var _gaq = _gaq || []; _gaq.push(['_setAccount', 'UA-26218038-5']); _gaq.push(['_trackPageview']); (function() { var ga = document.createElement('script'); ga.type = 'text/javascript'; ga.async = true; ga.src = ('https:' == document.location.protocol ? 'https://ssl' : 'http://www') + '.google-analytics.com/ga.js'; var s = document.getElementsByTagName('script')[0]; s.parentNode.insertBefore(ga, s); })();

sabato 5 ottobre 2013

“Anni felici” descrive una storia d’amore in un’atmosfera di incipiente trasgressione sociale

Titolo: Anni felici
Regia: Daniele Luchetti
Sceneggiatura: Sandro Petraglia, Stefano Rulli, Daniele Luchetti, Caterina Venturini
Produzione: Italia, Francia, 2013

Cast: Kim Rosi Stuart, Micaela Ramazzotti, Martina Gedeck, Samuel Garofalo, Niccolò Calvagna, Benedetta Bucellato, Pia Engleberth, […]

Era il 1974, anno in cui ci fu il referendum sul divorzio che sancì, contrariamente alla posizione ecclesiastica intransigente e bigotta, il superamento dell’ipocrisia coniugale dando ai coniugi la facoltà di sciogliere definitivamente il matrimonio, dando un colpo netto al “divorzio all’italiana”. Quell’anno, dunque, segnò il primo passo verso la trasgressione sessuale manifesta, verso la dichiarazione aperta di omosessualità, verso il femminismo e verso la liberazione dal conformismo, quando ancora l’Italia si trovava nel mezzo di un contesto sociale molto difficile e triste a causa del terrorismo dilagante, iniziato qualche anno prima con la strage di Piazza Fontana, alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, a Milano. Il regista Daniele Luchetti dirige questa pellicola “Anni felici”, che non risente affatto di quell’atmosfera terrificante, raccontando una storia dai tratti autobiografici, una storia d’amore difficile ambientata proprio nell’anno dal quale la società si avvia alla conquista dell’autenticità espressiva e della libertà che fino ad allora era stata repressa, quella dell’amore. Il fulcro di questo film appare la trasgressione nei suoi diversi connotati, quello artistico mostrato da Guido (Kim Rossi Stuart), artista d’avanguardia oltre che docente all’Accademia delle Belle Arti che cerca di sfondare nel campo dell’arte, quella extraconiugale della moglie Serena (Micaela Ramazzotti) che, inizialmente aggrappata all’amore coniugale, scopre gradualmente e per caso sia il femminismo che l’omosessualità vivendola come un fatto naturale.
Luchetti, che è stato autore di film importanti e di grande successo come “Il portaborse” con Silvio Orlando (1991), “La scuola” (1995) ancora con Silvio Orlando, “Mio fratello è figlio unico” con Riccardo Scamarcio e Elio Germano (2007) dal romanzo di Pennacchi “Il fascio comunista” ambientato a Latina, “La nostra vita” (2010) con Elio Germano, e che ha sempre saputo attrarre il pubblico con le sue storie ordinarie e realistiche, con questo film non riesce ad essere convincente perché non costruisce quel pathos caratteristico che fa immedesimare lo spettatore alle sue storie, né tanto meno lo sono gli attori principali Kim Rossi Sturt e Micaela Ramazzotti.

mercoledì 18 settembre 2013

“Il mondo di Arthur Newman”mostra come non si può evadere dalla gabbia degli affetti

Titolo: Il mondo di Arthur Newman
Titolo originale: Arthur Newman
Regia: Dante Ariola
Sceneggiatura: Becky Johnston
Produzione: USA 2012

