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martedì 8 novembre 2016
“Adaline - L'eterna giovinezza” descrive cosa potrebbe succedere se non si invecchiasse
Titolo: Adaline – L’eterna giovinezza
Titolo
originale: The Age of Adaline
Regia:
Lee Toland Krieger
Sceneggiatura:
J. Mills Goodloe, Salvador Paskowitz
Produzione
Stato: USA 2015
Cast: Blake Lively, Michiel
Huisman, Kathy Baker, Amanda Crew, Harrison Ford, Ellen Burstyn, Richard
Harmon, Anthony Ingruber, Anjali Jay, Linda Boyd, Barclay Hope, Chris William
Martin, Aaron Craven, Jane Craven, Hugh Ross (voce narrante), […]
Quello
che capita ad Adaline (Blake Lively), un evento che le procura “l’eterna giovinezza”, è qualcosa di
straordinario e inconsueto nella storia del mondo, ovviamente fantastico. Un
pretesto che serve al giovane regista del film, Lee Toland Krieger, e ai suoi
due sceneggiatori, J. Mills Goodloe e Salvador Paskowitz, di raccontare una
storia curiosa, bizzarra e avvincente, a tratti anche drammatica e piena di
colpi di scena, di una donna attraente e bella che, arrivata ad una certa età,
a ventinove anni, non invecchia più. Non una ruga, non un capello bianco, non
un mutamento dei suoi caratteri fisici! Conserva una bellezza a dir poco
strabiliante, in un secolo di storia, a partire dal 1908, in cui guardarsi allo
specchio non le procura alcun fastidioso cruccio. O forse sì! Un tema, anche se
fantascientifico ma molto interessante, che affronta il discorso sull’eterna
giovinezza che, contrario al pensiero eracliteo, secondo cui “Non si può discendere due volte nello stesso
fiume e non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato,
ma a causa dell'impetuosità e della velocità del mutamento essa si disperde e
si raccoglie, viene e va”, urta con lo stereotipo a cui tutti noi, esseri
umani, siamo abituati e rassegnati sin dal momento in cui nasciamo, essendo già
destinati all’invecchiamento e, quindi, alla morte. Un tema con il quale ci si
pone la domanda: cosa potrebbe succedere se una persona fosse dotata di eterna
giovinezza e di un eterno presente? Sicuramente dovrebbe rinunciare ai legami
sentimentali stabili e duraturi, perché vedrebbe invecchiare le persone che le
stanno accanto e cambiare i loro costumi e le loro abitudini, e vivrebbe il
susseguirsi delle complicate vicende umane politiche, sociali ed economiche e
dello sviluppo tecnologico. Si verrebbe a creare così anche il paradosso
innaturale e inimmaginabile di vedere, giorno dopo giorno, invecchiare i propri
figli, come avviene alla figlia di Adaline, Flemming (Ellen Burstyn), che ad un
certo punto appare molto più vecchia della madre. Oppure, casualmente, si
potrebbe verificare che tale ipotetica persona incontri casualmente il primo
amore della sua gioventù, William (Harrison Ford), il cui ricordo si era già
smarrito nei profondi meandri della dimenticanza. O, ancora, sarebbe costretta
a cambiare continuamente residenza ed identità per sfuggire ai sospetti
infantili e infondati del servizi segreti americani. Tuttavia, come sosteneva
il filosofo romano Lucio Anneo Seneca “Nemo
potest personam diu ferre fictam: ficta cito in naturam suam recidunt” (Nessuno può portare a lungo una maschera
finta: le cose finte cadono per loro stessa natura).
Un
film, in definitiva, che avvince e che coinvolge senza soluzione di continuità
lo spettatore per il problema affrontato e per la tensione emotiva che riesce a
trasmettergli e che, per questo, merita di essere visto.
Filmografia
December
Ends (2006),The Nature of Space & Time (2008), The Vicious Kind (2009),
Separatti innamorati (Celeste and Jesse Forever) (2012).
