: Blake Lively, Jason Clarke, Ahna O’Reilly, Wes Chatham, Danny Huston, Miquel Fernandez, Kaitlin Orem, Yvonne Strahovski, Xavi Sanchez, Stacee Vatanapan, […]
 
 
 
“Chiudi gli occhi - All I See Is You”  è un trhiller dai risvolti drammatici che descrive la storia dei coniugi Gina (Blake Lively) e James (Jason Clarke) che vivono a Bangkok, in Thailandia. Gina fa lezioni di chitarra mentre James lavora. Gina, rimasta cieca in seguito ad un incidente stradale, in Spagna nei pressi di Barcellona, in cui  persero la vita ambedue i genitori, è benevolmente e amorosamente accudita dal marito che la soddisfa in tutto e per tutto. All I See Is You (Tutto ciò che vedo sei tu) è un titolo che descrive esaurientemente la situazione familiare e sociale di Gina. Sono felici e si godono la vita, ma questa situazione muta dopo che, in seguito ad un trapianto di cornea eseguito dal dott. Hughes (Danny Huston), Gina riacquista la vista nell’occhio destro: da dipendente diventa indipendente dal marito. In questi anni ti ha mai pesato prenderti cura di me? Chiede Gina. No, mi ha fatto sentire speciale. Le risponde James. D’ora in poi, tuttavia, Gina può fare tutto ciò che vuole da sola e può vedere tutto ciò che desidera, può apprezzare la bellezza variegata del mondo in cui vive, e conoscere le persone guardandole in faccia. Può andare a trovare la sorella Carla (Ahna O’Reilly) che vive a Barcellona. Dal buio Gina passa alla luce e quindi alla conoscenza e con la conoscenza incomincia a vedere con chiarezza ciò che prima le era impedito, anche ciò che ora con la vista le risulta diverso da come lo aveva immaginato. Gina si sentiva più amata, più apprezzata. Ora non più! James si comporta freddamente sia perché si sente depauperato del ruolo che svolgeva prima, sia perché dalle analisi risulta di  essere affetto da impotentia generandi, tant’è che Gina lo vede cambiato fino al punto di farle paura. Sei tu ad essere cambiata, non hai più bisogno di me - le dice James, ormai al tracollo psichico.
Da quel momento, qualcosa è cambiato nella loro relazione tant’è che Gina conosce Daniel (Wes Chatham) con cui viene ad avere un rapporto sessuale e ciò altera ancora di più le condizioni su cui era basato il loro equilibrio amoroso: la  loro vita di relazione diventa una vita basata sull’ambiguità e sul sospetto con cui sarà difficile instaurare un nuovo equilibrio. La loro felicità si trasforma in dramma.
Nei titoli di coda la bellissima canzone “Reality and Fantasy” cantata da Raphael Gualazzi.
Il film è stato presentato in anteprima al Toronto International film Festival 2016.
Filmografia
Loungers (1995), Everything Put Together (2000), Monster’s ball – L’ombra della vita (2001) – Neverland – Un sogno per la vita (2004), Stay – Nel labirinto della mente (2005), Vero come la finzione (2006), Il cacciatore di aquiloni (2007), Quantum of Solace (2008), Machine Gun Preacher (2011), World War Z (2013), Chiudi gli occhi – All I See is You (2016), Ritorno al Bosco dei 100 Acri (2018).
Francesco Giuliano
 
 

 

“12 soldiers” in chiave moderna rievoca il genere del western americano auto-celebrativo


Titolo: 12 soldiers

Titolo originale: 12 Strong

Regia: Nicolai Fuglsig

Soggetto: Doug Stanton (dal libro Horse Soldiers)

Sceneggiatura: Peter Craig, Ted Tally

Musiche: Lorne Balfe

Produzione Paese: USA 2018

Cast: Chris Hemsworth, Michael Shannon, Michael Peña, Navid Negahban, Trevante Rhodes, Geoff Stults, Thad Luckinbill, William Fichtner, Rob Riggle, Elsa Pataky, Austin Stowell, Ben O’Toole, Austin Hébert, Kenneth Miller, Kenny Sheard, Numan Acar, Fahim Fazli, […]

