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giovedì 10 maggio 2018
“A Beautiful Day– You Were Never Really Here” descrive come un individuo vissuto in un ambiente violento possa assurgere al “Paradiso”
Titolo: A Beautiful Day
– You Were Never Really Here
Titolo originale: You
Were Never Really Here
Regia: Lynne Ramsay
Sceneggiatura: Lynne
Ramsay
Soggetto: Jonathan Ames
(dal libro Non sei mai stato qui)
Musiche: Jonny
Greenwood
Produzione Paese: UK
2017
Cast: Joaquin Phoenix,
John Doman, Judith Roberts, Alex Manette, Ekaterina Samsonov, Alessandro
Nivola, [...]
Joe
(Joaquin Phoenix), un reduce di guerra con un infanzia molto sofferta e con
un’esperienza basata sulla violenza che lo angosciano continuamente, è
l’introverso protagonista, avvolto da un alone di mistero almeno nella parte
iniziale di questo thriller, la cui pellicola man mano che si srotola ne mette
a nudo il carattere e la profonda umanità. Fa il sicario sotto ordinazione
mettendo in evidenza la sua netta brutalità, ma al tempo stesso la dolcezza e
l’amore nell’accudire con cura e attenzione la vecchia madre (Judith Roberts)
con la quale vive nella sua casa, mostrando così la sua duplice indole
mite-crudele. Tutto procede in tal senso finché il senatore Votto (Alex
Manette) di New York, tramite un intermediario, gli chiede di rintracciare la giovanissima
figlia Nina (Ekaterina Samsanov), che è stata rapita da un’organizzazione
criminale che introduce le minorenni alla prostituzione, e di liberarla dietro
un forte compenso in denaro. Joe accetta e da quel momento si rende conto della
diffusa criminalità e del latente malcostume a tutti i livelli sociali che come
una cancrena insanabile si insinuano nella città.
Joaquin
Phoenix, che abbiamo visto nelle vesti angeliche di Gesù nel film “Maria
Maddalena” di Garth Davis (2018), in questo film cambia “carne” e veste
magnificamente e con grande effetto la maschera di un individuo che è tutto all’opposto del Messia evangelico. Il suo
corpo muscoloso, maltrattato, cicatrizzato e deforme mette a nudo in modo
palese la violenza ricevuta e provocata mentre i suoi vestiti sudici e
strappati con il suo volto che esprime una sofferenza mai sedata entrano in risonanza
con l’ambiente di una città che sembra estranea al significato intrinseco di
umanità. Lynne Ramsay crea con accortezza e magistrale cura un ambiente che appare
irreale nella sua netta e cruda realtà crudele e nefasta, in cui Joe si muove
lentamente ma con fermezza spinto dalla sua frenesia violenta che appare
inarrestabile, sebbene basti un soffio gentile, uno sguardo innocente, una
carezza, una richiesta d’aiuto a capovolgere i sentimenti di una persona
bistrattata fino a quel momento. Senza fragore ma con un’appena accennata temperanza,
non sensazionale azione ma un’umana e innata spinta, non turbamento
irrefrenabile ma pacatamente interiore si ha la rivelazione di un umano sentire
che era stato represso e che emerge senza ostacoli dando nuovo vigore alla vita
in un a beautiful day.
Il film, in concorso per la Palma d’Oro al Festival
del Cinema di Cannes 2017, ha vinto il Premio per la Migliore sceneggiatura, e
il Premio per Migliore attore a Joaquin Phoenix.
Filmografia
Small Deaths (1996),
Kill the Day (1996), Gasman (1998), Ratcatcher – Acchiappatopi (1999), Morven
Callar (2002), … e ora parliamo di Kevin (2011), Swimmer (2012).
