
Un nuovo blog che parla di cinema italiano. Potrete trovare informazioni complete sui migliori attori, registi e film del nostro cinema. Vi saranno anche riferimenti al cinema straniero , informazioni complete su come visualizzare un in streaming e suggerimenti e indicazioni rispetto ad altre pagine del settore.
giovedì 7 giugno 2012
In “Una giornata particolare” di Ettore Scola uno spaccato dell’Italia fascista.
Titolo: Una giornata particolare

Regia: Ettore Scola
Sceneggiatura e soggetto: Ettore Scola, Ruggero Maccari, Maurizio Costanzo
Produzione. Italia, 1977
Cast: Sophia Loren, Marcello Mastroianni, Johm Vernon, Francois Berd, […]
Ho rivisto volentieri, trasmesso qualche giorno fa in prima serata su Rai3, dopo circa trentacinque anni, questo bellissimo film del grande regista Ettore Scola che descrive con una semplicità eccezionale Una giornata particolare, quella dell’8 maggio 1938, ultimo giorno della visita di Hitler in Italia. Opere di rilevanza come questa, che ebbe anche due nomination al premio Oscar, dovrebbero essere viste da chi non è vissuto durante il ventennio fascista o da chi è nato molto tempo dopo e non ha potuto respirare l’aria né ha avuto la fortuna di studiare a fondo uno dei più brutti e tetri periodi della storia recente italiana. Allora l’omologazione sociale e il pensiero unico erano orientati soltanto sia verso la divinizzazione di un solo individuo, il Duce, così come avveniva nell’antica Roma imperiale, sia verso l’esaltazione eccessiva della mascolinità. E non era un caso che la lettera “M”, l’iniziale di Mussolini, fosse anche quella di Maschio, e di Marito che, in quanto maschio, doveva assicurare la supremazia e la proliferazione. Tema questo che è stato ripreso anche da Pupi Avati nel recentissimo film Il cuore grande delle ragazze. La diversità del pensiero (avrebbe compromesso la durata del fascismo), il disordine (perché l’ordine è la virtù dei mediocri) e la diversità sessuale (non avrebbe assicurata la proliferazione) non erano assolutamente permessi. Pena il confino nel migliore dei casi! Allora non potevano pronunciarsi neppure le parole straniere: “… m’hanno fregato pure il pon pon. Non si dice pon pon! È parola straniera! Chiamalo fiocco, nappa, non so! Italianizza: chiamalo pon pono!” – dice alla figlia Emanuele (Johm Vernon), il marito di Antonietta (Sophia Loren).
Il film, che per tutta la sua durata ha come colonna sonora la radiocronaca ossessionante della cerimonia, inizia descrivendo una gran folla di persone (uomini, donne, bambini, vecchi) che si recano alla parata militare di quel giorno di “festa”, lasciando vuote le loro abitazioni ubicate in un grande palazzo popolare. Vi rimangono soltanto Antonietta, una prolifica madre di sei figli, e Gabriele (Marcello Mastroianni), un frocio (così veniva chiamato un omosessuale) che aspetta di essere prelevato per il confino. Antonietta e Gabriele per caso si incontrano, si conoscono e tra loro due si instaura tacitamente una corrispondenza di amorosi affetti. I loro ruoli, dopo questo incontro, si invertono. Antonietta non si era mai posto il problema della sua condizione di essere donna e madre e casalinga e non aveva mai messo in discussione il potere fascista imperante, di cui era pienamente convinta assertrice, tant’è che in un dialogo con la portinaia (Francois Berd) afferma che una persona perbene non può essere antifascista. Antonietta fino a quel momento coniuga perfettamente perbenismo e fascismo. Quell’incontro con Gabriele, tuttavia, la sconvolge e la stravolge. Gabriele, da parte sua, che aveva pensato di suicidarsi perché considerato un”diverso” escluso da quella società disumana, dopo l’incontro con Antonietta vi rinuncia affermando No, è sicuro, la vita, qualunque sia, vale la pena di essere vissuta.
