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martedì 10 luglio 2018

Alla 36^ edizione del TFF - TORINO FILM FESTIVAL, le due retrospettive dedicate a POWELL & PRESSBURGER e a JEAN EUSTACHE


A Powell & Pressburger  e Jean Eustache sono dedicate le due retrospettive della 36a edizione del Torino Film Festival, che si svolgerà dal 23 novembre al 1° dicembre 2018. Due generazioni, due stili, due immaginari che sembrano antitetici, eppure due idee di cinema che ben corrispondono alle anime diverse del Torino Film Festival e all'attività di ricerca condotta dal Museo Nazionale del Cinema.  

Da una parte il sogno, la bizzarria, l'avventura e l'incubo che si concretizzano in inarrivabili fantasmagorie, in vertiginosi movimenti della macchina da presa, in narrazioni eccentriche, in quella distorsione ed enfatizzazione continua del potere dello sguardo (e dell'occhio della cinepresa) che ha affascinato e influenzato registi come Scorsese, De Palma e Coppola quando ancora erano giovani: il cinema di Powell & Pressburger, gli Arcieri del desiderio, della passione, dell'eccesso (così si chiamava la loro compagnia di produzione, The Archers). Tra i più grandi visionari della storia del cinema, l'inglese Michael Powell (regista e produttore) e l'ungherese Emeric Pressburger (scrittore) hanno costruito tra la fine degli anni ‘30 e l'inizio degli anni ‘60 lo spettacolo cinematografico perfetto, quello che parla all'inconscio degli spettatori. La retrospettiva presenta i venti film che hanno realizzato insieme, dall'eccentrico film bellico 49° Parallelo,  per il quale Pressburger vinse un Oscar all'affresco romantico di Duello a Berlino molto amato da Bertrand Tavernier, dal viaggio ossessivo nella passione di Narciso nero agli andirivieni lisergici nell'Aldilà di Scala al Paradiso, dalla dannazione artistica di Scarpette rosse al lussureggiante demonismo di I racconti di Hoffmann. Insieme a questi, alcuni dei film diretti dal solo Powell, compreso il capolavoro maudit L'occhio che uccide.

Dall’altra parte, invece, emerge, con la presentazione di tutti i suoi film, l'altra caratteristica del festival, dura, scavata, morale, quasi entomologica de cineasta francese Jean Eustache morto a poco più di quarant'anni, nel 1981, e troppo spesso dimenticato. Fratello minore della Nouvelle Vague, Eustache esordì nel 1963 con il cortometraggio incompiuto La Soirée e divenne poi autore di numerosi mediometraggi e di film quali Mes petites amoureuses, Une sale histoire e La maman et la putain (1973), capolavoro quest’ultimo che analizza l'inefficacia della parola e la vaghezza dei sentimenti, e da cui emerge il senso dell'indispensabile moralità del cinema. Autore spesso emarginato dall'industria, meno compiacente e più crudele dei maestri della Nouvelle Vague, innamorato del rigore di Bresson e del vigore di Renoir, Eustache non ha mai smesso di interrogarsi sulla dinamica tra l'apparente realismo della sua macchina da presa inquisitiva e la finzione che entra in gioco non appena la cinepresa comincia a girare, tra l'autobiografia e la rappresentazione. Il suo malessere e la sua forza analitica hanno influenzato cineasti contemporanei come Assayas, Denis, Desplechin, Jarmusch. (Torino, 10 luglio 2018)

venerdì 29 giugno 2018

“A Quiet Passion” descrive con sagacia la sensibilità intensa e fine di una grande poetessa: Emily Dickinson


Titolo: A Quiet Passion
Regia: Terence Davies
Sceneggiatura: Terence Davies
Produzione Paese: UK, Belgio 2016
Cast: Cynthia Nixon, Jennifer Ehle, Emma Bell, Rose Williams, Keith Carradine, Annette Badland, Vryling Buffam, Duncan Duff, Susan Gilbert, Joanna Bacon, Eric Loren, Benjamin Wainwright, […]