Cast: Colin Firth, Emily Blunt, Anna Heche, Sterling Beaumon, Kristin Lehman, Phillip Troy Linger, […]
Un uomo, Wallace Avery (Colin Firth), abbandonato dalla moglie (Kristin Lehman), convivente con una donna (Anna Heche) che non ama e dalla quale è amato, padre di un tredicenne Grant (Sterling Beaumon) che lo odia e che non lo vuol vedere, fa un lavoro che non lo appassiona ma ama il golf. Wallace vuole fuggire da quel mondo che lo opprime e dal quale vuole scomparire per sempre. In definitiva vuole far morire Wallace e far nascere Arthur.  Cambia vita e anche identità, dunque, facendosi credere morto. Abbandona, per questo suo scopo, un po’ dei suoi effetti personali in una spiaggia deserta dell’Oceano Atlantico. Assume, quindi, il nome di Arthur Newman e, per caso, incontra una ragazza dai mille problemi esistenziali e psichici, Mike (Emily Blunt) con la quale intraprende un rapporto amoroso intenso. Al pari di Wallace/Arthur, anche Mike vuole cambiare vita e identità. Vuole fuggire dai ricordi di una madre pazza, ormai morta, e da una sorella gemella ricoverata in una casa di cura per malati mentali. Soprattutto vuole fuggire da se stessa. In tutto il tempo che stanno insieme, Arthur e Mike si spostano da un motel ad un altro, facendo anche delle incursioni presso case private in assenza dei loro proprietari, dove manifestano tutta l’aria di libertà ritrovata in amplessi condivisi e sinceri. Ad un certo punto, si accorgono che gli manca qualcosa, gli manca il passato, gli mancano gli affetti, gli manca la loro stessa vita. E questa mancanza li spinge a ritrovare se stessi.  Possono riacquistare ciò che gli mancava?
“Il mondo di Arthur Newman” è un film che, solo nella sua parte iniziale, fa ricordare “Il fu Mattia Pascal” di Luigi Pirandello per una certa somiglianza tra la dicotomia Wallace/ Newman e quella Pascal/Meis, che però nel procedere del film sfuma rapidamente. Wallace si trova ingabbiato dalla sua stessa vita e vuole essere Arthur così come Pascal vuole essere Meis. Wallace fugge dalla realtà verso il sogno rappresentato da Arthur come Pascal che vola verso Meis. Ne “Il fu Mattia Pascal”, Meis sta a Pascal come l’essere sta all’apparire, ne ”Il mondo di Arthur Newman” Wallace sta ad Athur come la vacuità esistenziale sta all’essere.
Da un avvio del film che sembra promettere, soprattutto per la presenza di un bravo attore come Colin Firth (Premio Oscar 2011 per  “Il discorso del re” di Tom Hooper) e per la presenza della bellissima Emily Blunt (che dà luminosità al film per la sua esuberante bellezza), ci si accorge che la sceneggiatura mostra sofferenza e appare incerta e anche vaga in molti tratti del film.

mercoledì 11 settembre 2013

“L’intrepido” è la favola di un uomo che lotta contro la violenza dei nostri tempi


Titolo:L’intrepido

Regia: Gianni Amelio

Sceneggiatura: Gianni Amelio, Davide Lantieri

Produzione:Italia, 2013

Cast: Antonio Albanese, Alfonso Santagata, Livia Rossi, Sandra Ceccarelli, Gabriele Rendina,[…]



