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venerdì 18 maggio 2012

Con il film “100 metri dal paradiso” Raffaele Verzillo si inventa una storia surreale in cui sacro e profano vanno a braccetto.

Titolo: 100 metri dal paradiso Regia: Raffaele Verzillo Soggetto e Sceneggiatura: Raffaele Verzillo e Stefano Mainetti Produzione: Italia, 2012 Cast: Domenico Fortunato, Jordi Mollà, Giulia Bevilacqua, Giorgio Col angeli, Lorenzo Richelmy, Ralph Palka, Angelo Orlando, Milena Miconi, Enzo Garinei, Pier Francesco Corona, […] Il regista casertano Raffaele Verzillo in questo film mette in evidenza il suo estro originale e creativo di commediografo già vissuto e maturato con la serie televisiva Un medico in famiglia 7. Costruisce, infatti, con questa pellicola dal titolo “100 metri dal paradiso” un film molto divertente per niente volgare, pacchiano, dai connotati surreali per il tema affrontato. Mostra infatti della Chiesa, con un procedere rispettoso e per niente offensivo, più che il carattere religioso che la dovrebbe contraddistinguere, un carattere diverso, laico, quasi aconfessionale direi, più da organizzazione imprenditoriale, da azienda, che vuole propagandare e diffondere la fede cattolica utilizzando “santini interattivi” o cose di questo genere. Il monsignore Angelo Paolini (Domenico Fortunato), che si interessa di comunicazioni sociali dello Stato pontificio, cerca di usare qualunque espediente, a suo parere lecito, che serva a rendere più “moderna” e più allettante la Chiesa data la crisi imperante delle coscienze verso il credo cattolico. Con stratagemmi che non sono consoni ai dettami evangelici, in cui si rimescolano continuamente sacro e profano come quando si mescola un solido in polvere in acqua,, questo simpatico e per certi versi rivoluzionario prelato le inventa tutte per far in modo che le aspirazioni sportive di un suo amico fraterno Mario Guarazzi (Jordi Mollà
), che vuole che il figlio Tommaso (Lorenzo Richelmy), atleta molto bravo nei 100 metri, partecipi alle Olimpiadi, si concilino con le aspirazioni di quest’ultimo che vuole farsi frate a tutti i costi. Questa scelta, infatti, avrebbe impedito al giovane di partecipare alle gare internazionali facendo cadere il padre nella disperazione e nella depressione. Monsignor Paolini ha, allora, un’idea originale, che è quella di formare una squadra di atleti preti sparsi per il mondo sotto l’egida del Vaticano, al fine di consentire al giovane Tommaso di partecipare alle Olimpiadi e soddisfare così le aspirazioni del genitore. Un’idea in cui si integrano spirito e corpo, anima e impegno. Ci riuscirà?

giovedì 3 maggio 2012

Nel film “Il primo uomo” di Gianni Amelio l’analisi cruda dell’assurdità umana.