La poesia, una delle sette arti, che dal greco poiesis significa creazione, rappresenta il fulcro attorno a cui si svolge la trama di questo bel film poetico e coinvolgente, diretto con cura e perspicacia da Terence Davies, in cui si descrive la biografia della grande poetessa americana Emily Dickinson (Emma Bell da giovane, Cynthia Nixon da adulta), a partire dalla sua giovinezza. Avulsa dagli stereotipi rigidi caratterizzanti il puritanesimo cristiano professato nell’ambito della sua famiglia borghese, non omologata al pensiero comune di una società che considera “la morte come se fosse una punizione divina” e di cui vuole smascherare le ipocrisie, integerrima intellettualmente, trasgressiva con coerenza, ribelle in tutti i sensi, sfrenata e a briglia sciolta nei dialoghi, Emily Dickinson con coraggio si congeda dal Collegio femminile dove studia, per non sottomettersi alle severe e intransigenti regole cristiane dettate dalla madre superiora e anche dalla religione. Si rifugia, quindi, come se fosse un eremo, nella casa dei suoi genitori, dove vive con la dolce e amabile sorella Vinnie (Jennifer Ehle, Rose Williams da giovane) e il fratello Austin (Duncan Duff, Benjamin Wainwright da giovane) fino a quando questo non si sposa, e dove trova la sua amata libertà di poter esternare tutta la sua versatilità di idee.
Da quel momento Emily incomincia a scrivere poesie, a creare ciò che sente in sé, in silenzio, nella sua solitudine e con intensa passione, usando la sua forte sensibilità e la sua verve intellettuale: ciò che non trova nel sociale, dopo avere chiesto al padre (Keith Carradine) l’autorizzazione di poter scrivere di notte, lo trova nelle sue poesie “per un istante d’estasi” e per “impedire a un cuore di spezzarsi” al fine di “non aver vissuto invano” e per rendere eterne le parole perché “una parola muore quanto è detta”. Poesie che rappresentano il suo mondo che è quello in cui si trova a suo agio, dove vola senza costrizioni con la sua immaginazione e da cui traspare la sua genuina e ancestrale umanità. Nel frattempo, avviene in lei un’inversione graduale di tendenza che la fa diventare un ossimoro umano: quando da trasgressiva assume un comportamento autodisciplinante, forse anche a causa della sua rara malattia incurabile che la obbliga a isolarsi ulteriormente, o quando mostra durezza che diventa dolcezza, o anche quando si veste di bianco per la morte del padre perché “Morire - richiede appena un breve momento -/ Dicono che non faccia male -/ È solo un perdere i sensi./…”.
Terence Davies, con lodevole flemma del ritmo narrativo efficace nel suo accurato realismo e semplicemente metaforico, riesce a mettere in luce il carattere complesso della poetessa filmando straordinariamente i suoi versi e descrivendone il suo modo di vivere e il suo comportamento.  Usa, nel contempo, con efficacia una fotografia che ritrae i diversi contorni e sfondi che illuminano la poetessa e la fanno grande nella sua fragilità ma, nel contempo, imperiosa e travolgente nella sua sofferenza che viene esternata dai seguenti versi prima di morire: Annoda i Lacci alla mia Vita, Signore,/ Poi, sarò pronta ad andare!/ Solo un'occhiata ai Cavalli -/ In fretta! Potrà bastare! //Mettimi dal lato più sicuro -/ Così non cadrò -/ Perché dobbiamo andare al Giudizio -/E in parte, ripido il Pendio -// Ma non mi curo dei precipizi -/ E non mi curo del Mare -/ Resa salda nell'Immortale Corsa -/ Dalla mia stessa Scelta, e da Te -// Addio alla Vita che vivevo -/ E al Mondo che conoscevo -/E baciate le Colline, per me, basta una volta -/ Ora - sono pronta ad andare!
Filmografia
Voci lontane … sempre presenti (1992), Serenata alla luna (1995), La casa della gioia (2000), Of Time and the City (2008), The Deep Blue Sea (2011), Sunset Song (2015).
Francesco Giuliano


venerdì 22 giugno 2018

“La terra dell’abbastanza” ovvero una disamina sulla manovalanza giovanile criminale priva di valori umani essenziali