 
“12 soldiers” è un film che descrive, nelle sue linee essenziali, una storia vera avvenuta nell’Afghanistan settentrionale dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 nei campi di battaglia contro i Talebani. Il soggetto è tratto dal libro Horse Soldiers di Doug Stanton. Al di là del contenuto da cui si evince la situazione socio-politica afghana e la asprezza del territorio, “12 soldiers” rievoca il genere del vecchio western americano auto-celebrativo, un po’ sulla stessa scia dei “Berretti verdi” (1968), co-diretto da John Wayne, Ray Kellogg e John Gaddis, e si mostra irrealistico nelle azioni, tant’è che ai cinefili fa pensare al celeberrimo “Quella sporca dozzina” (1967) di Robert Aldrich. Da esso emerge il senso dell’audacia, il valore del coraggio e quello dell’onore caratteristici di questo genere di film statunitensi e la spinta umana atta a salvaguardare e proteggere i più deboli come risalta nel magnifico film “I magnifici sette”(1960) di John Sturges, pur di mantenere alto e nobile il prestigio dell’essere soldato americano. In definitiva, un film propagandistico che è incoerente con la confusa e incoerente azione politica statunitense dell’era trumpiana. Il film è povero di dialoghi sui quali prevalgono soprattutto le azioni di guerra a cavallo e anche le attese esplosioni delle bombe lanciate dagli aerei americani che risolvono ogni problema fino alla vittoria mostrandone la forza bellica. Uno spettacolo per lo spettatore amante di questo genere di film pari a quello che egli avrebbe osservando una manifestazione festaiola pirotecnica di fuochi d’artificio.
Banale appaiono  sia la differenza tra soldato e guerriero, che può piacere soltanto ai signori della guerra, e la passione che un guerriero deve mostrare nell’uccidere il suo nemico.
Francesco Giuliano

mercoledì 11 luglio 2018

“Stronger – Io sono più forte” dimostra la grande voglia di vivere di chi è stato ad un passo dalla morte.


Titolo: Stronger – Io sono più forte

Titolo originale: Stronger

Regia: David Gordon Green

Soggetto: Jeff Bauman e Bret Witter (dal libro autobiografico Stronger)

Sceneggiatura: John Pollono

Musiche: Michael Brook

Produzione Paese: USA, 2017

Cast: Jake Gyllenhaal, Tatiana Maslany, Miranda Richardson, Richard Lane Jr., Clancy Brown, Lenny Clarke, Patricia O’Neil, Katharine Fitzgerald, Danny McCarthy, Frankie Shaw, Jimmy LeBlanc, Carlos Sanz, Cassandra Cato-Louis, […]



 
 
“Stronger – Io sono più forte” descrive la storia della vita appassionata  e sofferta di Jeff Bauman (Jake Gyllenhaal), un uomo normale che perse le due gambe a causa dello scoppio delle due bombe durante la maratona di Boston del 15 aprile 2013, a cui parteciparono più di ventisettemila persone. Jeff divenne celebre e famoso perché non appena si svegliò dal coma, nell’ospedale dove era stato ricoverato per le ferite subite, scrisse su un foglio che aveva visto l’attentatore (che in seguito venne arrestato e condannato alla pena capitale). Jeff si trovava in quel posto, al Copley Square, perché aveva preparato un cartello per la sua ex ragazza, Erin Hurley (Tatiana Maslany), con la quale voleva riprendere la relazione. Ehi, sarò lì al traguardo. Avrò un cartello enorme per te! Le aveva detto il giorno prima pensando di farle cosa gradita e ricondurla a sé.
Il regista David Gordon Green, nel descrivere dettagliatamente e in modo coinvolgente le sofferenze e lo sconforto di Jeff sostenuti durante tutta la terapia di recupero, mette in evidenza quanto sia stato necessario l’amore mostrato da Erin che ritorna da lui dicendogli: Ho già perso la mia famiglia, non perderò anche te Jeff. Non solo. E quanto abbia funzionato da volàno stimolante e moralmente incoraggiante l’affetto dimostratogli da tutti i suoi concittadini che lo hanno trattato come se fosse stato un eroe. Anche se la vera eroina sia stata la sua compagna Erin.
Ciò che non ti uccide ti rende più forte: è questo il motto che si trova nella locandina del film che serve a evidenziare che una persona, uomo o donna che sia, quando si accorge di essere stata ad un passo dalla morte, come scriveva lo scrittore Primo Levi nel suo romanzo Se questo è un uomo, si persuade inconsciamente che la vita ha uno scopo radicato in ogni fibra di uomo, è una proprietà della sostanza umana. Infatti, quando Jeff si reca autonomamente con “le sue nuove gambe”, per ripristinare la relazione già interrotta con la sua amata Erin, le dice che c'era un giorno in cui pensavo solo di mollare, ora, invece, voglio vedere il mondo dall'alto. Il dolore non passerà mai, ma io voglio...vivere!
E questo comportamento encomiabile lo hanno dimostrato atleti di casa nostra come Alex Zanardi, ex pilota automobilista, e la brava schermitrice Beatrice Vio.
Il film è stato presentato al TIFF - Toronto International Film Festival 2017.
 
