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venerdì 8 luglio 2016

“Il piano di Maggie – A cosa servono gli uomini” o sulla vita che è un sistema complesso

Titolo: Il piano di Maggie – A cosa servono gli uomini
Titolo originale: Maggie’s Plan
Regia e Sceneggiatura: Rebecca Miller
Soggetto: Karen Rinaldi
Produzione Stato: USA 2015

Cast:  Greta Gerwig, Julianne Moore, Ethan Hawke, Bill Hader, Maya Rudolph, Travis Fimmel, Jackson Frazer, Alex Morf, Wallace Shawn, Sue Jean Kim, Fredi Walker-Browne, Mina Sundwall, […]


La regista Rebecca Miller, figlia e moglie d’arte (suo padre è il drammaturgo e scrittore Arthur Miller e suo marito l’attore britannico Daniel Day-Lewis pluriOscar) con questo suo quinto film “Il piano di Maggie – A cosa servono gli uomini” si rivela un’artista poliedrica che riesce ad esplorare con brio e semplicità i sentimenti umani espressi da una miscellanea di comportamenti confusi e irrazionali dei suoi personaggi appartenenti ad un ceto sociale di elevata cultura. La sua narrazione colma di situazioni bizzarre è densa di dialoghi profondi e significativi ma, al tempo stesso, appare leggera, coinvolgente, ironica. Per tutto questo e per il tipico humour intellettuale il suo stile si avvicina a quello alleniano. Nel contempo, dal film emerge anche ‘la teoria del caos’ che governa gli eventi della vita umana e del mondo che nessuna pianificazione può alterare. Si coglie, infatti, il famoso concetto scientifico noto come “effetto farfalla” secondo cui come “il minimo battito d'ali di una farfalla è in grado di provocare un uragano in un’altra parte del mondo”, così da un incontro casuale tra un uomo e una donna può derivare l’innamoramento, che è un moto rivoluzionario ovviamente incontrollabile e dagli sviluppi imprevedibili. È ciò che succede alla protagonista del film Maggie Hardin (Greta Gerwig), una bella docente di arte e management, quando incontra casualmente, per un errore amministrativo, lo scrittore antropologo John Harding (Ethan Hawke), un marito in crisi, di cui si innamora per la prima volta. Ed è subito caos che sconvolge il suo animo umano e annulla la sua nuova pianificazione. Nel caos, avviene una “dipendenza sensibile alle condizioni iniziali”, cioè a variazioni infinitesime delle condizioni iniziali corrispondono variazioni significative delle azioni future. “Dunque, per primo fu il Caos, …” inizia così la Teogonia del poeta greco Esiodo (VIII secolo a.C.), “… uno spazio di fondo, un buco nero dell'universo” come lo ha definito Giulio Guidorizzi, ma che i filosofi presocratici identificarono come “il principio di tutte le cose”, materia amorfa, grezza e quindi disordinata, priva di regole, a cui attinge un ‘principio superiore’ per creare il mondo ordinato, che è il cosmo. Così come avviene quando un bambino costruisce un puzzle prendendone i pezzi sparpagliati e disordinati dalla scatola che li contiene. Come sostiene il giornalista James Gleick, il caos “pone problemi che sfidano i modi accettati di lavorare nella scienza e avanza tesi forti sul comportamento universale della complessità.” Chi, tra gli esseri umani, non rispetta le regole rientranti nell’azione consueta e, quindi, è un trasgressivo nel senso migliore della parola, e si affida alla propria sensibilità e al proprio estro, che lo spinge ad agire oltre la normalità delle capacità umane, in effetti, si affida al caos. E dal caos nasce qualcosa di diverso che inizialmente disorienta ma poi attrae e produce godimento perché dà un senso sublime a ciò che l’essere umano fa! La vita è un sistema complesso che non si può pianificare perché non se ne conoscono le regole che sono quelle del caos. È per questo che le azioni connesse con il procedere della vita sono caratterizzate da profonda incertezza. Maggie Hardin si comporta, infatti, contrariamente a tutto ciò perché pianifica ogni cosa, anche quella di diventare mamma. Prima di conoscere Ethan, accortasi di non potere avere una relazione stabile con un uomo, Maggie aveva deciso di avere un figlio facendosi donare lo sperma da un individuo stravagante Guy (Travis Fimmel), un produttore di cetrioli olandesi in scatola con una spiccata mentalità matematica. Innamoratasi Maggie rinuncia a questa pianificazione, si sposa con Ethan che, nel frattempo, divorzia dalla moglie Georgette Nørgaard (Julianne Moore), un’eccentrica quanto brava docente universitaria, e  realizza il suo sogno partorendo una bella bambina.