Titolo: La terra dell’abbastanza
Regia: Fratelli (Damiano e Fabio) D’Innocenzo
Sceneggiatura: Fratelli D’Innocenzo
Produzione Paese: Italia, 2018
Cast: Andrea Carpenzano, Matteo Olivetti, Milena Mancini, Max Tortora, Giordano Del Piano, Michela De Rossi, Demetra Bellini,Walter Toschi, Luca Zingaretti, Yan Lovga, […]



I fratelli Damiano e Fabio D'Innocenzo, alla loro opera prima, confezionano e dirigono, con un realismo efficace e crudo, un film straordinario nella descrizione del contenuto e nella performance dei due giovani protagonisti Mirko (Matteo Olivetti), alla sua prima esibizione, e Manolo (Matteo Carpenzano), già interprete nel film “Tutto quello che vuoi” (2017) di Francesco Bruni. Tra questi ultimi, che vivono in un quartiere alla periferia di Roma dove frequentano un istituto alberghiero che – sperano -  gli consentirà di avere un lavoro al nord come barman, si è instaurata una solida amicizia sin dalle scuole elementari. Mirko, dimostra una razionalità molto controllata, mentre Manolo è ansioso e tormentato da sensi di colpa e spesso è preso da scatti d’ira diventando furibondo. Una sera, a bordo della sua auto assieme a Manolo, Mirko, che è alla guida, investe un uomo. Ad ambedue non viene in mente di soccorrerlo e scappano via rifugiandosi presso la casa del padre di Manolo, Danilo (Max Tortora). Quest’ultimo li conforta e li rassicura che non gli succederà niente dato che nessun estraneo ha visto quell’incidente mortale. Lo stesso Danilo qualche giorno dopo, scoprendo che l’uomo investito era un infame pentito del clan dei Pantano, di cui Angelo (Luca Zingaretti) era il capo, ne coglie l’opportunità. Infatti, dice al figlio “Noi adesso, senza volerlo, glie avemo fatto un favore immenso ar clan dei Pantano! Avete ammazzato un infame”. Manolo e Mirko così si guadagnano il diritto di entrare nel clan diventando killer di professione: “I giovani devono pote' sognà!” Da quel momento la loro vita indigente e senza futuro prospero cambia completamente verso. Hanno, infatti, tutti i soldi e i viveri che gli servono per soddisfare i loro desideri e realizzare i loro sogni e contribuire al sostentamento dei loro genitori. Nella dura descrizione di questa storia, dai connotati sociali tragici, si coglie tristemente l’assenza di quei valori fondamentali che portano un individuo di qualunque ceto al rispetto della vita. Tant’è che dall’angoscia che l’incidente stradale mortale gli aveva procurato, i due giovani passano a cuor leggero e con estrema semplicità ad una vita criminale che gli procura prosperità e agiatezza. E si coglie anche che da un ambiente sociale squallido e sordido non può ad un individuo che derivarne un animo colmo di turpitudine e di mancanza di umanità perché uccidere diventa un mestiere. Ma come dice l’adagio chi di spada ferisce, di spada perisce.
“La terra dell’abbastanza” per il suo originale realismo è stato presentato nella sezione "Panorama" al Festival di Berlino 2018, e concorre per il Nastro d’argento 2018 con le seguenti candidature: per il Migliore regista esordiente ai fratelli D’Innocenzo, per il Migliore produttore a Pepito Produzioni – Agostino, Maria, Giuseppe Saccà e per i Migliori costumi a Massimo Parrini.
Francesco Giuliano

giovedì 31 maggio 2018

“La mélodie” mostra che inculcando passione e attraverso il divertimento si possono educare anche gli studenti più scalmanati