Titolo: Il primo uomo (Le premier homme) Regia: Gianni Amelio Soggetto e sceneggiatura: Gianni Amelio Produzione: Italia, Francia, Algeria, 2011 Cast: Jean Gamblin, Nino Jouglet, Catherine Sola, Maya Sansa, Denis Podalydès, Nicolas Giaraud, Ulla Baugué, […] Questo film di Gianni Amelio è tratto dal romanzo Le Premier Homme, Il primo uomo, di Albert Camus, da cui il regista estrapola i punti salienti facendo rivisitare al protagonista Jean Cormery (da adulto magistralmente l’interpretato da Jacques Gablin, e da bambino da Nino Jouglet) la propria vita attraverso i sentimenti, i turbamenti e le emozioni scoperti e provati sin dalla sua infanzia. Protagonista che, nel desiderio di ritrovare la tomba del padre scomparso prematuramente “… per servire un paese che non era suo …”, durante la Prima Guerra Mondiale, ritorna dalla Francia, dove è diventato uno scrittore famoso, nel suo paese natio, l’Algeria, per ritrovare gli amici dell’infanzia. Albert Camus incominciò a scrivere questo libro già quarantaseienne, dopo aver ricevuto qualche anno prima il premio Nobel per la letteratura, ma non riuscì a terminarlo a causa della morte prematura che lo colse subito dopo. In esso lo scrittore, considerato un filosofo esistenzialista ateo accanto a Jean-Paul Sartre, evidenzia – attraverso la povertà, gli stenti, le sofferenze, la severità e il rigore della nonna dispotica e dura che esercita il dominio su tutta la famiglia, ecc. -, le vicissitudini di un bambino che rappresenta "… il germoglio dell'uomo che sarà!" così come lo definisce il suo professore Bernard (Denis Podalydès) e rotea attorno al concetto dell'assurdità umana “come condizione alienante e reale, non come necessità o unica via”, che rappresenta un problema esistenziale che si può risolvere soltanto con la solidarietà umana. Lo stesso problema lo affronta anche Woody Allen quando nel suo recente e grazioso film To Rome with love cita il “mito di Sisifo” che è un saggio di Camus. La bravura di Amelio in questo film sta appunto nell’aver fatto comprendere allo spettatore, attraverso la figura del protagonista Jean Cormery, uomo di straordinaria levatura morale e civile e attraverso un’analisi introspettiva del suo modo di essere e di pensare, la scoperta che fa l’uomo appunto della sua incomprensibile assurdità. Nel contempo l’abilità di Amelio sta anche nell’aver fatto intuire che solo attraverso la presa di coscienza di questo suo misero e squallido stato può sorgere uno stimolo intellettuale che lo può indurre a scoprire nuove vie per la risoluzione di questo profondo e annoso problema. È questo problema dell’assurdo che induce gli uomini alle liti fratricide, ai contrasti e alle divisioni di pensiero in generale e che li domina come un dio malefico che “ne fa allo stesso tempo degli schiavi e dei ribelli, delle vittime e dei carnefici”. Gianni Amelio come nella maggior parte dei suoi film, tra cui il pluripremiato Lamerica sul miraggio italiano degli albanesi e, il vincitore del Leone d’Oro 1998, Così ridevano
sull’emigrazione degli anni ’50 dal sud al nord, anche in questo osserva la realtà nella sua crudezza e asprezza umanamente irrisolvibili.

venerdì 20 aprile 2012

L'assurdità della vita dell'uomo raccontata nel film "To Rome with love" di Woody Allen


Titolo: To Rome with love ( titolo originale Nero Fiddled)
Regia: Woody Allen
Sceneggiatura: Woody Allen
Produzione: Italia, USA, Spagna, 2012
Cast: Woody Allen, Roberto Benigni, Antonio Albanese, Alec Baldwin, Penelope Cruz, Judy Davis, Greta Gerwig, Alessandra Mastronardi, Ellen Page, Alessandro Tiberi, Jesse Eisenberg, Flavio Parenti, Alison Pill, Monica Nappo, […]

To Rome with love (a Roma con amore) è un film di Woody Allen che inizia e finisce con l’intramontabile canzone “Nel blu dipinto di blu” e che osanna le bellezze della città eterna in cui si vedono incastonate le storie parallele di alcune coppie di coniugi e non, ognuna delle quali con i propri problemi e le proprie fisime. Il racconto di queste storie è un susseguirsi di profondi dialoghi molto significativi che mettono in risalto la grande cultura del regista americano e la sua visione del mondo. Il riferimento alla “malinconia di Melpomene”, la musa figlia di Mnemosine la dea della memoria, offre al regista il pretesto per evidenziare il sentimento di tristezza che le opere d’arte non sono salvifiche per i loro autori e che “alla fine non avranno alcun senso”. Che cosa se ne fa l’uomo di queste bellissime opere d’arte se esse non gli permettono di dare alla vita un senso? Mentre il riferimento al “mito di Sisifo” concede al regista l’esaltazione del non senso, o meglio dell’assurdità che caratterizza il procedere della vita odierna in tutti i suoi aspetti. Con le storie che racconta Allen, infatti, vuol mettere in evidenza proprio questo: la vita con tutti i suoi risvolti che si susseguono non ha un senso. Egli, in definitiva, fa intuire l’umiliazione che l’uomo prova nei confronti della realtà non dominabile in quanto questa è molto più grande di lui In altre parole, l’uomo è sperduto nell’immensità del realtà. L’uomo si crede di essere libero, ma non lo è. È come una nave senza nocchiero in un mare in tempesta.