Dal vocabolario Treccani "intrepido" (etimologicamente proviene da latino in-trepidus, non timido), che fa ricordare quel bellissimo e istruttivo settimanale di fumetti (Liberty Kid, Bufalo Bill, Roland Eagle, Il Cavaliere ideale, Il principe del sogno, Arturo e Zoe, ecc.)  comparso nelle edicole a metà degli anni ’50, è colui “che non trema di paura, che mostra saldezza di cuore e fermezza d’animo soprattutto nel compiere atti di valore, nell’affrontare un pericolo, nell’iniziare e proseguire in un’azione anche rischiosa ritenuta un dovere (detto perciò in genere di chi dimostra un coraggio attivo …” e questo è il carattere che dimostra Antonio Pane (Antonio Albanese) il protagonista del film “L’intrepido” di Gianni Amelio. Il film, presentato alla 70^ Mostra del Cinema di Venezia, molto apprezzato dalla stampa presente tant’è che ha avuto 11 minuti di applausi, è una favola ambientata nel nostro tempo, a Milano. Esso descrive le vicissitudini un eroe, ovvero di un uomo comune che dà prova di grande valore e coraggio compiendo azioni straordinarie dal punto di vista umano e che dà prova di grande generosità e di spirito di sacrificio. Un uomo che si distacca, appunto per ciò, dagli stereotipi ricorrenti e che trasmette quei sentimenti profondi che oggi gli individui stanno perdendo o hanno perso del tutto. Un uomo solo, in definitiva. Un uomo che lotta con i suoi modi contro la violenza, contro la sopraffazione, contro gli affari loschi, che sopporta senza dramma il suo status di precario, che ama il lavoro anche  quello non retribuito, che non si lascia distogliere dal timore, che manifesta una ricchezza interiore di umanità che oggi è diventata desueta nelle maggior parte persone, e che mostra un attaccamento a quei valori essenziali umani su cui si basa il vivere comune. Antonio Pane, 48 anni, divorziato dalla moglie (Sandra Ceccarelli) vive solo, ha un figlio (Gabriele Rendina) che studia al Conservatorio e suona il sax, ed è sfruttato da un camorrista (Alfonso Santagata) che si prende una parte degli emolumenti dei lavori giornalieri o anche orari, di tutti i tipi e di tutte le taglie, che gli procura. Antonio cerca di uscire da questo stato di precariato partecipando inutilmente ad un concorso dove, per caso, conosce una donna (Livia Rossi), una giovane senza lavoro con la quale fa amicizia. La donna risulta disadattata, disorientata, senza punti di riferimento nella società in cui vive, la quale non le dà nessuna speranza di crescita individuale e che ha represso i suoi sogni, base essenziale per vivere e per dare un senso alla vita. Senza sogni non c’è amore, senza sogni non c’è vita. Il film viene condotto con una vena pessimistica, e anche tragica, che porta lo spettatore a riflettere sullo status quo e per il quale costituisce una finestra che si affaccia sulla società attuale mettendone in risalto tutte le sue problematiche sociali ed economiche, ma che trasmette, al tempo stesso, il modo, secondo il regista, di risollevare le sorti degli individui e di dare loro la capacità di ritornare a sognare .
Gianni Amelio, calabrese sessantottenne, è un regista che ha sempre fotografato con profondità e con perspicace acume la condizione umana nella sua amara realtà. Esordisce con “Colpire al cuore” (1983) sul terrorismo, ritorna con “I ragazzi di via Panisperna” (1988) sugli scienziati che, con le loro divergenze, hanno dato impulso alla fisica moderna. Nel 1991 mette in campo “Porte aperte” che si aggiudicò la nomination all’Oscar 1991 con un grande Gian Maria Volontè e, l’anno seguente, “Ladro di bambini” (1992). Nel 1994 ritorna con “Lamerica” che descrive, come un cronista integerrimo, le vicende del popolo albanese abbagliato dal miraggio italiano. Vince, poi, il Leone d’oro alla Mostra del cinema di Venezia 1998 con “Così ridevano” sull’emigrazione meridionale al nord. Il suo penultimo film è “Il primo uomo” (2012) premiato dalla critica internazionale al Festival del Cinema di Toronto. Ora Amelio ha realizzato “L’intrepido”, presentato al 70° Festival di Venezia. La sceneggiatura ruota attorno  al grande Antonio Albanese che, con la sua bravura, regge magnificamente ed esalta con perspicacia il film per tutta la sua durata.


sabato 7 settembre 2013

In “Gorbaciof" sacro e profano si mescolano in un labirinto molto aggrovigliato


Titolo: Gorbaciof
Acquista su Ibs.it   Dvd Gorbaciof   Blu-Ray Gorbaciof  
Regia: Stefano Incerti
Produzione: Italia, 2010
Cast: Toni Servillo, Hal Yamanouchi, Yang Mi, Geppy Geijeses, Gaetano Bruno […]