Titolo: La mélodie

Titolo originale: La mélodie

Regia: Rachid Hami

Sceneggiatura: Rachid Hami, Guy Laurent, Valérie Zanatti

Musica: Bruno Coulais

Produzione Paese: Francia, 2017

Cast: Kad Merad, Samir Guesmi, Alfred Renely, Jean-Luc Vincent, Tatiana Rojo, Slimane Dazi, Mathieu Spinosi, Zakaria-Tayeb Lazab, Youssouf  Gueye, Mouctar Diawara, Shirel Nataf, Anaïs Meiringer, Amine Chir, […]



Il maestro Simon Daoud (Kad Merad), essendo disoccupato, per sbarcare il lunario accetta la proposta di lavoro di Farid Brahimi (Samir Guesmi): deve insegnare a suonare il violino ad una classe multietnica di studenti scalmanati e che provengono da uno stato sociale particolare e di profondo disagio. In effetti, a Simon quel lavoro non piace soprattutto perché quei ragazzi sono mancanti di regole e non conoscono il significato di rispetto. Non sono capaci di concentrarsi per più di trenta secondi. Se non vogliono  imparare, non devono restare! - dice a Farid, Simon che viene tentato di abbandonare perché non riesce a creare attenzione e trasporto. La situazione non migliora fino a quando nella classe non subentra Arnold (Alfred Renely), un ragazzo nero che sente subito la passione per la musica e per quello strumento. Tramite Arnold, il maestro Simon, attraverso la tenerezza manifestata sia nei confronti dei genitori che degli studenti, riesce a portare la classe a suonare al concerto di fine anno scolastico alla Filarmonica di Parigi con grande successo.

Orbene, questo film, come tanti altri dello stesso genere tra cui  “L’attimo fuggente” (1989) di Peter Weir, Detachment – Il distacco (2011) di Tony Kaye, “Lezione di sogni” (2011) di Sebastian Glober, “Il rosso e il blu” (2012) di Giuseppe Piccioni, e altri ancora, dimostra che gli insegnanti nel relazionarsi con gli studenti devono mostrare molta pazienza e devono trattarli sopportando spesso certi loro comportamenti non ortodossi, sgarbati, irrispettosi e irriverenti. Compito di ogni insegnante è quello di correggere tali comportamenti non a parole ma con le azioni cercando di inculcare loro, sulla base della loro intima personalità e delle condizioni socio-economiche delle rispettive famiglie di provenienza, tramite il divertimento, passione e amore. Mentre in “Lezione di sogni” è il pallone lo strumento che diverte per fare imparare l’inglese, in “La mélodie” è la musica che rappresenta un linguaggio universale, che fa sognare e condividere profonde emozioni. Attraverso la musica, infatti, si crea aggregazione, si educa al lavoro di gruppo e al rispetto delle regole e degli altri. Ovviamente, in un lavoro educativo è necessario il coinvolgimento delle famiglie perché tramite esse si possono coinvolgere anche i loro figli.

“La mélodie” è stato presentato, fuori concorso, al Festival di Cannes 2017 perché Rachid Hami, a soli 32 anni, lo ha ben diretto facendosi apprezzare dagli spettatori.

Filmografia
Nessuna causa di effetto senza causa (2005), Scegliere di amare (2008).

Francesco Giuliano

venerdì 25 maggio 2018

“Hotel Gagarin”, una fantastica e romantica disamina sulla “fabbrica dei sogni”


Titolo: Hotel Gagarin
Regia: Simone Spada
Soggetto: Simone Spada
Sceneggiatura: Lorenzo Rossi Espagnet, Simone Spada
Musiche: Maurizio Filardo
Produzione Paese: Italia, 2018
Cast: Claudio Amendola, Luca Argentero, Giuseppe Battiston, Barbora Bobulova, Silvia D’Amico, Caterina Shulha, Philippe Leroy, Tomamso Ragno, Simone Colombari, Paolo De Vita, […]