Francesco Giuliano
domenica 6 novembre 2016
“In guerra per amore” in modo brioso descrive l’origine del sopravvento mafioso in Sicilia e in Italia
Titolo:
In guerra per amore
Regia:
Pif (Acronimo di Pierfrancesco Diliberto)
Soggetto:
Pif, Michele Astori
Sceneggiatura:
Michele Astori, Marco Martani, Pif
Produzione
Stato: Italia 2016
Cast:
Pif, AndrEA Di Stefano, Sergio Vespertino, Maurizio Bologna, Miriam Leone,
Samuele Segreto, Stella Egitto, Antonello Puglisi, Vincent Riotta, Maurizio
Marchetti, Orazio Stracuzzi, Mario Pupella, Lorenzo Patanè, Aurora Quattrocchi,
David Mitchum Brown, […]
Nel
pieno della seconda guerra mondiale, quando l’esercito tedesco aveva già
occupato quasi tutta l’Europa, il presidente statunitense Franklin
Roosevelt decise di fare intervenire, assieme alle truppe alleate, l’esercito americano
per debellare il pericolo nazista. Il punto prescelto, non a caso, fu la costa
meridionale della Sicilia. Era il 10 luglio 1943. Al fine di facilitare lo
sbarco ed evitare grande spargimento di sangue dei propri soldati, Roosevelt
prese accordi con Lucky Luciano, alias Salvatore Lucania, mafioso siciliano,
capo di “Cosa Nostra statunitense”, che aveva forti legami e molta influenza su
“Cosa Nostra siciliana”.
In questa situazione, a New York, si svolge la
storia sentimentale del giovane siciliano Arturo Giammaresi (Pif) con Flora
(Miriam Leone). Una storia però molto travagliata ed contrastata, in quanto lo
zio (Orazio Stracuzzi) vuole dar la nipote in sposa a Carmelo (Lorenzo
Patanè), figlio di Don Tano (Mario
Pupella), un mafioso d’alto rango molto legato a Luciano. Per evitare queste
nozze Arturo deve ottenere il consenso dal padre di Flora che però abita a
Crisafullo, in Sicilia. L’impresa appare molto ardua data la grande distanza
che separa il giovane dalla Sicilia, dove è nato. Ma come spesso avviene, per caso
il giovane trova un’ottima soluzione che gli darebbe la possibilità di sposarsi
Flora: Arturo va “in guerra per amore”. L’arruolamento nell’esercito americano,
infatti, gli avrebbe dato l’opportunità di recarsi in Sicilia e di incontrare
il padre della sua amata. Per evitare questa eventualità, allora, Don Tano ordina
al mafioso locale di Crisafullo, Don Calò, di uccidere Arturo.
Pif,
dopo il grande successo di pubblico e di critica ottenuto grazie alla sua opera prima “La mafia uccide solo d’estate”
(2013), usando lo stesso piglio sui
generis e la medesima vivacità umoristica descrive, passo dopo passo, gli
eventi che trasferiscono il potere politico alla mafia e che portano
conseguentemente alla liberazione dei delinquenti a cui vengono affidati posti
di alto merito.
In
definitiva, con il suo caratteristico linguaggio cinematografico oscillante tra
il dramma e l’umorismo, Pif elegantemente trasferisce allo spettatore
informazioni storiche che danno spiegazione, dalla fine della seconda guerra
mondiale, dei fatti che hanno trasferito potere alla mafia e della collusione
tra questa e il potere politico italiano, a tutt’oggi vigente.
Pif
trova il modo divertente di raccontare questa storia nel paese inventato di
Crisafullo in cui, come avviene per Vigata, il paese immaginario, dove si
svolge l’attività poliziesca del commissario Montalbano, vengono assemblate
immagini di luoghi diversi come il duomo di Erice che sovrasta Trapani, come la
caratteristica Scala dei turchi di marna bianca nella costa meridionale
siciliana, come il magnifico tempio elimo di Segesta, o come la cittadina di
Realmonte. Ma dove si svolge anche la vita dei siciliani con le loro tradizioni
e i loro costumi: la camicia nera che si indossa per sette anni al fine di commemorare
la morte del fratello defunto, la concezione dell’illibatezza femminile la cui
trasgressione comporta disonore imperituro e l’impossibilità di contrarre
matrimonio, il raccomandarsi ai santi per avere un privilegio personale come la
salvaguardia della vita, la grande ospitalità nei confronti del forestiero al
fine di avere ricambiato il favore, servirsi di un cieco per vedere ciò che chi
vede non ha facoltà di vedere, e così via.
