Un errore di distrazione è la canzone inedita di Brunori sas, “una favola leggera di amori perduti e nuovi inizi” secondo il critico Kaleem Aftab, cantata verso la fine del film che fa accapponare la pelle, e che costituisce indirettamente e impropriamente l’epilogo di questo film L’ospite, perché descrive la fine di un amore di una giovane coppia. Il trentottenne Guido (Daniele Parisi) e la tentatreenne Chiara (Silvia D’Amico) dopo un rapporto sessuale si accorgono che hanno commesso un errore di distrazione: il preservativo si è rotto e Chiara potrebbe rischiare la gravidanza. Trovandosi a discutere se portare a termine o interrompere l’eventuale gravidanza, Chiara incomincia, come un lampo a ciel sereno, a manifestare perplessità sul loro legame amoroso e tronca subito e senza esitazione quel desiderio di paternità del suo compagno. Ciò porta Guido a farsi la valigia e a lasciare la casa in cui conviveva con Chiara diventando un ospite deambulante che passa dalla casa dei genitori alla casa di amici, dei quali si trova a partecipare involontariamente ai loro intrighi amorosi e a condividerli.
Un nuovo blog che parla di cinema italiano. Potrete trovare informazioni complete sui migliori attori, registi e film del nostro cinema. Vi saranno anche riferimenti al cinema straniero , informazioni complete su come visualizzare un in streaming e suggerimenti e indicazioni rispetto ad altre pagine del settore.
venerdì 19 luglio 2019
“L’ospite”, una profonda disamina sui rapporti sentimentali effimeri delle giovani coppie
Titolo:
L’ospite
Regia:
Duccio Chiarini
Soggetto:
Duccio Chiarini, Davide Lantieri, Marco Pettenello
Sceneggiatura:
Duccio Chiarini, Roan Johnson, Davide Lantieri, Marco Pettenello
Musiche
originali: Tyler Ramsey
Canzone
originale: BrunoriSAS
Produzione
Paese: Italia, Svizzera, Francia, 2018
Cast:Daniele
Parisi, Silvia D’Amico, Anna Bellato, Thony (alias Federica Victoria Caiozzo), Sergio
Pierattini, Milvia Marigliano, Daniele Natali, Guglielmo Favilla, […]
Nelle sale dal 22 agosto 2019
Un errore di distrazione è la canzone inedita di Brunori sas, “una favola leggera di amori perduti e nuovi inizi” secondo il critico Kaleem Aftab, cantata verso la fine del film che fa accapponare la pelle, e che costituisce indirettamente e impropriamente l’epilogo di questo film L’ospite, perché descrive la fine di un amore di una giovane coppia. Il trentottenne Guido (Daniele Parisi) e la tentatreenne Chiara (Silvia D’Amico) dopo un rapporto sessuale si accorgono che hanno commesso un errore di distrazione: il preservativo si è rotto e Chiara potrebbe rischiare la gravidanza. Trovandosi a discutere se portare a termine o interrompere l’eventuale gravidanza, Chiara incomincia, come un lampo a ciel sereno, a manifestare perplessità sul loro legame amoroso e tronca subito e senza esitazione quel desiderio di paternità del suo compagno. Ciò porta Guido a farsi la valigia e a lasciare la casa in cui conviveva con Chiara diventando un ospite deambulante che passa dalla casa dei genitori alla casa di amici, dei quali si trova a partecipare involontariamente ai loro intrighi amorosi e a condividerli.
Un errore di distrazione è la canzone inedita di Brunori sas, “una favola leggera di amori perduti e nuovi inizi” secondo il critico Kaleem Aftab, cantata verso la fine del film che fa accapponare la pelle, e che costituisce indirettamente e impropriamente l’epilogo di questo film L’ospite, perché descrive la fine di un amore di una giovane coppia. Il trentottenne Guido (Daniele Parisi) e la tentatreenne Chiara (Silvia D’Amico) dopo un rapporto sessuale si accorgono che hanno commesso un errore di distrazione: il preservativo si è rotto e Chiara potrebbe rischiare la gravidanza. Trovandosi a discutere se portare a termine o interrompere l’eventuale gravidanza, Chiara incomincia, come un lampo a ciel sereno, a manifestare perplessità sul loro legame amoroso e tronca subito e senza esitazione quel desiderio di paternità del suo compagno. Ciò porta Guido a farsi la valigia e a lasciare la casa in cui conviveva con Chiara diventando un ospite deambulante che passa dalla casa dei genitori alla casa di amici, dei quali si trova a partecipare involontariamente ai loro intrighi amorosi e a condividerli.