lunedì 4 giugno 2012
Il film “Lezioni di sogni” (Der ganz große traum) di Sebastian Grobler suggerisce come si dovrebbe fare scuola
Titolo: Lezioni di sogni
Titolo originale: Der ganz große traum (Il grande sogno del calcio)
Regia: Sebastian Grobler
Produzione:Germania, 2011
Cast: Daniel Brühl, Thomas Thieme, Daniel Brül, Vincent Kastner, Burghart Klaußner, Jürgen Tonkel, Kathrin von Steinburg, […]
Questo film ricalca, per certi versi, la trama del “L’attimo fuggente” di Peter Weir con Robin Williams, anche se è liberamente tratto da fatti realmente accaduti nella Germania imperiale verso il finire del XIX secolo, quando il militarismo estenuante e l’insensato e rigido rigore educativo stavano alla base di ogni insegnamento, e quando il distacco tra le classi sociali era marcatamente inumano.
I ricchi denigravano i poveri e questi erano costretti a sopperire, senza alcuna possibilità di contrasto, alle loro angherie. Ai figli dei proletari non era permesso niente, neppure quello di frequentare le scuole dei ricchi ovvero, se gli era permesso, dovevano sborsare lauti compensi insostenibili e sopportare i loro soprusi gratuiti.
A differenza del film di Weir, questo primo lungometraggio di Sebastian Grobler (già assistente alla regia del film Al di là del silenzio di Caroline Link, candidato all’Oscar 1996) sembra una favola a lieto fine per il modo come è condotto e sceneggiato, senza infamia e senza lode. Ma ha un pregio importante, quello di parlare di scuola. Descrive, infatti, una scuola dove si evidenzia con estrema semplicità che eventuali metodi anticonvenzionali, informali e insoliti, urtano non solo contro l’intolleranza dei genitori “benpensanti” conservatori e contrastano con gli stereotipi e con gli interessi del potere costituito, ma non risultano condivisi dai docenti retrogradi e antiprogressisti.
Un docente tedesco Konrad Koch (Daniel Brühl), recatosi a studiare inglese all’Università di Oxford dove ha conseguito la laurea, ritorna in Germania perché viene chiamato ad insegnare, avendo avuto sentore del suo metodo di insegnamento innovativo, dal direttore di una scuola, in cui i docenti usano metodologie ortodosse e superate, anzi sbagliate dal punto di vista formativo, ma che sono bene accette e consone ai dettami dei genitori ricchi dalla mentalità autoritaria e militarista, che sostengono con i loro proventi quella istituzione scolastica. Il giovane docente Koch, infatti, dopo i primi tentativi risultati vani, come ogni bravo insegnante ricorre a strumenti educativi, che possono sembrare bizzarri ed “eretici” ma risultano efficaci. Utilizza il gioco del football per catturare l’attenzione dei suoi studenti e per motivarli allo studio dell’inglese, ritenuta lingua secondaria e di scarsa importanza, e ottiene subito risultati soddisfacenti.
È stato importante averlo trasmesso in prima serata su Rai1, soprattutto di domenica sera (3 giugno), quando milioni di spettatori vedono la televisione, perché questo film dà un messaggio significativo: qualunque riforma scolastica non servirà a niente se non si smantellano gli atteggiamenti retrivi di alcuni docenti, che si racchiudono nelle loro nicchie disciplinari, e se non si cambia la metodologia didattica. A tal proposito mi sovviene citare Cartesio, il grande filosofo razionalista, quando sostiene che “volendo seriamente ricercare la verità delle cose, non si deve scegliere una scienza particolare, infatti esse sono tutte connesse tra loro e dipendenti l'una dall'altra. Si deve piuttosto pensare soltanto ad aumentare il lume naturale della ragione, non per risolvere questa o quella difficoltà di scuola, ma perché in ogni circostanza della vita l'intelletto indichi alla volontà ciò che si debba scegliere; e ben presto ci si meraviglierà di aver fatto progressi di gran lunga maggiori di coloro che si interessano alle cose particolari e di aver ottenuto non soltanto le stesse cose da altri desiderate, ma anche più profonde di quanto essi stessi possano attendersi”. È, a fortiori, necessario citare anche il filosofo E. Severino quando afferma che “Il problema della corrispondenza delle nostre rappresentazioni con la realtà esterna è il problema specifico della filosofia moderna fino a Kant. È stato chiamato "problema gnoseologico", cioè problema del valore della "conoscenza" (gnosis). Ormai abituati a considerare le filosofie come isole separate le une dalle altre e con fisionomie tipiche e contrapposte, non teniamo presente che le isole si appoggiano sul fondo comune che le sostiene e che nella storia della filosofia ciò che conferisce all'insieme il suo significato autentico è appunto quel fondo”.