In
definitiva, Crisafullo rappresenta la Sicilia, pari a quella descritta nel
romanzo “I sassi di Kasmenai” (ed. Il foglio): “La Sicilia, un’isola, una terra martoriata dalle colate laviche del vulcano
“buono” Etna, dai continui terremoti e qualche volta dai maremoti, dalle
frequenti invasioni di popoli non autoctoni da più di tremila trecento anni,
dai Siciliani stessi.
Il fascino dei luoghi siciliani, in particolare di
quelli in cui Ciccio è vissuto dalla nascita fino alla giovinezza, è stato
descritto inquadrando, come un dipinto in una cornice, le immagini e i colori
visti e vissuti e gli olezzi odorati e respirati, i quali però non possono
essere percepiti così come realmente essi sono. Non esistono, infatti, parole
che possano suscitare, nell’animo di chi legge, le emozioni, le palpitazioni, i
tremori passionali, gli stati d’animo che soltanto chi vede, chi tocca e chi
nasce e vive in quella terra può provare; non esistono parole che possano far
odorare la miscellanea di profumi, di olezzi, di aromi che solo le nari possono
fare apprezzare; non esistono parole che possano descrivere i colori, le
immagini, i luoghi che soltanto attraverso gli occhi di chi li guarda possono
far emergere la loro eccezionale singolarità. … Le continue invasioni, senza
soluzione di continuità, hanno senza dubbio arricchito culturalmente il popolo
siciliano che ogni volta ne ha tratto caratteri particolari e grandi benefici.
Quella siciliana è, infatti, una cultura, dalle mille sfaccettature e dai
connotati singolari, che si mostra in tutte le opere d’arte, sparse ovunque, da
est ad ovest e da nord a sud dell’isola, che sono rimaste visibili all’occhio
del visitatore; tale cultura si manifesta anche nella grande ricchezza
dell’arte culinaria, e si esprime con l’ineguagliabile cordialità e l’innata
ospitalità insite nel carattere del siciliano. Purtroppo il soggiacere continuo
al dominio di tutti quei popoli non ha fatto acquisire ai siciliani un amor
proprio, un’identità propria, il desiderio di lottare, tutt’altro.”
Francesco Giuliano
domenica 23 ottobre 2016
“Io, Daniel Blake” osanna un eroe povero che lotta per la sopravvivenza
Titolo:
Io, Daniel Blake
Titolo
originale: I, Daniel Blake
Regia:
Ken Loach
Sceneggiatura:
Paul Laverty
Musica:
Gerge Fenton
Produzione
Stato: Gran Bretagna, Francia 2016
Cast:
Dave Johns, Hayley Squires, Dyln McKiernan, BRiana Shann, Kate Runner, Sharon
Percy, Kerna Sikazwe, Natalie Ann Jarnieson, Micky McGregor, Colin Coombs, Bryn
Jones, Mick Laffey, John Sumner, […].
Daniele Blake (Dave Johns) è un falegname
vedovo, alle soglie dei sessant’anni, che, a causa di un attacco cardiaco, è
costretto a chiedere l’indennità di malattia in attesa di ristabilirsi, dopo una
cura adeguata ed un’opportuna riabilitazione prescritte dal suo cardiologo, per
potere riprendere il lavoro perduto. Ciò lo costringe ad entrare nelle maglie
labirintiche dell’apparato burocratico britannico (come ha già fatto con
“Ladybird Ladybird” del 1994),
il quale mette in luce le illogicità ciniche e crudeli e le assurdità
procedurali e violente di un sistema amministrativo, creato deliberatamente al
fine di calpestare gravemente la sua dignità umana di uomo esemplare e solidale:
“Il
mio nome è Daniel Blake, sono un uomo, non un cane. E in quanto tale esigo i
miei diritti. Esigo che mi trattiate con rispetto. Io, Daniel Blake, sono un
cittadino, niente di più e niente di meno”. Ma non solo la sua!