La domanda che si pone dinanzi allo specchio del bagno Milly (Alessandra Mastronardi), la moglie fedifraga di Antonio (Alessandro Tiberi), se è meglio avere rimorsi o rimpianti, o quella che si pone un semplice impiegato, tal Leopoldo Pisanello (Roberto Benigni), divenuto famoso per caso e poi improvvisamente dimenticato, o ancora il comportamento squallido di Jack (Jesse Eisenberg), spalleggiato dall'alter ego John (Alec Baldwin) che viene indotto a tradire la sua compagna Sally (Greta Gerwig) con l’amica del cuore di questa Monica (Ellen Page), o altri fatti descritti magistralmente nel film, risaltano in modo eloquente la supremazia dell’assurdo sulle azioni dell’uomo e il predominio della realtà sull’uomo stesso. A tutto questo, con la rappresentazione dell’opera “I pagliacci” di Ruggero Leoncavallo, il regista sottolinea quanto sia difficile, anzi impossibile, cogliere il confine tra ciò che è reale e la finzione. Una visione pessimistica, dunque, della vita dell’uomo e dell’assurdità delle sue azioni che si distaccano da quei valori che, invece, dovrebbero essere ricercati per cambiare la rotta. Il riferimento al “minus habens” esplicita poi la scarsità di intelligenza dell’uomo o meglio la sua minorità nei confronti della realtà.
Un’abbondanza di attori famosi - Lina Sastri, Isabella Ferrari, Ornella Muti, Sergio Rubini, Massimo Ghini,Giuliano Gemma, Neri Marcorè, Riccardo Scamarcio, Antonio Albanese -, usati più come comparse o per parti secondarie piuttosto che per impersonare personaggi principali, costituiscono degli originali cammei di questo bel film di Woody Allen.

giovedì 5 aprile 2012

Il film “Romanzo di una strage” di Marco Tullio Giordana bolla un atto angoscioso della recente storia italiana.


Titolo: Romanzo di una strage
Regia: Marco Tullio GiordanaProduzione: Italia, 2012
Sceneggiatura: Marco Tullio Giordana, Sandro Petraglia, Stefano Rulli
Soggetto: Marco Tullio Giordana, Stefano Rulli
Cast: Valerio Mastandrea, Pierfrancesco Favino, Fabrizio Gifuni, Michela Cescon, Laura Chiatti, Luigi Lo Cascio, Omero Antonutti, Giorgio Tirabassi, Giorgio Colangeli, Luca Zingaretti, […]

