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venerdì 6 settembre 2019
“Il pianeta in mare”, la descrizione di una ferita socio-ambientale sospesa tra terra e mare
Titolo: Il pianeta in mare
Regia: Andrea Segre
Sceneggiatura: Andrea Segre, Gianfranco Bettin
Musiche: Sergio Marchesini
Durata: 96 min
Produzione: Zalab Film con Rai Cinema
Distribuzione: Zalab Film
Il pianeta in mare, diretto da Andrea Segre e scritto dallo stesso regista
insieme con l’autore Gianfranco Bettin, è un film documentario presentato Fuori Concorso alla
LXXVI Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, che uscirà nelle
sale il prossimo 26 settembre.
Il film documentario Il pianeta in mare fa entrare lo spettatore, che diventa sin
dalle prime immagini consapevole e anche incredulo dello stato di degrado
ambientale e sociale, nella zona industriale di Marghera, cuore meccanico della
Laguna posto a 5 km da Venezia, e che da circa un secolo non smette di fervere.
Con esso si descrive un mondo in bilico tra il suo passato profondamente
scomodo e imbarazzante e il suo futuro incerto, dove lavorano operai di oltre sessanta
nazionalità diverse che ne fanno un pianeta internazionale … in mare.
In esso lo spettatore si smarrisce in quei luoghi mai visti prima e si stupisce
per l’abbandono di laboratori chimici dove si analizzavano le acque per la
determinazione di CVM (MonoVinilCloruro o Cloroetene, altamente
cancerogeno) in seguito al suo largo uso per produrre il polimero PVC (PoliVinilCloruro),che
provocò vittime e quindi processi interminabili con condanne prescritte; in
esso lo spettatore si sorprende nel constatare che il fondale marino a meno di
un metro di profondità è reso nero da tutto il catrame che vi è stato scaricato
in diversi decenni e in cui non c’è più vita marina, e ancora rimane
impressionato del ventre d’acciaio delle grandi navi in costruzione, delle
ombre dei bastioni abbandonati del Petrolchimico, degli alti forni e delle
ciminiere delle raffinerie che espellono vapori e gas vari nell’atmosfera, del
nuovo mondo telematico di Vega o delle centinaia di container che navi
intercontinentali scaricano senza sosta ai bordi dell’immobile Laguna.
Attraverso i racconti di operai, di manager, di camionisti e anche della cuoca
dell’ultima trattoria del Pianeta Marghera dove nel passato c’era vitalità
quotidiana continua, le immagini di Andrea Segre incidono profondamente nella
coscienza dello spettatore e lo aiutano a capire cosa sia rimasto del grande
sogno a Marghera, come a Priolo o come a Gela, provocato nel passaggio da
un’economia essenzialmente rurale ad un’economia industriale del Pianeta Italia
che, oggi è immerso, dopo le crisi e le ferite del recente passato, nel flusso
globale del sistema produttivo e delle migrazioni. Un sogno infranto è il succo
di questo documentario, che non potrà avere soluzioni positive sia per
l’ambiente che per l’economia a causa
della profonda ferita ambientale inferta in una zona tra le più attraenti e più
fascinose d’Italia, ferita che però potrebbe essere risanata. Basta volerlo!
Ecco, allora, la nota ottimistica del regista che scrive, a
tal proposito: Negli ultimi due anni a
chiunque io abbia detto che stavo lavorando ad un film su Marghera la risposta
era sempre: “Ah, perché esiste ancora Marghera?”Le tante ferite e le tante
crisi che hanno attraversato questa zona industriale, come molte altre in
Italia, hanno costruito una grande rimozione nazionale. Crediamo che in quegli
spazi non ci sia più nulla, più nessuno. Invece non è così. Un regista di cinema
documentario ha un importante compito: portare le persone lì dove non possono o
non vogliono entrare. “Il Pianeta in mare” nasce per questo.
Filmografia (documentari)
Lo sterminio dei popoli zingari (1998),
Berlino ’89-’99 – Il Muro nella testa (1999), Ka Drita? (2001), A metà – Storie tra Italia e Albania (2001),
Dalle tre alle tre- Il Nord-Est e il Mare (2001), Marghera Canale Nord (2003),
Dio era un musicista (2004), 1 kg di Internet (20059, Kerchaou … (2006), PIP49
(2006), La Mal’ombra (2007), Come un uomo sulla terra (2008), Magari le cose
cambiano (2009), Il sangue verde (2010), Io sono Li (2011), Mare Chiuso (2012),
Indebito (2013), La prima neve (lungometraggio, 2013), Come il peso dell’acqua
(2014), I sogni del lago salato (2015), L’ordine delle cose (Lungometraggio,
2017).