Filmografia
George Washington (2003), Undertow (2004), Snow Angels (2007), Strafumati (2008), Sua Maestà (2011), Lo spaventapassere (2011), Prince Avalanche (2013), Joe (2013), Manglehorn (2014), All’ultimo voto (2015), Stronger – Io sono il più forte (2017), Hallowen (2018).
Francesco Giuliano
 
 

 

martedì 10 luglio 2018

Alla 36^ edizione del TFF - TORINO FILM FESTIVAL, le due retrospettive dedicate a POWELL & PRESSBURGER e a JEAN EUSTACHE


A Powell & Pressburger  e Jean Eustache sono dedicate le due retrospettive della 36a edizione del Torino Film Festival, che si svolgerà dal 23 novembre al 1° dicembre 2018. Due generazioni, due stili, due immaginari che sembrano antitetici, eppure due idee di cinema che ben corrispondono alle anime diverse del Torino Film Festival e all'attività di ricerca condotta dal Museo Nazionale del Cinema.  

Da una parte il sogno, la bizzarria, l'avventura e l'incubo che si concretizzano in inarrivabili fantasmagorie, in vertiginosi movimenti della macchina da presa, in narrazioni eccentriche, in quella distorsione ed enfatizzazione continua del potere dello sguardo (e dell'occhio della cinepresa) che ha affascinato e influenzato registi come Scorsese, De Palma e Coppola quando ancora erano giovani: il cinema di Powell & Pressburger, gli Arcieri del desiderio, della passione, dell'eccesso (così si chiamava la loro compagnia di produzione, The Archers). Tra i più grandi visionari della storia del cinema, l'inglese Michael Powell (regista e produttore) e l'ungherese Emeric Pressburger (scrittore) hanno costruito tra la fine degli anni ‘30 e l'inizio degli anni ‘60 lo spettacolo cinematografico perfetto, quello che parla all'inconscio degli spettatori. La retrospettiva presenta i venti film che hanno realizzato insieme, dall'eccentrico film bellico 49° Parallelo,  per il quale Pressburger vinse un Oscar all'affresco romantico di Duello a Berlino molto amato da Bertrand Tavernier, dal viaggio ossessivo nella passione di Narciso nero agli andirivieni lisergici nell'Aldilà di Scala al Paradiso, dalla dannazione artistica di Scarpette rosse al lussureggiante demonismo di I racconti di Hoffmann. Insieme a questi, alcuni dei film diretti dal solo Powell, compreso il capolavoro maudit L'occhio che uccide.