Un film interessante e degno di attenzione che permette ai giovani e ai meno giovani nati intorno agli anni sessanta-settanta, cioè a tutti quelli che non hanno vissuto, perché nati dopo o perché ancora piccoli, quella terribile angoscia che ha coinvolto tutti gli italiani circa 43 anni orsono e che, a decorrere dal 12 dicembre 1969, è durata per circa un quindicennio. Un film che consente di conoscere un aspetto molto inquietante, preoccupante, triste della storia italiana, di cui a tutt’oggi non si conosce la verità e che sicuramente ha influito sulla situazione politica attuale generandola. Un film che tutti dovrebbero vedere, i giovani per essere informati e gli anziani per rinfrescarsi la memoria sugli agghiaccianti e dolorosi fatti che sono avvenuti quando ancora la storia della repubblica italiana era agli albori.
Il film è la ricostruzione storica, precisa e corretta, fondata su tutti gli atti giudiziari relativi alle indagini e ai processi conseguenti, di alcuni fatti tragici rimasti tuttora impuniti, di alcuni dei quali vede i familiari delle vittime costretti beffardemente a pagare le spese di tribunale (!): la strage alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, in piazza Fontana a Milano, avvenuta il 12 dicembre 1969, dove ci furono 17 morti e 88 feriti, e la morte di Giuseppe Pinelli prima e quella del commissario Luigi Calabresi poi. In particolar modo spiccano nel film due personaggi: Giuseppe Pinelli (l’insuperabile Pierfrancesco Favino), milanese sposato con Licia Pinelli (Michela Cescon), anarchico e fautore della non violenza, ferroviere, che capeggia il gruppo del Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa, e Luigi Calabresi (il bravissimo Valerio Mastandrea), romano, commissario responsabile della polizia politica della Questura di Milano, sposato con Gemma Calabresi (Laura Chiatti), il quale vigila sulle posizioni politiche del Pinelli e dei suoi accoliti.
Il regista [che ha già diretto opere impegnative, legate strettamente alla realtà di casa nostra, come l’acclamato La meglio gioventù (2003) e il realistico I cento passi (2000), in cui si parla della breve vita di Peppino Impastato (Luigi Lo Cascio), il giovane siciliano che fu ucciso lo stesso giorno in cui a Roma fu trovato il corpo esanime di Aldo Moro], in questo film Romanzo di una strage avvicendando le posizioni dei politici di allora, tra cui Giuseppe Saragat (Omero Antonutti) e Aldo Moro (Fabrizio Gifuni) in particolare, sia con quelle dei gruppi anarchici che con quelle dei neofascisti capeggiati da Giovanni Ventura (Denis Fasolo), fa notare che la Giustizia non sempre può (o vuole) dare una risposta certa e chiara a tutti quelli, che avendo subìto un grave e doloroso torto, ancora la reclamano, e sottolinea che la strage di piazza Fontana avvenne dopo il colpo di Stato dei colonnelli in Grecia e dopo il movimento del ’68. Il film è sconcertante per la descrizione scrupolosa dei fatti che colpiscono lo spettatore (il timore di un colpo di Stato in Italia, l’avvicendamento dei giudici come fossero delle pedine nel gioco degli scacchi, il cinismo fastidioso e l’ipocrisia intollerabile delle gerarchie istituzionali interessate, l’eliminazione fisica di chi fa il proprio dovere come il commissario Calabresi, i giochi di potere, la mancanza di chiarezza, la ragione di Stato, ecc. ), il quale alla fine prova una sensazione di sconforto, di scoraggiamento, di sfiducia, di smarrimento, di afflizione e di delusione per aver constatato che nell’ambito della polizia i superiori gerarchici pensano solo a rispettare la “ragion di Stato” che la ragione di tutti quei cittadini che hanno subito un danno fisico o morale. Con questa strage inizia la teoria definita “strategia della tensione” che ha provocato in Italia centinaia di morti e di feriti come in una quasi guerra civile: il 22 luglio del 1970 una bomba alla stazione di Gioia Tauro, in Calabria, provoca 6 morti e 66 feriti; il 17 maggio 1973 alla Questura di Milano ci furono 4 morti e 46 feriti; il 28 maggio 1974 a Brescia, a piazza della Loggia, durante un comizio, ci furono 8 morti e 102 feriti, e, nello stesso anno, il 4 agosto l’attentato al treno Italicus, a san Benedetto in Val di Sambro (BO) provocò 12 morti e 105 feriti; ancora il 2 agosto 1980 ci fu la strage più sanguinosa del periodo, alla stazione ferroviaria di Bologna, con 85 morti e circa 200 feriti e, per finire, ancora a san Benedetto in Val di Sembro nel 1984, l’attentato al treno 904 procurò la morte a 17 persone mentre 260 rimasero ferite. Una carneficina diluita nel tempo che ha prodotto circa 140 morti e quasi 900 feriti.
Tutto questo forse è stato ideato per contrastare le idee innovatrici in termini sociali ed economici del Sessantotto, quel movimento universale che voleva sovvertire lo status quo e aspirava ad un mondo migliore, di cui si è tanto parlato? Quel movimento, che nato agli inizi degli anni sessanta negli Stati Uniti, manifestò il suo massimo vigore in Francia proprio nel maggio 1968 ed espandendosi in altri paesi europei (Cecoslovacchia, Italia, ecc.) cercò di opporsi all’autoritarismo bieco e all’incipiente società dei consumi basata “
sul denaro e sul mercato nel mondo capitalista come punto centrale della vita sociale
”. È possibile che quel movimento aveva ragion d’essere vista la situazione economica e sociale che stiamo vivendo ai giorni nostri?
Fonti: www.wikipedia.it

giovedì 22 marzo 2012

Nel film “La scomparsa di Patò” la descrizione dell’Italia dei giorni nostri.