Francesco Giuliano
giovedì 5 settembre 2019
“Martin Eden”, ovvero la storia dell’essere umano tra i suoi sogni giovanili e le sue delusioni della maturità
Titolo: Martin Eden
Regia: Pietro Marcello
Soggetto: Jack London
(liberamente tratto dall’omonimo romanzo del 1909)
Sceneggiatura: Maurizio
Braucci, Pietro Marcello
Musiche: Marco Messina,
Sacha Ricci
Produzione Paese: italia,
Francia, 2019
Cast: Luca Marinelli,
catrlo Cecchi, Elena Orsini, Nino, Vincenzo Nemolato, Marco Leonardi, Denise
Sardisco, Carmen Pommella, Autilia Ranieri, Franco Pinelli, Savino Paparella,
Elisabetta Valgoi, Pietro Ragusa, Giustiniano Alpi, Claudio Boschi, Dario
Iubatti, Anna Patierno, Vincenzo Modica, Gaetano Bruno, Maurizio Donadoni, Lana
Vladi, Chiara Francini, Aniello Arena, Rinat Khismatouline, Giordano Bruno
Guerri, […]
Martin Eden è uno di quei film di grande ricchezza emotiva che si riverbera
sullo spettatore, che lo cattura e lo accarezza sensibilmente, che non molla la
sua mente neppure dopo averlo visto perché lo fa pullulare tra mille riflessioni,
mille sfaccettature, mille valutazioni che sono connesse con la nostra società,
con il nostro modo di vivere e di fare, con le nostre effimere gerarchie
sociali che sono avulse da quella sincera umanità che conferiscono continua
instabilità all’essere umano e lo disorientano. Tratto liberamente dall’omonimo
romanzo autobiografico dello scrittore americano Jack London, pubblicato nel
1909, e diretto dal regista casertano Pietro Marcello, Martin Eden (Luca Marinelli), marinaio sin dall’età di undici anni,
nell’adattamento cinematografico, viene traslocato idealmente dalla città californiana
di Oakland a Napoli. Ma ciò nulla toglie alla descrizione delle vicissitudini
del giovane Martin che pur essendo privo di basi culturali possiede una
ricchezza umana straordinaria tant’è che, ancora vigoroso virgulto, salva da una
violenta aggressione Arturo (Giustiniano Alpi), un giovane fragile dell’alta
borghesia napoletana. Costui per esprimergli gratitudine lo invita a casa dove
Martin conosce Elena (Jessica Cressy) e dalla quale viene attratto per la sua bellezza
affascinante e coinvolgente. Così Jack London la descrive nel romanzo: Era uno spirito, una divinità, una dea; una
bellezza così sublime non era di questo mondo. O forse i libri avevano ragione,
e nelle classi sociali più elevate c’erano molte persone come lei. Elena
mostra di possedere una grande cultura che assieme alla sua bellezza spinge
Martin a cercare di elevarsi socialmente e per fare questo sente dentro di sé
di fare lo scrittore. Un sogno che insegue con ferma volontà. Si rende conto
che la conoscenza è la base da cui partire per debellare la povertà perché
ritiene che la conoscenza metaforicamente sia come un pezzo di pane usato per
fare la scarpetta in un piatto per togliere il sugo rimasto sul fondo, che
rappresenta la povertà. Ma in ciò è contrastato dalla sua appartenenza sociale e
dalla sua ignoranza da cui vuole emanciparsi. Infatti confessa ad Elena: In tutti questi mesi ho riflettuto molto su me stesso e ho sentito come
uno spirito creatore che mi divampava dentro, che mi incitava a fare di me uno
degli orecchi attraverso cui il mondo sente, uno degli occhi attraverso cui il
mondo vede, insomma voglio fare lo scrittore! E allora cerca di
arricchire il suo bagaglio culturale venendo
a conoscenza delle teorie del darwinismo sociale, attraverso la lettura delle
opere del filosofo positivista Herbert Spencer, che lo porta a convincersi
della supremazia del più forte nei rapporti umani e a credere alla
prevaricazione dell’uomo sull’uomo con qualsiasi forma sia fisica che morale
perché il sazio non sa cosa sia il digiuno. Ciò lo rende sostenitore dell’ideologia
individualista che ritiene presupposto primario nella lotta per la liberazione
dell’essere umano. Affronta grandi sacrifici senza successo, ma l’incontro
casuale con Russ Brissenden, scrittore anche lui, gli fa rafforzare il suo
convincimento politico e morale (Quanti ne vedi morire di fame, finire in
galera perché sono dei poveretti, schiavi, ignoranti e stupidi. Lotta per loro,
Martin!) che lo fa entrare
subito in conflitto con la famiglia di Elena, la quale lo abbandona definitivamente
perché non è stato in grado di trovarsi un lavoro stabile. Tuttavia col tempo
il successo finalmente arriva e Martin viene osannato e ricercato soprattutto