Un ambiguo e disonesto produttore di cinema, Franco Paradiso (Tommaso Ragno), per ottenere il finanziamento europeo per un film da girare in Armenia, propostogli da un parlamentare europeo Pietro Turone (Simone Colombari), assume Elio (Claudio Amendola), un elettricista in cerca di lavoro, Sergio (Luca Argentero) un fotografo drogato  e indebitato, Nicola (Giuseppe Battiston), un professore di Storia appassionato di cinema tant’è che ne ha scritto la sceneggiatura, Patrizia (Silvia D’Amico), una prostituta, e Valeria (Barbora Bobulova), sua degna complice con l’intenzione di abbandonare quei poveri cristi non appena ottenuto l’accredito dell’importo. Quando i cinque raggiungono il lussuoso e isolato Hotel Gagarin, in Armenia, scoppia una guerra civile e Franco Paradiso fugge con i soldi e lascia nella desolazione il gruppo degli improvvisati cineasti, si fa per dire. Senza perdersi d’animo e nell’attesa che l’ambasciata provveda al loro rimpatrio in Italia, i cinque non si perdono d’animo e si adoperano a mettere in atto la realizzazione dei loro sogni, coinvolgendo in questo gli abitanti del villaggio vicino all’hotel. E allora il film diventa la “fabbrica dei sogni” di ciascuno di loro. Diceva il fisico Ernst Mach (Analisi delle sensazioni,1886), esploratore sperimentale della percezione umana, che “non ha un senso scientifico la domanda spesso posta se il mondo sia reale o se sia solo un nostro sogno. Anche il sogno più confuso è pur sempre un fatto, come qualsiasi altro”. In Storia del cinema, anche il critico Fernaldo di Giammatteo sosteneva che “i sogni sono reali come reale è il mondo: entrambi raggiungono l’uomo attraverso la mediazione dei sensi, ed entrambi possono essere scientificamente appresi”. Realtà e immaginazione si mescolano. La vita e il sogno incedono appaiati con grande effetto: ne è un esempio il gioco a scacchi tra Nicola e Virgin (Philippe Leroy), un vecchio ospite che abita nella suite 401.
Il film è una commedia piacevole, molto semplice e senza grandi pretese, che coinvolge lo spettatore lasciato in continua attesa dal succedersi degli eventi, ma è anche una metafora del cinema. Un film sobrio e penetrante, dove non si risparmiano né la commozione né lo sdegno, mentre le  immagini e la recitazione con una semplicità insolita scendono nel profondo dell’animo dello spettatore mettendo in auge la personalità dei personaggi. Esso è diretto  con sagacia compositiva dal regista Simone Spada che, al suo primo lungometraggio avendone scritto il soggetto e la sceneggiatura, con una vivacità intellettuale chiara ed essenziale, si muove nell’ambito di una vena romantica facilitando lo sviluppo della narrazione con un uso convincente di diversi espedienti linguistici, e utilizza la strategia metaforica per ottenere una maggiore comprensione del film, promanando un logos poetico che emoziona e giustifica le azioni dei diversi personaggi.
Nel film recita, appunto, Philippe Leroy, quasi novantenne attore francese molto famoso soprattutto negli anni sessanta.
Francesco Giuliano

sabato 19 maggio 2018

“Dogman” mette a confronto la violenza con la debolezza e le conseguenze che ne derivano


Titolo: Dogman

Regia: Matteo Garrone

Sceneggiatura: Ugo Chiti, Massimo Gaudioso, Matteo Garrone

Musiche: Michele Braga

Produzione Paese: Italia, Francia, 2018

Cast: Marcello Fonte, Edoardo Pesce, Alida Baldari Calabria, Nunzia Schiano, Adamo Dionisi, Francesco Acquaroli, Gianluca Gobbi, […]

 

 