Francesco Giuliano
mercoledì 9 maggio 2018
“Loro 1" ovvero “Quelli che contano” che hanno determinato il degrado morale del Paese Italia
Titolo:
Loro (prima parte)
Regia:
Paolo Sorrentino
Soggetto:
Paolo Sorrentino
Sceneggiatura:
Paolo Sorrentino, Umberto Contarello
Musiche:
Lele Marchitelli
Produzione
Paese: Italia, Francia 2018
Cast:
Toni Servillo, Riccardo Scamarcio, Fabrizio Bentivoglio, Elena Sofia Ricci,
Kasia Smutniak, Euridice Axen, Roberto De Francesco, Dario Cantarelli, Anna
Bonaiuto, Giovanni Esposito, Ugo Pagliai, Ricky Memphis, Duccio Camerini, Yann
Gael, Alice Pagani, Caroline Tillette, Iaia Forte, Michela Cescon, Roberto
Herlitzka, Gigi Savoia, Alessandra Scarci,[…]
Afferma lo scrittore premio Nobel, José Saramago, nel suo celebre romanzo Cecità
(Universale Economica Feltrinelli, 2016)
che non siamo diventati ciechi,
secondo me lo siamo. Ciechi che, pur vedendo non vedono. Questa è l’essenza
della prima parte di questo film “Loro”
strabiliante e di grandissima attualità di
Paolo Sorrentino, in cui vengono messi alla luce i tratti distintivi delle persone
mediocri, ingannate dall’apparenza, e senza carattere che ormai, avendo perduto la capacità di vedere e prive di volontà, vengono trascinate senza alcuna
possibilità di scampo dagli squallidi eventi appositamente creati, così come
avviene durante il procedere della corrente inarrestabile di un fiume in piena
che trasporta con sé tutto ciò che incontra, essenza in cui sono rilevate le sordide
strategie e le manovre subdole e intriganti di turpi arrivisti senza scrupoli usate
per ridurre le persone a merce di scambio al fine di ottenere favori e
privilegi dai potenti innominati, soprannominati “Lui”, Dio”, “Loro, cioè quelli che contano”, in un
Paese ridotto a porcile da squallidi “Politicanti”, così come descritto nell’omonima
poesia: Trambusto licenzioso/ sconquasso esagerato/ vocio ventoso/ turpiloquio
insensato/ condimenti di spudoratezza sfrontata/ generano mostriciattoli/ abili
obbrobri / di mala umanità/ che han cresta d’ignoranza / coperta da peli
d’arroganza/ e di saccente falsità/ fan miracoli per sé/ e lasciano / l’etnia
nella scarsità, della silloge “Ragione e sentimento” (Libreria editrice Urso,
2016). Quella del porcile è una
metafora che richiama alla mente il Paese della maga Circe, la dea terribile dalla voce umana, che con
il suo fascino attrasse Odisseo e i suoi compagni che accompagnò e li fece sedere sulle sedie e sui troni: formaggio, farina
d’orzo e giallo miele mescolò nel vino di Pramno ; farmaci nocivi aggiunse al
cibo, perché dimenticassero del tutto la patria. Dopo di ché glielo offrì e loro
lo bevvero, quindi li toccò rapidamente
con una bacchetta e li chiuse nei porcili. Dei porci essi avevano il corpo: grugniti,
setole e forma. Ma come in passato la
mente era salda (libro X, 233-240, Odissea), una metafora in cui non c’è
più differenza tra uomini e porci e dove neppure le innocenti pecore ingenue e
senza peccato si salvano, e in cui la
verità è frutto del tono e della convinzione con cui l’affermiamo.
Sorrentino
con il suo stile inconfondibile e con la sua indiscussa maestria di regista, come un novello Dante, descrive ne "La Divina Commedia Nazionale" la condizione sociale e il degrado morale in cui versa il paese Italia, ricco di
corruttori, di persone senza scrupoli, di cocainomani, di giovani escort, di squallidi
personaggi privi di dignità, narrando le vicissitudini familiari e politiche di
Silvio Berlusconi, interpretato magnificamente da Toni Servillo, e della sua
ex moglie Veronica (Elena Sofia Ricci), attorno a cui ruotano personaggi
arrivisti e privi di scrupoli, ben costruiti, come il cinico Sergio Morra
(Riccardo Scamarcio), la spregiudicata Tamara (Euridice Axen), la
bellissima “ape regina” Kira (Kasia Smutniak), l’ex ministro Santino Recchia (Fabrizio
Bentivoglio).
Filmografia
L’uomo in più
(2001), Le conseguenze dell’amore (2004), L’amico di famiglia (2006), Il divo
(2008), This Must Be the Place (2011), La grande bellezza (2013), Youth – La giovinezza
(2015.