Ieri sera su Rai3 (6.9.13) è stato trasmesso trasmesso, in prima serata, il film di Stefano Incerti, un’opera inconsueta nel suo genere sia per la sceneggiatura che per il contenuto. Il titolo che fa ricordare l’ultimo presidente sovietico, “Gorbaciof” (2010), è il soprannome del personaggio principale del film, Pacileo. Soprannome dovuto al fatto che questi porta sulla fronte una macchia, l’unica sola cosa che lo accomuna con l’illustre personaggio politico. In questo film (presentato al 66° Festival di Venezia nella sezione Fuori Concorso), Incerti con il suo stile originale e inconfondibile, che non trascura neppure i minimi particolari, ricostruisce  una storia nell’unica vera grande metropoli, Napoli, che è una metafora italiana, dove il sacro si mescola con il profano, dove il malaffare si insinua tra le forze dell’ordine e nei palazzi di giustizia, dove le regole vengono infrante facilmente, dove la violazione di queste regole è come un cancro che a poco a poco pervade e infetta tutto e tutti, dove si uccide per distrazione o per superficialità o per brio. Un film, questo di Incerti, dove i dialoghi sono affidati di più ai gesti e alla mimica dei personaggi, ma soprattutto alla mimica di Gorbaciof (Toni Servillo). Questi è il  ragioniere del carcere di Poggioreale di Napoli, che indossa sempre lo stesso abito e la stessa camicia color rosso ruggine, un personaggio caratteristico che impersona un individuo isolato, che può sembrare bizzarro e sguaiato (e in effetti lo è), un uomo  dai modi abitudinari e violenti, abitudinariamente con la stessa espressione, che parla poco o meglio che non parla (la prima parola che pronuncia dopo circa mezzora dall’inizio del film, stranamente è “parola” pronunciata giocando al poker), che ricorre all’illecito – sottraendo i soldi ai carcerati - per poter giocare al poker e indebitarsi. Gorbaciof è un personaggio, dunque, negativo, come tutti gli altri che ruotano attorno a lui, ma che viene nobilitato da Incerti nel momento in cui si innamora di una bellissima donna cinese Lila (Yang Mi), dal volto candido e angelico, l’unico personaggio positivo che esprime nei suoi modi quel sentimento puro e sublime che è l’amore. Amore che, però, non troverà sfogo, quello sfogo promesso e che viene presentato come l’unico spiraglio di salvezza.
Stefano Incerti diventa regista con il suo primo film “Il verificatore” (1995), per il quale gli venne aggiudicato il David di Donatello come migliore regista esordiente. Una premessa che ha dato i suoi buoni frutti.

venerdì 9 agosto 2013

"Weekend tra amici" di Stefano Simone è un triller mozzafiato

Titolo: Weekend tra amici
Regia: Stefano Simone
Sceneggiatura: Francesco Massaccesi
Musiche: Luca Auriemma
Produzione: Italia, 2013

Cast: Matteo Perillo, Michele Bottalico, Filippo Totaro, Peppe Sfera, Tonino Potito, Nicla Loconsole, Michela Mastroluca, Raffaella Piemontese, Adolfo Renato, […] 
Il tema affrontato in questo film, un triller angosciante dai risultati imprevedibili, del giovane e promettente regista Stefano Simone è relativo alla solitudine, all'angoscia, agli impulsi depressi, alla stupida febbre del calcio, alla superficialità, alla mancanza di valori, alla perdita del senso della vita, allo smarrimento e alle ossessioni dell’uomo d'oggi, dove però la donna, assume un ruolo marginale, anche se in alcuni casi determinante, anzi essa appare quasi assente ed esente dalle angosce, che risultano soltanto prerogativa dell’uomo. È come se la donna fosse immune dei mali, delle paure e delle afflizioni che la società impone violentemente e senza scampo. Per questo qualcuno potrebbe definire il film di stampo maschilista. Dal film, infatti, emergono le problematiche che si evincono da fatti, comportamenti e pensieri dei protagonisti (la solitudine, … non bastano i soldi per essere felici … la vita è un gioco dove le regole le decidiamo noi … gettare la famiglia nel cesso … nell'ordine delle cose sono necessari i potenti e le bestie … il complesso di inferiorità) e che, in un isolamento psichico irruente e violento in modo latente, attanagliano quattro amici, protagonisti del film: Marco (Michele Bottalico), il ristoratore il cui unico problema che lo affligge è il divorzio, Gianni (Matteo Perillo), il dentista single facoltoso che soffre di solitudine, Stefano (Filippo Totaro), l’impiegato complessato di mille euro al mese che soffre di complesso di inferiorità per la sua situazione economica precaria, e il veemente Fabrizio (Peppe Sfera), l’avvocato fascista assillato soltanto dal suo lavoro. Le affinità che uniscono questi quattro amici sono il ricordo del tempo passato e, soprattutto, il calcio, che li porta a passare un fine settimana in una casa di campagna presa in affitto, per seguire davanti al televisore, durante una cena conviviale, un torneo calcistico che li vede tutti rivali. Rivalità che si evidenzia anche nella loro vita sociale in modo drammatico, nudo e crudo,  e anche spaventoso.