Ispirato ad un fatto delittuoso realmente avvenuto, a Roma, sul finire degli anni ottanta, “Dogman” mette in risalto senza soluzione di continuità e con chiarezza profondamente realistica il confronto tra la debolezza e la violenza umane, evidenziandone i limiti e le conseguenze bizzarre e criminose che da tale confronto ne possono derivare. Il film, nel contempo, si fa apprezzare dai cinefili per la sua originale sceneggiatura che mette in luce l’evidente connessione tra lo squallore delle condizioni ambientali e lo squallore dei sentimenti umani e per la sua spettacolare singolarità filmica, ma si fa lodare anche dai cinofili per l’amore e la cura espressi verso i cani che vengono accuditi a dismisura e meglio di un essere umano.
Marcello è un canaro (Marcello Fonte), mite, molto legato alla figlia Alida (Alida Baldari Calabria) che ama profondamente, e gestisce una pensione per cani, che accudisce con grande destrezza e insolita tenerezza. Marcello è ben voluto da tutti e si ritiene amico di Simone (Edoardo Pesce), un uomo molto violento che non sa cosa significhi il rispetto delle persone e delle cose altrui, tant’è che è malvisto dagli esercenti del quartiere per la sua sfrenata prepotenza che è difficile da contrastare. Marcello, soggiacendo spesso a Simone o per paura che gli procuri del male o perché si sente soggiogato, gli acconsente qualunque richiesta lecita o illecita, vuoi di droga, vuoi di complicità in fatti delinquenziali, anche se lo fa a malincuore. Una volta, per aver consentito a Simone di rubare presso il negozio di “Compro oro” limitrofo al suo negozio per cani, Marcello finisce diritto in prigione, da cui esce dopo un anno, completamente cambiato. Marcello, dopo l’esperienza carceraria, non accetterà più le prepotenze gratuite che Simone esercitava su di lui perché ora si sente odiato dagli abitanti del quartiere che lo hanno isolato. Infatti, comincia una continua diatriba con Simone che porta Marcello a reagire in modo spropositato e sbagliato al fine di recuperare il prestigio di cui godeva precedentemente in quell’ambiente.
“Dogman”, l’ultimo film di Matteo Garrone, uscito nelle sale il 17 maggio, il giorno stesso della sua proiezione in anteprima a Cannes, dove è in concorso per la Palma d’oro 2018, è stato accolto favorevolmente dalla critica e dal pubblico sia per quanto riguarda la sceneggiatura sia per le eccellenti interpretazioni dei due attori protagonisti, Marcello Fonte ed Edoardo Pesce, che per questo ne escono comunque vincitori. In “Dogman”, Garrone fa giocare a ping pong la violenza fisica con la violenza psicologica mettendo a confronto l’esilità corporea di Marcello con l’imponenza fisica di Simone, e dà subito allo spettatore l’idea che la violenza dell’uomo possente è sempre vincente sull’uomo gracile e debole, così come si trova raccontato sapientemente nella favola “il lupo e l’agnello” di Esopo (VI sec. a.C.). Ma come sosteneva lo storico latino Ennio, negli Annales, non sempre è così perché “Qui vincit non est victor nisi victus fatetur”, cioè “Chi vince non è vincitore se il vinto non si considera tale”. Al tempo stesso, per gli eventi che si succedono nel film, ne deriva il messaggio che dalla violenza non può che derivare altra violenza, anche quando essa abbia origine da chi non sia ritenuto violento perché ogni essere umano ha un livello di sopportazione, superato il quale reagisce esageratamente.
Filmografia
 
Terra di mezzo (1996), Ospiti (1998), Estate romana (2000), L’imbalsamatore (2002), Primo amore (2004), Gomorra (2008), Reality (2012), Il racconto dei racconti -Tale of Tales (2015).

Francesco Giuliano
 
 

sabato 12 maggio 2018

“Loro 2” è la continuazione della storia che assume un odore di farsa priva di etica


Titolo: Loro (seconda parte)
Regia: Paolo Sorrentino
Soggetto: Paolo Sorrentino
Sceneggiatura: Paolo Sorrentino, Umberto Contarello
Musiche: Lele Marchitelli
Produzione Paese: Italia, Francia 2018
Cast: Toni Servillo, Riccardo Scamarcio, Fabrizio Bentivoglio, Elena Sofia Ricci, Kasia Smutniak, Euridice Axen, Roberto De Francesco, Dario Cantarelli, Anna Bonaiuto, Giovanni Esposito, Ugo Pagliai, Ricky Memphis, Duccio Camerini, Yann Gael, Alice Pagani, Caroline Tillette, Elena Cotta, Mattia Sbragia, Michela Cescon, Roberto Herlitzka, Max Tortora, Milvia Marigliano, […]