Il
regista, che ha partecipato alla scrittura sia del soggetto che della
sceneggiatura, riesce con sagacia e con accuratezza a raccontare la transizione
della vita legata alla fine di un amore e tutto ciò che essa comporta in itinere, come i momenti di
depressione, gli stati di dolore profondo e le difficoltà di esprimere i propri
sentimenti, nel tentativo di bloccare tale situazione attraverso un gesto o una
frase o attraverso la ricerca di un ideale per trovare una spiegazione ma che
nel contempo lascia sospesi. Guido si trova, con la mente confusa, smarrito e incerto
nelle decisioni da prendere e, sostenuto soltanto dal dolore dell’abbandono, viene
catapultato in una situazione ignota e senza alcun punto di riferimento. Ma
ecco che all’improvviso Guido incontra per caso una donna, Roberta (Thony),
che, come la luce in fondo ad un tunnel che sembrava senza via d’uscita, con il
suo affetto e il suo comportamento empatico lo porta verso la strada del
risanamento mentale, verso quella felicità che sembrava perduta per sempre. Da
uno stato psichico doloroso Guido esce e si trasforma: da uomo fragile diventa
uomo sicuro di sé, passa ad nuova vita,
ad una vita che prima sembrava interdetta perché ancora non aveva avuto quella
crescita intellettuale corrispondente alla maturità.
Attraverso
Guido il regista analizza appropriatamente la situazione psicologica dei
quarantenni, uomini che non riescono a
definirsi bene nei confronti dell’altro sesso, orfani di una maniera
tradizionale di essere maschio e alla ricerca di un nuovo modo di vivere la
propria identità sessuale di fronte a
figure femminili sempre più distanti da quelle delle loro madri. In
definitiva, egli racconta il suo punto di vista che è espresso dal desiderio di
genitorialità del maschio rispetto a quello della donna di oggi.
L’ospite
è stato presentato nella sezione Piazza
Grande al Locarno Festival 2018, al Chicago International Film Festival
2018 nella sezione Sptlight Comedy,
al Seattle International Film Festival 2018 nella sezione Cinema Italian Style e al Torino Film Festival 2018 nella sezione Festa Mobile/TorinoFilmLab.
Filmografia
Short
Skin.
Francesco Giuliano
sabato 22 giugno 2019
“Arrivederci professore”, una disamina profonda, emozionante ma anche divertente sul senso della vita
Titolo: Arrivederci professore
Titolo originale: The professor
Regia: Wayne Roberts
Sceneggiatura: Wayne Roberts
Musiche: Aaron Dessner, Bryce Dessner
Paese Produzione: USA, 2018
Cast: Johnny Depp, Zoey Deutch, Danny
Huston,Rosemarie DeWitt, Farrah Aviva, Odessa Young, Devon Terrel, Debbie Podowski,
Dion Riley, Ron Livingston, Siobhan Fallon Hogan, Paloma Kwiatkowski, […]
Originale e trasgressivo questo film Arrivederci professore, secondo lavoro del regista Wayne
Roberts, è una critica alla società
mediocre, formalista, enfatica e decadente che non si pone la domanda sul senso
della vita, la quale viene affidata ad una condotta individuale superflua e banale
ed a stereotipi consolidati e consuetudini insensibili.
Con un tocco interpretativo straordinario,
singolare e coinvolgente del professore Richard (Johnny Depp), questo film
presenta dei connotati originali che portano lo spettatore a riflettere sulla
società moderna, sui superflui formalismi su cui è basata, e sulle mutue
relazioni degli individui che la compongono. Il film, infatti, mette in risalto
che si può vivere bene soltanto dando sfogo alle proprie pulsioni passionali,
senza farsi condizionare dall’ambiente in cui si vive, e dando valore e ampia visibilità
al ciuffo ribelle del professore Richard, metafora che domina incontrastata le
scene.
Lo spunto di tutto questo deriva dal fatto
che Richard, professore universitario di letteratura, viene a
sapere che è affetto da un tumore ai polmoni, che è in uno stadio metastatico
molto avanzato. La situazione non è buona, Richard, anzi a essere sincero è
piuttosto critica – gli dice il
dottore. Ma ciò che sconvolge Richard e che crea in lui un
comportamento indisciplinato deriva dal fatto che gli rimangono circa sei mesi
di vita. La scoperta di questa sua personale situazione drammatica,
inaspettata, improvvisa, sconvolgente, gli stronca i protocolli sociali e
professionali che fino ad allora aveva seguito e rispettato. Sceglie spontaneamente
e istintivamente, infatti, di rinunciare a ogni tipo di formalismo e a ogni convenzione
razionale, incominciando a vivere in modo trasgressivo ed eterodosso, avulso da
ogni condizionamento esterno e da ogni pregiudizio, sia in campo sociale che
professionale, liberandosi definitivamente dall’opprimente omologazione sociale
e dal pensiero unico. Diventa ribelle
togliendosi quella maschera che la società gli aveva imposto di portare e, trovatosi
dinanzi ad un bivio già segnato, sceglie
la strada tracciata da lui stesso. Infatti, nel primo giorno di lezione si
presenta così ai suoi studenti: Mi
chiamo Richard, sono il vostro professore, d'ora in poi faremo le cose in modo
decisamente diverso! A proposito, se qualcuno vende marijuana, può passare da
me durante l'orario d'ufficio? Da una parte, sceglie la via del vizio fatta
di fumo, di alcol, di droga, di sesso sia etero che omo, mentre, dall’altra
parte, si trova a riflettere sul senso della vita indagando sulla sua interiorità:
Spero che i vostri genitori vi abbiano detto che moriremo tutti alla fine! È
come se galleggiassimo senza vivere e voi avete un'occasione, afferratela,
stringetela, fatela vostra! Non lasciate che vi sfugga neanche un momento!