Dall’altra parte, invece, emerge, con la presentazione di tutti i suoi film, l'altra caratteristica del festival, dura, scavata, morale, quasi entomologica de cineasta francese Jean Eustache morto a poco più di quarant'anni, nel 1981, e troppo spesso dimenticato. Fratello minore della Nouvelle Vague, Eustache esordì nel 1963 con il cortometraggio incompiuto La Soirée e divenne poi autore di numerosi mediometraggi e di film quali Mes petites amoureuses, Une sale histoire e La maman et la putain (1973), capolavoro quest’ultimo che analizza l'inefficacia della parola e la vaghezza dei sentimenti, e da cui emerge il senso dell'indispensabile moralità del cinema. Autore spesso emarginato dall'industria, meno compiacente e più crudele dei maestri della Nouvelle Vague, innamorato del rigore di Bresson e del vigore di Renoir, Eustache non ha mai smesso di interrogarsi sulla dinamica tra l'apparente realismo della sua macchina da presa inquisitiva e la finzione che entra in gioco non appena la cinepresa comincia a girare, tra l'autobiografia e la rappresentazione. Il suo malessere e la sua forza analitica hanno influenzato cineasti contemporanei come Assayas, Denis, Desplechin, Jarmusch. (Torino, 10 luglio 2018)

venerdì 29 giugno 2018

“A Quiet Passion” descrive con sagacia la sensibilità intensa e fine di una grande poetessa: Emily Dickinson


Titolo: A Quiet Passion
Regia: Terence Davies
Sceneggiatura: Terence Davies
Produzione Paese: UK, Belgio 2016
Cast: Cynthia Nixon, Jennifer Ehle, Emma Bell, Rose Williams, Keith Carradine, Annette Badland, Vryling Buffam, Duncan Duff, Susan Gilbert, Joanna Bacon, Eric Loren, Benjamin Wainwright, […]




La poesia, una delle sette arti, che dal greco poiesis significa creazione, rappresenta il fulcro attorno a cui si svolge la trama di questo bel film poetico e coinvolgente, diretto con cura e perspicacia da Terence Davies, in cui si descrive la biografia della grande poetessa americana Emily Dickinson (Emma Bell da giovane, Cynthia Nixon da adulta), a partire dalla sua giovinezza. Avulsa dagli stereotipi rigidi caratterizzanti il puritanesimo cristiano professato nell’ambito della sua famiglia borghese, non omologata al pensiero comune di una società che considera “la morte come se fosse una punizione divina” e di cui vuole smascherare le ipocrisie, integerrima intellettualmente, trasgressiva con coerenza, ribelle in tutti i sensi, sfrenata e a briglia sciolta nei dialoghi, Emily Dickinson con coraggio si congeda dal Collegio femminile dove studia, per non sottomettersi alle severe e intransigenti regole cristiane dettate dalla madre superiora e anche dalla religione. Si rifugia, quindi, come se fosse un eremo, nella casa dei suoi genitori, dove vive con la dolce e amabile sorella Vinnie (Jennifer Ehle, Rose Williams da giovane) e il fratello Austin (Duncan Duff, Benjamin Wainwright da giovane) fino a quando questo non si sposa, e dove trova la sua amata libertà di poter esternare tutta la sua versatilità di idee.
Da quel momento Emily incomincia a scrivere poesie, a creare ciò che sente in sé, in silenzio, nella sua solitudine e con intensa passione, usando la sua forte sensibilità e la sua verve intellettuale: ciò che non trova nel sociale, dopo avere chiesto al padre (Keith Carradine) l’autorizzazione di poter scrivere di notte, lo trova nelle sue poesie “per un istante d’estasi” e per “impedire a un cuore di spezzarsi” al fine di “non aver vissuto invano” e per rendere eterne le parole perché “una parola muore quanto è detta”. Poesie che rappresentano il suo mondo che è quello in cui si trova a suo agio, dove vola senza costrizioni con la sua immaginazione e da cui traspare la sua genuina e ancestrale umanità. Nel frattempo, avviene in lei un’inversione graduale di tendenza che la fa diventare un ossimoro umano: quando da trasgressiva assume un comportamento autodisciplinante, forse anche a causa della sua rara malattia incurabile che la obbliga a isolarsi ulteriormente, o quando mostra durezza che diventa dolcezza, o anche quando si veste di bianco per la morte del padre perché “Morire - richiede appena un breve momento -/ Dicono che non faccia male -/ È solo un perdere i sensi./…”.
Terence Davies, con lodevole flemma del ritmo narrativo efficace nel suo accurato realismo e semplicemente metaforico, riesce a mettere in luce il carattere complesso della poetessa filmando straordinariamente i suoi versi e descrivendone il suo modo di vivere e il suo comportamento.  Usa, nel contempo, con efficacia una fotografia che ritrae i diversi contorni e sfondi che illuminano la poetessa e la fanno grande nella sua fragilità ma, nel contempo, imperiosa e travolgente nella sua sofferenza che viene esternata dai seguenti versi prima di morire: Annoda i Lacci alla mia Vita, Signore,/ Poi, sarò pronta ad andare!/ Solo un'occhiata ai Cavalli -/ In fretta! Potrà bastare! //Mettimi dal lato più sicuro -/ Così non cadrò -/ Perché dobbiamo andare al Giudizio -/E in parte, ripido il Pendio -// Ma non mi curo dei precipizi -/ E non mi curo del Mare -/ Resa salda nell'Immortale Corsa -/ Dalla mia stessa Scelta, e da Te -// Addio alla Vita che vivevo -/ E al Mondo che conoscevo -/E baciate le Colline, per me, basta una volta -/ Ora - sono pronta ad andare!
Filmografia
Voci lontane … sempre presenti (1992), Serenata alla luna (1995), La casa della gioia (2000), Of Time and the City (2008), The Deep Blue Sea (2011), Sunset Song (2015).
Francesco Giuliano