Il film, [il terzo lungometraggio di Stefano Simone dopo i recentissimi Unfacebook (2011), dal un tema tratto da un racconto breve di Gordiano Lupi, e Una vita nel mistero (2010), una novella legata alla devozione verso padre Pio], girato nell’interno di una casa, manifesta un’impronta di evidente stampo teatrale data dai frequenti dialoghi molto intensi e profondi, ma la prova recitativa degli attori spesso risulta poco efficace. Anche lo sviluppo della sceneggiatura di Francesco Massaccesi, che è basata sul meccanismo del sapere e del non sapere, risulta poco convincente e sconclusionato tant’è che riesce difficile conciliare in modo efficace le azioni violente dei protagonisti con le storie personali che le hanno determinate. La visione del film, tuttavia, si  segue serenamente, anche se, come già detto, lascia lo spettatore incredulo in seguito alla descrizione dei fatti non ben modellati che si susseguono.
I riferimenti culturali presenti sono molteplici e arricchiscono il film che altrimenti risulterebbe sciapo. Ci sono, soprattutto, quelli allo scrittore russo Anton Cechov la cui traccia “si connette con l’espressione di stati d'animo complessi, delle sfumature emozionali di personaggi apparentemente quotidiani, ma portatori di istanze attribuibili ad ogni essere umano” e ben si congiunge con ”la tragedia sconfinata della mediocrità, l'esistenza scialba e gretta, senza ideali e senza mete …; la vita sciupata di uomini corrosi dalla consapevolezza dell'inutilità, schiavi dell'abitudine di vivere”. I protagonisti di questo film, infatti, “non amano la loro vita, perché non sanno viverla” e perché “si trovano in una situazione spirituale di una ambiguità delicatissima”. “Essi vorrebbero sapere, vorrebbero agire, vivere, e questo slancio impotente costituisce il vero principio dinamico del loro dramma”.
Anche il riferimento alla poesia “Piccolo agnello” di William Blake e alla sua recitazione da parte di Gianni, “alla cultura che non si compra”, “al cinema alto con il quale non si fanno incassi” fanno da cornice ricca e prosperosa di un film che avrebbe potuto essere per il tema affrontato molto coinvolgente e convincente.
Le musiche di Luca Auriemma ben si adattano al clima affliggente del film e caratterizzano appropriatamente i fatti angosciosi e irrefrenabili che si susseguono.

mercoledì 31 luglio 2013

“L’amico di famiglia” di Paolo Sorrentino è una descrizione acerba di una società traviata