Francesco Giuliano
venerdì 20 aprile 2018
“Doppio amore” nella continua alternanza tra realtà e immaginazione descrive una donna "autenticamente due"
Titolo:
Doppio amore
Titolo
originale: L’amant double
Regia
e sceneggiatura: Franҫois Ozon
Soggetto:
Joyce Carol Oates (dal romanzo Lives of the Twins)
Musiche:
Philippe Rombi
Produzione
Paese: Francia 2017
Cast:
Marine Vatch, Jérémie Renier, Jacqueline Bisset, Myriam Boyer, Dominique
Reymond, […]
La bella e giovane ex-modella Chloé (Marine
Vatch) è una donna emotiva che ha somatizzato ogni episodio negativo che le è capitato,
per cui
si sottopone ad uno screening
medico completo per scoprire quale sia la causa di questo suo continuo
mal di pancia, il secondo cervello del corpo umano. La dottoressa che l’ha
visitata non ne ha trovato l’origine per cui, pensando che quel dolore sia di
origine psicosomatica, le consiglia di rivolgersi alle cure di un bravo
psichiatra. Tenendo conto di questo consiglio, Chloé si affida alle cure del dottor Paul
(Jérémie Renier) che, sottoponendola ad analisi, ne individua subito l’inquietudine
mostrando verso di lei un atteggiamento affettuoso e zelante nei confronti della ragazza e
un carattere mite.
Questo
genera subito in Chloé una profonda e
incontrollabile attrazione che la porta a innamorarsi di Paul, che le
corrisponde altrettanto amore che, per deontologia professionale, lo costringe
a interrompere le sedute. Ovviamente tra i due si instaura un continuo e intimo
rapporto amoroso che li porta a convivere nella stessa casa. Non passa tanto
tempo che Chloé, per caso, scopre che Paul ha un fratello gemello monozigote,
Louis (Jérémie
Renier), anche lui psichiatra che ha lo studio
da un’altra parte della città e della cui esistenza il suo amato non gliene ha
mai parlato. Il desiderio di conoscere la verità spinge Chloé a farsi
analizzare da Louis che fisicamente è copia
conforme del fratello mentre nel carattere risulta irruento, molto passionale
e notevolmente aggressivo. Paul e Louis si presentano a Chloé con due personalità
completamente differenti. Chloé si innamora pure
di Louis che ama con la stessa intensità con cui ama Paul e, alternativamente,
ha rapporti sessuali con ambedue.
Franҫois
Ozon in “Doppio amore”, un thriller scritto e diretto da lui medesimo, il cui soggetto è tratto dal romanzo "Lives of the Twins" (1987) di Joyce Carol Oates, riesce
a coinvolgere lo spettatore per il contenuto drammatico del film così forte e
intenso attraverso continui tratti inquietanti, eccitanti e perturbanti, e a confonderlo
mostrando un incoerente miscuglio tra realtà ed immaginazione attraverso un loro
continuo interscambio così perfetto da fare scambiare la realtà con
l’immaginazione che non si riesce ad omogeneizzare. Così come spesso avviene
nella vita di ognuno di noi. Esploratore dell’animo femminile Ozon costruisce con
grande cura lo sdoppiamento della personalità di Chloé
che richiama, anche se con approccio diverso, il rapporto tra il dottor Jekill
e mister Hyde da cui deriva che l’uomo
non è autenticamente uno, ma autenticamente due. Fa emergere con fine sagacia
dalle continue relazioni amorose di Chloé non solo la forza del suo Io che era
rimasta nell’ombra junghiana fino ad
allora, ma anche il narcisismo per la propria immagine per il raggiungimento della
coscienza dell’Io con il quale instaura un rapporto di amore/odio.
Il film è stato in
concorso per la Palma d’oro al Festival del Cinema di Cannes 2017.
Filmografia
Sitcom – La
famiglia è simpatica (1998), Amanti criminali (1999), Sotto la sabbia (2000),
Gocce d’acqua su pietre roventi (2000), 8 donne e un mistero (2002), Swimming Pool (2003), CinquePerDue –
Frammenti di vita amorosa (2004), Il tempo che resta (2005), Angel – La vita,
il romanzo (2007), Ricky – Una storia di amore e libertà (2009), Il rifugio
(2009), Potiche – La bella statuina (2010), Nella casa (2012), Giovane e bella
(2013), Una nuova amica (2014), Frantz (2016).