Che sarebbe quell’invito, che si desume dall’ode rivolto a Leuconoe
riportato nelle Odi del poeta latino Orazio: “Carpe diem, quam minimum credula postero”, (Cogli l'attimo, confidando il meno possibile nel
domani), in cui è riassunto un significato fondamentale della vita dell’essere umano, a
cui è impedita la conoscenza del futuro, o di determinarla. L’essere umano può
intervenire solo sullo svolgersi della vita nel tempo presente e, quindi, sul
suo comportamento con cui cercare di cogliere i momenti che lo fanno godere senza
alcun condizionamento sia interiore che esteriore.
Il film è anche un elogio
dell’amore e della vera amicizia, quest’ultima rappresentata dall’amico Peter (Danny Huston), ma è anche una critica al
potere costituito, fatto di arroganza e sopraffazione, il cui degno
rappresentante è il rettore del Campus (Ron Livingston). Solo un cenno lieve
alla religione che appare superflua e condizioinante, ma un riferimento più
incisivo sia all’avversione dei sentimenti negativi, tra cui la vendetta, sia alla
luce il cui bagliore è metafora che dà vigore alla vita.
Filmografia
Katie Says
Goodbye (2016).
Francesco
Giuliano
venerdì 14 giugno 2019
“Il flauto magico di Piazza Vittorio” una festa di musica, di lingue e di colori dove la Bellezza e la Ricchezza d’Umanità sono figlie della multietnicità
Titolo:
Il flauto magico di Piazza Vittorio
Regia:
Mario Tronco e Gianfranco Cabiddu
Soggetto:
Mario Tronco e Fabrizio Bentivoglio
Sceneggiatura:
Fabrizio Bentivoglio, Mario Tronco, Alessandro Arfuso, Fabio Natale, Doralice
Pezzola
Musiche
tratte da Il Flauto Magico di Mozart secondo L’Orchestra di Piazza Vittorio
Musiche
originali: Leandro Piccioni
Produzione
Paese: Italia, Francia, 2018
Cast:
Ernesto Lopez Maturell, Violetta Zironi, El Hadji Yeri Samb, Petra Magoni,
Fabrizio Bentivoglio, Ashai Lombardo Arop, Houcine Ataa, Omar Lopez Valle,
Simone Zambelli, Camilla Zecca, Alice Stancanelli, Veronica Tundis, Adrien
Ursulet, Sara Sguotti, Marisa Fortebraccio, Lia Grieco, Raul Scebba, Gaetano
Messana, Nina Pitolli, Ziad Trabelsi, […]
Tenetevi, o antiche terre, la vostra vana pompa - grida
essa con le silenti labbra - Datemi i vostri stanchi, i vostri poveri, le
vostre masse infreddolite desiderose di respirare liberi, i rifiuti miserabili
delle vostre coste affollate. Mandatemi loro, i senzatetto, gli scossi dalle
tempeste e io solleverò la mia fiaccola accanto alla porta dorata. Questo è il sonetto
inciso alla base della Statua della Libertà, nella baia di Hudson all’ingresso
del porto di New York, scritto dalla poetessa ebrea Emma Lazarus, che costituisce
l’incipit di questo film Il flauto magico di Piazza Vittorio da cui deriva il profondo
contenuto del film: la bellezza e l’arricchimento d’umanità grazie alla multietnicità.
Partorito circa
dieci anni fa, dall’omonimo
spettacolo teatrale, che aveva debuttato nel 2009 a Lione e che aveva poi avuto
oltre 200 rappresentazioni in Italia e nel mondo,
il progetto di questo film è la narrazione di una fiaba musicale che rivisita e
reinterpreta, modificandola e attualizzandola, l’opera Il flauto magico (1791) di Wolfgang Amadeus Mozart: il principe
Tamino (Ernesto Lopez Maturell), aiutato da Papageno (El
Hadji Yeri Samb) va a liberare la sua amata Pamina (Violetta Zironi), prigioniera
del padre Sarastro (Fabrizio Bentivoglio) che l’ha portata con sé separandosi dalla
moglie, la Regina della Notte (Pietra Magoni).