da tutti coloro che prima l’avevano scartato, e ciò lo porta a convincersi profondamente
del suo fallimento: Lo
scrittore Martin Eden non esiste. È un frutto delle vostre menti, quello che
avete davanti è un malandrino, un marinaio ... io non sono un mito, è inutile
che ci provate, a me non mi fregate ... a me non mi fregherete mai! Si chiede, infatti, cosa
sia cambiato in lui e nei suoi scritti dato che gli editori, che adesso si
contendevano e gli compravano a qualunque prezzo i suoi romanzi, erano quegli
stessi che prima gli avevano rispedito le lettere senza aprirle, e dato che quelle
persone che ora lo invitavano a conferenze o a cena erano quelle stesse che lo
avevano lasciato soffrire di fame e di solitudine. Martin, in definitiva, passa,
attraverso la maturità e il successo raggiunto, dall’entusiasmo giovanile, che
lo aveva spronato a proiettarsi nel futuro, ad una cruda delusione che lo porta
a non credere più nella sua forza vitale e ad uno smarrimento irreversibile.
Martin Eden
appare come un eroe tragico
che rappresenta nella sua interezza l’essere umano, stretto tra la sua
giovanile illusione propulsiva e la sua disillusione scoraggiante e deprimente.
Egli non ha una collocazione nel tempo e nello spazio perché può essere ovunque
e vivere in qualunque periodo storico. Tutto ciò lo dimostra la sceneggiatura
che è una mescolanza ben efficace di una documentazione video di diverse epoche
inserita nel film, come quella del rogo dei libri, cioè le Bücherverbrennungen di
retaggio nazista, delle prepotenze sugli umili e sugli indifesi operate
dalle squallide camicie nere di stampo fascista, degli orrori della guerra, a
cui si affiancano i costumi, i particolari livelli cromatici della fotografia,
la stessa macchina da scrivere - un’Olivetti 32
- usata da Martin.
Il film è stato presentato in concorso il 2 settembre 2019
alla LXXVI Mostra Internazionale del Cinema di Venezia.
Filmografia
Il passaggio della
linea (2007), La bocca del lupo (2009), Il silenzio di Pelešjan (2011), Bella e perduta
(2015).
Francesco
Giuliano
mercoledì 4 settembre 2019
“Genitori quasi perfetti”, una tragicommedia perfetta “in un Paese perfetto di mostri perfetti”
Titolo: Genitori quasi
perfetti
Regia: Laura Chiossone
Soggetto: Gabriele Scotti, Renata Ciaravino
Sceneggiatura: Gabriele
Scotti, Renata Ciaravino
Musiche: Michele Braga
Produzione Paese: Italia, 2019
Cast: Anna Foglietta,
Paolo Calabresi, Lucia Mascino, Marina Rocco, Elena Radonicich, Francesco
Turbanti, Paolo Mazzarelli, Marina Occhionero (intrattenitrice), Erika Blanc,
Nicolò Costa
Genitori
quasi perfetti, secondo film di Laura
Chiossone, descrive un tratto significativo della vita di Simona (Anna
Foglietta) alle prese con la preparazione della festa dell’ottavo compleanno
del figlio Filippo (Nicolò Costa). Essendo single, Simona è molto insicura ma nell’incertezza
totale cerca di mettercela tutta al fine di organizzare un buon evento che le
permetteranno di conoscere i genitori dei compagni di classe del figlio e fare
amicizia. Accettano l’invito soltanto alcuni che rappresentano un profilo
realistico della classe media dei genitori di un “paese perfetto di mostri
perfetti”: Giorgia (Elena Radonicich), madre lesbica che mostra profonda sensibilità e chiarezza sulla prassi
educativa dei figli, Ilaria (Lucia Mascino) e il marito Aldo (Paolo Calabresi),
orgogliosi di essere vegani con la
loro torta all’acqua, che come dice
Simona gli somiglia, Sabrina (Marina
Rocco), estetista che, oltre a farsi propaganda, dimostra un incontrollabile desiderio
per il sesso, Paolo (Francesco Turbanti),
disoccupato che cerca di nascondere il proprio status senza riuscirci, e infine Alessandro (Paolo Mazzarelli), imprenditore
fallito che cerca disperatamente di emergere nel proprio lavoro. Ognuno di loro
manifesta un proprio carattere condizionato dall’ambiente in cui si trova e un
proprio modo di interpretare la vita vestendo una personale maschera. Una
maschera che lo differenzia dagli altri, come in un’opera teatrale, ma che lo
accomuna nel costituire una società contraffatta e per certi aspetti anche
disumana, dove basta un piglio contrario al senso comune della vita che in un
baleno trasforma la festa in un parapiglia dove succede di tutto: i
comportamenti che sembravano affettuosi, cordiali, gradevoli, simpatici, socialmente
corretti, si trasformano improvvisamente in una lite da cui scaturisce
acredine, odio, intolleranza e disprezzo.