Francesco Giuliano
giovedì 19 aprile 2018
“The Silent Man” descrive con perfetta suspense la fermezza di un uomo integro
Titolo:
The Silent Man
Titolo
originale: Mark Felt: The Man Who
Brought Down the White House
Regia e sceneggiatura: Peter Landesman
Musiche: Daniel Pemberton
Produzione Paese: USA, 2017
Cast: Liam Neeson, Diane Lane, Tony Goldwyn,
Maika Monroe, Kate Walsh, Josh Lucas, Michael C. Hall, Marton Csokas, Tom
Sizemore, Bruce Greenwood, Julian Morris, Wendi McLendon-Covey, Ike Barinholtz,
Brian d’Arcy James, Noah Wyle, Eddie Marsan, […]
“The
Silent Man” è un film imperniato sulle vicissitudini fronteggiate dal vicedirettore
dell’FBI Mark Felt (Liam Neeson) durante i primi anni ’70, quando era ancora Presidente
degli Stati Uniti d’America Richard Nixon il quale, nel 1974, fu costretto a
dimettersi in seguito allo scandalo Watergate. Scandalo che fu generato dalle
rivelazioni che Mark Felt fece al giornalista Bob
Woodward (Julian Morris) del Washington
Post che in quel tempo, non avendolo potuto individuare, lo chiamò con il nome
di fantasia “Gola profonda” nel suo libro “All the President’s Men” (1974), “Tutti
gli uomini del presidente”, scritto assieme al collega Carl Bernstein, da cui
due anni dopo venne tratto l’omonimo film diretto da Alan J. Pakula. Soltanto,
dopo circa trent’anni, Mark Felt, ormai al sicuro da ogni rischio e per evitare
che questa sua condotta – essendo lui un democratico -, a suo tempo potesse
essere interpretata di parte e quindi utilizzata dai repubblicani e fatta
giudicare dall’opinione pubblica a suo sfavore, rivelò che era stato lui la
spia dell’FBI a passare le informazioni ai giornalisti del Post. Aveva indagato profondamente sulla
massima istituzione statunitense tant’è che ai suoi collaboratori diceva che il nostro compito è seguire le tracce sul terreno e tutte le
tracce sembrano portarci dentro la Casa Bianca! E, in seguito, aveva passato le informazioni sulla
corruzione all’interno dell’apparato presidenziale alla stampa, perché riteneva
che nessuno può fermare la forza di un'indagine dell’FBI! Nessuno, nemmeno ...
l’FBI, mettendo a rischio se
stesso e la sua famiglia convinto che a volte dobbiamo tradire ciò che amiamo, per salvare ciò che
amiamo! … C'è sempre un prezzo da pagare per quello che facciamo. E lo
paghiamo tutti, in un modo o nell'altro.
Peter Landesman che ha scritto anche
la sceneggiatura di “The Silent Man” descrive appunto la figura di Mark Felt
per dimostrarne la sua integrità morale e il suo valore umano mettendo in
evidenza – e Liam Neeson ci riesce magnificamente -, il suo temperamento
risoluto, deciso, intraprendente, ardito e saldo. Il grande
cacciatore di draghi e custode del sogno americano – lo definisce la moglie
Audrey (Diane Lane), redarguendolo per le sue ferme e
coraggiose convinzioni.
“The
Silent Man” è intrigante, galvanizzante e coinvolgente
e si collega indirettamente al film contemporaneo “The Post” (2017) di Steven
Spielberg perché mette in evidenza i travagli interiori di due persone che
neppure si conoscevano direttamente e che costituivano le due facce della stessa
medaglia, quella della salvaguardia della democrazia: da una parte, Kay Graham (Meril Streep), proprietaria di un giornale
che mise in gioco se stessa, la sua fama e la sua proprietà editoriale e, dall’altra,
Mark Felt (Liam Neeson) che con integrità, fedeltà, e coraggio mise in gioco la reputazione di se stesso e la sua famiglia.
Il film è stato presentato in anteprima al Toronto
International Film Festival (TIFF) 2017.
Filmografia
Parkland
(2003), Zona d’ombra (2015).