Gli attori-musicisti
di otto lingue diverse (italiano, francese, tedesco, inglese, spagnolo,
portoghese, arabo, ecc.) suonano nell’Orchestra e frequentano piazza Vittorio,
tant’è che il film si svolge dentro i giardini della stessa piazza romana. Il
proposito che gli attori provenissero da mondi e background diversi –
folk, pop, classici - voluta dal regista deriva dal fatto che egli voleva una libertà assoluta e non voleva essere
schiavo del genere, rischiando di essere etichettato. È il primo caso di
orchestra finanziata dai cittadini e non dallo Stato. In questi diciotto (dal
2002 n.d.r.) anni abbiamo prodotto tre
opere, che sono ‘Il flauto magico’, ‘Carmen’ e ‘Don
Giovanni’, un concerto di
musica sacra e tre dischi. Mentre riguardo all’ambiente scenografico per il quale è stata scelta la
piazza Vittorio deriva dal rapporto sentimentale
che il regista ha con quella piazza. È un
posto estremamente romantico e al tempo stesso tragico. Ha un’anima umana fatta
di bellezza diurna e di angoscia notturna – dice Mario Tronco, che ha selezionato i personaggi in base ai caratteri dei componenti dell’orchestra.
Infatti, chi intepreta Papageno, El Hadji Yeri Samb, è una persona semplice che ama il cibo, mentre la Regina della Notte,
interpretata da Petra Magoni, è un’anima punk.
Il film, che utilizza
tecniche volutamente artigianali, è un messaggio di integrazione,
convivenza e scambio, qualcosa che in questi tempi caratterizzati dal fenomeno
migratorio è ancora più necessario. Per questo esso appare attualissimo in questa epoca altamente
e generalmente xenofobica e assume un alto valore educativo e anche morale sia
dal punto di vista sociale che politico. I registi, infatti, sono riusciti a
coniugare sinergicamente, attraverso la musica, la geografia di generi e stili
musicali diversi con la geografia dei colori e con quella linguistica, da cui
deriva il messaggio che si può ottenere un arricchimento umano e artistico da coloro
che provengono da culture e tradizioni diverse, dove la donna assume un
ruolo fondamentale. Questa, rappresentata in particolar modo da Pamina,
metafora dell’amore e della virtù, riesce a cambiare il corso degli eventi
trasformando con dolcezza l’odio in amore attraverso la riappacificazione dei genitori,
Regina della Notte e Sarastro. Ciò, ovviamente, contrasta con la politica dell’odio
che da qualche tempo sta caratterizzando l’azione dei nostri governanti rivolta
contro i migranti, da cui non potrà ottenersi nulla di buono socialmente
parlando.
Il film, proiettato in
anteprima alla Festa del cinema di Roma 2019, è stato diretto da Mario Tronco e da
Gianfranco Cabiddu. Il primo, Mario Tronco, compositore e direttore d’orchestra,
membro del gruppo Avion Travel e fondatore dell’Orchestra di Piazza Vittorio
(2002), ha guidato e composto varie opere tra cui Il flauto magico secondo l’Orchestra di Piazza Vittorio
(2007), Il giro del mondo in 80 minuti
(2013), Carmen(2014), Credo (2015) e Don Giovanni (2017), e i seguenti film: Il tuffo (1993), Isotta
(1996), Cinque giorni di tempesta
(1997), Metronotte (2000), Long Live the Monkey (2002), L’esplosione (2003), The Edge of Heaven (2007), I fiori di Kirkuk (2010). Il secondo, Gianfranco
Cabiddu, etnomusicologo, regista e sceneggiatore, direttore artistico del
Festival Creuza de Mà – Musica per il Cinema, è stato regista dei seguenti
film: Disamistade (1988), S’Ardia (1994), Il figlio di Bakunin (1997), Passaggi
di tempo (musical, 2004), Faber in
Sardegna (documentario, 2012), La
stoffa dei sogni (musical,2016).