La metodologia attualmente usata nella nostra scuola, in effetti, serve allo studente ad “avere conoscenza”, che è assunzione e mantenimento del possesso delle conoscenze disponibili, piuttosto che “conoscere”, cioè apprendere qualcosa di funzionale e parte integrante del processo di elaborazione mentale produttiva. Allora, sarebbe auspicabile nell’insegnamento tener conto delle moderne teorie costruttiviste, le quali sostengono che la conoscenza è una costruzione autonoma dell’individuo e, in particolare, facendo riferimento al costruttivismo psicogenetico piagetiano, che nessuna conoscenza umana è preformata ma viene costruita dall’individuo che elabora autonomamente sia le strutture operatorie sia i modelli e le rappresentazioni della realtà.
Francesco Giuliano
venerdì 25 maggio 2012
“Il richiamo” di Stefano Pasetto è una metafora per allontanarsi dalla vita frenetica e caotica del nostro tempo.
Titolo: Il richiamo
Regia: Stefano Pasetto
Sceneggiatura: Stefano Pasetto, Veronica Cascelli
Produzione:Italia, Argentina 2011
Cast: Sandra Ceccarelli, Francesca Inaudi, César Bordòn, Guillermo Pfening, […]
Stefano Pasetto esordisce con questo film nel quale manifesta una certa dimestichezza con la macchina da presa ma anche qualche disomogeneità e incongruenza sequenziale. “Il richiamo” è una metafora molto adatta ai nostri tempi, la cui modernità non lascia spazio alla nostra vera natura esistenziale e ci costringe a vivere in una gabbia disumana e stressante, dove l’affetto, l’amore, i sentimenti genuini sono stati riposti, come in una casa, in un soffitto polveroso e abbandonato.
Un mondo in cui non c’è spazio per l’ancestrale rapporto con la natura, non c’è spazio per le attenzioni genuine, non c’è spazio per il calore umano, non c’è spazio per quel bellissimo ballo sensuale che è il tango, non c’è spazio per tutti quei valori semplici naturali sinceri la cui espressione e manifestazione conferisce gioia e attimi di felicità. Le scene iniziali inquadrano la folla, tanti uomini e tante donne che percorrono le strade di Buenos Aires caotica e frenetica come tante formiche che non si capisce dove vadano e con quale finalità. Fiumi di gente che va in un senso e fiumi di gente che va in senso opposto, che si lascia trasportare senza un timone dagli eventi. In questo quadro triste e disumano che crea un disagio impossibile e invivibile, Pasetto inquadra la vita di due donne Lucia e Lea.
Lucia (Sandra Ceccarelli), è una donna matura introversa, semplice nel vestire, dal portamento signorile e dall’espressione triste, fa l’hostess ed ha una passione per il pianoforte, ma è insoddisfatta e stressata dal marito Bruno (César Bordòn), un medico allergolo che la vuole tutta per sé e che crede di amarla pur lasciandosi trasportare dalle effusioni amorose di una collega. Lea (Francesca Inaudi) è, invece, una giovane donna estroversa, sbarazzina, sempre sorridente, gioiosa e iperbolica nel vestire, dalla mentalità libera, soddisfatta, avulsa dal vincolo del matrimonio. Sobria l’una, briosa l’altra. Come avviene per istinto naturale, per caso e anche per necessità inconscia, “il richiamo” le fa incontrare, le fa scoprire, le fa innamorare. Si instaura un legame innaturale e incerto che contrariamente a ciò che si pensa porterà i suoi buoni frutti. Lea, ad un certo punto, lascia lo squallido lavoro che la costringe a stare in un macello industriale per polli e si reca, per un lavoro di ricerca che aveva sempre sognato di fare, in Patagonia, l’estremo lembo dell’America Meridionale dove ancora, per il suo clima, il territorio è affascinante e incontaminato. Lucia, consapevole di essere affetta di una malattia incurabile lascia tutto, lavoro e marito, e segue Lea. Come la barca “Il richiamo”che è fatta per stare in mare, così la vita di ognuno è fatta per essere vissuta in mezzo alla natura e alla sua rigenerante bellezza e con chi ami e ti ama veramente. Questo ritorno alle origini e questo trasporto del vero sentimento produce il “miracolo”.
venerdì 18 maggio 2012
Con il film “100 metri dal paradiso” Raffaele Verzillo si inventa una storia surreale in cui sacro e profano vanno a braccetto.