Francesco Giuliano
venerdì 13 aprile 2018
“Il giovane Karl Marx” un film per giovani che insegna come i giovani possano cambiare il mondo
Titolo: Il giovane Karl Marx
Titolo originale: Le
jeune Karl Marx
Regia: Raoul Peck
Sceneggiatura: Pascal Bonitzer, Raoul
Peck
Musiche: Alexei Aigui
Produzione Paese: Francia, Germania,
Belgio, 2017
Cast: August Diehl, Vicky Kieps, Stefan
Konarske, Olivier Gourmet, Hannah Steele, Alexander Scheer, Hans-Uwe Bauer,
Michael Brandner, Peter Benedict, Ivan Franek, Stephen Hogan, Wiebke Adam,
Niiels-Bruno Schmidt, Marie Meinzenbach, Ulrich Brandhoff, […]
Senza
entrare nel sequela dei fatti raccontati, il film “Il
giovane Karl Marx” descrive le vicende del politologo e filosofo tedesco Karl
Marx (August Diehl) e di sua moglie Jenny von Westphalen (Vicky Krieps) assieme
all’amico fraterno Friedrich Engels (Stefan
Konarske) nel periodo più travagliato ma anche più prolifico della sua
vita, che va dal 1844 al 1848, anno in cui viene pubblicato il suo “Manifesto del Partito comunista” e iniziano,
in diversi Stati europei come l’Italia e la Francia, i moti rivoluzionari per
abbattere i poteri assoluti, che si erano ricostituiti dopo la rivoluzione
francese del 1789 e sanciti dal Congresso di Vienna del 1815.
Karl Marx dimostra di essere un epicureo convinto perché la
filosofia del filosofo greco Epicuro (IV – III secolo a.C.) lascia spazio alla
libertà umana, e disdegna, come Prometeo, tutte le divinità sia trascendenti
che terrestri che tolgono soggettività e, quindi, libertà di pensiero ad ogni
essere umano. Marx, infatti, ritiene il titano mitologico, il più grande santo e martire del calendario filosofico. Per quello
che ha scritto e ha fatto, infatti, Marx potrebbe considerarsi il novello
Prometeo che ha posto le fondamenta necessarie a risolvere i problemi connessi
con i poveri che in quel periodo venivano considerati ladri e, in quanto tali
braccati e uccisi, perché andavano a raccogliere la legna secca caduta dagli
alberi nei boschi, e la drammaticità
delle condizioni di vita dei lavoratori nelle fabbriche in seguito alla
rivoluzione industriale. E avendo letto tutte le opere del filosofo
idealista Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Marx ne abbraccia la dialettica
che considera un aspetto progressivo della realtà soggetta ad un continuo
divenire, dovuto al confronto tra tesi
e antitesi,
da cui deriva la sintesi che unifica,
elevandole ad un grado sociale superiore, le opinioni contrarie precedenti. In
quegli anni, egli conosce il filosofo socialista Pierre-Joseph Proudhon (Olivier Gourmet) del qual sostiene
che “vuole essere una sintesi. Ed è
invece un errore composto. Vuole librarsi come uomo di scienza al di sopra dei
borghesi e dei proletari; e non è che il piccolo borghese, sballottando
costantemente fra il capitale e il lavoro, fra l’economia politica e il
comunismo”, tant’è che contrappone, al saggio di costui “La filosofia della miseria”, “La miseria della filosofia” che aveva
scritto assieme all’amico Engels in cui sono esposti i punti salienti della sua
concezione. Incontra e conosce pure l’anarchico, filosofo russo, Mikhail Bakunin (Ivan Franek) con cui si scontra perché
considera l’anarchismo carente di rilevanza culturale e politica.
“Il giovane Karl
Marx” descrive con intenso sentimento una storia di amicizia
vera, di amore profondo, di coraggio, di grande passione sociale e politica, di
confronti e scontri ideologici, di elaborazione di un’idea che si fa concreta, e
di impegno costante.
Accolto con una risicata
sufficienza dalla critica, secondo Diego Fusaro, studioso del pensiero
marxista, il film ricostruisce in modo competente e assai preciso la vita del
giovane Marx e il suo “cammino di
pensiero", raccontando “la
genesi del suo pensiero dinamitardo e le perigliose vicende che caratterizzano
la sua esistenza, sregolata ed essa stessa vocazionalmente ribelle”, come
riportato da un suo articolo pubblicato su Ilfattoquotidiano.it
del 6 aprile 2018.