Durante tutte le traversie a cui va
incontro presso il centro preposto per le pratiche di richiesta di sussidio, infatti,
Daniel incontra Katie (Hayley
Squires), una giovane donna single, madre di due figli, che, per un ritardo non
dipendente dalla sua volontà, perde il sussidio mensile. Tra Katie e Daniel si instaura
subito un legame empatico forte e profondo, come tra una figlia ed un padre, che
li porta vicendevolmente ad aiutarsi con dolcezza e profonda umanità.
Daniel
Blake è un personaggio determinato, con una grande voglia di vivere, dotato di
una grande forza d’animo, povero di beni materiali ma colmo di una grande ricchezza
interiore, che non teme ostacoli e che lo porta a lottare per la sopravvivenza
propria e quella degli altri come fosse un eroe del mito greco. Si coglie ,
infatti, nel comportamento di Daniel il senso kafkiano “dell’'uomo che non può
vivere senza una fiducia permanente in qualcosa di indistruttibile dentro di
sé, anche se entrambi hanno qualcosa di indistruttibile e la sua fiducia in
esso può rimanere permanentemente nascosta da lui”.
“Io,
Daniele Blake” è un film, come del resto lo sono tutti i film di Loach, che sta
dalla parte dei poveri, degli emarginati, degli sfruttati contro una società
capitalistica, cinica, egoista e violenta che fa dell’apparato burocratico un
mezzo idoneo per calpestare la dignità umana di chi, come cittadino, ha sete di
giustizia e bramosia di rispetto. Con questo film l’ottantenne Loach, poco
amato nella sua patria, entra nella vita di Daniel e Katie e, assieme a loro,
vive la loro impotenza ma anche la loro grande umanità di esseri umani, mettendo
in luce nel contempo l’arroganza dei preposti di un potere politico che non
rispetta i suoi stessi elettori. E lo fa con quella pregevole satira pungente
che si coglie anche in “La fattoria degli animali” (1945) di George Orwell, in
cui “Tutti
gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”.
E lo fa con un linguaggio semplice, realistico, quasi documentaristico, chiaro,
netto che colpisce, in senso rivoluzionario, l’animo dello spettatore che viene
colto da commozione e coinvolto come in un vortice da cui non vuole uscire,
perché anche lui si sente “cittadino” come Daniell, calpestato nei suoi diritti
di uomo e di lavoratore.
“Io,
Daniele Blake” è un film per tutti ma
consigliato soprattutto per i giovani senza lavoro e per i lavoratori
disoccupati.
Il
film per la sua forza prorompente ha vinto la Palma d’oro al Festival del
Cinema di Cannes 2016.
Filmografia
Poor
Cow (1967), Kes (1969), Family Life (1971), Black Jack (1979), The Gamekeeper
(1980), Uno sguardo, un sorriso (1981), Fatherland (1986), L’agenda nascosta
(1990), Riff Raff – Meglio perderli che trovarli (1991), Piovono pietre (1993),
Ladybird Ladybird (1994), Terra e libertà (1995), La canzone di Carla (1996),
My name is Joe (1997), Bread and Roses (2000), Paul, Mick e gli altri (2001), Sweet
Sixteen (2002), 11 settembre (2001), Tickets (2004), Il vento accarezza l’erba
(2006), In questo mondo libero (2007), Il mio amico Eric (2009), L’altra verità
(2011), La parte degli angeli (2012), Jimmy Hall – Una storia d’amore e libertà
(2014).
Francesco Giuliano
venerdì 21 ottobre 2016
“Pasolini” o sulla negazione della scelta individuale
Titolo:
Pasolini
Regia
e sceneggiatura: Abel Ferrara
Produzione:
Italia, Belgio 2014
Cast:
Willem Dafoe, Ninetto Davoli, Riccardo Scamarcio, Valerio Mastandrea, Adriana
Asti, Maria de Medeiros, Roberto
Zibetti, Andrea Bosca, Giada Colagrande, Francesco Siciliano, Luca Lionello,
Salvatore Ruocco, […]
Il film “Pasolini” di Abel Ferrara, il regista che è
cresciuto “guardando le sue opere”, tratta le vicende vissute da Pier Paolo
Pasolini nei giorni precedenti la sua terribile morte avvenuta il 2 novembre
1975, che mettono in risalto il suo pensiero sulla società stereotipata, sullo
“scandalo della contraddizione” e sulla distinzione tra morale e moralisti.