Da una
parte, dunque i genitori che litigano rasentando turpiloquio o addirittura
azioni omicide e dall’altra parte i bambini che giocano divertendosi, guidati
dalla candida Luisa (Marina Occhionero), animatrice giovane ed empatica che, al termine del suo
impegno lavorativo, rivolgendosi a tutti i genitori, afferma disgustata e delusa: ho capito che sarà molto, molto difficile
fare peggio di quello che avete fatto voi con i vostri figli!
La regista Laura Chiossone con questa tragicommedia Genitori quasi
perfetti, che potrebbe essere derivata da una piece teatrale drammatica, fotografa dettagliatamente e realisticamente,
sia nei caratteri che nei comportamenti, i genitori moderni che, presi dal
lavoro o dalla precarietà, da molteplici impegni, da mille problemi, dalle
proprie frustrazioni e fisime e da svariati complessi, sottraggono prezioso tempo,
cura e sentimento al ruolo fondamentale dell’essere genitore in modo proficuo. E,
nel contempo, fa anche emergere il borderline,
la linea di confine, attraverso cui si passa facilmente dal comportamento
ipocrita alla sincerità comportamentale da cui emerge senza maschera la
cruda realtà odierna. Il carattere del film che appare ironico, deprimente, profondamente
realistico grazie a dei bravi attori tra cui spicca la protagonista Simona,
interpretata dall’appassionata e poliedrica Anna Foglietta, vuole essere una disamina
dell’attuale situazione familiare a livello educativo che, tranne le dovute
eccezioni, sta investendo la famiglia e anche la scuola, che si trova
impreparata ad arginare l’effetto diseducativo genitoriale. Forse i genitori
prima di intraprendere questo ruolo dovrebbero frequentare una scuola che li
formi in tal senso?
Filmografia
Tra cinque minuti in scena (2012).
Francesco Giuliano
“Il varco” è il racconto doloroso delle mostruosità di una guerra suicida
Titolo: Il varco
Regia: Federico Ferrone e Michele Manzolini
Soggetto: Federico Ferrone, Michele Manzolini
Sceneggiatura: Federico Ferrone, Michele
Manzolini, Wu Ming 2
Musiche: Simonluca Laitempergher
Durata: 70 min
Distribuzione: Istituto Luce Cinecittà
Il varco racconta la partenza, nel 1941, di un
soldato italiano per il fronte sovietico e con lui tanti altri militi.