Francesco
Giuliano
lunedì 3 giugno 2019
“Il traditore” , un film dal realismo avvincente sul pentito Buscetta che ha fatto vacillare l’organizzazione mafiosa Cosa Nostra
Titolo: Il traditore
Regia: Marco Bellocchio
Soggetto: Marco Bellocchio
Sceneggiatura: Marco Bellocchio,
Valia Santella, Ludovica Rampoldi, Francesco
Piccolo, Francesco La Licata
Musiche: Nicola Piovani
Produzione Paese: Italia, Brasile,
Germania, Francia, 2019
Cast: Pierfrancesco Favino, Maria
Fernanda Cândido, Fabrizio Ferracana, Fausto Russo Alesi, Luigi Lo Cascio,
Nicola Calì, Giovanni Calcagno, Bruno Cariello, Bebo Storti, Vincenzo Pirrotta,
Goffredo Maria Bruno, Gabriele Cicirello, Paride Cicirello, Elia Schilton,
Alessio Praticò, Pier Giorgio Bellocchio, Rosario Palazzolo, Antonio Orlando,
Fabrizio Romano, Ada Nisticò, Federica Butera, Ludovico Caldarera, Nunzia lo
Presti, Matteo Contino, Alberto Gottuso, Massimilaino Ubaldi, Pippo Di Marca,
Raffaella Lebboroni, […]
“Il traditore” è un film diretto da Marco
Bellocchio, regista sui generis del
cinema italiano, che ha descritto con semplicità filmica e realismo intenso un
fenomeno attuale molto complesso qual è quello della mafia siciliana. La
narrazione ha inizio nei primi anni ottanta, quando sta per iniziare la guerra
tra le più importanti famiglie mafiose palermitane e quella emergente dei
corleonesi guidata da Totò Riina (Nicola Calì) per il controllo del traffico
della droga. Tommaso Buscetta (Pierfrancesco Favino), chiamato Don Masino, e conosciuto a livello
internazionale come il Boss dei due mondi,
avverte in anticipo l’incipit nefasto di tale scontro durante la festa di Santa
Rosalia a Palermo ed emigra in Brasile dove va a vivere con Cristina (Maria
Fernanda Cândido), la bellissima e affascinante moglie brasiliana. Purtroppo, le cose vanno tristemente come lui
aveva immaginato, solo che non aveva previsto che i suoi due figli e il
fratello, rimasti in Sicilia, venissero uccisi violentemente, senza avere nessuna
colpa, ma soltanto per annientare la semenza
dei Buscetta. Soltanto Salvatore Contorno (Luigi Lo Cascio), tra tutti, riesce
fortunatamente a salvarsi dall’attentato
perpetrato nei suoi confronti. Catturato dalla polizia brasiliana, Buscetta viene
estradato in Italia dove, per evitare la stessa sorte dei suoi familiari per
mano dei corleonesi, accetta di collaborare con lo Stato, diventando il primo pentito della storia italiana. Chi
lo convince in questo è il giudice Giovanni Falcone (Fausto Russo Alesi) a cui Don Masino rivela gli infimi segreti e i nomi di personaggi famosi
e anche di politici eccellenti implicati con l’organizzazione mafiosa Cosa Nostra. La prima domanda del giudice Falcone lascia intendere il prosieguo
cronachistico: Faccia i nomi, Buscetta! A cui segue la risposta: Dottor
Falcone, noi dobbiamo decidere solo una cosa: chi deve morire prima, lei o io?E il giudice risponde che non ci si
può sottrarre dalla morte perché si può morire per un incidente, per cancro, e
così via.
Quel che Bellocchio
riesce a far cogliere allo spettatore avveduto, secondo il pensiero
pirandelliano della duplice verità (Ma che colpa abbiamo se le parole sono vuote?
E voi le riempite del senso vostro, nel dirmele; e nell’accoglierle,
inevitabilmente, le riempio del senso mio. Abbiamo creduto di intenderci; non
ci siamo intesi affatto.) sono essenzialmente alcune tematiche molto
significative che riguardano tutti gli italiani. Una di queste, vista dalla
parte della giustizia secondo un criterio sociologico, è riportata nel libro-intervista
Cose di Cosa Nostra (edito da BUR,
2012), in cui la giornalista francese Marcelle
Padovani fa, tra l’altro, una domanda sul problema-mafia a Giovanni Falcone, il
quale risponde che La mafia, lo ripeto ancora una volta, non è un cancro proliferato per caso su un
tessuto sano. Vive in perfetta simbiosi con la miriade di protettori,
complici, informatori, debitori di ogni tipo, grandi e piccoli maestri cantori,
gente intimidita o ricattata che appartiene a tutti gli strati della società.
Questo è il terreno di coltura di Cosa Nostra con tutto quello che comporta di
implicazioni dirette o indirette, consapevoli o no, volontarie o obbligate, che
spesso godono del consenso della popolazione.
Dall’altra
parte si coglie, al contrario, come il mafioso dal suo punto di vista interpreta
la mafia: una perfezione spirituale qual è la bellezza pura. E ciò può essere desunto
dall’intervista del compianto giornalista Enzo Biagi in Linea diretta del 20 marzo 1989 (citato in Moiraghi Francesco, Cosa Nostra,
pubblicato in Strutture: Cosa Nostra e ‘ndrangheta a confronto, WikiMafia –
Libera Enciclopedia sulle Mafie) ad un capofamiglia, il quale, alla domanda di Biagi “Che cos’è la mafia secondo lei, è una cosa riprovevole?”, risponde
“[…] Leggendo vari autori che hanno
parlato su ‘sta parola, mafia, e rifacendomi al Pitrè che è uno dei grandi
cultori della lingua antica siciliana, mafia doveva essere una parola di
bellezza. Bellezza non solo fisica, ma anche bellezza come spiritualità, nel
senso che se incontro una bella donna diciamo “Mafiusa sta fimmina” […]. Era un
complimento e un fenomeno di bellezza.” E il giornalista Biagi aggiunge “Se è così lei non si offende se io dico che è mafioso.”