Un gioco magnifico di luci e ombre fa cogliere l’essenza della seconda parte del film “Loro”, caratterizzata, rispetto alla prima, da una grande ricchezza di dialoghi fondamentalmente interpretativi delle vicissitudini familiari, professionali e politiche di Silvio Berlusconi. Per questo il film richiede più attenzione da parte dello spettatore che si sente coinvolto in pieno. Il preambolo del film basato sul dialogo molto incisivo di Berlusconi (Toni Servillo) con il suo amico Ennio (Toni Servillo), il quale appare, grazie alla somiglianza certamente voluta dalla sceneggiatura (tant’è che per questo personaggio è stato usato lo stesso attore!), come un alter ego, mette in risalto soprattutto le  capacità imprenditoriali di Lui basate anche sull’altruismo, assioma auto-osannato a trecentosessanta gradi perché inteso come l’aspetto nobile dell’egoismo: un do ut des acutamente molto prolifico, fondato sul dare agli altri per ricevere molto di più di ciò che gli è stato dato. Non è forse stato questo l'imput che lo ha fatto scendere in politica per godere poi dei vantaggi dovuti alle leggi ad personam e ad altro? Poi ci sono i dialoghi con il taciturno e misterioso  Paolo Spagnolo (Dario Cantarelli), il filtro esistenziale addetto alla sua protezione da ogni punto di vista che ritiene che il suo datore di lavoro abbia il “carisma del ruscello”: Lei possiede il carisma del ruscello. Porta a valle freschezza e benessere. E soddisfa la sete. Tutto qua, tant’è che Berlusconi, ad un certo punto, avendo perso il significato della mansione assegnata al suo integerrimo custode, gli chiede semplicemente Sei tu Dio? Durante la festa con tutte le orgettine procurategli dallo spregiudicato e arrivista Sergio Morra (Riccardo Scamarcio) con l’aiuto di Fabrizio Sala (Roberto De Francesco), appare anche significativo il dialogo che Berlusconi intraprende con la giovanissima e affascinante Stella (Alice Pagani) da cui è attratto per la sua semplicità e per la sua bellezza, la quale mette in crisi il carattere dongiovannesco del suo fervido ospite in quanto sente in lui l’alito del nonno, alito che non è né profumato né maleodorante, ma è un alito di vecchio. Infine, degno di nota appare il dialogo con la moglie Veronica (Elena Sofia Ricci) ritornata dal suo viaggio in Cambogia per chiudere il sipario della sua vita coniugale con lui, che mette in evidenza le luci e le ombre, i vizi, lo squallore, il complesso di inferiorità, la fastosità, che hanno caratterizzato la vita di Berlusconi, la sua fortuna economica, e la sua ascesa politica.
Sorrentino, con questo film, ha descritto le vicissitudini di un uomo che ha segnato incisivamente la storia del paese Italia per circa un ventennio e che ha condizionato in maggior misura gli eventi politici che si sono succeduti con l’uso esplicito di mezzi sfrontatamente illeciti – vedi l’acquisto di sei politici della parte avversa per far cadere il governo di centro-sinistra in seguito alle elezioni del 2006 -, affondando le radici in una brillante farsa priva di etica e adornata da scostumatezza arrogante, e determinando una situazione di cui oggi rimangono le rovine insanabili, come quelle causate dal terremoto dell’Aquila del 2009, sia dal punto di vista morale che da quello culturale e socio-economico. Di ciò ne dovrebbero tener conto soprattutto i politici che governeranno il paese da adesso in poi.
Filmografia
L’uomo in più (2001), Le conseguenze dell’amore (2004), L’amico di famiglia (2006), Il divo (2008), This Must Be the Place (2011), La grande bellezza (2013), Youth – La giovinezza (2015), Loro 1 (2018).
Francesco Giuliano