Le cose per Maggie, però, dopo tre anni di matrimonio, non vanno per il verso giusto sia perché si sente trascurata da Ethan che utilizza tutto il suo tempo libero per scrivere un interminabile romanzo, sia perché è molto impegnata per accudire oltre che la loro figlia anche i due figli di Ethan e Georgette. A questo punto,  Maggie cerca di fare amicizia con Georgette con la quale organizza un nuovo piano che questa volta coinvolge tutti e tre, ma che forse sarà stravolto ancora una volta. Greta Gerwig, Julianne Moore, Ethan Hawke, che formano un triangolo veramente formidabile e ricco di spunti ironici e divertenti, vestono i panni dei tre personaggi Maggie, Georgette e Ethan, evidenziandone magnificamente i caratteri completamente diversi: Maggie è una donna estroversa, organizzata in tutto, bella, allegra, caratterizzata da grande alterità; Georgette,al contrario, è fredda, egocentrica, brillante, distaccata, superba; Ethan, infine, è superficiale, sbadato, passionale, irrazionale.
“Il piano di Maggie – A cosa servono gli uomini”, un film che non si dimentica e che pone diverse riflessioni sulla vita e che specula su come va il mondo, tratto dal romanzo Karen Rinaldi “A cosa servono gli uomini”, è stato presentato al Festival Internazionale del Cinema di Berlino 2016 e al Toronto Film Festival 2015, al New York Film Festival 2015 e al Sundance Film Festival 2016.
Filmografia
Angela (1995), Personal Velocity (2002), La storia di Jack e Rose (2005), The Privat Lives of Pippa Lee (2009).
Francesco Giuliano

Al via la XXII edizione della Rassegna di Cinema restaurato “Narni. Le vie del Cinema”

Dall’11 al 16 luglio 2016 Narni (TR) ospiterà la XXII edizione di “Le vie del cinema”, la Rassegna di cinema restaurato, diretta da Giuliano Montaldo e Alberto Crespi e organizzata per iniziativa del Comune di Narni con la collaborazione della Cineteca di Milano, Fondazione Cineteca di Bologna, Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca Nazionale, Rai Cinema, Lucky Red. L’ingresso è gratuito.
Come ogni anno, anche questa edizione sarà ricca di film di recente recupero proiettati ogni sera sotto le stelle, a partire dalle 21.00 sul grande schermo allestito nel Parco del Pini di Narni Scalo, e presentati da ospiti illustri. Questa  edizione XXII di “Le vie del cinema”, celebra la grande stagione della commedia all’italiana.