Un’altra
tematica è quella dei valori che si assegnano
alle azioni e ai comportamenti umani e che, quindi, rientra nella sfera
psicologica. La mafia, quella di Cosa Nostra, secondo Buscetta, era originariamente
costituita da uomini d’onore che uccidevano (!) chi aveva disonorato
l’organizzazione o non aveva portato rispetto alla famiglia, ma al tempo stesso faceva sacra la vita dei bambini,
delle donne e delle persone innocenti. Invece, per le istituzioni e quindi per
lo Stato, la vita di qualunque individuo è un valore sacro che va salvaguardato
e il delitto va punito ad ogni costo.
Poi c’è la tematica del tradimento perché Buscetta era ritenuto
dai corleonesi un infame, mentre da
parte sua egli reputava di essere un uomo d’onore: Sono loro che hanno tradito gli ideali di Cosa Nostra, per questo io non
mi considero un pentito!
E, ancora, c’è la tematica angosciosa
e angosciante che lascia presagire nefandezze istituzionali segrete come si
evince dalle parole di Falcone che risponde a Buscetta: Non ci sono intoccabili! Non mi fraintenda, ma ho più
paura dello Stato che della mafia!
Il traditore risulta, quindi, un film encomiabile e coinvolgente che tutti
dovrebbero vedere per il suo alto valore educativo e informativo, per il profondo
realismo che lo caratterizza, per le azioni violente gratuite di mafiosi, direi
alienati, che sono stati educati soltanto all’odio, a non considerare la vita
come bene supremo, a prevalere a tutti i costi sui più deboli, ad essere, in
definitiva, lupus lupi homini a dirla con il filosofo Thomas Hobbes.
La scelta di Favino nell’interpretare Buscetta è stata azzeccata
propriamente in quanto l’attore essendo molto versatile è riuscito a cogliere
l’aspetto sentimentale del pentito e a farlo suo con perfetta sagacia ed
espressa passione. E lo stesso dicasi per Luigi Lo Cascio, anche se
temporalmente in misura minore, che ha vestito i panni di Salvatore Contorno,
anche lui pentito.
Le eccellenti e coinvolgenti musiche di Nicola Piovani, inoltre, ben si
sono adattate all’ottima descrizione narrativa coinvolgendo e ponendo in attesa
lo spettatore con perfetta ratio sui futuri eventi delittuosi o
sentimentali raccontati.
In concorso per la Palma d’oro al 72° Festival di Cannes 2019 Il
traditore non ha avuto alcun riconoscimento, ma è stato abbondantemente
premiato, e continua ad esserlo, dal pubblico che ne ha colto la penetrante bellezza
e l’acume filmico.
Filmografia
I
pugni in tasca (1965), La Cina è vicina (1967), Nel nome del padre (1972),
Sbatti il mostro in prima pagina (1972), Marcia trionfale (1976), Il gabbiano
(1977), Salto nel vuoto (1980), Gli occhi, la bocca (1982), Enrico IV (1984),
Diavolo in corpo (1986), La visione del sabba (1988), La condanna (1991), Il
sogno della farfalla (1994), IL principe di Homburg (1996), La balia (1999),
L’ora di religione (2002), Buongiorno, notte (2003), Il regista di matrimoni
(2006), Sorelle (2006), Vincere (2009), Sorelle mai (2010), Bella addormentata
(2012), Sangue del mio sangue (2015), Fai bei sogni (2016).
mercoledì 19 settembre 2018
“Sogno di una notte di mezza età” mette a nudo la frenesia di amore di un adulto con l’animo infantile
Titolo: Sogno
di una notte di mezza età
Regia: Daniel
Auteil
Sceneggiatura:
Florian Zeller
Musiche:Thomas
Dutronc
Produzione
Paese: Francia, 2018
Cast: Daniel
Auteil, Gérard Depardieu, Sandrine Kiberlain, Adriana Ugarte, […]
Nelle sale
cinematografiche il 18 ottobre il
film “Sogno di una notte di mezza età” di Daniel Auteil e l’ilarità è
assicurata.
Daniel (Daniel Auteil) ama sua moglie Isabelle (Sandrine Kiberlain), una donna
intelligente e bella, ma ha anche la fama di avere un’appassionata e vivace immaginazione,
da cui emerge “il lato infantile che
continua a vivere anche in un adulto e la capacità intatta di sognare ancora”. Spesso deve sopportare il suo miglior amico Patrick
(Gérard Depardieu) che,
talvolta, risulta troppo imbarazzante. Quando Patrick gli propone di
organizzare una cena a quattro perché vuole far gli conoscere la sua nuova e
giovane fidanzata Emma (Adriana Ugarte), Daniel si viene a trovare disorientato
tra sua moglie e le sue fantasie nei confronti della provocante
e spettacolare compagna dell’amico. Tant’è che il regista afferma
che “Daniel ha il coraggio e l'audacia di
cambiare le abitudini della sua vita per un nuovo futuro, un passo non sempre
possibile da fare o un'ambizione che molti di noi non osano mettere in pratica.”
Una divertente e spassosa commedia
piena di malizia ma soprattutto di grande immaginazione, un susseguirsi di gag straordinarie
tra due magnifici attori come Daniel Auteuil e
Gérard Depardieu, i quali si sfideranno in un esilarante duello con le armi del
dialogo.