Titolo: 100 metri dal paradiso
Regia: Raffaele Verzillo
Soggetto e Sceneggiatura: Raffaele Verzillo e Stefano Mainetti
Produzione: Italia, 2012
Cast: Domenico Fortunato, Jordi Mollà, Giulia Bevilacqua, Giorgio Col angeli, Lorenzo Richelmy, Ralph Palka, Angelo Orlando, Milena Miconi, Enzo Garinei, Pier Francesco Corona, […]
Il regista casertano Raffaele Verzillo in questo film mette in evidenza il suo estro originale e creativo di commediografo già vissuto e maturato con la serie televisiva Un medico in famiglia 7. Costruisce, infatti, con questa pellicola dal titolo “100 metri dal paradiso” un film molto divertente per niente volgare, pacchiano, dai connotati surreali per il tema affrontato. Mostra infatti della Chiesa, con un procedere rispettoso e per niente offensivo, più che il carattere religioso che la dovrebbe contraddistinguere, un carattere diverso, laico, quasi aconfessionale direi, più da organizzazione imprenditoriale, da azienda, che vuole propagandare e diffondere la fede cattolica utilizzando “santini interattivi” o cose di questo genere. Il monsignore Angelo Paolini (Domenico Fortunato), che si interessa di comunicazioni sociali dello Stato pontificio, cerca di usare qualunque espediente, a suo parere lecito, che serva a rendere più “moderna” e più allettante la Chiesa data la crisi imperante delle coscienze verso il credo cattolico. Con stratagemmi che non sono consoni ai dettami evangelici, in cui si rimescolano continuamente sacro e profano come quando si mescola un solido in polvere in acqua,, questo simpatico e per certi versi rivoluzionario prelato le inventa tutte per far in modo che le aspirazioni sportive di un suo amico fraterno Mario Guarazzi (Jordi Mollà
), che vuole che il figlio Tommaso (Lorenzo Richelmy), atleta molto bravo nei 100 metri, partecipi alle Olimpiadi, si concilino con le aspirazioni di quest’ultimo che vuole farsi frate a tutti i costi. Questa scelta, infatti, avrebbe impedito al giovane di partecipare alle gare internazionali facendo cadere il padre nella disperazione e nella depressione. Monsignor Paolini ha, allora, un’idea originale, che è quella di formare una squadra di atleti preti sparsi per il mondo sotto l’egida del Vaticano, al fine di consentire al giovane Tommaso di partecipare alle Olimpiadi e soddisfare così le aspirazioni del genitore. Un’idea in cui si integrano spirito e corpo, anima e impegno. Ci riuscirà?
giovedì 3 maggio 2012
Nel film “Il primo uomo” di Gianni Amelio l’analisi cruda dell’assurdità umana.
Titolo: Il primo uomo (Le premier homme)
Regia: Gianni Amelio
Soggetto e sceneggiatura: Gianni Amelio
Produzione: Italia, Francia, Algeria, 2011
Cast: Jean Gamblin, Nino Jouglet, Catherine Sola, Maya Sansa, Denis Podalydès, Nicolas Giaraud, Ulla Baugué, […]
Questo film di Gianni Amelio è tratto dal romanzo Le Premier Homme, Il primo uomo, di Albert Camus, da cui il regista estrapola i punti salienti facendo rivisitare al protagonista Jean Cormery (da adulto magistralmente l’interpretato da Jacques Gablin, e da bambino da Nino Jouglet) la propria vita attraverso i sentimenti, i turbamenti e le emozioni scoperti e provati sin dalla sua infanzia. Protagonista che, nel desiderio di ritrovare la tomba del padre scomparso prematuramente “… per servire un paese che non era suo …”, durante la Prima Guerra Mondiale, ritorna dalla Francia, dove è diventato uno scrittore famoso, nel suo paese natio, l’Algeria, per ritrovare gli amici dell’infanzia.