Quei “Ragazzi di vita”, giovani emarginati che vivono sulla soglia del crimine
(descritti perfettamente nel suo romanzo omonimo del 1955), che mostrano una
genuina vitalità ancestrale che contrasta i valori borghesi, e con i quali egli
giocava anche a pallone o con alcuni di essi ne condivideva occasionalmente i
pasti presso una trattoria che frequentava spesso, segnano la sua malasorte a
causa della omosessualità che lo caratterizzava, nota a tutti. Uno scandalo
legato a questa sua tendenza lo coinvolse, nel 1949, mentre insegnava a
Casarsa, nel Friuli. Ciò lo costrinse ad abbandonare l’insegnamento e a
trasferirsi a Roma, dove rimase assieme alla madre Susanna sino alla morte.
Il filosofo e giurista catanese Pietro
Barcellona, nel suo saggio “La Parola Perduta. Tra polis greca e cyberspazio”
(ed. Dedalo, 2007), in cui pone l’accento su “lo scandalo della
contraddizione”, che esprime
ciò che il regista ha poi trasposto indipendentemente nel film, dice “ … Pasolini
eretico, impegnato politicamente a denunciare i crimini del Palazzo …”,
evidenzia “la degenerazione antropologica del <<popolo>> italiano
in <<massa>> di teledipendenti, ottusi consumatori di immagini e
merci … Pasolini è un tragico greco, sostanzialmente impolitico perché
ossessionato, fino alla terribile morte, dall’urgenza delle passioni ancestrali,
dai tumulti del cuore nell’ambito delle dinamiche esistenziali … è critico
della modernità dell’omologazione, del fascismo come abbrutimento e
passivazione della <<massa>>, come culto della violenza senza
scopo, come conformismo gregario da caserma; critico del presente in nome di un
passato eroico di <<peccatori innocenti>> come i contadini e i
nuovi proletari delle borgate … ha accusato la borghesia di ridurre la vita a
finzioni e ipocrisie …” e rileva “…. La lacerazione di essere ‘con se stessi e
contro se stessi’: una contraddizione irrisolvibile, la ricerca di una
comunicazione non linguistica, pre-linguistica, là dove il dionisiaco insidia
la certezza luminosa di Apollo … La contraddizione tragica è ciò che rende
Pasolini attualissimo, se si intende la contraddizione non come una
contraddizione dialettica ma come una permanente e irresolubile coesistenza
degli opposti … senza contraddizione/conflitto” non c’è “vita”. A tal
proposito, il regista, tramite Epifanio (Ninetto Davoli) che nell’inseguire una
cometa si accorge che gli viene negato il paradiso, rafforza il pensiero di
Pasolini “Io penso che scandalizzare sia un diritto, essere scandalizzati un
piacere e chi rifiuta il piacere di essere scandalizzato è un moralista, il
cosiddetto moralista”. Il moralismo per
Pasolini è, in definitiva, uno strumento del potere che nega la libera scelta
all’individuo e il moralista “che dice di no agli altri” è il guardiano della
tradizione senza vitalità perché si oppone al pensiero “diverso”, al pensiero fuori
dal gregge. Si contrappone al moralista l’uomo morale che dice di no “solo a se
stesso”. A ciò si aggiunge “Il potere … un sistema di educazione … uno stesso
sistema educativo che ci forma tutti, dalle cosiddette classi dirigenti, giù
fino ai poveri. Ecco perché tutti vogliono le stesse cose e si comportano allo
stesso modo”. Questo film, che è difficile raccontare, non è per tutti per la
particolare e aggrovigliata sceneggiatura sia per i continui flashback e che
per le frequenti corrispondenze. È stata azzeccata la scelta dell’attore Willem
Dafoe, molto somigliante a Pasolini, che ha “cercato di abitare le
sue passioni e i suoi pensieri in un rapporto molto personale e privato”. Molto
bravi tutti gli altri attori, da Ninetto Davoli nel ruolo di Epifanio a
Riccardo Scamarcio (Ninetto Davoli), da Adriana Asti (Susanna, la madre di
Pasolini) a Valerio Mastandrea (Nico Naldini), da Maria De Medeiros (Laura Betti)
a Francesco Siciliano (Furio Colombo).