Francesco
Giuliano
venerdì 7 settembre 2018
“La ragazza dei tulipani” è una disamina sulla passione di una donna così forte tale da dominare la ragione
Titolo: La ragazza dei tulipani
Titolo originale: Tulip Fever (La febbre dei tulipani)
Regia: Justin Chadwick
Soggetto: Deborah Moggach (dal suo romanzo Tulip Fever)
Sceneggiatura: Tom Stoppard
Musiche: Danny Elfman
Produzione Paese: UK, USA, 2017
Cast: Alicia Vikander, Dane DeHaan, Jack O’Connel, Holliday
Grainger, Judi Dench, Christoph Waltz, Zach Galifianakis, Matthew Morrison,
Cara Delevigne, Tom Hollander, Kevin McKidd, David Harewood, Douglas Hodge,
Miltos Yerolemou, Daisy Lowe, […]
La ragazza dei tulipani, che per quanto riguarda lo scenario e i
costumi descritti in modo dettagliato e conforme al periodo storico in cui si
svolge il racconto, richiama la celebre e raffinata pellicola La ragazza con
l’orecchino di perla (2003) di Peter Webber. È, infatti, un film ambientato
nella quarta decade del XVII secolo ad Armsterdam, città olandese di incombente
vivacità grazie alla florida economia dovuta al commercio delle spezie, come la
noce moscata o il pepe nero, e i bulbi di tulipani provenienti dall’estremo
oriente. Assieme al prosperoso commercio di tulipani per i quali si propaga una
febbre collettiva, si diffondono e migliorano anche le arti le quali fanno
entrare in un connubio interattivo la ricchezza con il sentimento. Tratto dal
romanzo Tulip Fever (1999) di Deborah Moggah, il film descrive, in modo
accurato e singolare nei minimi particolari scenografici, la storia dell’irrefrenabile
passione amorosa tra Sophia (Alicia Vikander) e il pittore Jan
Van Loos (Dane DeHaan). Sophia è una giovane che,
rimasta orfana, accudita e cresciuta nel convento di sant’Ursula, viene
richiesta come sposa da un ricco mercante di spezie, Cornelis Sandvoort (Christoph Waltz), che
ha un’età molto avanzata. Saresti stata un'orfana in un mare in tempesta, il
matrimonio è un porto sicuro! Ama, onora e obbedisci – le dice la madre badessa del convento (Judi
Dench) nel congedarla e affidarla al vecchio signore. Consigli che Sophia segue
con attenzione, cura e rispetto, ma che si dispiace perché non riesce a dare al
premuroso sposo un figlio, che lui desidera tanto a causa dei suoi lontani trascorsi
infausti e dolorosi. Tutto procede comunque nella normalità fino a quando
Cornelis propone alla moglie di farsi ritrarre insieme - in quel periodo andava
molto di moda - dal giovane pittore Jan Van Loos. Sophia inizialmente accetta
malvolentieri, ma poi con profonda convinzione attratta dall’aitante e bel
giovane acconsente, tant’è che quest’accettazione risulta “galeotta” -
parafrasando Dante Alighieri - perché prelude ad un rivoluzionario
innamoramento tra lei e il pittore attraverso iniziali sguardi fuggitivi ed
emozioni silenti che trasmigrano segretamente in atti sfrenatamente sessuali e che
sfociano in passioni per cui daresti la
vita”. Come sostiene Francesco Alberoni, l’innamoramento è “lo stato nascente di un movimento collettivo
a due”, un movimento rivoluzionario che, come tutti i moti rivoluzionari,
diventa incontrollabile e assai esasperato. Ed è quello che succede ai due, che
escogitano azioni al limite dell’inverosimile pur di dare seguito al loro amore
alla luce del sole, e con le quali mettono in discussione la certezza del loro
stato per un futuro dall’incertezza certa. Come un tulipano che “primo
a fiorire, primo a cadere”
così l’amore che per primo fiorisce è il primo a finire. E ciò che succede al
commercio dei tulipani e alla frenesia che ha generato, e contemporaneamente è
quel che accade alla relazione amorosa tra Sophia e Jan. E tutto ciò avviene
quando il sentimento rende ciechi e chiusi a ogni sensatezza, e nullifica completamente
la ragione. Una follia a due che si svolge in un periodo storico olandese in
cui predomina una follia collettiva, determinata dalla tentazione dei tulipani come
promessa di una effimera ricchezza bramata, in un ambiente povero, sporco e instabile,
in cui interagiscono amore e odio, fedeltà e tradimento, sincerità e inganno,
rispetto e trasgressione, sogno e realtà, verità e segreti, degrado e progresso,
senza alcuna interruzione, e dove la passione si fonde con l’arte in maniera
indissolubile e innovatrice, e in cui la donna assume con forza il predominio
sull’uomo che soccombe inesorabilmente ad essa.