“Il giovane Karl
Marx”
dovrebbe essere visto soprattutto dai giovani e dagli studenti di tutte le
scuole superiori per far conoscere come un’idea nata ed elaborata dalla critica della critica critica di un
giovane utopista possa cambiare le
condizioni di un intero popolo, sia dal punto di vista dell’emancipazione
sociale, sia dal punto di vista salariale, sia dal punto di vista della
sicurezza nei luoghi di lavoro, sia come stravolgimento delle basi sociali e
politiche al fine di salvaguardare una democrazia compiuta. In definitiva, il film
dovrebbe essere visto senza pregiudizi e senza preclusioni ideologiche come se
si andasse a vedere, ad esempio, un film sulle gesta di Robin Hood.
“Il giovane Karl Marx”, ben diretto con una
magistrale sceneggiatura, è un film coinvolgente e appassionante ed è stato
presentato fuori concorso al Festival del Cinema di Berlino 2017.
Filmografia
Haitian Corner (1987), L’homme sur les quais (1993),
Corps Plongés (1997), Lumumba (2000), Sometimes in April (2005), L’Affaire
Villemin (2006), L’école du pouvoir (2009), Moloch Tropical (2009). Sia “L’homme
sur les quais” che “Lumumba” sono stati presentati nei rispettivi anni al
Festival del Cinema di Cannes.
Francesco Giuliano
giovedì 12 aprile 2018
“I segreti di Wind River” descrive con sottile perspicacia gli errori sociali connessi all’emarginazione razziale
Titolo:
I segreti di Wind River
Titolo
originale: Wind River
Regia
e Sceneggiatura: Taylor Sheridan
Paese
Produzione: USA, 2017
Musiche:
Nick Cave, Warren Ellis
Cast:
Jeremy Renner, Elizabeth Olsen, Graham Green, Hugh Dillon, Gil Birmingham,
Kelsey Asbille, Martin Sensmeier, Althea Sam, Julia Jones, Teo Briones, Tantoo
Cardinal, Jon Bernithal, James Jordan, Matthew Del Negro, Austin Grant, Ian
Bohen, Eric Lange, […]
Cory Lambert (Jeremy Renner) è un cacciatore federale della
riserva indiana di Wind River nello stato del Wyoming, che ha l’incarico di
controllare e uccidere gli animali selvatici, quali coyote, puma, lupi e
quant’altro, per salvaguardare greggi di pecore e mandrie di buoi degli
allevatori. È inverno e fa un freddo polare. Durante la ricerca di un puma che
ha ucciso una mucca in quel territorio innevato, Cory scopre il corpo congelato
di una ragazza morta. Si tratta della diciottenne Natalie Hanson (Kelsey
Asbille) che risulta scalza e con la bocca e l’inguine insanguinati. Viene
chiamata per indagare sulle cause di questa morte l’investigatrice FBI Jane
Banner (Elizabeth Olsen), che appare sin dall’inizio non solo inesperta per il
compito assegnatole ma anche vestita in modo inadeguato per affrontare il
grande freddo di quel territorio, dove non
si può avere fortuna in quanto la natura l’ha sempre vinta perché non dà via di
scampo. La fortuna si può avere in città ma non nello Wyoming d’inverno. Dall’autopsia
risulta che la giovane Natalie prima sia stata stuprata e, poi, datasi alla
fuga, sia morta dopo aver percorso circa dieci chilometri per il grande freddo
che le ha congelato i polmoni. Trattandosi di morte causata da emorragia
polmonare l’investigatrice, non potendo contare del supporto di una squadra,
chiede aiuto a Cory. Costui accetta di aiutarla senza pensarci più di tanto, in
quanto tre anni prima sua figlia era deceduta come Natalie, della quale era
grande amica. Ed incomincia ad indagare recandosi da Martin Hanson (Gil
Birmingham), il padre della vittima e, grazie a
costui, incomincia ad avere indizi su quella morte misteriosa.
“I
segreti di Wind River” è un thriller mozzafiato che descrive con sottile
perspicacia gli errori dell’emarginazione razziale statunitense conseguenti
alla creazione delle riserve indiane, in cui le condizioni sociali portano
all’isolamento e all’aridità dei sentimenti degli abitanti che per colmare il
vuoto della loro vita si ubriacano. Una riserva indiana è una comunità chiusa, un luogo
brutale, dove il paesaggio stesso è un antagonista. È un luogo in cui la
tossicodipendenza e gli omicidi uccidono più del cancro, e lo stupro è
considerato un rito di passaggio per le ragazze per diventare donne, dice il regista Taylor Sheridan,
che ne ha scritto anche la sceneggiatura dopo essersi documentato presso la locale
comunità indiana. Infatti, il film si basa su episodi che si sono realmente
verificati in quei luoghi del nord americano. Non è un caso che il regista
abbia ben costruito i diversi personaggi del film che ne rappresentano i vari
caratteri umani: Martin Hanson rappresenta gli abitanti della riserva i loro legame con il resto del mondo; Jane Banner è una donna forte e debole e, nel contempo, appare sentimentale e dura; Cory Lambert è un uomo mite e
debole ma, al tempo stesso, determinato e coerente.