Il film è stato presentato in concorso alla 71^ Mostra del
Cinema di Venezia 2014.
Francesco Giuliano
giovedì 20 ottobre 2016
“Neruda”, la poesia tradotta in immagini piene d’umanità ancestrale
Titolo:
Neruda
Regia:
Pablo Larrain
Sceneggiatura:
Guillermo Calderòn
Produzione
Stato: Argentina, Cile, Spagna, Francia 2016
Cast:
Luis Gnecco, Gael Garcìa Bernal, Mercedes Moràn, Diego Muňoz, Pablo Derqui,
Michael Silva, Jaime Vadell, Alfredo Castro, Marcelo Alonso, Francisco Reyes,
Alejandro Goic, Antonia Zegers, […]
“Posso scrivere i versi
più tristi questa notte./ Scrivere, ad esempio: La notte è stellata,/ e
tremolano, azzurri, gli astri in lontananza./ Il vento della notte gira nel
cielo e canta. / Posso scrivere i versi più tristi questa notte./ Io l'amai, e
a volte anche lei mi amò./ Nelle notti come questa la tenni tra le mie
braccia./ La baciai tante volte sotto il cielo infinito./ …”. Quanta
umanità e quanta profondità sentimentale si evince da questi versi semplici
recitati, nel film, da Pablo Neruda (Luis Gnecco),pseudonimo di Ricardo Eliécer Neftalí Reyes Basoalto, il poeta politico più noto al mondo che ha cercato di
aiutare i poveri, i diseredati, i disgraziati della sua Terra, il Cile che,
dopo la sua morte, ha vissuto una dittatura orrenda e sanguinosa in seguito al
golpe capeggiato da Pinochet (1973). Questi, grazie all’esercito, abbatté lo
stato democratico presieduto da Salvador Allende, la cui elezione (1970) era
stata appoggiata da Pablo Neruda.
Il
regista Pablo Larrain, con la direzione di questo bel film, a cui conferisce connotati
particolari e suggestivi e anche grotteschi, dimostra ancora una volta il suo
generoso e straordinario estro creativo costruendo una storia reale coronata da
eccelsa poesia, che è la manifestazione artistica che conferisce agli animi
sensibili un grande impulso rivoluzionario. “Neruda” è la poesia tradotta in
immagini piene d’umanità ancestrale, perché la poesia è sentimento che si
trasforma in una spinta dinamica, ricca di alterità conferente senso alla vita,
che caratterizzò del poeta Neruda, attraverso i rapporti amorosi e benevoli,
non solo quelli sessuali ma anche quelli rivolti ai bisognosi, tutta la sua esistenza.
Il
film tratta, a partire dal 1948, le vicissitudini sofferte da Neruda quando, da
senatore della repubblica cilena democraticamente eletto, rivolge delle gravi
accuse di tradimento del popolo al Presidente Videla (Alfredo Castro) eletto
con i voti del partito comunista. Ovviamente, Videla, ormai indossate le vesti
di dittatore, sguinzaglia il prefetto Oscar Peluchonneau (Gael Garcìa Bernal),
un arrivista immaginario bramoso di gloria, alla ricerca di Neruda. Da questo
momento inizia un dialogo a distanza tra un arrampicatore sociale ed un
sognatore con un inseguimento avventuroso, quasi inverosimile, a volte anche incredibile,
simile al gatto che rincorre il topo, che a tratti risulta divertente e a
tratti anche drammatico. Ad un certo punto, infatti, avviene uno scambio dei
ruoli perché ci si confonde tra chi sia il fuggitivo e chi sia l’investigatore.