venerdì 22 giugno 2018

“La terra dell’abbastanza” ovvero una disamina sulla manovalanza giovanile criminale priva di valori umani essenziali


Titolo: La terra dell’abbastanza
Regia: Fratelli (Damiano e Fabio) D’Innocenzo
Sceneggiatura: Fratelli D’Innocenzo
Produzione Paese: Italia, 2018
Cast: Andrea Carpenzano, Matteo Olivetti, Milena Mancini, Max Tortora, Giordano Del Piano, Michela De Rossi, Demetra Bellini,Walter Toschi, Luca Zingaretti, Yan Lovga, […]



I fratelli Damiano e Fabio D'Innocenzo, alla loro opera prima, confezionano e dirigono, con un realismo efficace e crudo, un film straordinario nella descrizione del contenuto e nella performance dei due giovani protagonisti Mirko (Matteo Olivetti), alla sua prima esibizione, e Manolo (Matteo Carpenzano), già interprete nel film “Tutto quello che vuoi” (2017) di Francesco Bruni. Tra questi ultimi, che vivono in un quartiere alla periferia di Roma dove frequentano un istituto alberghiero che – sperano -  gli consentirà di avere un lavoro al nord come barman, si è instaurata una solida amicizia sin dalle scuole elementari. Mirko, dimostra una razionalità molto controllata, mentre Manolo è ansioso e tormentato da sensi di colpa e spesso è preso da scatti d’ira diventando furibondo. Una sera, a bordo della sua auto assieme a Manolo, Mirko, che è alla guida, investe un uomo. Ad ambedue non viene in mente di soccorrerlo e scappano via rifugiandosi presso la casa del padre di Manolo, Danilo (Max Tortora). Quest’ultimo li conforta e li rassicura che non gli succederà niente dato che nessun estraneo ha visto quell’incidente mortale. Lo stesso Danilo qualche giorno dopo, scoprendo che l’uomo investito era un infame pentito del clan dei Pantano, di cui Angelo (Luca Zingaretti) era il capo, ne coglie l’opportunità. Infatti, dice al figlio “Noi adesso, senza volerlo, glie avemo fatto un favore immenso ar clan dei Pantano! Avete ammazzato un infame”. Manolo e Mirko così si guadagnano il diritto di entrare nel clan diventando killer di professione: “I giovani devono pote' sognà!” Da quel momento la loro vita indigente e senza futuro prospero cambia completamente verso. Hanno, infatti, tutti i soldi e i viveri che gli servono per soddisfare i loro desideri e realizzare i loro sogni e contribuire al sostentamento dei loro genitori. Nella dura descrizione di questa storia, dai connotati sociali tragici, si coglie tristemente l’assenza di quei valori fondamentali che portano un individuo di qualunque ceto al rispetto della vita. Tant’è che dall’angoscia che l’incidente stradale mortale gli aveva procurato, i due giovani passano a cuor leggero e con estrema semplicità ad una vita criminale che gli procura prosperità e agiatezza. E si coglie anche che da un ambiente sociale squallido e sordido non può ad un individuo che derivarne un animo colmo di turpitudine e di mancanza di umanità perché uccidere diventa un mestiere. Ma come dice l’adagio chi di spada ferisce, di spada perisce.
“La terra dell’abbastanza” per il suo originale realismo è stato presentato nella sezione "Panorama" al Festival di Berlino 2018, e concorre per il Nastro d’argento 2018 con le seguenti candidature: per il Migliore regista esordiente ai fratelli D’Innocenzo, per il Migliore produttore a Pepito Produzioni – Agostino, Maria, Giuseppe Saccà e per i Migliori costumi a Massimo Parrini.
Francesco Giuliano