Albert Camus incominciò a scrivere questo libro già quarantaseienne, dopo aver ricevuto qualche anno prima il premio Nobel per la letteratura, ma non riuscì a terminarlo a causa della morte prematura che lo colse subito dopo. In esso lo scrittore, considerato un filosofo esistenzialista ateo accanto a Jean-Paul Sartre, evidenzia – attraverso la povertà, gli stenti, le sofferenze, la severità e il rigore della nonna dispotica e dura che esercita il dominio su tutta la famiglia, ecc. -, le vicissitudini di un bambino che rappresenta "… il germoglio dell'uomo che sarà!" così come lo definisce il suo professore Bernard (Denis Podalydès) e rotea attorno al concetto dell'assurdità umana “come condizione alienante e reale, non come necessità o unica via”, che rappresenta un problema esistenziale che si può risolvere soltanto con la solidarietà umana. Lo stesso problema lo affronta anche Woody Allen quando nel suo recente e grazioso film To Rome with love cita il “mito di Sisifo” che è un saggio di Camus.
La bravura di Amelio in questo film sta appunto nell’aver fatto comprendere allo spettatore, attraverso la figura del protagonista Jean Cormery, uomo di straordinaria levatura morale e civile e attraverso un’analisi introspettiva del suo modo di essere e di pensare, la scoperta che fa l’uomo appunto della sua incomprensibile assurdità. Nel contempo l’abilità di Amelio sta anche nell’aver fatto intuire che solo attraverso la presa di coscienza di questo suo misero e squallido stato può sorgere uno stimolo intellettuale che lo può indurre a scoprire nuove vie per la risoluzione di questo profondo e annoso problema. È questo problema dell’assurdo che induce gli uomini alle liti fratricide, ai contrasti e alle divisioni di pensiero in generale e che li domina come un dio malefico che “ne fa allo stesso tempo degli schiavi e dei ribelli, delle vittime e dei carnefici”.
Gianni Amelio come nella maggior parte dei suoi film, tra cui il pluripremiato Lamerica sul miraggio italiano degli albanesi e, il vincitore del Leone d’Oro 1998, Così ridevano
sull’emigrazione degli anni ’50 dal sud al nord, anche in questo osserva la realtà nella sua crudezza e asprezza umanamente irrisolvibili.
venerdì 20 aprile 2012
L'assurdità della vita dell'uomo raccontata nel film "To Rome with love" di Woody Allen

Titolo: To Rome with love ( titolo originale Nero Fiddled)
Regia: Woody Allen
Sceneggiatura: Woody Allen
Produzione: Italia, USA, Spagna, 2012
Cast: Woody Allen, Roberto Benigni, Antonio Albanese, Alec Baldwin, Penelope Cruz, Judy Davis, Greta Gerwig, Alessandra Mastronardi, Ellen Page, Alessandro Tiberi, Jesse Eisenberg, Flavio Parenti, Alison Pill, Monica Nappo, […]
To Rome with love (a Roma con amore) è un film di Woody Allen che inizia e finisce con l’intramontabile canzone “Nel blu dipinto di blu” e che osanna le bellezze della città eterna in cui si vedono incastonate le storie parallele di alcune coppie di coniugi e non, ognuna delle quali con i propri problemi e le proprie fisime. Il racconto di queste storie è un susseguirsi di profondi dialoghi molto significativi che mettono in risalto la grande cultura del regista americano e la sua visione del mondo. Il riferimento alla “malinconia di Melpomene”, la musa figlia di Mnemosine la dea della memoria, offre al regista il pretesto per evidenziare il sentimento di tristezza che le opere d’arte non sono salvifiche per i loro autori e che “alla fine non avranno alcun senso”. Che cosa se ne fa l’uomo di queste bellissime opere d’arte se esse non gli permettono di dare alla vita un senso? Mentre il riferimento al “mito di Sisifo” concede al regista l’esaltazione del non senso, o meglio dell’assurdità che caratterizza il procedere della vita odierna in tutti i suoi aspetti. Con le storie che racconta Allen, infatti, vuol mettere in evidenza proprio questo: la vita con tutti i suoi risvolti che si susseguono non ha un senso. Egli, in definitiva, fa intuire l’umiliazione che l’uomo prova nei confronti della realtà non dominabile in quanto questa è molto più grande di lui In altre parole, l’uomo è sperduto nell’immensità del realtà. L’uomo si crede di essere libero, ma non lo è. È come una nave senza nocchiero in un mare in tempesta.