È tempo di compleanni, di ricorrenze e di memorie. L’8 giugno 2016 è stato il centenario della nascita di Luigi Comencini. Il 23 dicembre, sempre del 2016, sarà il centenario della nascita di Dino Risi. Parte da questi due grandi registi il programma di Le vie del cinema, che vuole celebrare con alcuni dei loro film meno noti. Uno di essi, e questo di lunedì mattina, è un titolo pressoché dimenticato e inedito in Italia: un film che Comencini girò in Germania nel 1959. Le vie del cinema lo presenterà in copia originale con sottotitoli, nel restauro realizzato dalla Cineteca di Milano della quale Comencini fu uno dei fondatori. Per l’occasione l’attore Franco Longobardi presenterà in anteprima assoluta un estratto del suo film di montaggio realizzato in collaborazione con la Cineteca Italiana di Milano, Comencini amore e fantasia, dedicato al doppiaggio nei film di Comencini (che, al pari di suoi illustri colleghi come Fellini e Pasolini, concepiva il doppiaggio come una fase fortemente “creativa” dei film e doppiava spesso attori, anche famosi, con voci di altri attori altrettanto importanti, con effetti spesso sorprendenti). Un accostamento proposto in voluta coincidenza con un film mai doppiato in italiano.
Proviene da Milano anche La valigia dei sogni, sempre di Comencini, film realizzato nel 1953, lo stesso anno di “Pane amore e fantasia”: nell’occasione il conduttore televisivo Simone Annicchiarico e l’autore Alessandro Boschi, assieme ad Alberto Crespi, ricorderanno come il film abbia dato il titolo a una gloriosa trasmissione tv, dedicata alle storie e ai luoghi del cinema, andata in onda per anni su La7. E come nella trasmissione tv, i tre racconteranno aneddoti e curiosità sul film.
Di Dino Risi sarà proposto Il segno di Venere, con un cast strepitoso nel quale spiccano Franca Valeri (anche sceneggiatrice), Sophia Loren, Alberto Sordi, Vittorio De Sica e Peppino De Filippo, alla presenza del figlio Marco Risi, importante regista già ospite de Le vie del cinema quando la città di Narni intitolò una piazza al grande Dino. Sempre nel segno della commedia, quest’anno compie mezzo secolo L’armata Brancaleone di Mario Monicelli, vecchio amico del festival di Narni, che lo proporrà in chiusura: lo introdurranno il critico Steve Della Casa, autore del Castoro Cinema su Monicelli, e il grande italianista Giulio Ferroni che collegherà il film alla grande tradizione della letteratura cavalleresca. Ettore Scola, altro amico del festival, è invece scomparso lo scorso 19 gennaio. Le vie del cinema lo ricorderà con uno dei suoi film più importanti e profetici, La terrazza, una lucidissima analisi della crisi della sinistra storica, alla presenza di Giuliano Montaldo, collega e amico di Scola, e di Alberto Incrocci, figlio dello sceneggiatore Age. Non mancherà, anche quest’anno, la proposta del film internazionale restaurato che per questa 22^  edizione sarà: La città incantata, capolavoro del maestro giapponese del cinema d'animazione, Hayao Miyazaki (restauro digitale a cura della Lucky Red, che distribuisce in Italia i film del grande regista) scelto per aprire la manifestazione. Lo presenterà Andrea Occhipinti, produttore e distributore, nonché fondatore della Lucky Red.
Questo il programma: 
Lunedì 11 luglio ore 21:00 – “La città incantata” di Hayao Miyazaki, Giappone, 2001, animazione.
Martedì 12 luglio ore 21:00 - Proiezione (Durata 15 minuti circa) in anteprima di un estratto del film di montaggio “Comencini amore e fantasia - Gli Invisibili Grandi Attori che hanno dato Voce al Cinema di Comencini” di Franco Longobardi.
La Fondazione Cineteca Italiana, nella ricorrenza del centenario della nascita del Maestro del Cinema Italiano Luigi Comencini, ha realizzato un docu-film antologico diretto da Franco Longobardi e dedicato a due speciali categorie d'interpreti dei suoi film: i bambini e i doppiatori. In esso viene rivelata una delle particolarità meno note della sua produzione cinematografica: la partecipazione “invisibile” di celebri volti del grande e del piccolo schermo, selezionati da Comencini stesso per vestire occasionalmente gli inusuali panni del doppiatore.
Si scopre quindi che dietro alcuni celebri attori del calibro di Gian Maria Volontè, Adolfo Celi, Sophia Loren, Gastone Moschin, Antonio Cifariello, Bette Davis, George Chakiris, Silvana Pampanini, Vittorio Gassman, si nascondono le recitazioni vocali di altrettanto importanti interpreti italiani. Infine si rende omaggio ad alcune personalità predilette da Comencini, valorizzate nel doppio ruolo di attori e doppiatori, come Nino Manfredi, Marisa Merlini, Gigi Reder e altri.
Poi sarà proiettata la versione originale di “E questo di lunedì mattina” di Luigi Comencini - Germania, 1959
Mercoledì 13 luglio ore 21:00 – “Il segno di Venere” di Dino Risi, Italia, 1955.
Giovedì 14 luglio ore 21:00: “La valigia dei sogni” di Luigi Comencini, Italia, 1953.
Venerdì 15 luglio ore 21:00: “La terrazza” di Ettore Scola, Italia/Francia, 1980.
Sabato 16 luglio ore 21:00: “L’armata Brancaleone” di Mario Monicelli, Italia, 1966.
Nel contempo, per i più piccoli ci sarà: La 4^ edizione del “Cinema Animato restaurato”. Ogni sera, alle 21.30, all’interno di un’ala del Parco dei Pini a Narni Scalo i più piccoli potranno vedere sul grande schermo i classici Disney in versione restaurata: Lunedì 11 luglio - La Carica dei 101 (1961) diretto da Wolfgang Reitherman, Hamilton Luske e Clyde Geronimi. 
Martedì 12 luglio -Cenerentola (1950) diretto da Wilfred Jackson, Hamilton Luske e Clyde Geronimi.
Mercoledì 13 luglio - Il libro della giungla (1967) diretto da Wolfgang Reitherman. Giovedì 14 luglio - La bella e la bestia (1991) diretto da Gary Trousdale e Kirk Wise. Venerdì 15 luglio - Gli Aritogatti (1970) diretto da Wolfgang Reitherman.
Sabato 16 luglio - Il re leone (1994) diretto da Roger Allers e Rob Minkoff.
(Estratto e-mail da L. Viti e  L. Delle Fratte)