In questo procedere, Neruda scrive la sua decima raccolta di poesie “Canto
general” (Appena
squillò la tromba,/ tutto era pronto
sulla terra,/ e Geova divise il mondo/
tra Coca-Cola Inc., Anaconda,/ Ford Motors, e altre società …).
Il film è stato presentato al Festival del Cinema di Cannes
2016 nella Quinzane des Réalisateurs.
Filmografia
Filmografia
Fuga (2005), Tony Manero ( 2007),
Post Mortem (2010), No - I giorni dell’arcobaleno (2012), Il Club
(2016), Jackie (2016).
Francesco
Giuliano
martedì 18 ottobre 2016
“Go with me” descrive con intensa suspense la cattiveria senza limiti
Titolo:
Go with me
Titolo
originale: Blackway
Regia: Daniel Afredson
Soggetto:
Castyle Freeeman Jr.
Sceneggiatura: Joe Gangemi, Gregory
Jacobs
Produzione Stato: USA, Canada, Svezia
2015
Cast: Anthony Hopkins, Julia Stiles,
Ray Liotta, Alexander Ludwig, Lochlyn Munro, Hal Holbrook, Steve Bacic, Aleks
Paunovic, Chris Gauthier, Aaron Pearl, Audrey Smallman, Glenn Beck, […]
La giovane Lilian (Julia Stiles), ritornata a vivere nella città dove è nata dopo la morte della madre, viene ben presto perseguitata da Blackway (Ray Liotta), un uomo duro e pericoloso che da poliziotto è diventato un acerrimo criminale tanto temuto, che spadroneggia liberamente nel territorio. Lilian, allora, si reca presso lo sceriffo per denunciare i soprusi ricevuti da quel losco individuo, tra cui l’uccisione del suo gatto, ma l’unico consiglio che riceve dal garante della legge, per paura di ritorsione, è quello di vendersi la casa e lasciare la città. Lilian, ovviamente, essendo una donna caparbia non si dà per vinta e, grazie all’aiuto dell’ex taglialegna Loster (Anthony Hopkins) e del giovane Nate (Alexander Ludwig),va alla ricerca dell’ex poliziotto per farlo desistere dalle sue azioni prepotenti e per lasciarla in pace.
Un film intenso, sconvolgente e coinvolgente che fa cogliere sensibilmente il peso gravoso e insopportabile della cattiveria, che ha il sopravvento e diventa ancora più greve quando chi la subisce non ha chi lo aiuta o lo protegge. Come in questo caso la legge! Esso, in certo qual modo, ricalca anche la legge biblica del taglione, quella “dell’occhio per occhio, dente per dente”, secondo cui chi subisce intenzionalmente un danno da un’altra persona ha il diritto di infliggere a quest’ultima un ugual danno. E questo, contrariamente a quanto viene sostenuto nel Vangelo secondo Matteo, in base al quale “bisogna amare i propri nemici e pregare per quelli che ci perseguitano”. Come sosteneva Alda Merini, infatti, “la cattiveria è un grande reato, che va punito. … Il male fatto rimane e non va dimenticato”.
La storia, tratta dal romanzo ‘Vieni con me’ (2008) di Castyle Freeeman Jr., si svolge in un ambiente sperduto tra montagne e foreste, lontano dal mondo civile, grigio, uggioso, tenebroso come quello di un bosco, che riflette un po’ l’animo malinconico, pauroso e rassegnato della gente che vive in quel luogo freddo e acromatico. Freddo perché, come dice Alessandro Baricco, “la cattiveria è una luce fredda in cui ogni cosa perde colore, e lo perde per sempre”.
Il film è stato presentato fuori concorso alla 72^ Mostra del Cinema di Venezia – 2015.
Filmografia
The Man on the Balcony (1993), La ragazza che giocava col fuoco (2009), La regina dei castelli di carta (2009), IL caso Freddy Heineken.