L’uomo, in quel luogo, appare piccolo e inerme
nei confronti della natura da cui vuole scappare come risulta dall’incipit del
film: Lontano dai tuoi occhi amorevoli /in un posto dove l’inverno non
arriva mai /Fra il vento corro /e veglio ogni ricordo di te/ …, versi di una poesia scritta da Natalie
che dimostra di sognare il paradiso e di voler fuggire da esso
perché il luogo in cui vive non è il paradiso. Ma lo stato delle cose non le
permette di realizzare il suo sogno pur avendo trovato un uomo molto più grande
di lei che glielo ha promesso e che lei ama.
“I
segreti di Wind River” è un western moderno ben costruito, di grande tensione
emotiva, caratterizzato da dialoghi brevi e concisi ma profondamente allusivi,
dove ogni mezzo o scena o il linguaggio stesso hanno un loro significato metaforico
e dove la musica ben si adatta ai luoghi, ai personaggi e alla vicenda
descritta.
Taylor
Sheridan è un regista televisivo famoso negli USA che,
alla sua seconda pellicola cinematografica, dimostra la sua bravura nel
descrivere con grande maestria fatti di cronaca suscitando passo dopo passo
nello spettatore una trepidazione eccezionale con notevole semplicità, tant'è che il film è stato presentato nella sezione Un Certain Regard del Festival del
Cinema di Cannes 2017.
Filmografia: Vile (2011).
Francesco Giuliano
martedì 10 aprile 2018
“Ready Player One”, l’ultimo capolavoro sui generis di Spielberg fa paura
Titolo: Ready Player One
Regia: Steven Spielberg
Soggetto: Ernest Cline (Dal
romanzo Ready Player One, 2010)
Sceneggiatura: Zak Penn,
Ernest Cline, Eric Eason
Musiche: Alan Silvestri
Produzione Paese: USA, 2018
Cast: Tye Sheridan, Olivia Cooke, Ben Mendelson, Mark Rylance,
Simon Pegg, Lena Waithe, Philip Zhao, Win Morisaki, Hannah John-Kamen, Susan
Lynch, Perdita Weeks, Ralph Ineson, T.J. Miller, Clare Higgins, […]
La
fantastica, ma non troppo, storia
distopica di “Ready Player One” si
svolge, nel 2045, a Columbus, capitale decadente dell’Ohio, dove la
sovrappopolazione costringe la gente a vivere in bruttissime e orrende cataste,
nei cui piani sono sistemati
alloggi costituiti da roulotte. L’ambiente sociale conseguentemente risulta squallido
e altamente inquinato, dove i rapporti interpersonali risultando inesistenti
fanno rifugiare la gente in un mondo virtuale chiamato Oasis, creato
dall’informatico e timido nonché solitario James Halliday (Mark Rylance) che, morto
prematuramente, viene sostituito dal cinico e arrivista Nolan Sorrento (Ben
Mendelson). La partecipazione degli abitanti di Columbus a questo mondo
immaginario è connessa a numerose attività tra cui preminente risulta quella
del gioco. Lo stesso Wade Watts (Tye Sheridan), un brillante giovane
diciottenne appassionato di Oasis perché non ha alcun altro sbocco e prova
soddisfazione personale per la destrezza e l'intuizione che possiede (Mi chiamo Wade
Watts. Mio padre scelse questo nome perché sembrava l'identità segreta di un
supereroe, tipo Peter Parker o Bruce Banner, ma morì quando ero piccolo, come
mia madre e ...sono finito qui, nel mio piccolo angolo nel nulla. Non c'è
nessun posto dove andare ... nessuno, a parte Oasis. Un intero universo
virtuale. La gente viene su Oasis per tutto quello che si può fare, ma ci
rimane per tutto quello che si può essere. È l'unico posto dove sento di avere
un senso.), partecipa, con il nome
virtuale scelto non a caso di Parsifal - il cavaliere della Tavola Rotonda che
trovò il Sacro Graal -, al Gioco di
Anorak, a cui possono
partecipare tutti. Tale gioco è stato ideato da Halliday e consiste nel ricercare un oggetto nascosto, un easter
egg; il primo che troverà l’egg, vincerà cinquecento miliardi di
dollari e avrà il controllo totale di Oasis. In questa competizione agonistica, che consiste
nella scoperta di tre chiavi, Wade conosce Samantha (Olivia Cooke) che ha il
nome virtuale di Artemide perché manifesta tutte le caratteristiche di un’irrefrenabile
e perspicace cacciatrice come la dea greca da cui ha preso il nome virtuale.