Titolo: L’amico di famiglia
Regia: Paolo Sorrentino
Produzione: Italia, 2005

Cast: Giacomo Rizzo, Fabrizio Bentivoglio, Laura Chiatti, Gigi Angelillo, Clara Bindi, Marco Giallini, Valentina Lodovini, Giorgio Colangeli, […]
“L’amico di famiglia”, un film ormai datato (la sua uscita nelle sale risale al mese di novembre 2006), trasmesso l’altro giorno in prima serata in un canale televisivo, di cui è bene scrivere di nuovo perché risulta tuttora attualissimo, in quanto descrive una società traviata nei valori e nelle consuetudini, in cui nessun personaggio, per le corrispettive vicissitudini caratterizzate da avido squallore e da miseria d’animo, si salva dal punto di vista morale. Paolo Sorrentino, da grande narratore qual è, non fa il moralista, ma si limita a descrivere soltanto i fatti nudi e crudi delle sue maschere senz'anima e da questa descrizione emerge una società malata, forse ridotta in tale stato da un ventennio di politica cieca e assurda che ha fatto di tutto per far scambiare quei valori nobili, che l’uomo si è conquistato in millenni di storia, con “valori” negativi, come il ricatto, la violenza psicologica oltre che fisica, l’opportunismo, la prostituzione, il cinismo esasperato, e così via.  Ogni personaggio del film manifesta i suoi difetti, i quali invece appaiono come normalità, come se fossero pregi, comportandosi senza pudore, senza pentimento e spesso, anzi sempre, a discapito della dignità. Personaggi deformi e mostruosi come lo strozzino truffaldino, ladro e arruffone, malato di sesso, Geremia (un grande Giacomo Rizzo), succube della propria madre inferma (Clara Bindi) che nella sua immobilità, quasi metafora di una società refrattaria, sostiene che “tutti rubano … e tutti sono infelici”, oppure come la nonna di un bambino che per giocare a Bingo chiede un prestito inventandosi una malattia incurabile (Barbara Valmorin), o, ancora, come l’amico di Geremia, il country Gino (Fabrizio Bentivoglio), abile truffaldino così come lo sono Attanasio (Marco Giallini) e l’avvocato (Giorgio Colangeli). Tra questi personaggi spicca soprattutto la novella sposa dall’aspetto immacolato di una madonna (la bella Laura Chiatti) che il padre (Gigi Angelillo) indebitato fa prostituire a Geremia per sostenere le spese del suo stesso matrimonio, in un ambiente che rappresenta l’Italietta mediocre e fraudolenta fatta di faccendieri e traffichini, dove si pensa che la democrazia abbia peggiorato la società avendo eliminato la schiavitù (Non ci sono piu' servi. Purtroppo la democrazia ha fatto piazza pulita delle buone abitudini), dove tutto è precario (Qui tutto è in affitto, il mondo vi è stato prestato. Io vi porto il mondo quando ve lo perdete), dove l’unico sentimento che emerge è la bruttezza e la cattiveria (Potevamo fare solo i cattivi. I posti da buoni erano già tutti occupati), dove l’amicizia non si sa cosa sia (Devo dire che è un'eventualità alla quale non avevo mai pensato), dove la mostruosità esprime il carattere dell’uomo (Sono l'uomo meno affascinante sulla faccia della terra…. Non ho fiducia in Dio, perchè lui non l'ha avuta in me, altrimenti mi avrebbe fatto un poco più aggraziato!), dove l’egoismo, l’avarizia, la truffa e l’inganno sono i comandamenti da osservare.
Il film fu presentato al cinquantanovesimo Festival di Cannes dove riscosse un grande successo di pubblico ma non di critica forse per l’effetto alone determinato dal precedente film di Sorrentino “Le conseguenze dell’amore “ con Toni Servillo.

mercoledì 3 luglio 2013

“Se sposti un posto a tavola” una commedia che gioca sulle relazioni casuali che possano cambiare la vita

Titolo: Se sposti un posto a tavola
Regia:Christelle Raynal
Genere:Commedia
Paese:Francia, Belgio, 2012
Sceneggiatura:Francis Nief
Musiche:Matthieu Gonet
Una produzione:Easy Movies, La petite Reine, Bidibul Productions, Nexus Factory, uFilm
Uscita in sala:25 Luglio 2013
Durata: 84 min. - colore
Cast: Elsa Zylberstein, Franck Dubosc, Audrey Lamy, Arié Elmaleh, Shirley Bousquet, Mathias Mlekuz, Louise Monot, Lannick Gautry, Tom Raynal, Jérôme Daran 