mercoledì 29 giugno 2016

“Life” o il dramma di un giovane ‘ribelle senza causa’

Titolo: Life
Regia: Anton Corbijn
Sceneggiatura: Luke Davies
Produzione Stato: Canada, Australia, Germania 2015

Cast: Robert Pattinson, Dane DeHaan, Joe Edgerton, Alessandra Mastronardi, Stella Schnabel, Ben Kingsley, Kristen Hager, Kelly McCreary, Ania Savcic, Michael Therriault, Sara Waisglass, Kristian Bruun, Allison Brennan, […]


“Life” descrive l’ultimo anno di vita di un attore giovane morto a ventiquattro anni, James Dean (Dane DeHaan), il quale pur avendo fatto pochi film è passato alla storia del Cinema come nessun altro, perché il suo modo di essere, nel contempo, confuso, romantico, anticonformista, insofferente, ‘ribelle senza causa’ (con riferimento al libro omonimo dello psichiatra Robert Lidner del 1944), nostalgico, lo ha fatto diventare un’icona indelebile e quasi sacra. Per certi aspetti James Dean rappresenta il prototipo del ribelle della Beat Generation, di cui è stato ‘manifesto’ il celebre e tanto amato libro di Jack Kerouac “On the Road” (1951). Questo romanzo, che ricalca il modo di agire e di pensare di Dean, è basato sul valore dell’amicizia e sulle delusioni dell’amore, sulla ricerca continua del sé e del senso della vita, sul bisogno di rivoltarsi contro il conformismo, sul “cambiamento che avanza”. Ma che riproduce anche il modo di essere dell’attore, caratterizzato soprattutto da una profonda nostalgia, dal dolore del ritorno al passato, dall’infelice passaggio dalla gioventù all’età adulta. In effetti, un ‘ritorno alla casa’ tanto bramato, a Fairmount, in Indiana, che lo aveva visto nascere e crescere, per godere del tempo spensierato e ricco di sogni, del sacro ricordo dell’affetto della madre e del rimpianto delle cose perdute per sempre, rappresenta il suo rifiuto al cambiamento perché “si sente nell'aria, le cose cambiano!”