Tuttavia, in questo gioco violento con la prospettiva di essere molto
redditizio subentra un gruppo di giocatori appartenenti alla multinazionale IOI che vuole vincere a tutti i costi
per controllare Oasis e conseguentemente dominare la gente, perché Oasis è
la più importante risorsa economica del mondo, e il gioco non è altro che una guerra per il
controllo del futuro. Infatti non è solo un
gioco perché si
tratta di vita e morte nella realtà, come sostiene Samantha, ed è per questo che non
bisogna diffondere e fare conoscere i nomi reali dei partecipanti.
“Ready Player One” è un film fantastico, antiutopico, proiettato
in un futuro prossimo deprimente, angosciante e spaventoso, ma al tempo stesso
realistico e attualissimo se si tiene conto del recentissimo scandalo di
Cambridge Analytica, una società di consulenza britannica collegata a Facebook, il Social Network creato nel 2004 dall’informatico trentaquatrenne Mark Elliot Zuckerberg, di cui è amministratore
delegato. Lo scandalo ha coinvolto, svelandoli per scopi elettorali, i profili
di decine di milioni di utenti nel mondo e in Italia profili di oltre duecentomila;
numeri che sono destinati ad aumentare.
Il film affronta il problema della tecnologia
informatica che sta usando la rete Internet e, in particolare i Social Network,
tra cui Facebook, Twitter, Google plus, come un occhio universale che vigila su
tutti e controlla tutti oltrepassando i limiti che assicurano la privatezza di
ogni individuo. O, anche, come il Grande
fratello del romanzo 1984 (Nineteen Eighty-Four) di George Orwell del1949, ambientato in un mondo negativo e pericoloso, governato da un partito unico con un pensiero unico che non lascia spazio
alla libertà individuale.
Steven Spielberg con “Ready Player One” sperimenta
un film sui generis, a mio parere riuscendoci anche se, come avvenne per il
film “2001,Odissea nello spazio” (1968) di Stanley Kubrick, il successo non è
immediatamente assicurato perché potrebbe risultare incomprensibile il
messaggio. Spielberg, comunque, usa frequentemente riferimenti culturali
importanti per meglio fare comprendere questo film, come il famoso Cubo di
Zemeckis, usato come potente arma razionale, oppure riferimenti cinematografici
come Blade Runner (1982) di Ridley Scott per alcuni particolari scenografici, come
il “Godzilla” nelle sue varie versioni cinematografiche moderne, o ancora come “Shining”
(1980), film di successo di Stanley Kubrick, di cui usa il fiume di sangue che
scorre precipitosamente portando via con sé ogni cosa che incontra. Egli crea,
anche, un alternarsi continuo tra vicende reali e vicende virtuali che ad un
certo punto non si sanno distinguere le une dalle altre così come spesso
avviene nella vita.
Il messaggio particolare che scaturisce dal film
è che la tecnologia debba essere al servizio dell’uomo e non usata al fine di
sottometterlo o distruggerlo. Ma il messaggio più significativo è quello riferito
ai giovani perché soltanto con la loro intraprendenza, con il loro credere in
sé stessi e con la loro riluttanza verso i compromessi saranno gli eroi che
potranno salvare il mondo dalla rovinosa deriva in cui si è già avviato e rendere la
realtà reale, divenendo ciascuno di
loro “unico giocatore pronto”.
Il film è altamente spettacolare e fantastico e
accompagnato dalle musiche di Alan Silvestri che coinvolgono lo spettatore senza soluzione di
continuità.
Francesco Giuliano
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