Francesco Giuliano
mercoledì 5 ottobre 2016
“Indivisibili”, un film dove la bellezza fa rima con la bruttezza
Titolo:
Indivisibili
Regia:
Edoardo De Angelis
Soggetto:
Nicola Guaglianone
Sceneggiatura:
Edoardo De Angelis, Nicola Guaglianone, Barbara Petronio
Musica:
Enzo Avitabile
Produzione
Stato: Italia 2016
Cast:
Marianna e Angela Fontana, Massimiliano Rossi, Antonia Truppo, Toni Laudadio,
Marco Mario De Notaris, Gaetano Bruno, Gianfranco Gallo, Peppe Servillo,
Antonio Pennarella, […]
“Indivisibili”
è il terzo lungometraggio del bravo regista napoletano Edoardo De Angelis, un
film originale che si differenzia nettamente da buona parte dei film italiani,
ormai ripetitivi sia nei significati espressivi che nei contenuti. Questo film,
infatti, è un connubio magistrale tra l’ars
cinematografia e la realtà nuda e cruda, che descrive una storia ambientata a
Napoli, città che “rappresenta tutto quello che c’è di bello e di brutto al mondo …
(dove) la compresenza di bellezza e
bruttezza permette di realizzare una sintesi visiva che rappresenta la vita in
maniera piuttosto esaustiva …”. Volgarità, ignoranza, desolazione,
superstizione, falsità, droga, connubio tra chiesa e malaffare, sono i
connotati di un mondo in cui vivono le due sorelle siamesi, Viola (Marianna
Fontana) e Dasy (Angela Fontana), considerate per la loro condizione fisica un
fenomeno portafortuna, le quali per la loro bella voce sono pagate per cantare
melodie in matrimoni, battesimi, feste patronali. Ambedue i genitori, Peppe
(Massimiliano Rossi) e Titti (Antonia Truppo), compresi gli zii, si spartiscono
tutti i proventi derivanti dalla attività canora, vivendo alle loro spalle e privandole
di tutto. Uno sfruttamento bello e buono.
Casualmente,
un giorno, Viola e Dasy conoscono Alfonso Fasano (Peppe Servillo), un medico
specializzato nella separazione dei fratelli siamesi, che opera in Svizzera,
dal quale vengono a sapere, dopo opportune indagini, che è possibile eseguire
la loro separazione. Questa notizia rompe l’equilibrio che si era venuto a
creare fino a quel momento, facendo sognare Dasy che, in tal modo, avrebbe
acquistato quella libertà che per ovvie ragioni le era negata, come fare
l’amore o ubriacarsi o intraprendere un viaggio per Los Angeles o altro ancora,
ma generando, al tempo stesso, contrasti forti con il padre, che si oppone
ovviamente per insana convenienza all’intervento. Viola, invece, dal canto suo
mostra contrarietà alla separazione perché non vuole staccarsi dall’amata
sorella, ma Dasy rimane ferma nel suo intento.
Forti
emozioni derivanti da un’autenticità descrittiva di un realismo becero
catturano lo spettatore che vive in prima persona quella situazione inumana e
incivile con estrema trepidazione e morale tifoseria.
Il
regista, “un talento visionario”, intuisce il profondo significato del suo tempo
e del suo ambiente e lo descrive puntualmente nei minimi particolari con
semplicità, evidenziando lo stato di degrado morale di una popolazione intera, grazie
anche alla complicità di una chiesa rappresentata da un prete donnaiolo e
affarista, don Salvatore (Gianfranco Gallo), in palese connubio con il
malaffare, e lo stato di abbandono in cui versa un luogo in cui neppure le
antiche vestigia dell’antro della Sibilla riescono a conferire una se pur
minima idea di decoro.
“Indivisibili”, un capolavoro italiano, “un film
da Oscar” come ha sostenuto il regista Paolo Sorrentino, è stato presentato nella sezione "Giornate degli
Autori" alla LXXIII Mostra
Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia, al Toronto International Fil
Festival 2016 e al London Film Festival 2016,ed ha ottenuto il Premio FEDIC, il Premio Lina
Mangiacapre, il Premio Francesco Pasinetti per il miglior film e il Premio Gianni Astrei.
Filmografia
(lungometraggi)
Mozzarella
Stories (2011)
film d’esordio, Perez (2014).
Francesco Giuliano
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