Titolo: La scomparsa di Patò
Regia: Rocco Mortelliti
Produzione: Italia, 2010, ma nelle sale dal 24 febbraio 2012
Sceneggiatura: Andrea Camilleri, Maurizio Michetti, Rocco Mortelliti
Musiche: Paola Ghigo
Testo della canzone: Rocco Mortelliti
Interpreti della canzone: Neri Marcoré e Danilo Formaggia
Cast: Nino Frassica, Maurizio Casagrande, Neri Marcoré, Flavio Bucci, Alessandra Mortelliti, Gilberto Idonea, Simona Marchini, Danilo Formaggia, Manlio Dovì, Franco Costanzo, Roberto Herlitzka, […]


Èun bellissimo film, girato tra le città di Canicattì e Naro, la Valle deiTempli di Agrigento e la Scala dei turchi sul Canale di Sicilia, che, riproducendo fedelmente l’omonimo romanzo di Andrea Camilleri, appare nella sceneggiatura fantastico, direi surreale, tant’è che la scenografia suggestiva e affascinante mi ha fatto ritornare in mente gli amati luoghi natii, quando fanciullo vagavo con la fantasia tra i mandorli in fiore e i prodighi ulivi e i resti gloriosi di un’antica civiltà scomparsa forse per sempre.
Il film fa la storia di Antonio Patò (Neri Marcoré), ragioniere di banca che, durante la rappresentazione del “Mortorio”, nel giorno del venerdì santo del 1890 a Vigata, in cui indossa la maschera del traditore Giuda, scompare, si dilegua, svanisce, evapora come acqua al sole, e non se ne sa nulla.… Giuda murì, Patò spirì./ Spirì Patò? Cu l’ammazzò?/ Quantu patì? E po: pirchì/ Patò spirò? - così recita, infatti, una cantilena a mo' di tormentone. In questa vicenda sembra che gli abitanti di Vigata siano indifferenti, incuranti, disinteressati, mentre, invece, loro sanno, sono consapevoli, hanno udito, forse hanno anche visto, ma celano la conoscenza della verità. Tant’è che su un muro della piazza del paese il giorno dopo la scomparsa di Patò appare la scrittura Murì Patò o s’ammucciò? (Morì Patò o si nascose?) Una domanda che, come un tazebao a carattere cubitali, con quella congiunzione disgiuntiva vuole far risaltare quella sempiterna natura contrastale esistente nel carattere dei siciliani e non solo dei siciliani, e vuole al tempo stesso incitare le autorità competenti ad investigare. Il Maresciallo dei Carabinieri, il siciliano Paolo Giummarò (Nino Frassica), e il nordico, perché napoletano, Delegato della Pubblica Sicurezza, Ernesto Bellavia (Maurizio Casagrande), indagano, infatti, in seguito alla denuncia della scomparsa presentata dalla moglie di Patò, Elisabetta Mangiafico (Alessandra Mortelliti), dapprima separatamente ma poi, per un provvedimento energico e rigoroso di natura gerarchica, congiuntamente. Cercano i due servitori dello Stato di scoprire la verità ma si arrovellano in maniera pirandelliana nei meandri spigolosi, arguti, sagaci, sottili, labirintici, ipocriti, cinici, ironici direi, che conducono alla verità. La loro scoperta, che viene puntualmente verbalizzata, evidenzia una falsità incontrollabile, impunita, subdola e rimbalza come “una palla su un muro di gomma”. Quale verità? Quella che si vuol far sapere o la verità vera? Attorno a questa alternativa, in chiave ironica e umoristica, si impernia tutto il racconto. Attorno a questa alternativa il film mette in risalto il legame indissolubile tra la società siciliana di più di un secolo fa, descritta nei minimi particolari sia nei costumi che nei comportamenti e nelle efficaci e vigorose forme dialettali, e quella dell’Italia attuale, evidenziando nella descrizione dei fatti che la verità vera molto spesso è scomoda e deve essere celata. Una commedia che, pur tingendosi di giallo, fa sorridere e ridere ma fa anche pensare amaramente che in questo nostro paese, che è stracolmo di tanti Patò, non si vuol cambiare niente in senso gattopardiano. Tutto deve rimanere come è! “Niente niente, niente è successo,/ batto la testa e l’affare è fatto/ per tutti quanti tutti i paesani/ morto sono e riposo in pace./ L’Italia è unita ma il malaffare/ si è radicato tra la terra e il mare,/ i governanti, sì gente per bene,/ alle coscienze vogliono pensare./ Addormentare questa Italia mia/ quella povera quella pia/ quella che spera per la democrazia/ questa è l’Italia l’Italia mia./ […]/ Lascio alle spalle gente impettita/ da storia nera, ma è gente smarrita,/ c’è chi mente e c’è chi spera/ c’è chi è assorto in preghiera/ ma è l’Italia dell’ipocrisia/ questa è l’Italia è la Sicilia mia/ […]. Una commedia ben realizzata in cui ogni personaggio è ben costruito in chiave macchiettistica e per questo molto efficace: oltre i già detti Paolo Giummarò e Ernesto Bellavia, spiccano Arturo Carlo Bosisio, capitano dei Carabinieri (Flavio Bucci), Liborio Bonafede, questore di Montelusa (Gilberto Idonea), la principessa Imelda Sanjust degli Orticelli (Simona Marchini), Gerlando il ciaramittaro (Franco Costanzo), il becchino (Roberto Herlitza), il mafioso Calogero Pirrello (Manlio Dovì), il marchese Simone Curtò di Baucina (Danilo Formaggia).
Auguro, a chi lo deve ancora vedere, buon divertimento!