La domanda che si pone dinanzi allo specchio del bagno Milly (Alessandra Mastronardi), la moglie fedifraga di Antonio (Alessandro Tiberi), se è meglio avere rimorsi o rimpianti, o quella che si pone un semplice impiegato, tal Leopoldo Pisanello (Roberto Benigni), divenuto famoso per caso e poi improvvisamente dimenticato, o ancora il comportamento squallido di Jack (Jesse Eisenberg), spalleggiato dall'alter ego John (Alec Baldwin) che viene indotto a tradire la sua compagna Sally (Greta Gerwig) con l’amica del cuore di questa Monica (Ellen Page), o altri fatti descritti magistralmente nel film, risaltano in modo eloquente la supremazia dell’assurdo sulle azioni dell’uomo e il predominio della realtà sull’uomo stesso. A tutto questo, con la rappresentazione dell’opera “I pagliacci” di Ruggero Leoncavallo, il regista sottolinea quanto sia difficile, anzi impossibile, cogliere il confine tra ciò che è reale e la finzione. Una visione pessimistica, dunque, della vita dell’uomo e dell’assurdità delle sue azioni che si distaccano da quei valori che, invece, dovrebbero essere ricercati per cambiare la rotta. Il riferimento al “minus habens” esplicita poi la scarsità di intelligenza dell’uomo o meglio la sua minorità nei confronti della realtà.
Un’abbondanza di attori famosi - Lina Sastri, Isabella Ferrari, Ornella Muti, Sergio Rubini, Massimo Ghini,Giuliano Gemma, Neri Marcorè, Riccardo Scamarcio, Antonio Albanese -, usati più come comparse o per parti secondarie piuttosto che per impersonare personaggi principali, costituiscono degli originali cammei di questo bel film di Woody Allen.
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giovedì 5 aprile 2012
Il film “Romanzo di una strage” di Marco Tullio Giordana bolla un atto angoscioso della recente storia italiana.

Titolo: Romanzo di una strage
Regia: Marco Tullio GiordanaProduzione: Italia, 2012
Sceneggiatura: Marco Tullio Giordana, Sandro Petraglia, Stefano Rulli
Soggetto: Marco Tullio Giordana, Stefano Rulli
Cast: Valerio Mastandrea, Pierfrancesco Favino, Fabrizio Gifuni, Michela Cescon, Laura Chiatti, Luigi Lo Cascio, Omero Antonutti, Giorgio Tirabassi, Giorgio Colangeli, Luca Zingaretti, […]
Un film interessante e degno di attenzione che permette ai giovani e ai meno giovani nati intorno agli anni sessanta-settanta, cioè a tutti quelli che non hanno vissuto, perché nati dopo o perché ancora piccoli, quella terribile angoscia che ha coinvolto tutti gli italiani circa 43 anni orsono e che, a decorrere dal 12 dicembre 1969, è durata per circa un quindicennio. Un film che consente di conoscere un aspetto molto inquietante, preoccupante, triste della storia italiana, di cui a tutt’oggi non si conosce la verità e che sicuramente ha influito sulla situazione politica attuale generandola. Un film che tutti dovrebbero vedere, i giovani per essere informati e gli anziani per rinfrescarsi la memoria sugli agghiaccianti e dolorosi fatti che sono avvenuti quando ancora la storia della repubblica italiana era agli albori.
Il film è la ricostruzione storica, precisa e corretta, fondata su tutti gli atti giudiziari relativi alle indagini e ai processi conseguenti, di alcuni fatti tragici rimasti tuttora impuniti, di alcuni dei quali vede i familiari delle vittime costretti beffardemente a pagare le spese di tribunale (!): la strage alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, in piazza Fontana a Milano, avvenuta il 12 dicembre 1969, dove ci furono 17 morti e 88 feriti, e la morte di Giuseppe Pinelli prima e quella del commissario Luigi Calabresi poi. In particolar modo spiccano nel film due personaggi: Giuseppe Pinelli (l’insuperabile Pierfrancesco Favino), milanese sposato con Licia Pinelli (Michela Cescon), anarchico e fautore della non violenza, ferroviere, che capeggia il gruppo del Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa, e Luigi Calabresi (il bravissimo Valerio Mastandrea), romano, commissario responsabile della polizia politica della Questura di Milano, sposato con Gemma Calabresi (Laura Chiatti), il quale vigila sulle posizioni politiche del Pinelli e dei suoi accoliti.