Era il1955. James Dean aveva terminato di interpretare Cal Trask nel film “La valle dell’Eden diretto da Elia Kazan e si preparava ad interpretare magistralmente Jim Stark in  “Gioventù bruciata” (Rebel Without a Cause) di Nicholas Ray, quando conobbe il fotografo Dennis Stock (Robert Pattinson), di cui diventò grande amico.  Questi, guidato da uno spiccato intuito, capì sin da subito la peculiarità di carattere di Dean e la sua bravura di attore e gli propose di fotografarlo proponendogli la pubblicazione delle foto sulla famosa rivista “Life” perché “La fotografia è un bel modo per dire, io c'ero tu c'eri ...”.Ciò avrebbe consentito sia a Stock che a Dean anche di farsi conoscere e progredire nella carriera.
Mai titolo di film fu più azzeccato di “Life” che, oltre a fare riferimento alla famosa rivista statunitense dove il fotografo Dennis Stock (Robert Pattinson) pubblicò le foto di James Dean, è un termine che nella lingua inglese significa “vita”, quella vita che Dean voleva vivere intensamente rifuggendo dalle messe in scena futili e banali e da un becero conformismo alimentato dall’opportunismo e dall’assenza di sincerità nei comportamenti individuali. Egli, infatti, voleva cogliere la bellezza della vita, attimo per attimo, perché, come scriveva Kerouac, “… nessuno sa ciò che succederà di nessun altro se non il desolato stillicidio del diventare vecchi”, “… cosa avesse avuto in mente Dio quando aveva fatto la vita così triste” e “… che la vita è una cosa seria  e che c’è chi cerca di ricavarne qualcosa di decente invece di fare il coglione a tempo pieno”. James Dean voleva vivere in piena libertà “nella musica, nell’arte, ovunque”, senza costrizioni, senza formalità, senza che nessuno gli dicesse cosa dovesse fare e a quali impegni non mancare, rifuggendo da titoli onorifici, dato che proveniva da una famiglia di quaccheri, e così come gli aveva insegnato la sua cara madre.
Nel film, accanto a Robert Pattinson e Dane DeHaan con le loro brillanti, significative ed emozionanti interpretazioni, hanno recitato l’attraente e fascinosa Alessandra Mastronardi nella parte di Anna Maria Pierangeli, il solo e unico amore della vita di Dean, la quale però gli procurò un grande dispiacere avendolo lasciato in tronco senza motivo, e  Ben Kingsley che ha interpretato Jack Warner, cofondatore della casa cinematografica Warner Bros.
“Life” è un film da vedere sia perché descrive magnificamente la biografia di un mitodel cinema, James Dean, nella parte più significativa della sua vita sia perché riproduce la storia del cinema statunitense nei primi anni cinquanta ai tempi della Beat Generation.
È stato presentato al Festival internazionale del cinema di Berlino 2015.

Filmografia
Control (2007), Linear (2009), The American (2010), La spia – A Most Wanted Man (2014).
Francesco Giuliano

martedì 28 giugno 2016

“La bicicletta verde” è una spinosa digressione sulla condizione della donna nei paesi islamici

Titolo: La bicicletta verde
Titolo originale: Wadjda
Regia e Sceneggiatura: Haifaa Al-Mansour
Musica: Max Richter
Produzione Stato: Arabia Saudita, Germania 2012

Cast: Reem Abdullah, Waad Mohammed, Abdullrahman Algohani, Ahd Kame, Sultan Al Assaf, […]

  

Wadjda (Waad Mohammed), una bambina di 10 anni che vive sola con la madre (Reem Abdullah) in quanto il padre (Sultan Al Assaf) deve sposarsi con una seconda moglie, mostra le disinibizioni, l’innocenza, la genuinità, la naturalezza e lo spirito di libertà dovute alla sua età. Wadjda non ha i pregiudizi e i tabù dei grandi, ma non si chiede neppure perché deve coprirsi il capo quando esce di casa. Questo suo modo di essere però contrasta con gli usi e i costumi tradizionalisti imposti da una società maschilista e autoritaria e da una cultura integralista e retrograda che non lascia spazio alle libere scelte personali coerenti con la personalità individuale. Per questo, la bambina viene spesso richiamata e minacciata dall’intransigente e dispotica direttrice della scuola che frequenta. Vivendo in periferia della città ha modo di frequentare un suo coetaneo Abdullah (Abdullrahman Algohani), che possiede una bicicletta dalla quale Wadjda viene subito attratta e affascinata.  Ed è con quella bicicletta che la bambina impara a tenere l’equilibrio e a pedalare, e sogna di possederne una tutta per sé. Non passa tanto tempo che un giorno vede una “bicicletta verde” trasportata in un negozio dove viene messa in vendita al prezzo di 800 riyal, una somma di denaro molto alta per lei. Soltanto la madre, che può soddisfare questo suo desiderio, si rifiuta di comprargliela perché pensa che ciò, contrastando con le consuetudini locali e con le maldicenze della gente, potrebbe nuocere alla figlia prossima alla pubertà. Ciò induce Wadjda ad accumulare soldi con la vendita di bracciali di fili intrecciati fatti da lei o con altro, ma l’accumulo della somma richiede tempo. Intanto, però, la scuola indice la gara di conoscenza del Corano che stabilisce la somma di 1000 riyal al vincitore. Wadjda partecipa e studia con grande fervore e profonda determinazione perché vuole vincere la gara. Ci riesce brillantemente. Finalmente avrà soldi a sufficienza per l’acquisto della sua tanto sospirata bicicletta verde. Ha raggiunto il suo obiettivo o quasi. Infatti, al momento della consegna del premio, la direttrice le chiede cosa farà con tutti quei soldi. La risposta di Wadjda, che non può essere che quella della realizzazione del suo sogno – l’acquisto della bicicletta verde -, irrita la direttrice e turba il pubblico presente che non condivide questa sua preferenza, ed ha, come conseguenza, la devoluzione del premio alla causa palestinese.
“La bicicletta verde” è un film diretto in modo semplice e realistico ma con un’impronta leggera ma significativa che mette in luce i connotati di una società che non permette alle donne di potersi emancipare liberamente a causa della rigidità imposta da una cultura integralista e fondamentalmente maschilista.
Il film ha ottenuto la nomination per Miglior film straniero sia al premio BAFTA (British Academy of Film and Television Art) – 2014, sia al Premio Satellite Awards – 2014.
Filmografia
Women Without Shadows (documentario, 2005). 
Francesco Giuliano