mercoledì 21 marzo 2012

Nel film "This must be the place" Paolo Sorrentino descrive il viaggio di un uomo alla ricerca di se stesso

Titolo: This must be the place


Regia: Paolo Sorrentino


Produzione: Italia, Francia e Irlanda, 2011
Cast: Sean Penn, Eve Hewson, Frances McDormand, Joyce Van Patten, Harry Dean Stanton, [...]



This must be the place che tradotto letteralmente significa Questo deve essere il posto, una canzone dei Talking Heads (Teste parlanti), è il titolo del film con il quale il regista Paolo Sorrentino crea un personaggio particolare, sui generis, eccezionale, insolito, non comune, fantastico, che sin dai primi fotogrammi suscita nello spettatore un’inconsueta curiosità, un’incontrollabile attrazione mista a forti emozioni, che originano subitaneamente un istintivo rapporto empatico travolgente spettatore-attore. Una metafora dei giorni nostri che ci fa riflettere sul nostro modo di vivere frenetico, stereotipato, superficiale, distratto, formale e insensibile.
Il regista descrive il personaggio del film con una sottile, quasi trasparente, impercettibile ma realistica vena poetica romantica, esaltando i sentimenti di un uomo (fedeltà coniugale, altruismo, generosità, ecc.), la sua spontaneità, il suo comportamento curioso, la sua stravaganza (la piscina vuota usata per giocare e non per nuotare), la sua andatura e il suo modo di parlare lenti, pacati, monotoni, che subito contrastano con gli stereotipi moderni e con la vita frenetica della nostra società, caratterizzata da una disumana superficialità, che induce ogni individuo a trascurare l’intima essenza dell’uomo e a non dare un significato al senso della vita. Cerca, in definitiva, il regista di dare voce al turbamento e all'irrequietudine dell’animo umano, al contrasto tra presente e passato, al fluire di quest’ultimo in modo così repentino da dare adito a tormentosi rimpianti e alla consapevolezza di aver commesso irreparabili errori. Usa, dunque, il regista la strada del romanticismo che gli permette di far leggere allo spettatore dentro l’animo di Cheyenne, il protagonista del film, e di metterne in luce quegli stati d’animo che sono universali e accomunano tutti gli uomini. C’è romanticismo nell’andatura lenta, a piccoli passi di Cheyenne, e nell’ascoltare quello che il cuore gli dice, nel volgere lo sguardo al suo passato e nel ricordare gli insegnamenti ricevuti, gli affetti dimenticati, nella spontaneità delle sue manifestazioni. C’è romanticismo nella descrizione di una brutta notizia – il padre che abita lontano è in fin di vita –, che gli fa affiorare in modo turbolento alla mente il triste ricordo del suo rapporto con la figura paterna con cui da trent’anni non si parla, c’è romanticismo nei rapporti interpersonali del protagonista.
Cheyenne, è una famosa rockstar cinquantenne, ormai in pensione, che ama portare una folta capigliatura e truccarsi come una donna, vestendo così una maschera che annulla la sua personalità, perché la maschera (“maschera” dal greco prosopon assume il significato in latino di persona e, come pronome indefinito nel francese personne, il significato di “nessuno”) annulla, nasconde la personalità individuale.
Cheyenne intraprende allora un lungo viaggio da Dublino a New York, per assistere il padre durante gli ultimi istanti di vita. Prende la nave perché ha paura dell’aereo. Arriva per questo in ritardo. Trova il padre ormai morto. Sente un vuoto nel suo animo, allora, che cerca di colmare proseguendo nella ricerca affannosa di un vecchio ufficiale nazista, ricerca che il padre di origine ebrea aveva intrapreso per vendicarsi dell’umiliazione ricevuta durante la sua prigionia in un campo di concentramento, al tempo della seconda guerra mondiale. Cheyenne, dunque, incomincia un viaggio, che, a dirla con il filosofo Schopenauer, rappresenta la ricerca di se stesso e dell’affetto che forse il padre nutriva per lui, dunque la ricerca di un bene infinito. Durante questo viaggio, infatti, gli torna in mente l’età giovanile caratterizzata da una profonda distrazione che non gli ha fatto cogliere l’essenziale dei comportamenti umani ma lo ha diretto verso il superfluo e l’effimero, si rammenta dei valori che il padre voleva trasmettergli, come la perseveranza e la riconoscenza, e comprende ora cosa vuol dire umiliazione, annichilimento della dignità umana, distruzione della personalità individuale. Soltanto la vendetta può emendare il danno psicologico e fisico subiti dal padre. La vendetta genera odio, e l’odio induce alla guerra, alla morte, all’eliminazione fisica dell’avversario. Meglio un’altra fine molto più giusta e più umanamente condivisibile, quella di infliggere al tormentatore altrettanta umiliazione: costringerlo a stare completamente nudo in mezzo alla neve. Cheyenne, dopo aver raggiunto lo scopo del padre, torna dal viaggio, si toglie il trucco e si taglia i capelli, trasformandosi così all’età di cinquant’anni da bambino a uomo.
Sean Penn, premio Oscar 2009, interpreta magistralmente Cheyenne mentre Frances
McDormand
, anche lei premio Oscar 1997, impersona la moglie Jane.