Il regista [che ha già diretto opere impegnative, legate strettamente alla realtà di casa nostra, come l’acclamato La meglio gioventù (2003) e il realistico I cento passi (2000), in cui si parla della breve vita di Peppino Impastato (Luigi Lo Cascio), il giovane siciliano che fu ucciso lo stesso giorno in cui a Roma fu trovato il corpo esanime di Aldo Moro], in questo film Romanzo di una strage avvicendando le posizioni dei politici di allora, tra cui Giuseppe Saragat (Omero Antonutti) e Aldo Moro (Fabrizio Gifuni) in particolare, sia con quelle dei gruppi anarchici che con quelle dei neofascisti capeggiati da Giovanni Ventura (Denis Fasolo), fa notare che la Giustizia non sempre può (o vuole) dare una risposta certa e chiara a tutti quelli, che avendo subìto un grave e doloroso torto, ancora la reclamano, e sottolinea che la strage di piazza Fontana avvenne dopo il colpo di Stato dei colonnelli in Grecia e dopo il movimento del ’68. Il film è sconcertante per la descrizione scrupolosa dei fatti che colpiscono lo spettatore (il timore di un colpo di Stato in Italia, l’avvicendamento dei giudici come fossero delle pedine nel gioco degli scacchi, il cinismo fastidioso e l’ipocrisia intollerabile delle gerarchie istituzionali interessate, l’eliminazione fisica di chi fa il proprio dovere come il commissario Calabresi, i giochi di potere, la mancanza di chiarezza, la ragione di Stato, ecc. ), il quale alla fine prova una sensazione di sconforto, di scoraggiamento, di sfiducia, di smarrimento, di afflizione e di delusione per aver constatato che nell’ambito della polizia i superiori gerarchici pensano solo a rispettare la “ragion di Stato” che la ragione di tutti quei cittadini che hanno subito un danno fisico o morale. Con questa strage inizia la teoria definita “strategia della tensione” che ha provocato in Italia centinaia di morti e di feriti come in una quasi guerra civile: il 22 luglio del 1970 una bomba alla stazione di Gioia Tauro, in Calabria, provoca 6 morti e 66 feriti; il 17 maggio 1973 alla Questura di Milano ci furono 4 morti e 46 feriti; il 28 maggio 1974 a Brescia, a piazza della Loggia, durante un comizio, ci furono 8 morti e 102 feriti, e, nello stesso anno, il 4 agosto l’attentato al treno Italicus, a san Benedetto in Val di Sambro (BO) provocò 12 morti e 105 feriti; ancora il 2 agosto 1980 ci fu la strage più sanguinosa del periodo, alla stazione ferroviaria di Bologna, con 85 morti e circa 200 feriti e, per finire, ancora a san Benedetto in Val di Sembro nel 1984, l’attentato al treno 904 procurò la morte a 17 persone mentre 260 rimasero ferite. Una carneficina diluita nel tempo che ha prodotto circa 140 morti e quasi 900 feriti.
Tutto questo forse è stato ideato per contrastare le idee innovatrici in termini sociali ed economici del Sessantotto, quel movimento universale che voleva sovvertire lo status quo e aspirava ad un mondo migliore, di cui si è tanto parlato? Quel movimento, che nato agli inizi degli anni sessanta negli Stati Uniti, manifestò il suo massimo vigore in Francia proprio nel maggio 1968 ed espandendosi in altri paesi europei (Cecoslovacchia, Italia, ecc.) cercò di opporsi all’autoritarismo bieco e all’incipiente società dei consumi basata “
sul denaro e sul mercato nel mondo capitalista come punto centrale della vita sociale”. È possibile che quel movimento aveva ragion d’essere vista la situazione economica e sociale che stiamo vivendo ai giorni nostri?
Fonti: www.wikipedia.it
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