venerdì 24 giugno 2016

“La legge del mercato” non tiene conto dei sentimenti umani

Titolo: La legge del mercato
Titolo originale: La loi du marché
Regia: Stéphane Brizé
Sceneggiatura: Stéphane Brizé, Olivier Gorce
Produzione Stato: Francia 2015

Cast: Vincent Lindon, Yves Ory, Karine De Mirbeck, Matthieu Schaller, Xavier Mathieu, Noël Mairot, Catherine Saint-Bonnet, […]
“La legge del mercato” è un film nudo e crudo diretto in modo magistrale dal regista Stéphane Brizé con un realismo così perfetto da sembrare un documentario. Esso descrive uno spaccato della nostra società, in questa caso di quella francese, immersa in una palude dai limiti indefiniti e dalle numerose insidie provocate dalla crisi economica che non tiene conto della dignità umana. In essa vivono vittime e carnefici, ambedue esseri umani, i cui ruoli sono talmente dinamici da invertirsi e, quando ciò accade, ognuno di loro vede con amarezza come si sta dall’altra parte e avverte pesantemente la violenza psichica che viene esercitata sulle persone senza che si tenga conto della rispettiva dignità umana. Una società, dunque, che trasforma le vittime in carnefici, dove si descrive fino a che punto la morale di un individuo possa sopportare quando perde il lavoro o possa patire quando lavora. Il film, ispirato a fatti realmente accaduti non solo in Francia e dei quali la stampa ne parla sin da quando è iniziata la crisi economica in Europa, descrive la vita di Thierry (Vincent Lindon), un operaio cinquantenne dall’integrità morale encomiabile, che ha una moglie casalinga (Karine De Mirbeck) e un figlio disabile (Matthieu Schaller) che studia con la voglia di riuscire.  Thierry ha perso il lavoro e sta in mobilità ancora per altri nove mesi. Nel frattempo, ha frequentato uno stage come gruista che, però, non gli ha permesso di trovare lavoro, ed ha presentato il proprio curriculum vitae presso diverse aziende che, in fase di colloquio, lo umiliano fortemente infierendo sulla sua dignità umana. Thierry riuscirà, finalmente, dopo tante delusioni ad avere un posto di lavoro come vigilante presso un grande supermercato, il cui direttore è una persona insensibile e arrivista che vuole a tutti i costi licenziare diversi dipendenti usando anche pretesti futili e insignificanti. Per questo motivo e per il ruolo che svolge, Thierry si troverà a dovere assistere inerme all’interrogatorio sia di diversi clienti che hanno taccheggiato oppure a soprusi e sopraffazioni su alcune dipendenti che si sono comportate “illecitamente” nell’esercizio del loro lavoro. Thierry si rende subito conto che da vittima, sentendosi complice di questi comportamenti illeciti della direzione, inconsapevolmente è diventato carnefice. Allora ci si chiede se per lavorare si possa accettare tutto?
Il film al Festival di Cannes 2015 ha assegnato a Vincent Lindon il Premio Migliore interpretazione maschile e il Premio César 2016 a Vincent Lindon per Migliore attore protagonista. Il regista, invece, ha ottenuto soltanto la candidatura ai suddetti premi.
Filmografia
Le bleu des villes (1999), Je ne suis pas là pour etre aimé (2005), Entre adultes (2006), Mademoiselle Chambon (2009), Quelques heures de printemps (2012).
Francesco Giuliano