martedì 20 marzo 2012

La famiglia in crisi descritta nel film “Posti in piedi in paradiso” di Carlo Verdone



Titolo: Posti in piedi in paradiso
Regia:Carlo Verdone
Produzione: Italia 2012
Cast: Carlo Verdone, Micaela Ramazzotti, Marco Giallini, Pierfrancesco Favino, Diane Fleri, Nicoletta Romanoff, Maria Luisa De Crescenzo, […]

Carlo Verdone, come regista, dimostra di avere raggiunto quasi la pienezza artistica con questa commedia, a volte esilarante a volte immalinconente, in cui descrive in modo pressoché realistico uno spaccato della famiglia moderna con i suoi problemi più frequenti: liti di coppia con i relativi problemi dei figli e di mantenimento, e separazioni. Vi è il dramma di tre uomini sfigati, squattrinati e senza lavoro, ognuno con problemi connessi con i figli e in lite con le rispettive mogli per motivi futili, irrilevanti, senza significato, inconsistenti che mettono in risalto che oggi le separazioni e i divorzi sono una questione di moda, uno stereotipo da rispettare a tutti i costi. Se la coppia fosse legata da vero amore non si arriverebbe alla separazione definitiva creando tormenti alle future generazioni. Vi è il dramma di tre mariti, Ulisse Diamanti (Carlo Verdone), Fulvio Brignola (Pierfrancesco Favino) e Domenico Segato (Marco Giallini), che per caso si trovano a convivere nello stesso appartamento e che cercano con tanti sotterfugi ed espedienti di tirare a campare senza possibilità alcuna di porsi il problema del domani. In questo miscuglio eterogeneo si inserisce per caso la bravissima Micaela Ramazzotti, come al solito prorompente nella sua magnifica e sprizzante bellezza, che veste la parte di una cardiologa, Gloria, che flirta con Ulisse, anche lei con un fallito matrimonio molto sofferto alle spalle che la resa impulsiva e irrefrenabile.
Il film soffre verso l’ultima parte in cui si nota con evidenza che Carlo Verdone cerca di dilungarsi facendo tira e molla e puntando non sulle storie in sé ma piuttosto sui caratteri dei personaggi. Cerca di dare, alla fine, una soluzione agli attuali problemi che attanagliano buona parte delle famiglie italiane: il ritorno alla famiglia unita tradizionale.