giovedì 31 maggio 2018

“La mélodie” mostra che inculcando passione e attraverso il divertimento si possono educare anche gli studenti più scalmanati


Titolo: La mélodie

Titolo originale: La mélodie

Regia: Rachid Hami

Sceneggiatura: Rachid Hami, Guy Laurent, Valérie Zanatti

Musica: Bruno Coulais

Produzione Paese: Francia, 2017

Cast: Kad Merad, Samir Guesmi, Alfred Renely, Jean-Luc Vincent, Tatiana Rojo, Slimane Dazi, Mathieu Spinosi, Zakaria-Tayeb Lazab, Youssouf  Gueye, Mouctar Diawara, Shirel Nataf, Anaïs Meiringer, Amine Chir, […]



Il maestro Simon Daoud (Kad Merad), essendo disoccupato, per sbarcare il lunario accetta la proposta di lavoro di Farid Brahimi (Samir Guesmi): deve insegnare a suonare il violino ad una classe multietnica di studenti scalmanati e che provengono da uno stato sociale particolare e di profondo disagio. In effetti, a Simon quel lavoro non piace soprattutto perché quei ragazzi sono mancanti di regole e non conoscono il significato di rispetto. Non sono capaci di concentrarsi per più di trenta secondi. Se non vogliono  imparare, non devono restare! - dice a Farid, Simon che viene tentato di abbandonare perché non riesce a creare attenzione e trasporto. La situazione non migliora fino a quando nella classe non subentra Arnold (Alfred Renely), un ragazzo nero che sente subito la passione per la musica e per quello strumento. Tramite Arnold, il maestro Simon, attraverso la tenerezza manifestata sia nei confronti dei genitori che degli studenti, riesce a portare la classe a suonare al concerto di fine anno scolastico alla Filarmonica di Parigi con grande successo.

Orbene, questo film, come tanti altri dello stesso genere tra cui  “L’attimo fuggente” (1989) di Peter Weir, Detachment – Il distacco (2011) di Tony Kaye, “Lezione di sogni” (2011) di Sebastian Glober, “Il rosso e il blu” (2012) di Giuseppe Piccioni, e altri ancora, dimostra che gli insegnanti nel relazionarsi con gli studenti devono mostrare molta pazienza e devono trattarli sopportando spesso certi loro comportamenti non ortodossi, sgarbati, irrispettosi e irriverenti. Compito di ogni insegnante è quello di correggere tali comportamenti non a parole ma con le azioni cercando di inculcare loro, sulla base della loro intima personalità e delle condizioni socio-economiche delle rispettive famiglie di provenienza, tramite il divertimento, passione e amore. Mentre in “Lezione di sogni” è il pallone lo strumento che diverte per fare imparare l’inglese, in “La mélodie” è la musica che rappresenta un linguaggio universale, che fa sognare e condividere profonde emozioni. Attraverso la musica, infatti, si crea aggregazione, si educa al lavoro di gruppo e al rispetto delle regole e degli altri. Ovviamente, in un lavoro educativo è necessario il coinvolgimento delle famiglie perché tramite esse si possono coinvolgere anche i loro figli.

“La mélodie” è stato presentato, fuori concorso, al Festival di Cannes 2017 perché Rachid Hami, a soli 32 anni, lo ha ben diretto facendosi apprezzare dagli spettatori.

Filmografia
Nessuna causa di effetto senza causa (2005), Scegliere di amare (2008).

Francesco Giuliano