L'esercito fascista era alleato di quello nazista e la vittoria sembrava essere
prossima. A differenza di molti giovani commilitoni che, presi da forte
entusiasmo e da grande fervore, immaginavano che la guerra fosse come una
passeggiata, quel soldato, che parlava anche se non molto bene il russo perché sua
madre era di origini russe, già conosceva le nefandezze e le mostruosità
sanguinose dei combattimenti avendo combattuto già nella guerra d’Etiopia. Per
questo egli si recava in quel territorio con cognizione di ciò che sarebbe
successo e temendone le conseguenze si rifugiava con la mente, per un po’ di
conforto, nei ricordi delle fiabe che la madre gli raccontava quando era ancora
bambino. E lo faceva su quel treno che, attraversando mezza Europa fin oltre lo
sterminato territorio ucraino, procedeva inizialmente tra canti, musiche, sogni
e speranze. Treno che con l’arrivo dell’inverno fu colto improvvisamente dal
silenzio in seguito allo stupore prodotto dai corpi dei primi morti, dal fango,
dal gelo, dalla neve e dallo squallore del paesaggio che gli si presentava. Le
esaltanti bramosie iniziali dei soldati si ridussero d’un tratto a quelle
essenziali: non cercavano più la vittoria, non agognavano più la baldoria e il
brio, ma un varco che gli permettesse di avere un letto caldo, del cibo,
degli indumenti puliti, e soprattutto di ritornare sani e salvi a casa per riabbracciare
i loro cari e le loro cose. L’immensa steppa spazzata da una continua ed
esiziale tormenta ora gli appariva tetra, grigia, desolata e popolata da
fantasmi girovaghi senza meta, senza scopo. Il ramo che sosteneva il sogno di
quei soldati ormai era stato spezzato definitivamente. Una descrizione simile si
evince da quella fatta da un osservatore durante la disfatta della Grande
Armata napoleonica del 1812: una folla di spettri avvolti in abiti femminili, in vecchi pezzi di
tappeti o in cappotti bruciati pieni di buchi.
Il varco è un documentario ben costruito e condotto
in modo coinvolgente e appassionante. Dà l’idea di una poesia, una poesia triste però che esprime
attraverso le immagini, alcune sfocate, altre chiare e marcate, ma comunque
reali, la profonda stupidità della guerra e di chi la dichiara, dove non ci
sono né vincitori né vinti ma semplicemente solo sconfitti che, soltanto a
posteriori, accorgendosi della sua becera inutilità, non potranno mai più
risollevarsi dalle pene psichiche sofferte. Il varco ha un linguaggio
pittorico ed efficace che affascina, ed evidenzia un gusto delicato per la narrazione e fa
cogliere il rapporto sincero fra l’uomo e la sua essenza nei momenti di grande
sconforto.
Il varco è altresì un documentario dai connotati
didattici che dovrebbe per questo essere rivolto ai giovani al fine di far loro
conoscere quella parte della storia triste del nostro Paese.
Costruito
con materiali di archivio della seconda guerra mondiale, Il varco, diretto da Federico Ferrone e Michele Manzolini e
scritto dagli stessi registi e dallo scrittore Wu Ming 2 (pseudonimo di Giovanni Cattabriga), e presentato alla LXXVI Mostra
Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nella sezione Sconfini, uscirà nelle sale il 10
ottobre.
Filmografia
Federico Ferrone con Michele Manzolini: Merica
(2007), Il treno va a Mosca (2013), Il varco (2019)
Federico Ferrone con Francesco Ragazzi e
Constance Rivière: Banliyö –Banlieue (2004)
Michele Manzolini: Storie di Dormiveglia
(2018)
Francesco Giuliano
venerdì 30 agosto 2019
“5 è il numero perfetto” è una satira sulla camorra napoletana attraverso una storia di colpa e vendetta e di rinascita
Titolo: 5 è il numero perfetto
Regia: Igort (pseudonimo di Igor Tuveri)
Soggetto: Igort (dall’omonimo romanzo grafico,2002)
Sceneggiatura: Igort
Produzione Paese: Italia, 2019
Cast: Toni Servillo, Valeria Golino, Carlo Buccirosso,
Lorenzo Lancellotti, Iaia Forte, Mimmo Borelli, Angelo Curti, Nello Mascia,
Gigio Morra, Giuseppe Cacciapaglia, Giovanni Ludeno, Marcello Romolo, Vinceno
Nemolato, Rocco Giordano, Emanuele Valenti, Igort, […]
Il film 5 è il numero perfetto, opera prima del fumettista Igort, è tratto dall’omonima graphic
novel del regista. Sin dalle prime immagini, in una Napoli, deserta, piovosa,
buia, notturna, senza un’anima viva, - è l’anno 1972 – si vede Peppino
Lo Cicero (Toni Servillo), in impermeabile e cappello grondanti di pioggia, che
cammina lungo le viuzze napoletane lasciando lo spettatore in alta aspettazione.