Il film, diretto con scrupolo suscitando interesse dal punto di vista
cinematografico, è ricco di bravi attori, tra cui molti premi Oscar come Alicia
Vikander, Judi Dench e Chistoph Waltz, sotto l’egida della sceneggiatura bizzarra
ma convincente di Tom Stoppard, anch’egli premio Oscar per la Migliore
sceneggiatura originale di Shakespeare in
love (1988) di John Madden.
Filmografia
L’altra donna del re (2008), The First Grader (2010), Mandela – La lunga
strada verso la libertà (20139.
Francesco Giuliano
martedì 4 settembre 2018
“Resta con me” perché un amore vero è come un dio che va amato per sempre
Titolo:
Resta con me.
Titolo
originale: Adrift
Regia:
Baltasar Kormákur
Sceneggiatura:
Aaron Kandell, Jordan Kandell, David Branson Smith
Musiche:
Volker Bertelmann
Produzione
Paese: USA, 2018
Cast:
Shailene Woodley, Sam Clafin, Jeffrey Thomas, Elizabeth Hawthorme, Grace
Palmer, Siale Tunoka, Kael Damlamian, […]
Tami Oldham Ashcraft (Shailene
Woodley) è una ragazza
di 23 anni molto coraggiosa, amante dell’avventura e del rischio, che si
trasferisce a Tahiti per un lavoro di qualunque natura, ma dove si innamora
perdutamente dello skipper Richard Sharp (Sam Clafin), di una decina di anni più
vecchio di lei. Eros squarcia i loro cuori a prima vista, tant’è che si mettono
insieme, abitano nella barca costruita in sette anni da Richard, e trovano
sfogo lavorativo evadendo commissioni di proprietari di imbarcazioni che conducono
da un porto all’altro. L’ultimo lavoro che gli viene commissionato riguarda il
trasporto di una barca da Tahiti a s. Diego in California: un viaggio pieno d’insidie
in quanto devono navigare nell’Oceano Pacifico che, a differenza del nome,
non ha niente di tranquillo. Sono
più di quattro mila miglia, è una follia! – dice, infatti, Tami a
Richard. Tant’è
che dopo alcuni giorni di navigazione, vengono colti da un violento uragano che
distrugge parzialmente la barca. Una tempesta perfetta! A questo punto, inizia
per Tami un continuo e stressante travaglio. In balia di un netto
disorientamento e priva di ogni mezzo di comunicazione, Tami cerca di riparare
la barca al fine di potere navigare in mezzo a quel mare infinito e deserto (Siamo sperduti nel Pacifico, è un'area di ricerca
infinita, non ci troveranno mai!), al di fuori di ogni rotta umana e di accudire, con
grande dedizione, il suo amato Richard che è gravemente ferito ad una gamba
infetta, almeno così trapela dall’immaginazione della giovane. Immaginazione
per sopravvivere e per dare impulso alla sua perseveranza e al suo
forsennato coraggio perché, come scrive Primo Levi, in Se questo è un uomo, “la persuasione che la vita ha uno scopo radicato in ogni
fibra di uomo, è una proprietà della sostanza umana”. Ed è proprio ciò che porta Tami verso la strada della salvezza come un novello
Ulisse.
Il
regista Baltasar Kormákur, grazie ad una sceneggiatura straordinaria e priva di
sbavature, dirige con estro un film seducente, coinvolgente, ricco di suspence, in cui amalgama la realtà e l’immaginazione con grande disinvoltura e sciolta destrezza.
Egli descrive il dramma con una
serie molto serrata di drammi che si susseguono e che fanno percepire la sofferenza
della protagonista, che conduce il film, dall’inizio sino alla fine, accattivandosi
la simpatia dello spettatore, che soffre assieme a lei senza soluzione di
continuità. Come diceva il presidente Roosevelt: L’unica cosa di cui dobbiamo aver paura
è la paura stessa. E la paura Tami riesce a
vincerla con grande sopportazione. La sofferenza, tuttavia, viene dipanata
dall’esplosione di un amore che Tami, come un fiore che apre la sua corolla al
mondo per manifestare tutta la sua bellezza, esprime nei confronti del suo
Richard presente nella sua mente così come nel suo cuore. Appare, dunque,
questo film, privo di sentimentalismo o di strategie mielose, un elogio dell’amore
come motore del mondo, un elogio dell’amore che come un dio va amato per
sempre. Ma appare pure come la lotta sfrenata dell’uomo contro la violenza
della Natura che può essere vinta se si continua a lottare con tenacia e
caparbietà senza arrendersi mai.
Filmografia
101 Reykjavik (2000), il mare (2002), A little Trip to Heaven
(2005), Myrin (2006), Bruoguminn (2008), Reykjavik – Rotterdam (2008), Una tragic
scelta (2010), Contraband (2012), The Deep (2012), Cani sciolti (2013), Everest
(2015), Ofæro (2015), The Oath – Il giuramento.
Francesco Giuliano
Iscriviti a:
Post (Atom)