mercoledì 22 giugno 2016

“1981: Indagine a New York” sul dramma di un imprenditore onesto

Titolo: 1981: Indagine a New York
Titolo originale: A Most Violent Year
Regia, Soggetto, Sceneggiatura: J.C. Chandor
Produzione Stato: USA 2014
Cast: Oscar Isaac, Jessica Chastain, David Oyelowo, Alessandro Nivola, Albert Broooks,  Elyes Gabel,  Catalina Sandino Moreno, Peter Gerety,  Christopher Abbott,  Ashley Williams, John Procaccino, Glenn Fleshler, Jerry Adler, Annie Funke, […]



“1981: Indagine a New York” è un thriller emozionante e coinvolgente che documenta la violenza latente, subdola e infida e la corruzione imperante e sovrastante che si insinuano prepotentemente nella vita e negli affari di un imprenditore immigrato Abel Morales (Oscar Isaac) e di sua moglie Anna (Jessica Chastain), in uno dei periodi più brutali e crudeli della storia della città di New York, come dimostra pure il titolo originale del film “A Most Violent Year”. Abel è una persona molto seria, determinata, per niente ingenua, ma soprattutto onesta, che pur avendo paura cerca i n tutti i modi di non farsi stringere dalla paura. Egli amministra, infatti, con onestà e rettitudine, assieme alla moglie, l’azienda con la quale commercia olio combustibile e per mezzo della quale, con oculati investimenti, ha accumulato ricchezza e prestigio. Nel momento in cui cerca di espandersi, acquistando un terreno ai margini della città, non solo Abel deve avere a che fare con le angherie e i furti delle autocisterne che la malavita subdolamente gli procura, ma anche deve difendersi dall’autorità giudiziaria, tant’è che il procuratore Lawrence (David Oyelowo) ha avviato un’indagine sulla sua azienda e, quindi, su di lui con diverse gravi imputazioni per capire in che modo sia stato in grado di realizzare tale fortuna.

Abel, allora, pur entrando per diversità di vedute in contrasto con la moglie Anna, figlia di un gangster da cui ha acquisito l’azienda originaria, deve continuamente  “correre”  - come avviene in una scena del film nella quale Abel cerca di acchiappare uno dei ladri di una sua autocisterna -, e non fermarsi per capire fino in fondo chi siano i mandanti che gli impediscono di raggiungere i suoi obiettivi commerciali e bloccare una situazione che sta deteriorando, giorno dopo giorno, la sua attività volta a sicuro fallimento. In altre parole, Abel si trova tra l’incudine, cioè la malavita, e il martello, cioè la giustizia. Deve ricorrere alla violenza come fanno i suoi antagonisti, oppure seguire la sua inclinazione che è quella della non violenza senza se e senza ma? Deve soccombere e accettare il fallimento o resistere finché la verità prevalga sugli inganni e sui sospetti?
La maestria del regista nello scrivere e condurre questo film è stata proprio quella di mettere a confronto continuo il protagonista con le difficoltà a cui va incontro ma anche quella di indurre, nel corso del film, lo spettatore a prendere una decisione al posto di Abel. Cioè a dire: cosa farebbe lo spettatore al posto di Abel?
Il film ha ottenuto diversi premi, tra cui al Critics’ Choise Movie Award 2014 quello a Jessica Chastain per Migliore interprete dell’anno, al National Board of Review of Motion Pictures 2014 quelli per Migliore attore a Oscar Isaac, per Migliore attrice non protagonista a Jessica Chastain e per Migliore film, mentre al Golden Globe 2015 ha ottenuto la nomination a Jessica Chastain per Migliore attrice non protagonista.
Filmografia
Margin Call (2011), All is Lost (2013).
Francesco Giuliano

venerdì 17 giugno 2016

"Mustang" o la lotta della donna per la libertà in una società patriarcale

Titolo: Mustang
Regia: Deniz Gamze Ergüven
Sceneggiatura: Deniz Gamze Ergüven, Alice Winocour
Musica: Warren Ellis
Produzione Stato: Francia 2015
Cast: Günes Sensoy, Doga Doguslu, Elit Iscan Tugba Sunguroglu, Ilayda Akdogan, Nihal G. Koldas, Ayberk Peckan,  Bahar Kerimoglu, Burak Yigit, Erol Afsin, Suzanne Marot,  […]