Peppino è un sicario ormai in pensione, che è stato alle dipendenze del
camorrista don Guarino (Mimmo Borrelli), e che quella notte va a comprare una pistola rara
come cimelio della sua vita trascorsa da regalare al figlio. Quando ritorna a
casa trova il figlio Nino (Lorenzo Lancellotti), che è in stato ansioso in
quanto anche lui, seguendo le orme del padre, deve compiere un’esecuzione. Non
essendoci certezza di come vadano a finire queste singolari committenze,
Peppino vedendo ritardare il figlio si rende conto che lo hanno ucciso. Ovviamente,
come è nella natura delle cose umane, tale omicidio dà inizio ad una serie di effetti
violenti e tragici, i quali permettono
a Peppino di iniziare una nuova fase della sua vita non più da dipendente ma da
professionista autonomo. In questa nuova impresa ardua Peppino non sarà solo,
ma si troverà supportato da un suo vecchio amico Totò ‘o Macellaio (Carlo
Buccirosso), un sicario sanguinario senza moderazione, a cui si rivolge per
aiuto: Totò, so’ Peppino! Io ho bisogno
di te! È passato tanto tiempo! … ‘O figlio mio stanotte è uscito per anna
a faticà, non è tornato! Se hanno fatto qualcosa a Nino mio, scateno ‘na
guerra! … Lo sang chiama sang’!
Peppino troverà un valido aiuto anche in Rita (Valeria Golino), la sua amante da vent’anni, che per amore fa tutto ciò che possa salvare il suo uomo.
Peppino troverà un valido aiuto anche in Rita (Valeria Golino), la sua amante da vent’anni, che per amore fa tutto ciò che possa salvare il suo uomo.
5 è il numero perfetto è
un film particolare, pieno di colpi di scena che lasciano lo spettatore in
continua attesa, ma è anche un film originale sia nel titolo (Due più due ... più uno ... cinque, cinque è
il numero perfetto! Hai capit’ strunz!, riferendosi alle due gambe, alle
due braccia e alla testa, senza il funzionamento ottimale della quale non potrà
esserci nell’uomo perfezione) sia nella peculiarità del contenuto sui generis in quanto segue i connotati
caratteristici del fumetto descrivendo una Napoli degli anni settanta che non
ha niente da invidiare a quella dei giorni nostri, dove la polizia non appare per
niente, come se non esisstesse per quel mondo. Non è un caso che, in una scena del film, Rita legga il romanzo “Il
gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa
per fare riferimento alla famosa frase: Se
vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi. Perché dopo
quasi cinquant’anni a Napoli niente è cambiato rispetto a quell periodo. Nel
contempo, il film 5 è il numero perfetto, perché 5 sono anche i capitoli del film, è anche la storia di un amore, di un’amicizia tradita e di una
seconda opportunità e conseguente rinascita.
5 è il numero perfetto, in concorso alle Giornate degli
autori della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia 2019, è caratterizzato da lineamenti ampiamente e diffusamente grotteschi
(molto significativa, ad esempio, è la sparatoria spietata e sanguinosa che si
svolge in un vecchio palazzo barocco di Napoli che dà l’idea di una festa
popolare con i suoi fuochi d’artificio), fumettistici (il naso aquilino che
imbruttisce Peppino e che lo rende cattivo già dall’aspetto) e anche ironici e scoraggianti
(in un ambiente amorale tutto si svolge come se fosse normalmente morale) che comunque non
fanno staccare il contenuto dalla realtà. Gli attori sono tutti all’altezza del
relativo personaggio a cui danno un carattere speciale e degno di nota.
Dice
il regista a proposito dei due protagonisti principali: “Due gangster di
periferia, due gregari, due killer del ca**o che andavano a uccidere, ma non
sono mai stati e mai saranno due capi. Ecco, questo loro non farcela fa molto
Europa, loro non sanno se ce la faranno. Ce n’è
uno, Peppino Lo Cicero, che cerca vendetta perché gli hanno
ammazzato il figlio, e l'altro che lo deve affiancare perché è il suo vecchio compare di missioni per la camorra
e si ritrova in mezzo”.