È sulla stessa traccia del film di Peter Howitt “Sliding doors” (1997), con Gwyneth Paltrow, questa  commedia “Se sposti un posto a tavola” di Christelle Raynal, dove è il “caso” a governare in un banchetto di nozze. Nel momento in cui, infatti, sta per iniziare il convivio, un ragazzo e una ragazza fanno cadere distrattamente i segnaposto da un tavolo ma riponendoli in gran fretta li dispongono a “caso”. Per gli invitati, seduti a quel tavolo, ignari della nuova disposizione, ci sarà una differenza sostanziale nelle loro relazioni? Cosa accadrà in seguito alla variazione dell’ordine prestabilito per l'imprevedibile coincidenza? Sarà lecito pensare che per cambiare vita, basterebbe cambiare il vicino?
Un avvenimento, dunque, che si è verificato senza un determinato motivo se non quello dovuto alla distrazione di due persone, che va contro ogni opinione deterministica che invece conferisce ad ogni evento una precisa causa. Accanto al “caso” si colloca la "necessità", vedendo nell'evoluzione dei fatti un loro avvicendamento con cui il “caso” aggiorna e la “necessità” conserva. L’origine etimologica della parola “caso” deriva dal latino casus che vuol dire caduta. Un tema questo del “caso” che ha fatto scervellare e scrivere fiumi di inchiostro al fior fiore di pensatori e scienziati, a partire dall’antico filosofo greco Leucippo che parla di “atomi soggetti ad un moto casuale e imprevedibile” e anche da Euripide che nella tragedia perduta “Ipsipile” recita “Perché se c’è il caso, che bisogno c’è degli dei?”, e ancora da Democrito secondo il quale “tutto ciò che esiste nell’universo è frutto del caso e della necessità”, a cui fa riferimento lo stesso Dante Alighieri che, nel canto sesto dell’Inferno, recita “Democrito, che 'l mondo a caso pone”. Stesso tema è stato ripreso dal biologo francese Jacques Monod, premio Nobel per la Medicina (1965) che, più di quarant’anni fa, nel suo saggio “Il caso e la necessità” (edito da A. Mondadori), anche se da un punto di vista evoluzionista, sostiene che è il “caso” che governa il mondo e l’uomo altro non è che il risultato di “un imprevedibile gioco di dadi, di una combinazione improbabilissima di circostanze che avrebbe benissimo potuto non verificarsi”. Mentre circa un decennio dopo, lo scienziato belga Ilya Prigogine, anche lui premio Nobel per la chimica (1977), asserisce che il “caso” crea il nuovo ma questo genera le condizioni deterministiche per gli eventi futuri, per cui la vita e tutto ciò che la distingue non è frutto del “caso” ma frutto del verificarsi di certe condizioni. Una nota a sfavore proviene anche dal pensiero di Albert Einstein secondo cui “Dio non gioca a dadi”, contrastato in questo dall’astrofisico Hubert Reeves che, invece sostiene che “Dio ama giocare a dadi”.

Ritornando al contenuto del film, la casualità degli eventi va contro ogni forma di organizzazione come quella che sostiene Pierre (Franck Dubosc) secondo il quale “La mia vita sessuale è come un orologio svizzero. È tutto pensato, organizzato, calibrato. È un lavoro di oreficeria, di alta acrobazia…” che discorda con gli eventi e le relazioni che si succedono nel film, così come avviene a Sisifo, il personaggio mitologico greco, nel “Il mito di Sisifo” di Albert Camus, “…cieco che desidera vedere e che sa che la notte non ha fine, egli è sempre in cammino. Il macigno rotola ancora…. Il faut imaginer Sisyphe heureux”. Risulta infatti che l’organizzazione di Pierre è vana, non ha domani perché soggetta ad un imprevedibile presenza di numerose cause donde si può dichiararne la probabilità che include il “caso”. Per tutto ciò il film risulta oltre che divertente anche interessante perché suscita gli interrogativi di cui sopra. Bravi gli attori tra cui Franck Dubosc (nel ruolo di Pierre) che nel 2012 è uno degli interpreti di “Seigneurs” di Olivier Dahan, Elisa Zylberstein (nel ruolo di Catherine) che vince il César per la Migliore Attrice (2009) come interprete secondaria del film di Philippe Claudel “Ti amerò sempre” (Il y a longtemps que je t’aime), Audrey Lamy (nel ruolo di Marjorie) che si fa conoscere al cinema con “Tout ce qui brille” che le regala la nomination al César per la Migliore Attrice Emergente (2011).