 
“Mustang”, opera prima della regista Deniz Gamze Ergüven, è un film soprattutto al femminile, di grande attualità, fresco, delicato, drammatico, potente, realista, prorompente, coinvolgente, umano,che riesce a raccontare, con sobrietà e anche con una leggera arguzia, lo strapotere dell’uomo sulla donna nei paesi islamici (nel film il riferimento è alla Turchia), grazie ad una religione maschilista e patriarcale che gli dà ampia facoltà di fare e strafare.

“Mustang” descrive la storia di cinque sorelle Lale (Günes Sensoy), Nur (Doga Doguslu), Ece (Elit Iscan), Selma (Tugba Sunguroglu), e Sanay (Ilayda Akdogan), ancora in età scolastica, che rimaste orfane di ambedue i genitori, vivono, in un piccolo paese della Turchia, nella casa della nonna (Nihal G. Koldas), dove patiscono il dispotico e rabbioso patriarcato dello zio Erol (Ayberk Peckan).
È terminato l’anno scolastico e le cinque sorelle nel ritornare a casa, questa volta a piedi, si incontrano lungo la spiaggia del mare con un gruppo di ragazzi coetanei con i quali si intrattengono a giocare in acqua. Questo genera uno scandalo perché “le femmine devono stare con le femmine “ e  “i maschi con i maschi” e non è consentita la promiscuità, che può generare alla femmina la perdita della verginità, la quale, invece, è un  valore che garantisce il matrimonio, se pur combinato.
In seguito a questo scandalo, le cinque ragazze sono sottoposte a visita perché venga rilasciato loro il certificato di verginità e la casa dove abitano diventa pian piano una prigione perché, per evitare che scappino, lo zio prima fa costruire un alto recinto e poi fa mettere le grate alle porte e alle finestre.
“Mustang” termine inglese che significa “non domato” indica, appunto, il comportamento delle cinque sorelle che non si arrendono, come i cavalli appartenenti alla razza equina indomita che porta questo nome, e lottano strenuamente per la loro libertà contro lo strapotere maschilista e moralista dello zio. Lale, la più giovane delle sorelle, ha sempre iniziative trasgressive e originali e cerca di inventarsi strategie che la possano fare fuggire lontano da quella detenzione sia fisica che morale, perché l’unica alternativa di evasione è quella di un matrimonio combinato. La strada per la fuga è lunga e tortuosa e non può essere fatta con le pantofole di casa come mostra una scena del film. Ognuna delle cinque sorelle vive un’esperienza diversa da quella vissuta dalle altre, ma tutte e cinque soffrono per le restrizioni imposte da quella società costituita da uomini violenti e moralisti e da donne assuefatte da secoli al servilismo. “Mustang” sottolinea in maniera semplice che bisogna rifuggire dai moralisti perché, come sosteneva Pasolini, “i moralisti dicono sempre di no agli altri”, ma non a se stessi. E questo la dice lunga sul loro comportamento ipocrita e violento sia fisicamente che psicologicamente.
Il film, che è una rivelazione per la sua bellezza e per la sua armoniosità e per la semplicità del racconto, ha ottenuto le seguenti nomination: Premio Oscar 2016 per Miglior film straniero, Golden Globes 2016 per Miglior film straniero, European Film Awards 2015 per Miglior film europeo e per Rivelazione europea; mentre ha ottenuto i  seguenti premi: al Cesar 2016 per la Migliore opera prima, per la Migliore sceneggiatura originale, per la Migliore colonna sonora, per il Migliore montaggio, e al Goya 2016 per il Migliore film europeo (Francia).
Francesco Giuliano