Francesco Giuliano
venerdì 19 luglio 2019
“Nevermind”, un film geniale dal carattere grottesco, paradossale, divertente ma profondamente realistico
Titolo:
Nevermind
Regia:
Eros Puglielli
Sceneggiatura:
Giulia Gianni, Eros Puglielli, Antonio Muoio, Francesca Sambataro
Musiche
originali: Alessandro Sartini, Eros Puglielli
Produzione
Paese: Italia 2019
Cast:
Paolo Sassanelli, Andrea Sartoretti, Giulia Michelini, Nassimo Poggio, Paolo
Romano, Federica Di Martino,Alberto Molinari, Lucia Gravante, Gualtiero Burzi,
Renato Scarpa, Pia Engleberth, Gianluca Gobbi, Aurore Erguy, Luis Molteni,
Daniele Natali, Claudia Coli, Dagmar Lassander, Gianna Giachetti, Antonio
Merone, […]
Nelle sale dal 1 agosto 2019
Nevermind è un film a episodi, per l’esattezza cinque, ognuno dei quali riguarda la vita di una persona qualsiasi: un avvocato ravanatore (Alberto Molinari) che rovista abitudinariamente tra le sue mutande, una babysitter (Giulia Michelini) alle prese con due coniugi neuropatici che le hanno offerto un lavoro ben pagato ma angosciante, un vecchio amico (Gualtiero Burzi) di Fila di case, detto il porco fiero, dal presente torbido e scellerato, un cuoco (Andrea Sartoretti), ossessionato da un suo collega arrogante e prepotente (Gian Luca Gobbi), che riesce a non vedere e a non sentire grazie alle cure di uno psicologo (Renato Scarpa) e, infine, un bravo psicologo, il prof. Cattaro (Paolo Sassanelli), alle prese con un dolce bombolone e un carro attrezzi che lo perseguita. Cinque episodi ai confini della realtà, folli, iperbolici,dove tutto può succedere ma che lo spettatore troverà realistici e liberatori perché indagano sui lati misteriosi, imbarazzanti e spregevoli della personalità umana. Appaiono strane ma vere le cinque situazioni narrate per nulla banali e scontate, che risultano collegate tra loro, in maniera originale, grazie ad una sorta di passaggio di testimone, attraverso cui il personaggio secondario di un episodio diventa il protagonista principale dell’episodio successivo. Una commedia che è divertente, entusiasmante, geniale, grottesca, surreale, enigmatica, maniacale e che è pervasa da una comicità imbarazzante, pungente e politicamente scorretta perché tutto si rivela malato e corrotto in questa nostra società. Una società, dove i valori fondanti, quali la famiglia, il rispetto, l’amicizia, la correttezza, l’onestà, ecc, sono sostituiti da valori superflui come la fuga dalla propria responsabilità, la peluria, i dolci, il narcisismo, il comportamento istrionesco, il cinismo, dove il pensiero riflessivo e critico viene rimpiazzato dal pragmatismo e dove il paradosso si presenta senza soluzione di continuità: Se c’è una soluzione, perché ti preoccupi? E se non c’è una soluzione, perché ti preoccupi? … Non so che mansioni ho, non so perché questi mi pagano! … Nella vita nessuno sa mai veramente che cazzo sta facendo, questo è il segreto, capito? … Non mi ricordo chi ho incontrato poco fa, cioè non ricordo neanche il mio ultimo paziente! Non esistono risposte a domande sbagliate.
Una
commedia che concettualizza una realtà tutta da psicanalizzare, impazzita,
incontrollabile, ingestibile, soggetta al caos per lo stato di confusione delle
azioni, delle idee e dei valori, che comporta un disorientamento generalizzato,
dove un piccolo cambiamento può determinare un effetto imprevedibile
amplificato e deleterio. Il tutto attraverso attori geniali che garantiscono un
sano e puro divertimento ma che al tempo stesso fanno riflettere ampiamente sui
comportamenti: dietro ogni maschera c’è sempre il lato umano.
Nevermind
con tempi di ripresa - a detta del regista - estremamente brevi, soltanto 15
giorni, che hanno richiesto un’alta concentrazione una sinergia tra cast
artistico e cast tecnico non indifferente, è stato presentato alla Festa del
Cinema di Roma 2018.
Filmografia
Tutta
la Conoscenza del Mondo (2001), Occhi di Cristallo (2004), AD Project (2006).
Francesco Giuliano
“L’ospite”, una profonda disamina sui rapporti sentimentali effimeri delle giovani coppie
Titolo:
L’ospite
Regia:
Duccio Chiarini
Soggetto:
Duccio Chiarini, Davide Lantieri, Marco Pettenello
Sceneggiatura:
Duccio Chiarini, Roan Johnson, Davide Lantieri, Marco Pettenello
Musiche
originali: Tyler Ramsey
Canzone
originale: BrunoriSAS
Produzione
Paese: Italia, Svizzera, Francia, 2018
Cast:Daniele
Parisi, Silvia D’Amico, Anna Bellato, Thony (alias Federica Victoria Caiozzo), Sergio
Pierattini, Milvia Marigliano, Daniele Natali, Guglielmo Favilla, […]
Nelle sale dal 22 agosto 2019
Un errore di distrazione è la canzone inedita di Brunori sas, “una favola leggera di amori perduti e nuovi inizi” secondo il critico Kaleem Aftab, cantata verso la fine del film che fa accapponare la pelle, e che costituisce indirettamente e impropriamente l’epilogo di questo film L’ospite, perché descrive la fine di un amore di una giovane coppia. Il trentottenne Guido (Daniele Parisi) e la tentatreenne Chiara (Silvia D’Amico) dopo un rapporto sessuale si accorgono che hanno commesso un errore di distrazione: il preservativo si è rotto e Chiara potrebbe rischiare la gravidanza. Trovandosi a discutere se portare a termine o interrompere l’eventuale gravidanza, Chiara incomincia, come un lampo a ciel sereno, a manifestare perplessità sul loro legame amoroso e tronca subito e senza esitazione quel desiderio di paternità del suo compagno. Ciò porta Guido a farsi la valigia e a lasciare la casa in cui conviveva con Chiara diventando un ospite deambulante che passa dalla casa dei genitori alla casa di amici, dei quali si trova a partecipare involontariamente ai loro intrighi amorosi e a condividerli.
Un errore di distrazione è la canzone inedita di Brunori sas, “una favola leggera di amori perduti e nuovi inizi” secondo il critico Kaleem Aftab, cantata verso la fine del film che fa accapponare la pelle, e che costituisce indirettamente e impropriamente l’epilogo di questo film L’ospite, perché descrive la fine di un amore di una giovane coppia. Il trentottenne Guido (Daniele Parisi) e la tentatreenne Chiara (Silvia D’Amico) dopo un rapporto sessuale si accorgono che hanno commesso un errore di distrazione: il preservativo si è rotto e Chiara potrebbe rischiare la gravidanza. Trovandosi a discutere se portare a termine o interrompere l’eventuale gravidanza, Chiara incomincia, come un lampo a ciel sereno, a manifestare perplessità sul loro legame amoroso e tronca subito e senza esitazione quel desiderio di paternità del suo compagno. Ciò porta Guido a farsi la valigia e a lasciare la casa in cui conviveva con Chiara diventando un ospite deambulante che passa dalla casa dei genitori alla casa di amici, dei quali si trova a partecipare involontariamente ai loro intrighi amorosi e a condividerli.
Il
regista, che ha partecipato alla scrittura sia del soggetto che della
sceneggiatura, riesce con sagacia e con accuratezza a raccontare la transizione
della vita legata alla fine di un amore e tutto ciò che essa comporta in itinere, come i momenti di
depressione, gli stati di dolore profondo e le difficoltà di esprimere i propri
sentimenti, nel tentativo di bloccare tale situazione attraverso un gesto o una
frase o attraverso la ricerca di un ideale per trovare una spiegazione ma che
nel contempo lascia sospesi. Guido si trova, con la mente confusa, smarrito e incerto
nelle decisioni da prendere e, sostenuto soltanto dal dolore dell’abbandono, viene
catapultato in una situazione ignota e senza alcun punto di riferimento. Ma
ecco che all’improvviso Guido incontra per caso una donna, Roberta (Thony),
che, come la luce in fondo ad un tunnel che sembrava senza via d’uscita, con il
suo affetto e il suo comportamento empatico lo porta verso la strada del
risanamento mentale, verso quella felicità che sembrava perduta per sempre. Da
uno stato psichico doloroso Guido esce e si trasforma: da uomo fragile diventa
uomo sicuro di sé, passa ad nuova vita,
ad una vita che prima sembrava interdetta perché ancora non aveva avuto quella
crescita intellettuale corrispondente alla maturità.
Attraverso
Guido il regista analizza appropriatamente la situazione psicologica dei
quarantenni, uomini che non riescono a
definirsi bene nei confronti dell’altro sesso, orfani di una maniera
tradizionale di essere maschio e alla ricerca di un nuovo modo di vivere la
propria identità sessuale di fronte a
figure femminili sempre più distanti da quelle delle loro madri. In
definitiva, egli racconta il suo punto di vista che è espresso dal desiderio di
genitorialità del maschio rispetto a quello della donna di oggi.
L’ospite
è stato presentato nella sezione Piazza
Grande al Locarno Festival 2018, al Chicago International Film Festival
2018 nella sezione Sptlight Comedy,
al Seattle International Film Festival 2018 nella sezione Cinema Italian Style e al Torino Film Festival 2018 nella sezione Festa Mobile/TorinoFilmLab.
Filmografia
Short
Skin.
Francesco Giuliano
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